Nel marzo scorso scrivevo che tra tecnocrazia, sofocrazia (governo dei saggi) e antipolitica, la nostra democrazia faticava da un anno e mezzo a ridare centralità alla politica. E mi chiedevo: “quanto durerà questa sospensione della e dalla politica che va avanti di fatto dal 2011?” Già allora dissi che  durerà poco, e per fortuna.

Certo, se siamo arrivati ai governi tecnici, alle commissioni di saggi e ad un movimento antipolitico in tutto – a cominciare dalla sua neolingua dai “vaffa” ai “cittadini”- che diventa primo partito in poco tempo, la classe politica della seconda repubblica ha enormi responsabilità. E’ stata inconcludente, inefficace, decisamente poco esemplare in termini di etica pubblica, incapace di sostituire i partiti di massa della Prima Repubblica se non con partiti personali che ci fanno quasi rimpiangere l’era del pentapartito. Tuttavia, pian piano, questa fase di “sospensione dalla politica” verrà meno perché imploderanno i suoi prerequisiti.

I tecnici al governo, dopo una prima fase di legittimazione insindacabile e aprioristica, sono usciti con le ossa rotte, tra aspettative deluse e indicatori mecroeconomici disastrosi. Grillo e i suoi, dopo l’exploit elettorale, stanno perdendo consenso a rotta di collo per via di un atteggiamento “irresponsabile”, spocchioso e arrogante specie nella prima fase, e per via di evidenti contraddizioni e limiti, oltre a un’incompetenza manifesta pressoché su tutti i fronti.

A loro modo, tutte queste forme sostitutive della politica di professione sono forme di antipolitica. Nascono tutte dall’insoddisfazione e dalla delusione profonda creata dalla Politica (con la P maiuscola) nei decenni scorsi. Tuttavia, questa fase non può durare, semplicemente perchè tecnici e “cittadini” improvvisati sono peggio dei politici di professione.  Non ci si improvvisa politici, ministri o parlamentari, ormai dovrebbe essere evidente a tutti.

Certo, resta un problema drammatico di fondo. La politica che tornerà deve essere più forte di prima. Più forte dell’antipolitica, più forte del populismo e dei sondaggi, più forte della finanza e delle organizzazioni internazionali. Ma per farlo serve un profondo cambiamento, una vera e propria rigenerazione,  una politica finalmente per vocazione e competenza (politik als beruf, diceva Max Weber, ossia politica come professione e vocazione), che intenda il ruolo con grande spirito di servizio e nell’interesse della nazione.

Se ciò non accade, dopo aver sperimentato tutte le alternative fallimentari, cosa resterà? Per ora prevalgono l’astensionismo e la disaffezione. Domani? La rivoluzione…?

LDG