Dopo la puntata di Report di ieri forse dovremmo ribattezzarlo “Nonclair”. I colpi assestati da Milena Gabanelli & Co. al marchio “made in France” scippato con tanto onore dal “made in Italy” sono stati davvero notevoli. Alcuni diranno che “si sapeva”, che “fanno tutti così”, che è “la globalizzazione”, ecc. ecc. Fatto sta che il titolo è crollato in borsa, che le sue pagine “social” sono state sommerse di “complimenti” e che sono partite raffiche di avvocati contro Report. Perché, nella società dell’immagine, una cosa è “sapere” per sentito dire, o “leggere” su un quotidiano, un’altra è “vedere” con i propri occhi. 

E ieri abbiamo visto diverse cose, in una puntata davvero ben congegnata per far male al marchio Moncler.

Il primo colpo assestato dagli autori è, come si conviene, allo stomaco. Il colpo da “pelle d’oca” è il caso di dire. Quello cioè dello “spiumaggio selvaggio”: 2 minuti di rasoio e l’oca è nuda come un pesce (se le va bene, altrimenti è una specie di groviera che gronda sangue da tutti i pori). Il colpo allo stomaco è il classico colpo à la Maria De Filippi, quello che fa più effetto e fa più male di tutti come sappiamo bene dai video di gattini su FB… Quello che ha generato centinaia di migliaia di “oddioooooo, poverineeeeee. Basta, non comprerò più piumini di Moncler“. 

Ma questo colpo, per quanto un ottimo apripista, sarebbe potuto non bastare. Per cui, dopo lo stomaco, si è passati a stuzzicare la testolina dei cittadini/consumatori. Abbiamo scoperto che un piumino che ha un prezzo di costo di 50 euro, viene venduto a 1200. E qui è scattata la logica del “colpo al portafoglio”, quelli che “noooo, vabbè, manco le piume di qualità. E guarda lì, i bottoni che cascano, i fili che si tirano. Ma come fanno a chiedere mille euro? Questi so’ proprio ladri. Basta!“.

Ma siccome non c’è due senza tre, arriva anche il colpo finale di nuovo allo stomaco, di quelli che ti mandano K.O.. Scopriamo che diverse aziende pugliesi che prima lavoravano per Moncler, sono state escluse dal processo produttivo letteralmente per 4 soldi. E che quindi il “presunto” made in Italy decide di non far lavorare gli italiani “per un pugno di dollari” (o euro, o qualunque valuta: in Transnistria va bene tutto). E lì scatta il terzo e letale “Ma dimme te, co’ 4 spicci farebbero lavorare un sacco di gggente. Co’ sta crisi…ma cose da pazzi!“. E lo stomaco si contorce ulteriormente, richiamando alla mente scioperi, manifestazioni, casse integrazioni, amici, parenti, giovani senza lavoro e chi più ne ha più ne metta.

Non voglio entrare nella querelle e nelle eventuali spiegazioni dei costi aziendali, aspettiamo le repliche dell’azienda. Certo è che fino a ieri compravamo Moncler semplicemente per il brand. Perché è un Moncler, alias è figo, cool, di buona qualità (un alibi utile a spendere mille euro) e perché se costasse 200 euro non sarebbe un Moncler. Sarebbe un piumino “da sfigati” e non lo compreremmo.

Oggi il brand è messo maluccio e non abbiamo più neanche l’alibi della qualità. E pensare che compravamo Moncler proprio per i suoi negozi in centro, arredati come un Hotel a 5 stelle, con gli addetti quadrilingue e pensare che magari l’azienda è finita a produrre in Transnistria proprio per questo…Per noi, che consumiamo brand come patatine e che da domani compreremo Woolrich, che sicuramente spiuma le oche in vasche con idromassaggio, cromoterapia e olio d’argan come se piovesse…

LDG