Il mio intervento all’Open Government Summit 2012

Ieri ho preso parte all’Open Government Summit 2012, un’iniziativa molto interessante e quanto mai attuale sullo stato e le prospettive dell’Open Government in Italia, organizzata da Ernesto Belisario e Stefano Epifani. Purtroppo ho potuto fare un intervento molto “compresso” avendo tempi molto contingentati (sia io che il convegno) per cui ho deciso di declinare meglio i concetti che ho espresso ieri qui sul mio blog.

La tesi di fondo è che, a mio avviso, questo è il momento ideale per spingere sull’Open Government e sulla trasparenza come fondamento e valore di riferimento dell’attività politico-amministrativa. E dico questo per una serie di variabili congiunturali e simultanee che rendono tale momento propizio:

1. Partiti politici e istituzioni rappresentative vivono una crisi profonda e riscuotono una fiducia e una legittimazione ai minimi storici, anche (e forse soprattutto) a causa di scelte e gestioni poco o per nulla “trasparenti”;

2. la tesi di Colin Crouch della Postdemocrazia, a dieci anni dalla sua presentazione, sembra oggi dispiegare il massimo della sua potenza esplicativa. Tecno-burocrazie, organismi internazionali e intergovernativi, lobby finanziarie, imprese economiche e mass media decidono le politiche pubbliche più degli organi rappresentativi democraticamente eletti;

3. esiste – e cresce – una forte ondata di “antipolitica” che mette seriamente in discussione l’intero sistema della rappresentanza, sfociando nel caso di Grillo in un esplicito antiparlamentarismo. Una sorta di partecipazione senza (o contro) la rappresentanza che mina dalle fondamenta l’idea di democrazia rappresentativa.

I punti 2 e 3 costituiscono due forme di “antipolitica”, anche se personalmente ho sempre contestato questo termine. La dimensione e l’arena politica sono ineliminabili, per cui sarebbe più corretto parlare di un atteggiamento anti establishment dal basso (Grillo) e di un atteggiamento apolitico nel caso degli attori chiave della postdemocrazia, nel senso che mirano a bypassare le istituzioni rappresentative per prendere le decisioni al loro posto.

La soluzione, a mio avviso inevitabile, è che la politica recuperi centralità (il “primato della politica”, che deve tornare ad essere l’arena delle decisioni pubbliche). Ma per farlo deve recuperare innanzitutto fiducia e legittimazione. E oggi nessuna istituzione, così come nessun partito o leader politico, può aggirare il tema della trasparenza se vuole essere credibile e ottenere consenso.

Ecco perchè ieri ho detto che questo è il momento ideale per spingere sull’Open Government. Qualcuno, anche su Twitter, mi ha dato dell’utopista visionario, o forse del nostalgico, sostenendo che la politica non sarà mai così aperta e lungimirante e che per certi versi è bene bypassarla. Su questo dissento fortemente. Possiamo (e dobbiamo) forzarla a cambiare e far capire a chi ci governa e ci rappresenta che solo attraverso la trasparenza si può innestare un circuito virtuoso, una “catena di valore” del tipo “trasparenza, partecipazione, controllo pubblico, merito, competenze, valutazione, performance”. E questa catena di valore può solo far bene alla politica, può rigenerarla profondamente. Rinunciare a questa mission sarebbe si miope e poco lungimirante. Si può contestare, dissentire e delegittimare un’intera classe politica, ma non si può prescindere dalla funzione e dal ruolo della politica e della rappresentanza democratica. L’alternativa rischierebbe di essere decisamente antidemocratica. Se non sarà la politica a “stabilire i fini” – per citare Parsons – chi lo farà al suo posto? E con quale legittimazione democratica?

In ogni caso, sono convinto che questa presa di coscienza sia già in atto, semplicemente perchè sta radicalmente cambiando il rapporto tra elettori e eletti e sta cambiando il fondamento della legittimazione. In Italia abbiamo votato per quasi 50 anni sulla base di appartenenze ideologiche e identitarie. Poi per 20 anni sulla base di una “fedeltà leggera” al (o contro un) leader. In nessun caso ha prevalso una logica pragmatica che valutasse leader e partiti sulla base delle scelte di policy e del premio/sanzione rispetto a ciò che era promesso in campagna elettorale. Per citare Scharpf, ha sempre prevalso una legittimazione via input (cioè in base a ciò che sei e ciò che rappresenti) anzichè una legittimazione via output (ossia in base a ciò che fai e a come incidi sulla società). Credo che tutto questo sia in una fase di grande trasformazione e che la Terza Repubblica sarà la Repubblica del voto di opinione e della legittimazione via output. Quale miglior viatico per mettere al centro trasparenza, performance e Open Government?

LDG

 

5 commenti

  1. Sono una dipendente di Roma Capitale che condivide la sua impostazione a piene mani e lei, condivide i miei interrogativi sulla lupa del terzo millennio di cui parlo nel mio blog? http://comunitando.blogspot.it/2010_11_08_archive.html. Finchè ci sono gli illuminati esterni come lei, quelli come me sognano ma poi…fanno i conti con gli interni…Se il re è nudo…più che di trasparenza è di ammissione dell’evidenza che dobbiamo parlare. Che amarezza che nutro in questi giorni! Buon lavoro.

