Se si potesse misurare il tasso di antipolitica, in pochi oggi avrebbero dubbi: siamo giunti all’apice, al punto di non ritorno oltre il quale c’è l’entropia. E l’entropia in politica non reca con sè buone conseguenze, che siano rivoluzioni, guerre civili, regimi autoritari et similia. Questa premessa, volutamente provocatoria, si basa su un dato di fatto evidente. Mentre il paese è nel pieno di una crisi totale – economica, finanziaria, occupazionale e, più in generale, di rendimento sistemico – la nostra classe politica continua a dare il peggio di sè. E non mi riferisco solo alla drammatica vicenda della Regione Lazio, che ha indubbiamente dato un ulteriore spintone verso il baratro alla legittimazione – ormai prossima allo zero – dei partiti e delle istituzioni rappresentative. Mi riferisco al fatto che, anche dopo questa settimana di “passione”, sono ben poche le voci, da destra a sinistra, che si sono levate per dire: rifondiamo tutto, rigeneriamo la politica perché abbiamo toccato il fondo. Si continua a parlare di alleanze, di giochi di palazzo, di competizioni intrapartitiche e intracoalizionali, di legge elettorale (senza giungere neanche a una bozza condivisa). Ma sembra sfuggire il dato di fondo: di queste cose alla maggior parte degli italiani non importa più nulla. Se qualcuno oggi parla di congressi, correnti, componenti, alleanze, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, faide, regolamenti di conti e non parla di rinnovamento, ricambio della classe dirigente, merito, primarie, riduzione cospicua dei finanziamenti dei partiti, riduzione del numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali e delle loro indennità, legge anticorruzione ecc.ecc. vuol dire che semplicemente vive in una torre d’avorio autoreferenziale che tutt’al più si contorna di giornalisti e non di cittadini-elettori. Questi ultimi sono stanchi, indignati e ben oltre il limite della sopportazione. Ieri ho dato un’occhiata a “Quinta Colonna” e ho sentito letteralmente di tutto: operai pronti a fare a cambio con “i politici”, persone che ritengono che lo stipendio giusto per un parlamentare sia di 1200 euro al mese, altri ancora che sarebbero pronti ad abolire l’indennità e quindi ad azzerare la politica come professione…Siamo oltre le “lagne” qualunquiste dell’ “è tutto un magna magna”, “il più pulito c’ha la rogna”, “so’ tutti uguali e tutti ladri”. Queste frasi, per lo meno io, le ho sempre sentite, ma oggi sono un vero e proprio tormentone che, a differenza del passato, non produce indifferenza o rassegnazione. Genera rancore, risentimento e rabbia. Se una volta la “doppia morale” degli italiani li portava a condannare in pubblico certi atteggiamenti, ma a ricercarli assiduamente – e a invidiarli – in privato, oggi prevale lo sdegno e la tolleranza zero. E’ così difficile capirlo? E’ così difficile rendersi conto di aver toccato il fondo e che non c’è più nulla da aggiustare o da puntellare, ma solo da buttar giù e ricostruire? Chi crede nella politica e la vive come una missione al servizio della collettività faccia un passo avanti perché questo è il suo momento, la sua destiny call. Chi crede ancora che fare politica significhi fare soldi e gestire potere faccia un passo indietro, perché l’effetto dell’anestesia è finito e il malato è molto incazzato…

LDG