italicum porcellumPer anni abbiamo letto e ascoltato di tutto e di più sui “nominati” derivanti dalle liste bloccate del Porcellum. Negli stessi anni abbiamo votato per Circoscrizioni, Comuni, Province, Regioni e Parlamento europeo con il sistema delle preferenze. Per cui ci chiedevamo (e in molti lo fanno anche oggi) come mai le tanto vituperate preferenze andassero bene ovunque tranne per le elezioni del Parlamento.

Ciononostante, anche l’italicum è nato senza preferenze e sta crescendo sulla base del modello che prevede i capolista bloccati  e il voto di preferenza per gli altri (ipotesi che dovrebbe comportare almeno la metà dei futuri Deputati di nuovo “nominati”).

Sinceramente trovo inutile, e anche abbastanza ridicola, la diatriba su cosa sia meglio in assoluto tra collegio uninominale, liste bloccate, preferenze. In un paese in cui la classe politica è reclutata in maniera seria, regolata e meritocratica funzionano tutte e tre le formule. In un paese in cui il reclutamento (e anche il processo di voto) è viziato da innumerevoli variabili “poco edificanti” non funziona nessuna delle tre. Non a caso:

Ai tempi del Mattarellum, con i collegi unoniminali, abbiamo avuto il fenomeno dei “paracadutati”, ossia (ad esempio) candidati vincenti in Sicilia anche se piemontesi, grazie al voto “fedele” al partito (caso emblematico, Di Pietro al Mugello) che faceva letteralmente “scomparire” il candidato dalla percezione degli elettori. Si votava un simbolo. Punto.

Ai tempi del Porcellum abbiamo avuto i Razzi, gli Scilipoti, le “veline” e tutte le “invenzioni” di queste ultime legislature (compresa l’ultima).

Con le preferenze, specie alle Regioni, abbiamo avuto un sacco di indagati e condannati per corruzione, associazione mafiosa e chi più ne ha più ne metta, a causa del “voto di scambio”.

Non ne usciamo. E’ inutile impiccarsi, non è il tipo di collegio/circoscrizione che “ci salverà”. Dobbiamo salvarci da soli, a monte, valutando le condizioni sistemiche attuali.

E su questo, due cose si possono dire.

1. Nell’era dei “partiti personali”,  è “naturale” che la lista bloccata riscuota successo tra i partiti. Ovvio che i leader di partito tifino per la possibilità di scegliersi i parlamentari (anziché farli scegliere agli elettori) ed è altrettanto ovvio che trovino una maggioranza in Parlamento favorevole a tale ipotesi. “Se sono stato eletto già per fedeltà al leader, sarò ricandidato (anzi rinominato) per la stessa ragione”.

Il problema è: vogliamo davvero che si continui su questa china? Ci sta bene che i partiti siano diventati dei “comitati elettorali” del leader di turno (come dice, ad esempio, Cirino Pomicino) o dei “fan club” di una pop star di turno, come preferisco dire io? E che i nostri rappresentanti derivino esclusivamente dalla “fedeltà al leader”? (Categoria assolutamente non politica e, direi, sub-umana, tendenzialmente canina…). 

2. Nell’era post-ideologica, in cui il “voto di appartenenza” (ossia il voto fedele, a prescindere, per un dato partito) non esiste più, il collegio uninominale potrebbe tornare utile perché “costringerebbe” i partiti a candidare personaggi noti, ma anche con una certa reputazione (non il tronista o la velina di turno, insomma) e un certo attaccamento al territorio del collegio. Ci sarebbero grandi difficoltà a “paracadutare”, che so Faraone (o Emiliano) in Emilia-Romagna e a farlo eleggere, tanto per fare un esempio. E’ vero che la scelta dei candidati resterebbe in mano ai leader di partito, ma quanto meno essi dovrebbero fare i conti col candidato unico su un determinato territorio. Difficile far passare “la qualunque”…

Premesso che, ahimè, l’ipotesi del collegio uninominale non è sul tavolo, e premessi tutti gli accorgimenti del caso sulle preferenze (voto di scambio, incentivo alla corruzione, scarso utilizzo da parte degli elettori, ecc.), siamo sicuri che vogliamo continuare sulla strada della democrazia delegata (anziché reppresentativa)? In cui, appunto, deleghiamo alle pop star (perché tali sono, ieri Renzi ha parlato di “personaggi da Talk Show”) il compito di decidere chi ci rappresenterà in virtù di una appartenenza non a un ideale (non esistono più), né a un programma (neanch’essi esistono più, se non sotto forma di singoli annunci da ritwittare qua e là), ma a una persona? 

Forse dovremmo tutti ragionare, a monte, su cosa sta diventando la politica in Italia. O forse ci va bene così, perché meno decidiamo noi, più sarà facile e autoconsolatorio riempire di insulti le classi dirigenti presenti e future. Senza potere (reale), senza legittimazione democratica, ma sempre su tutti i media a sminuire h24 la loro credibilità rilanciando di promessa in promessa, di utopia in utopia, col volontarismo che sostituisce il potere. E si schianta su una realtà pressoché ingovernabile e che corre alla velocità della luce. Rinnovando la nostra voglia di shopping, che si concretizza nel cestinare tutti i leader (e con essi tutta la classe dirigente “nominata”) e nel cercare “in vetrina” (che sia la TV o uno smartphone) i nuovi leader a cui affidarsi, finché regge il loro “brand”. Sempre meno.

Renzi, “te lo dico da amico”, dacci le preferenze. Almeno avrete un alibi in più e ne toglierete uno a noi. E forse la politica camperà qualche altro anno. In caso contrario, sarete la solita “Ka$ta”, da impallinare h24 sui quotidiani e sui social media dopo ogni “battito d’ala” di qualsivoglia Procura d’Italia.

 

LDG