In questa fase, il Partito Democratico è decisamente l’ago della bilancia nello scenario politico italiano. E’ il primo partito, corteggiato da sinistra – un po’ più esplicitamente da Vendola, tra un insulto e un ammiccamento da Di Pietro – ma il suo Segretario ha da poco dichiarato che lui preferisce guardare all’alleanza con i moderati. D’altronde nella foto di Vasto era palesemente il soggetto più imbarazzato, quasi quasi avrebbe messo una mano a coprire l’obiettivo dei fotografi. Guardare ai moderati sarebbe un vantaggio per due ragioni: 1. le coalizioni sbilanciate a sinistra si sono rivelate negli anni scorsi poco stabili quando chiamate a governare. E oggi alcune posizioni ipergarantiste à la Vendola potrebbero rivelarsi insostenibili per il sistema-paese; 2. corteggiare il centro politico significa provare a sfilare l’unico potenziale alleato di un certo peso per il Pdl, data la crisi di consenso della Lega.

Questi però sono ragionamenti tattici, che non considerano la situazione assolutamente sui generis nella quale ci troviamo. Una crisi di rappresentanza senza precedenti, una fiducia nei partiti ai minimi storici, metà dell’elettorato che non va a votare. E un partito (o meglio un movimento) che erode consenso ogni giorno ai partiti tradizionali in virtù della sua “diversità”, del suo essere outsider, un soggetto nuovo e innovativo in uno scenario impaludato, che sa di vecchio, di casta e di “lontano dai cittadini”. Ovviamente mi riferisco a Grillo e al Movimento 5 Stelle.

Se queste sono le premesse, le conseguenze devono necessariamente andare oltre i tatticismi mirati esclusivamente alle prossime elezioni. Bisogna ripensare l’assetto istituzionale del nostro paese, garantirgli finalmente esecutivi efficaci e legittimati dal voto popolare. Insomma, bisogna prendere sul serio la proposta di riforma semipresidenziale lanciata da Alfano e Berlusconi poche settimane fa. Le primarie del Pd e del Pdl in autunno sono una buona prima mossa e sarebbero perfettamente in linea con la scelta di un candidato Presidente, anzichè con un candidato premier di partito all’interno di coalizioni ancora da definire. Non è un caso che le primarie sono tradizionalmente associate a sistemi presidenziali, quello statunitense in primis.

Bersani, dunque, ha davanti a sè due opzioni: 1. prepararsi alle prossime elezioni in un difficile equilibrio tra moderati e progressisti, snobbando la proposta di riforma semipresidenziale e dedicandosi a come vincere le prossime elezioni e – soprattutto – a come governare il paese; 2. mettere da parte i tatticismi e abbracciare l’ipotesi di modifica della forma di governo, cominciando a pensare in grande, anche per se stesso. Potrebbe essere il prossimo Presidente della Repubblica, di una Repubblica semipresidenziale però. Possibile che nel Pd siano ancora schiavi di antichi retaggi per cui un sistema con un Presidente forte sia l’anticamera dell’autoritarismo? Mi auguro proprio di no, anche perchè è una paura storicamente infondata. E’ dal parlamentarismo, anzi dall’assemblearismo, che derivano più facilmente regimi autoritari. Stiamo a vedere…