Ieri ho scritto un post sul PDL al bivio, per sottolineare come questa fase politica convulsa rischi di sfociare in atteggiamenti e comportamenti borderline con l’eversione. Perché ritengo evidente che mettere seriamente in discussione tre gradi di giudizio della magistratura significhi di fatto delegittimare per intero il nostro ordinamento, il nostro stato di diritto.

Ieri sera, a queste ipotesi teoriche, si è aggiunta la questione della grazia che Brunetta e Schifani vorrebbero chiedere a Napolitano per salvare Berlusconi da questa sentenza a dir loro ad personam e riportare così alla pari le forze politiche in campo.

Lo sappiamo bene – sono 20 anni ormai che lo sappiamo – che da una parte c’è chi ritiene che Silvio sia un perseguitato da una magistratura politicizzata che vuole estrometterlo dalla scena politica e dall’altra c’è chi lo ritiene, alla pari degli altri cittadini, un individuo non al di sopra della legge e che dunque interpreta questa sentenza “semplicemente” come una sentenza di un organo indipendente.

Queste due posizioni oggi sono al limite, la loro polarizzazione si è inevitabilmente radicalizzata ora che è arrivata la prima condanna definitiva. Tuttavia, come dicevo già ieri, la condanna definitiva sposta il livello del contendere fino a raggiungere le fondamenta del nostro Stato, della nostra democrazia.Proprio per tale ragione, ritengo la richiesta della grazia assolutamente irricevibile da parte di Napolitano. Non solo per ragioni procedurali – non sta a Brunetta e Schifani richiederla ed è previsto un iter lungo e dettagliato che non passa per un appuntamento al Quirinale – quanto per ragioni sostanziali di cultura istituzionale e di legittimazione dello Stato. Se, infatti, Napolitano graziasse Berlusconi, di fatto sarebbe un capo di Stato, garante dell’unità nazionale – peraltro anche presidente del CSM – che con un colpo di spugna fa fuori tre gradi di giudizio della magistratura e dunque delegittima agli occhi della comunità nazionale l’intero potere giudiziario, il senso delle regole (che già è molto precario in Italia), l’uguaglianza formale dei cittadini davanti alla legge,  e indirettamente tutto il nostro ordinamento statuale.

Eppure è proprio invocando la democrazia che parte del PDL sta affilando le armi, sostenendo che questa sentenza ad personam colpisce il leader di 10 milioni di italiani. Il problema a questo punto è definitorio, concettuale. La democrazia dei moderni – la nostra – è governo del popolo, certo. Ma tutti gli studiosi occidentali più illustri, da Schumpeter a Sartori, sottolineano giustamente che la democrazia va definita ribaltando l’ottica classica che parte dal significato etimologico di “governo del popolo”, una definizione che ha sempre creato – secondo Schumpeter – problemi di operazionalizzazione del concetto. Il problema apparentemente si potrebbe risolvere “con relativa facilità se fossimo disposti a rinunciare all’idea di un “governo di popolo” e a sostituire quella di un “governo approvato dal popolo”. Questa definizione sembra godere a proprio vantaggio di tutti gli argomenti possibili. E tuttavia, non possiamo accettarla. La storia abbonda di autocrazie dei gratia o dittatoriali, di monarchie di tipo non-autocratico, di oligarchie aristocratiche e plutocratiche che ottennero normalmente l’appoggio totale e spesso entusiastico di una maggioranza schiacciante del popolo” (Schumpeter). In altri termini, se basiamo la definizione di “democrazia” solo sulla legittimazione popolare di un leader, o di un’élite al potere, facciamo diventare democratici anche tutti i regimi autoritari e totalitari che dovessero nascere sull’onda del consenso (vedi Hitler e Mussolini ad esempio).

Non è un caso che l’art. 1 della nostra Costituzione afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La democrazia ha bisogno di regole fondanti, sono quelle che fanno la differenza. E le regole devono essere accettate da tutti, altrimenti si diventa anti-sistema, eversivi appunto. Sempre Schumpeter sostiene che “il metodo democratico può funzionare senza attriti solo se tutti i gruppi che veramente contano in una nazione sono disposti ad accettare qualunque provvedimento legislativo  e tutti gli ordini esecutivi emessi da autorità giuridicamente competenti. Il governo democratico funziona in modo soddisfacente solo se tutti gli interessi importanti sono praticamente unanimi nell’attaccamento non soltanto al paese, ma anche ai princìpi strutturali della società. Ogni qualvolta tali princìpi sono revocati in dubbio o sorgono problemi da cui la nazione è divisa in campi ostili, la democrazia funziona in svantaggio. E può addirittura cessar di funzionare quando siano in gioco interessi e ideali intorno a cui il popolo rifiuta di scendere a patti”.

Ecco qual è il rischio che si corre tirando troppo la corda. Che si sgretoli il collante, l’humus democratico che tiene in piedi la nostra casa comune. Ed ecco perché trovo grottesco il solo pensare alla richiesta di grazia per Berlusconi, che chiuderebbe (?) 20 anni di battaglia politico-istituzionale, salvando una persona e sgretolando le colonne portanti dello Stato e della comunità nazionale. Anche se quella persona dovesse avere il consenso di 30 milioni di italiani, la Cassazione è “Cassazione”. Altrimenti si rimette in gioco tutto, ma proprio tutto…
LDG