Il direttore di Omniroma, Giuseppe Musmarra, ha lanciato tempo fa le twitinterviste agli allora presunti candidati a sindaco di Roma. Oggi L’Espresso, su iniziativa di Alberto Fiorillo, ha promosso un twitbattito di ben 7 ore – 1 ora per ogni coppia di candidati – con tutti coloro che, a 3 mesi e mezzo dalle elezioni amministrative, risultano essere candidati contro Gianni Alemanno. Nonostante lo tsunami verificatosi dal momento dell’annuncio delle dimissioni del Papa, il twitbattito è stato seguito in maniera costante da diversi utenti. La cosa che più mi ha impressionato, tuttavia, è che sovente le domande, anche quelle provenienti dalla rete, erano più precise delle risposte. Per carità, Twitter ha grandi limiti da questo punto di vista. Rispondere in 140 caratteri alla domanda “come migliorare la mobilità a Roma” è un’impresa sovrumana. Però ho letto tante risposte evasive, fumose e “politichesi” a diverse domande che invece erano molto precise e richiedevano risposte altrettanto precise. D’altro canto è mancata tra le domande – ma neanche un accenno è venuto dalle risposte – la questione chiave dei poteri di Roma Capitale. Quando si parla di mobilità a Roma, lo sanno i nostri candidati che oggi significa avere a che fare con Stato, Regione, Trenitalia, RFI, Astral, Cotral, Atac, Agenzia della mobilità e chi più ne ha più ne metta? Come può l’Amministrazione di Roma incidere profondamente senza i poteri e le risorse adeguati per una Capitale, peraltro estesa 9 volte Milano…?

Sarà che mancano ancora più di 3 mesi, ma mi pare che i candidati non siano mediamente molto ferrati, ad eccezione di chi vanta già un trascorso nella nostra Amministrazione. Non farò nomi, né graduatorie personali anche per rispetto del ruolo che ricopro. Mi limito ad osservare che se Twitter ha i suoi limiti manifesti per questo tipo di operazione, diversi candidati sono riusciti a usare i 140 caratteri per non dire nulla, se non frasi fatte buone per tutte le stagioni.

E aggiungo che, nel giorno in cui Ilvo Diamanti pubblica un articolo su Repubblica da cui emerge che il 60% degli italiani si forma un’opinione politica guardando la TV e solo il 10% su internet, possiamo divertirci quanto vogliamo a fare i “fenomeni” su Twitter, ma la “chiave del successo” è ancora in quella scatola infernale che da decenni ci fa il lavaggio del cervello. D’altronde, perché Silvio non ha un profilo vero su Twitter eppure Berlusconi è l’hashtag più twittato? E perché tra un po’ lo vedremo spuntare pure a “La prova del cuoco” e a “Voyager”?

LDG