Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG