Mi sono espresso varie volte sui “partiti personali”, tendenza infausta della politica italiana recente. Per partiti personali intendo quelli che nascono e muoiono con il loro leader, quelli cioè che non hanno un fondamento culturale, valoriale e organizzativo, bensì, al limite, un fondamento carismatico e leaderistico. Ovviamente quando si pensa a questo tipo di partito, il primo pensiero corre a Berlusconi e alle sue creature, che si chiamino Forza Italia o PDL. Tuttavia, purtroppo, i casi sono molteplici. Cosa è l’IDV senza Di Pietro? E Scelta Civica senza Monti? E, al di là della retorica della democrazia orizzontale e dal basso, cosa è il Movimento 5 Stelle senza Grillo? Sarebbero mai nati questi partiti senza questi leader? E, soprattutto, sopravviverebbero alla fine dei loro fondatori?

La politica si è personalizzata e – di conseguenza leaderizzata – in tutto il mondo, anche a causa della sua mediatizzazione e spettacolarizzazione. Obama è un grande leader carismatico-mediatico. A suo modo lo è stato anche Sarkozy e prima ancora Tony Blair. Ma c’è una bella differenza tra quei leader e i nostri leader. Loro sono nati politicamente in partiti strutturati, a loro preesistenti e che a loro sono sopravvissuti e sopravviveranno. Questo è fisiologico nella democrazia dei partiti. Diventa patologico quando un partito nasce e muore con un leader. E’ quello che trasforma un partito politico in un fan club…

Personalmente ho etichettato spesso il PDL come un fan club. D’altronde, se c’è un popolo che sostiene l’innocenza a prescindere e dunque l’impunità del suo leader (senza neanche provare a leggere mezza sentenza) cos’è se non un enorme fan club? Il problema che sta rendendo ancora più sui generis il caso del fan club PDL negli ultimi giorni, è la vicenda “Marina Berlusconi”. Vicenda che farebbe fare un salto di qualità al partito, che da personale/patrimoniale diventerebbe anche familiare/ereditario. Un modo evidentemente molto democratico per selezionare il leader…

La cosa più imbarazzante, però, è che a fronte di un silenzio perpetuo della leader in pectore, c’è già un bel coro di sostenitori all’interno del PDL circa questa ipotesi. Dunque, una generazione politica che è in campo in alcuni casi da 20 anni è pronta ad accettare serenamente questa “successione”, senza che Marina abbia alcun precedente e alcuna esperienza politica. La tesi a sostegno della “candidatura” di Marina Berlusconi è che anche i Bush e i Kennedy erano famiglie impegnate in politica. Se possibile, tale lettura peggiora le cose. George W. Bush fa politica dal 1978 e i Kennedy (J.F., Bob e Ted) hanno iniziato a fare politica tutti insieme tra fine anni ’50 e inizi anni’60. In che modo, dunque, le loro vicende siano comparabili a quella di Silvio Berlusconi che fa politica da 20 anni e di sua figlia che non l’ha mai fatta è un mistero… Peraltro si stanno paragonando anche due sistemi tra loro molto, forse troppo diversi. Gli USA nella letteratura politologica erano definiti un “no party system”, ossia un sistema senza partiti, per evidenziare il ruolo debole e intermittente dei partiti stessi nel sistema politico americano. L’Italia era definita “partitocrazia”, per evidenziare il contrario, ossia che tutto passava attraverso i partiti, a fronte di una debolezza storica e strutturale dello Stato. Dunque, già il solo confrontare due sistemi di partito tra loro antitetici risulta quantomeno ardito.

La verità è che l’evoluzione (sarebbe meglio dire involuzione) della destra italiana ha inanellato una serie di vicende e di episodi che hanno di fatto suggellato e “sigillato” la leadership berlusconiana. In particolar modo, la sua ultima discesa in campo, col partito ai minimi storici e una classe dirigente che osava timidamente parlare di elezioni primarie, ha chiuso definitivamente ogni possibilità di avere un partito “normale”. Da quel momento l’equazione PDL=Berlusconi è diventata inemendabile.

Al di là delle sue vicende e delle sue scelte, in questa fase (per lui) indubbiamente delicata, ciò che più salta all’occhio è il vuoto di idee, di pensiero strategico e di coraggio di una classe politica attaccata ai pantaloni di un promettente 77enne – ora anche pregiudicato per frode fiscale – che continua a monopolizzare non solo la vita del suo partito, ma di fatto a tenere ostaggio un intero paese che, anziché discutere di come uscire dalla crisi e dei provvedimenti dei primi 100 giorni del Governo, non fa altro che interrogarsi sulla sua “agibilità politica”. Agibilità che passa anche dall’eventuale investitura di facciata e per trasmissione ereditaria di Marina Berlusconi.

Per quanto tempo ancora la destra italiana deciderà di essere l’emblema di una “mente servile” collettiva?

LDG