La fase, a dir poco complicata, che stiamo vivendo e che potremmo sintetizzare nella formula “crisi economica e crisi morale della politica” sta generando dei veri e propri “mostri”. Non tanto e non solo per la gravità delle vicende che emergono quotidianamente dalle cronache, quanto piuttosto perché tali vicende stanno letteralmente sgretolando – oltre alla legittimazione popolare della classe politica, dei partiti e delle istituzioni rappresentative ormai ai minimi termini – una serie di (pseudo)certezze che si erano sedimentate nel corso degli anni come “soluzioni definitive”. Ne elencherò alcune.

1. Federalismo

Inutile dire che, in poche settimane, quello che è stato un “mantra” degli ultimi 15/20 anni, da destra a sinistra, sta letteralmente dissolvendosi sotto i colpi della magistratura, delle ispezioni della Guardia di Finanza e di tutto ciò che i mass media fanno emergere ogni giorno sulla “trasparenza e sul buon andamento” dei consigli regionali. Nel giro di qualche mese si è passati dalla riforma federalista da completare, all’ipotesi – di alcuni, vedi Feltri ieri sera – di abolire le Regioni. Di paesi federali virtuosi ce ne sono parecchi, e la nostra storia frammentata e diversificata da nord a sud e di uno Stato centralista poco “performante” potrebbe far propendere verso un sistema federale. La gestione delle Regioni ha però letteralmente “ucciso nella culla” il progetto.

2. Finanziamento pubblico ai partiti

E’ un tema che ciclicamente si ripropone, solitamente quando scoppiano gli scandali. Abolito con referendum circa venti anni fa, è sempre rimasto in vita grazie a sapienti aggiramenti dell’esito referendario. Oggi è più che mai l’imputato numero uno della crisi della rappresentanza e il nemico pubblico dell’antipolitica crescente. In linea di massima, in un paese tendenzialmente particolaristico e corporativo e che non prevede una normativa chiara sulle lobbies, il finanziamento pubblico sarebbe una garanzia a tutela dei partiti e dei cittadini. Utilizzato come “bottino” da una classe politica affaristica e predatrice, sta per essere rottamato una volta per tutte. Con la conseguenza che la politica resterebbe appannaggio di chi ha parecchi soldi di suo…

3. La politica come professione

In Italia l’indennità per i parlamentari, se non erro, esiste dal 1912 quando a fare politica – e a votare – erano ancora pochi notabili. Nella società e nella democrazia di massa (dal suffragio universale in poi) la politica non può prescindere da un’indennità, anche corposa date le responsabilità che si hanno. Oggi, si sente di tutto su questo fronte: “chi fa politica deve anche avere un lavoro”, “deve prendere 1200 euro al mese”, “deve farlo gratis”…Un caposaldo della politica mondiale sta per essere sgretolato da una furia iconoclastica che avrebbe come conseguenza, anche in questo caso, un ritorno alla politica dei notabili, o meglio di ricchi e benestanti…

4. Autonomia e primato della politica

Autonomia e primato della politica sono due formule politologiche per dire che è la politica a stabilire i fini, a decidere la rotta verso cui traghettare le società, le comunità nazionali. Oggi la politica italiana – e forse non solo italiana – è di fatto commissariata dalla tecnoburocrazia della finanza e non ha la forza di reagire a causa del livello pressoché inesistente di legittimazione e di fiducia popolare. Tecnocrazia e populismo sono due degenerazioni, due patologie in una democrazia “normale”. Noi oggi siamo tendenzialmente sollevati dal fatto di avere i tecnici al governo e solleticati da chi populisticamente cavalca l’ondata di antipolitica. Conseguenza: politica di professione azzerata e occupazione dell’arena politica da parte di attori “terzi” e di fatto non rappresentativi. Inevitabile al momento, ma pericoloso…perché non si sa dove ci porta tutto ciò.

Rapporto Stato-partiti, senso dello Stato, identità nazionale

Che l’Italia sia “malata” di particolarismo, “familismo amorale”, scarso senso delle regole e dello stato, ecc. ecc. ce lo dicono in tanti, da sempre. Allo stesso modo, decine di storici illustri ci hanno raccontato – a mio avviso giustamente – che il nostro paese è diventato quasi inevitabilmente partitocratico e partitocentrico proprio per la mancanza di una cultura dello stato, ben più forte e presente altrove. Oggi, con i partiti letteralmente frantumati dall’indignazione e dalla “mala politica”, serve più che mai una rigenerazione che parta da una svolta culturale, prima che da regole, organizzazione e finanziamenti. Stato, interesse generale, senso delle regole, senso di appartenenza alla comunità nazionale sono i veri problemi di fondo da cui ripartire. Il resto sarebbe il solito maquillage temporaneo che produrrebbe, da qui a 20 anni, nuovi scandali e nuove crisi. Siamo sempre lì, bisogna ancora “fare gli italiani”…

LDG