Come è noto, le Costituzioni nel mondo si dividono in “rigide” e “flessibili”, a seconda della facilità con cui è possibile riformarle. La nostra, secondo alcuni, è al di fuori di queste categorie: è semplicemente immodificabile. Un totem inemendabile. Una sorta di “dieci comandamenti” in salsa contemporanea.

Il leader di questo movimento dei “guardiani della Costituzione” è Stefano Rodotà. Il “quasi” Presidente della Repubblica, noto giurista, pur di non far toccare a nessuno il cimelio è arrivato a sostenere, durante Servizio Pubblico di giovedì scorso, che il numero dei parlamentari e le modifiche al bicameralismo perfetto si possono fare per legge ordinaria. Roba che se l’avesse detto Calderoli sarebbe venuto giù lo studio televisivo dalle risate… In pratica, pur di non mettere mano alla Costituzione, è meglio violarla. Complimenti…un’ottima presentazione per l’eventuale prossimo Presidente della Repubblica.

L’altra tesi di Rodotà a supporto di questo conservatorismo istituzionale è che un eventuale passaggio dalla forma di governo parlamentare a quella presidenziale (o semipresidenziale) agevolerebbe la transizione verso un regime autoritario. Perché, non c’è niente da fare, è sempre quello il problema. Non aver chiuso i conti col passato, vivere e far rivivere il fantasma del ventennio fascista tutti i giorni nella retorica e nel dibattito politico, tenere viva una guerra civile strisciante, sempre pronta ad usi e strumentalizzazioni elettorali, è il vero problema della nostra cultura politica.

Ora, premesso che, ovviamente, una democrazia presidenziale non equivale a un regime autoritario, né è più propensa a diventarlo (anzi, è più probabile che vi si arrivi con una democrazia parlamentare che non funziona e che porti a invocare l’uomo solo al comando), possibile che vi sia chi non si rende conto che il nostro sistema non funziona più? Non decide, non produce politiche efficaci, ha tempi e procedure biblici, genera “inciuci”, trasformismi, corruzione…il tutto con un’inevitabile crisi di legittimità che è arrivata a cifre impressionanti: se va bene il 7-8% degli italiani ha fiducia nel Parlamento e il 4-5% dei partiti. I due fondamenti della democrazia parlamentare sono considerati “il problema” e non la soluzione dei problemi. Questa era, grosso modo, la situazione della Repubblica di Weimar, a proposito di possibili derive autoritarie…

Evidentemente c’è a chi sta bene tutto questo. Io preferirei una “democrazia decidente”, che rinunci al bicameralismo perfetto (caso unico al mondo tra le democrazie consolidate), che riduca il numero dei parlamentari, che adotti una forma di governo presidenziale o almeno con un capo del governo con poteri reali, che rimetta mano al Titolo V (a proposito, nel 2001 non ho visto tutti questi guardiani, quando si è deciso di ingolfare la Corte Costituzionale di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni e si è impantanato il sistema di governo multilivello del paese), che adotti una legge elettorale in grado di ristabilire il principio della rappresentanza verso gli elettori e non verso chi nomina i parlamentari e di favorire aggregazioni e riduzione del numero dei partiti.

Lo so, sono un temibilissimo sovversivo.

LDG