(Dis)lessico della politica: il partito radicato sul territorio

Schermata 2014-08-03 alle 12.05.19Oggi inauguro una specie di rubrica sul mio blog. Ho deciso di chiamarla “(Dis)lessico della politica“. Non è un’autovalutazione dell’autore (!), piuttosto sarà una raccolta di (mie) valutazioni su alcune parole o concetti-chiave usati a sproposito, vuoti o assolutamente fuori tempo massimo nella retorica politica.

Del “fuori tempo massimo” fa parte a mio avviso la formula magica del “partito radicato sul territorio”. Bella per carità, affascinante. Ma novecentesca fino al midollo e decisamente obsoleta. Oggi va molto di moda nel centrodestra, specie tra chi è erede di AN o della DC, meno ovviamente tra i “berlusconiani” che riconoscono come “territorio” tutt’al più Palazzo Grazioli e il giardino di Arcore. Ebbene, pare proprio che questa formula magica sia il segreto per andare “oltre Berlusconi”. Basta col “partito leggero”, col leader che instaura un rapporto diretto e im-mediato con gli elettori. Ci vuole un partito serio, strutturato, pesante. Una macchina da guerra che torni sul territorio. Come erano la DC, o il PCI, o la SPD. “Erano”, appunto. Erano. Quando la politica mobilitava le masse, indottrinandole sulla base delle grandi meta-narrazioni (ideologie) e “vendendo” loro un mondo migliore: più giusto, più equo, più libero, più sicuro (a seconda dei partiti). 

Poi però le meta-narrazioni sono svanite…da un bel po’. E c’è stato tal Silvio Berlusconi che per 20 anni ha fatto il bello e il cattivo tempo, usando l’ideologia solo per continuare a tener vivo il “nemico comunista”, ma diventando egli stesso l’argomento del contendere in campagna elettorale: con me o contro di me, la “scelta di campo”. Insomma se c’è qualcuno che il territorio l’ha volutamente dimenticato e snobbato è proprio quella parte politica che oggi rivendica la sua importanza. 

E dunque, territorio a tutto spiano! E’ lì la chiave. Berlusconi ha esaurito il suo compito di consensus-builder, non funziona più. Torniamo nelle piazze, armiamoci di megafono, magari riempiamo di nuovo le città di “sezioni” di partito e la vittoria sarà nostra!

Evidente, quasi lapalissiano: nell’era dei partiti personali, del digitale, dei social media, dei personal device, della leaderizzazione della politica, del marketing personalizzato, insomma dell’individualizzazione a tutto campo. Ma, soprattutto, nel momento in cui dall’altra parte hanno capito quanto conta il leader…la chiave è tornare ai partiti di massa. Peccato che la massa sia diventata un po’ magrolina…e anche parecchio incazzata. 

Trovo assolutamente geniale pensare di radicare i partiti sul territorio nel momento in cui la fiducia per i partiti è intorno al 2%. Nel momento in cui se provano a fare una raccolta firme non arrivano a portare ai banchetti neanche i parenti di secondo grado. E se mettono un gazebo per strada la gente lo evita come la peste…”Oddio, che so’ politici? Che palle. Attraversa va…”. Questo pensa oggi “il territorio”… e quando va a votare, si vede benissimo. Ancor di più quando non va a votare…

Eppure quel 2% parla chiaro, non è difficile interpretarlo. Come parla chiaro il 55-60% di fiducia in Renzi. Non nel PD…in Renzi. Al punto che ormai Ilvo Diamanti lo chiama PDR (Partito Democratico Renziano). Evidentemente è un leader radicato sul territorio. Non c’è altra soluzione…

La verità è che serve un nuovo leader e una nuova classe dirigente. Di cui drammaticamente non si vede neanche l’ombra. E allora si cercano alternative improbabili, tipo radicamento su un territorio che non c’è più o carte dei valori (di cui non frega nulla a nessuno). Tutto per restare a galla, confidando che Renzi finisca contro un muro e che gli italiani, come sempre, dimentichino…

LDG

2 commenti

  1. La Lega Nord è un partito radicato sul territorio che muove su un’ideologia abbastanza forte; forse questa sua diffusione territoriale, a cui il prof. Marco Almagisti ha collegato la colonizzazione di sacche del capitale sociale, le ha consentito di resistere alla fase di isolamento e di pressione mediatica.
    Dopo tutto, oltre che da Matteo Salvini, la Lega è ripartita dal territorio amministrato E presidiato dalle sezioni e dai gazebo.

    1. Vero. Ma cosa sarebbe le Lega oggi senza un leader giovane ed efficace? E quanto è cambiata l’ideologia di fondo in questi anni? Il territorio le ha garantito una sopravvivenza nella fase critica, ma il valore aggiunto oggi mi sembra, anche per la Lega, un mix tra leader attrattivo e programma variabile (orientato in base alle questioni populistiche più utili di volta in volta…)

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