Ripropongo un articolo pubblicato 3 anni fa su FFwebmagazine perchè ritengo sia ancora – e purtroppo – tremendamente attuale…

In attesa di capire gli sviluppi di questa travagliata fase parlamentare, nel dibattito politico e giornalistico si è affacciata prepotentemente – come ormai fa da decenni – la questione della legge elettorale. Un argomento sempre di attualità, si potrebbe dire, se non fosse in realtà un tema che l’opinione pubblica ignora del tutto, delegando la scelta (e il dibattito annesso) ai suoi rappresentanti. A dire il vero, se gli elettori si fossero un minimo appassionati alla Legge Calderoli (definita una “porcata” dal suo estensore e, da lì, “porcellum” da Giovanni Sartori), forse oggi avremmo un altro sistema elettorale. Ma così non è stato, come conferma la bassa partecipazione ai referendum del 2009 che cercavano quantomeno di “limitarne i danni”.

Eppure gli elettori dovrebbero chiedersi se sia giusto votare per un partito in collegi plurinominali ma senza la possibilità di scegliere tra più candidati, con l’eventualità, peraltro, che il proprio candidato preferito (se figura nella lista dei nominati) rischi di non essere eletto per una scelta in seconda battuta del suo capolista, o se sia giusto che la coalizione vincente anche di un solo voto (e magari col 30% dei consensi) abbia diritto al 55% dei seggi alla Camera, o ancora se abbia un senso che al Senato ogni volta che andiamo a votare si profili una quasi certa ingovernabilità a causa della ripartizione dei seggi su base regionale e non nazionale (problema questo non dovuto alla Legge Calderoli, bensì alla nostra Costituzione che forse sul punto andrebbe modificata).

Il Porcellum fu votato a maggioranza, l’allora opposizione di centrosinistra votò contro, perché nacque col chiaro intento di limitare i danni – per il centrodestra – della sconfitta nelle elezioni del 2006. Premesso che una maggioranza è libera di approvare una legge elettorale senza il consenso dell’opposizione, sulle regole del gioco – come insegnano tutti i manuali e tutti i testi del pensiero democratico – sarebbe bene avere un consenso unanime (o quasi). Fatto sta che il Porcellum è stato eccezionale per il centrodestra, avendo prodotto nel 2006 un governo di coalizione che a un certo punto contava 14 partiti e che si reggeva sui Senatori a vita, con una fine anticipata e ingloriosa facilmente prevedibile.

Ma in questa sede non ci interessano tanto gli esiti politici che quella legge ha prodotto, quanto la “tollerabilità” di alcune sue previsioni già accennate in precedenza. La prima nota dolente è senz’altro quella delle liste bloccate. In un sistema politico in cui le elezioni primarie sono più rare di un quadrifoglio e, quando ci sono, spesso sono o fittizie o con un esito ampiamente prevedibile, scegliere il meccanismo delle liste bloccate significa dare ai vertici dei partiti la totale facoltà non di candidare, ma di decidere preventivamente chi verrà eletto e chi no. Perché con questo sistema elettorale in cui si sa in anticipo quanti seggi spettano alla coalizione e ai partiti, il calcolo è davvero semplice e pone pochi problemi di preveggenza. Insomma gli elettori votano per un contenitore, che poi l’elettore siciliano si ritrovi in lista un certo numero di candidati lombardi o piemontesi non è un problema che lo riguardi. Evidentemente altrove non c’era posto.

La seconda nota dolente è quella delle candidature multiple. La legge Calderoli prevede che una stessa persona si possa candidare anche in tutte le 26 circoscrizioni plurinominali. L’obiezione dell’elettore ingenuo è: certo, se io vedo come capolista il mio leader di partito sono più motivato nell’andare a votare. La contro obiezione però è che quel capolista, dopo il voto, deve scegliere una sola circoscrizione di appartenenza (un leader per quanto brillante non può essere ubiquo) e da quella scelta dipendono 26 candidati in bilico che sperano (o meglio negoziano e spingono) perché il suo capolista scelga una circoscrizione diversa dalla loro. Ciò significa, in altri termini, che i vertici di partito scelgono in totale autonomia due volte quali parlamentari imporci, prima definendo le posizioni nelle liste bloccate, poi col gioco delle rinunce nelle varie circoscrizioni.

La terza nota dolente è il premio di maggioranza che di fatto trasforma un sistema elettorale proporzionale in un sistema elettorale maggioritario di lista, con riparto proporzionale peraltro modificato dal premio di maggioranza e dalle clausole di sbarramento. La nostra è l’unica legge elettorale per le elezioni politiche che preveda un premio di maggioranza in tutta Europa. E ricordo che i precedenti nella nostra storia non furono proprio edificanti: la legge Acerbo del 1923 e la cosiddetta (non a caso) “legge truffa” del 1953. Se poi, a causa del vincolo costituzionale, nonostante il premio di maggioranza il Senato resta un terno al lotto, davvero risulta poco comprensibile l’alterazione della proporzionalità degli esiti elettorali (con coalizioni sovradimensionate o sottodimensionate nei seggi e partiti minori fuori dal Parlamento) per garantire una probabile (non) governabilità.

Insomma, il Porcellum è stata un’operazione politica che ha generato esiti fin troppo positivi per chi l’ha approvata. Oggi però i cittadini – che fanno sempre più fatica a recarsi alle urne – gradirebbero una legge elettorale in cui le loro scelte tornino ad essere importanti e in cui i partiti – mai così sfiduciati dall’opinione pubblica – facciano un passo indietro nella gestione monopolistica e preconfezionata della rappresentanza. Anche perché con questo sistema si è perso del tutto il rapporto col collegio. Di fatto i nostri Parlamentari per essere rieletti non devono essere leali e responsabili verso gli elettori, bensì verso chi li mette in lista nominandoli. In altri termini, il Porcellum ribalta la logica della rappresentanza, l’accountability: il territorio, l’insieme delle circoscrizioni coi loro elettori, è solo un contenitore qualsiasi; evasa la pratica elettorale, gli “eletti” tornano ad essere responsabili solo nei confronti di chi li ha nominati.

Questa doveva essere la Legislatura delle riforme, addirittura una Legislatura costituente. Ad oggi in realtà sembra piuttosto una Legislatura in versione dead man walking. Ma se riuscisse almeno a mettere mano alla legge elettorale una riforma vera l’avrebbe fatta. Per le altre, probabilmente ci tocca confidare nella prossima.