In un’intervista di qualche giorno fa sul Mattino, Fabrizio Cicchitto ha difeso le liste bloccate sostenendo che senza queste ultime  “una serie di parlamentari di alto livello non sarebbero entrati o non entrerebbero più in Parlamento”. Una frase che forse non ha creato lo scalpore che merita, ma che va analizzata in profondità. Il primo impatto per il lettore/elettore medio è: ma se sono parlamentari di alto livello perché hanno bisogno delle liste bloccate? Non sono in grado di prendere i voti da soli, sfruttando le loro capacità? La domanda è legittima, la risposta però non è così scontata. Se infatti non c’è dubbio sul fatto che le liste bloccate abbiano portato in Parlamento e nelle assemblee regionali diversi rappresentanti non proprio “qualificati” (il caso più noto e popolare è quello di Nicole Minetti, ma è decisamente in buona compagnia), è altrettanto vero che quello stesso strumento ha avuto anche utilizzi più meritevoli e meritocratici da parte di alcuni partiti. E a tale proposito, mi chiedo: Gaetano Quagliariello, Stefano Ceccanti, Salvatore Vassallo – tre miei colleghi che personalmente stimo e reputo tra i migliori parlamentari attualmente in carica – sarebbero entrati comunque in Parlamento senza la lista bloccata? Probabilmente no. Sono tutti e tre studiosi della politica, esperti e competenti, ma non hanno fatto la “gavetta” e non hanno un consenso – né una popolarità – tale da prendere “vagonate” di voti in una sfida a colpi di preferenze o in un collegio uninominale. E questo è un  loro limite o è un problema sistemico? Qui sta la questione chiave. Poniamoci queste domande: è così automatico che gli elettori diano i propri voti ai “migliori”? E soprattutto sarebbero in grado di stabilire chi sono i migliori? E ancora, in base a quali parametri gli elettori stabilirebbero chi sia il migliore? Competenza? rigore morale? biografia? curriculum? utilità personale? Di fatto, forse involontariamente, Cicchitto ha riaperto la questione elitista. Ha detto, implicitamente, che esistono comportamenti di voto “clientelari” in cui si premia il candidato in base a quello che può promettere ai singoli elettori bramosi di scambiare voti con favori, così come esistono comportamenti di voto “populistici/carismatici” in cui conta la popolarità e la visibilità del candidato, così come ancora esistono comportamenti di voto “tradizionali” per cui si è sempre votato per un candidato e non si cambia la via vecchia per la nuova…Poi certo esistono anche gli elettori preparati, che studiano, si informano e danno il proprio voto al candidato che reputano più competente e più utile all’interesse generale. Ma quanti sono coloro che affrontano una campagna elettorale con un tale spirito e una tale forza di volontà? Dunque, la questione tirata in ballo da Cicchitto non è di lana caprina. E non è un caso che, in effetti, in tutte le democrazie occidentali che utilizzano sistemi proporzionali le liste siano bloccate. Oggi però, in Italia, parlare di liste bloccate sa inevitabilmente di “casta”, di rappresentanza rovesciata con persone nominate che rispondono solo al leader anziché agli elettori. E sa anche di “veline” scelte per rappresentare gli italiani solo per le loro qualità estetiche…Al contrario, si è tornato a parlare di preferenze, una variante che 20 anni fa è stata liquidata come fosse il demonio. Insomma, caro Fabrizio, hai colto un punto vero e importante, ma serviva anche un po’ di autocritica. Se le liste bloccate fossero state usate diversamente dai partiti, puntando sui Quagliariello anziché sulle Minetti (per restare in ambito PDL) , non credo che oggi si urlerebbe allo scandalo nel riproporle. E forse ci saremmo tenuti anche il Porcellum… Ora invece attendiamo una riforma elettorale ibrida, a mio avviso peggiorativa, che probabilmente non darà un governo stabile al paese se non nella formula della grande coalizione. Mi auguro solo che nelle prossime liste bloccate questa volta ci finiscano le persone giuste e che i curricula sul tavolo di Silvio non siano book fotografici…In caso contrario, la fiducia nei partiti e nel Parlamento rischierà davvero di raggiungere livelli da numeri negativi.

LDG