    1. Cara Maria Grazia, ho letto la sua vicenda e rimango sinceramente basito. Avrei bisogno come il pane di profili come il suo…C’è ancora tanto lavoro da fare nella P.A. che, di questo passo, continuerà ad arrancare faticosamente e tristemente. Grazie per l’apprezzamento e non si faccia sopraffare dall’amarezza (per quanto assolutamente motivata…).

  2. Può darsi che nella terza repubblica ci si concentri sull’output, come si dice facciano gli statunitensi, ma gli statunitensi sono anche quelli che credono nel creazionismo, seguono scientology….. Il fatto è che l’attuale efficacia manipolatoria della comunicazione sui processi cognitivi, da te riconosciuta in altri interventi, fa sì che non ci sia più bisogno di condividere l’output con gli elettori. Semplicemente, lo si impone come necessario, con tutta la forza dell’ideologia dominante (spero basti con l’affermazione massimamente ideologica che sono finite le ideologie). Ne è un esempio, l’agenda Monti. E’ già successo, non è una novità: “ripetere una bugia finché diventi verità”, roba vecchia da anni ’30 (ricordi gli esperimenti sul conformismo negli anni ’50 in USA?). Quello che accade oggi, è un processo avviato parecchio tempo fa, prima che la tecnologia informatica permettesse di processare infiniti dati nell’unità di tempo. Io l’ho ho visto compiersi e l’ho sempre denuncuato ma con una voce piccola piccola perché non sono capace. Per questo non ho la tua stessa fiducia nell’open gov, è facile che si traduca in : tanta l’informazione = niente informazione, se non c’è capacità di codifica e decodifica che, in effetti, è rara da trovare. MAnca anche nei laureati analfabeti-di-ritorno che mi circondano, figurati negli altri. Nell’anno in cui tu nascevi io mi laureavo in sociologia, quando Ferrarotti era il boss, e avevo già letto da ragazzina Orwell (va tancora tanto di moda, ottima la riduzione cinematografica con john Hurt). Concordo con la necessità di partecipazione alla politica ma dev’essere presentata con più onestà agli elettori la cui facoltà cognitiva sarà manipolabile ma la c.d. “pancia” no. Infatti, le reazioni sono scomposte, non mirano al bersaglio giusto. Non so quanti siano i candidati onesti e loro volta non manipolati cognitivamente e coscienti di questa necessità. Di sicuro, Grillo è uno cosciente, con tutto il suo c.d. populismo. Butto un sasso nello stagno ma la mia onestà intellettuale me lo impone. Mi aspetto meno ingenuità da chi è in grado di far sentire la propria voce e che vedo ha una bella testa. Non aspetto altro che ricostruire la speranza di miglioramento, che è per noi europei un paradigma intoccabile (scomodo anche Thomas Kuhn). Saluti

  3. Paola, hai toccato troppi fronti di enorme complessità. Io mi sono limitato a dire che, proprio perchè conviene alla politica (ho utilizzato il “paradigma” dell’utilità, non dell’ingenuità), questa può essere la fase giusta per spingere su trasparenza e open government. Se oggi, nel rapporto eletti-elettori c’è un paradigma dominante è quello per cui “i politici sono tutti ladri”…e se la nostra classe dirigente ne vuole uscire deve necessariamente scegliere la via della trasparenza, altrimenti continuerà ad arroccarsi nella “torre d’avorio” e continuerà ad alimentare antipolitica e populismi vari. Sappiamo bene quanto possa essere influente il “pensiero unico”, l’informazione manipolata, e così via, ma è vero anche che rendere trasparenti le proprie scelte, obbliga a darne conto e in molti casi non è semplice difendere comunicativamente scelte palesemente “a rischio” o del tutto illogiche, sbagliate, clientelari, ecc. E’ più semplice – perchè più utile – ridurre rischi, polemiche, quando non indagini giudiziarie… Quanto al resto, condivido che alla base ci sia un problema culturale, lo sostengo da sempre. E’ vero che gli USA sono anche il paese di scientology, del marketing, della pubblicità, delle fiction…ma a me basta che siano un paese in cui chi perde un’elezione lo riconosce subito, in cui chi vince è il Presidente di tutti, in cui le decisioni della Corte Suprema non vengono mai messe in discussione, in cui, in parole povere, c’è un senso dello stato. Come c’è in Germania, Francia, Regno Unito…a monte la questione è tutta lì. E se non riusciamo a fare questo “cambio di passo” è proprio perchè i mutamenti culturali, ahimè, non avvengono in tempi rapidi. Spero che almeno si avvi però…

  4. sono d’accordo, l’obbligo ad essere trasparenti è un passo indispensabile nel nostro contesto e darà risultati. Ribadisco, comunque, che tutti noi non dobbiamo mai perdere di vista la visione complessiva, lo so che è molto faticoso. Grazie di avermi risposto subito

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