Ricordo, ormai un po’ a fatica, che l’incipit della mia tesi di laurea era grosso modo il seguente: “fin dagli anni ’20 (del Novecento), i sistemi elettorali sono stati caratterizzati da una stupefacente continuità. Il perché di tale continuità sembra risiedere nel fatto che, col tempo, la legge elettorale – costituzionalizzata o meno – sia divenuta una delle leggi fondamentali di ogni regime politico”. Gli anni ’90 in realtà segnarono una prima importante discontinuità, anche a causa della transizione democratica di tutta l’Europa dell’Est che comportò, tra le altre cose, un fiorire di sperimentazioni elettorali. Il resto del mondo, a parte Italia, Giappone e Nuova Zelanda, rimase fedele alle sue leggi elettorali.

Era il 1999. Da allora, abbiamo avuto tre elezioni con il Mattarellum (sistema misto, con assegnazione seggi per 3/4 maggioritario e per 1/4 proporzionale) e due con il Porcellum (sistema maggioritario di coalizione, con assegnazione proporzionale dei seggi, spesso erroneamente definito come sistema proporzionale…). E nel 2013 come voteremo? Ancora non si sa, forse il Procellum mangerà il panettone, o meglio la colomba. Forse no, e verrà rimpiazzato da un sistema simile che tuttavia abbasserà l’entità del premio di maggioranza e alzerà la soglia di voti per ottenerlo. In ogni caso, ciò che voglio sottolineare è che, a fronte di paesi che non modificano la legge elettorale da decenni, quando non da secoli, noi siamo alla continua ricerca della “formula magica”. Da noi, in altri termini, c’è una “stupefacente continuità di riforme elettorali”…

Il perché è presto detto: la legge elettorale, normalmente, è una legge fondamentale dello Stato. E non può essere altrimenti, visto che è lo strumento che stabilisce come trasformare voti in seggi, e dunque come “pesare” la rappresentanza democratica. In quanto legge fondamentale, implica per definizione una certa continuità, dettata anche dalla storia e dalla cultura politica di un paese. C’è una ragione storico-culturale dietro i sistemi maggioritari dei paesi anglosassoni, così come dietro i sistemi (tendenzialmente) proporzionali dell’Europa continentale (Francia esclusa). Diventa invece una legge “come le altre” se viene interpretata come un modo per incrementare il proprio potere o per minimizzare le sconfitte da un’elezione all’altra. Insomma, avete capito dove voglio andare a parare. Il problema è sempre lo stesso: anche le regole del gioco in Italia sono “di parte”, non c’è niente da fare. Oggi l’obiettivo è far vincere qualcuno, ma non farlo vincere troppo e possibilmente evitando di far esplodere il numero di seggi di qualcun altro… Mi sembra un ragionamento serio, responsabile, di respiro ampio e che sicuramente darà continuità alla nuova legge elettorale. Prepariamoci: se si vota il 7-8 aprile, dal giorno 9 si riparlerà di riforma elettorale….

Con sincera tristezza,

LDG