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Ora che l’italicum è stato approvato, possiamo tirare le somme e individuare i pro e i contro del nuovo meccanismo elettorale.

PRO

  1. Majority assuring

Come dice Matteo Renzi: “la sera delle elezioni sapremo chi avrà vinto. Chi avrà la maggioranza in Parlamento”. Vero, anche se in realtà questa novità si concretizzerà solo dopo la riforma del Senato, se andrà in porto. È il Senato che storicamente ha visto maggioranze “ballerine”, per via di un vincolo costituzionale. Infatti, alla Camera, anche il famigerato Porcellum garantiva una maggioranza certa alla coalizione (o al partito) vincente. E anche, prima, il Mattarellum. Per cui non è proprio una novità…In ogni caso, è bene che ciò sia stato mantenuto, grazie alla novità (questa si) dell’eventuale ballottaggio che serve a superare i rilievi della Consulta sull’entità del premio di maggioranza.

  1. Il premio di maggioranza al partito

E’ bene anche che si sia passati dal premio alla coalizione a quello al partito vincente. In un’ottica di riduzione del numero dei partiti e di maggiore governabilità questa novità è da considerarsi positiva. Ovviamente, tutto ciò dipende molto da come si strutturerà l’offerta politica. Tradotto: a sinistra c’è già un grande partito, a destra no. Se a destra, per ragioni tattiche, avremo un solo simbolo e una sola lista, ma fittizi, dopo le elezioni il numero dei partiti tornerà ad essere elevato. Esattamente come avvenne negli anni del Mattarellum. Prodi ha vinto elezioni con un solo simbolo, ma con 15 partiti in maggioranza…

  1. Il meccanismo di attribuzione dei seggi

Un’altra nota a favore è senz’altro quella di aver eliminato il cosiddetto “effetto flipper” nell’attribuzione dei seggi. Cioè, è stato modificato il rapporto tra vincolo territoriale e risultati dei partiti, che portava i partiti più piccoli a vedersi assegnati i seggi in collegi in cui non era detto che avessero ottenuto i migliori risultati. In pratica, si premiava il rapporto seggi/popolazione residente e si puniva il rendimento politico dei partiti. Ora non è più così, ed è un’altra novità positiva. Questo problema è ancora presente in altre leggi elettorali, quali quella per le europee dove, ad esempio, Lega Nord e NCD hanno ottenuto seggi in circoscrizioni in cui non sono andati benissimo, solo per ragioni di rappresentanza territoriale.

CONTRO

  1. La soglia di sbarramento al 3%

La soglia di sbarramento al 3% nazionale è troppo debole per fare efficacemente da filtro ai partiti minori. È una scelta contraddittoria rispetto al premio di maggioranza al primo partito. Dunque, una clausola aggiuntiva al sistema elettorale lavora per la riduzione del quadro partitico e l’altra no. Stando alla media dei sondaggi attuali, avremmo 7 partiti in Parlamento, salvo formazioni unitarie – al momento altamente improbabili – a destra.

  1. Le candidature multiple

Dall’effetto flipper dipendeva l’aver mantenuto le pluricandidature (ogni candidato può presentarsi al massimo in 10 collegi). Cioè, non sapendo con certezza dove sarebbero stati eletti, i leader dei partiti minori avrebbero potuto candidarsi in 10 collegi diversi, per poi optare eventualmente per un solo collegio. Ora che il vincolo territoriale (e il conseguente effetto flipper) è saltato, le pluricandidature si sarebbero potute evitare. Non è un grande spettacolo vedere accapigliarsi i candidati arrivati secondi in diversi collegi in attesa che il loro capolista scelga per quale collegio optare e far eleggere così un altro candidato del proprio partito. Così come non è un grande spettacolo vedere qualcuno che si presenta in 10 “territori” diversi. Il famoso “legame col territorio” che pretendiamo in un’ottica “maggioritaria” viene decisamente indebolito.

  1. Preferenze e capilista bloccati

Resto poco convinto sulla scelta finale. Il mix tra 100 capilista bloccati (per partito) e il resto eletti con le preferenze è un chiaro segnale di indecisione che “puzza” da lontano. Come dire, “noi leader di partito preferiremmo le liste bloccate, ma siccome per anni abbiamo contestato i nominati del Porcellum, abbiamo dovuto aprire, in parte, alle preferenze”. Queste ultime, peraltro, sono state “incriminate” delle peggiori nefandezze negli ultimi mesi (voto di scambio, incentivo alla corruzione, ecc.) proprio per rafforzare la scelta delle liste bloccate. Se è così però mi chiedo: come mai le preferenze sono il male assoluto quando si vota per il Parlamento e poi le utilizziamo per le europee, le regionali, le comunali e le circoscrizionali? Forse dovremmo iniziare a occuparci seriamente della selezione della classe dirigente da parte dei partiti, anziché prendercela di volta in volta con le preferenze e le liste bloccate.

  1. La parità di genere tra i candidati

A proposito di selezione della classe dirigente, una notazione sulla “parità di genere”, spesso sbandierata come un grande successo dall’attuale maggioranza: il numero di candidati complessivo di ciascun partito sarà perfettamente pari tra uomini e donne. Se la parità di genere è un principio positivo e irrinunciabile, è sicuramente un ottimo risultato. Personalmente, tuttavia, gradirei una rappresentanza di valore, a prescindere dal sesso. Meglio un uomo in più in Parlamento perché merita, che una donna in più perché donna.

  1. Il metodo della riforma

Il “contro” più importante di tutti, a mio avviso, resta legato al metodo in cui si fanno le riforme elettorali in questo paese. Se guardiamo alle altre democrazie consolidate, ci rendiamo conto che i loro sistemi elettorali sono stabili da decenni, se non da secoli, in alcuni casi. In Italia, la legge elettorale è sempre “in bilico” e questa è la sesta riforma in 90 anni, una ogni 15 anni in media. Ciò denota chiaramente che “non sappiamo dove vogliamo andare”, non abbiamo un modello di democrazia in mente tale da riflettersi anche nelle regole della competizione elettorale. Siamo stati proporzionalisti convinti in anni in cui era necessario esserlo (ma si arrivò comunque alla “legge truffa” in quegli stessi anni), maggioritaristi convinti nella prima fase della seconda Repubblica (Mattarellum) e maggioritaristi a metà in quest’ultima fase (Porcellum e Italicum). Questo andamento ondivago dipende dal fatto che la politica non si pone il problema di lungo periodo di come configurare l’assetto democratico del paese, bensì quello di breve periodo di come vincere le elezioni successive (o di come sopravvivere alle elezioni successive, nel caso dei partiti minori). Questa logica non porta a nulla, se non a riforme continue. Aspettiamoci che si riapra il dibattito elettorale immediatamente. Se mai si è chiuso. Resto convinto che l’unica riforma duratura può derivare da un’Assemblea costituente che lavori su indicazioni di massima dei partiti. E sono convinto che da un’ipotetica Assemblea costituente, oggi, al posto dell’Italicum avremmo un doppio turno di collegio, come in Francia…

LDG