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L’assedio durava da mesi. Non ci fosse stata l’inchiesta di “mafia capitale”, Marino sarebbe stato costretto a dimettersi da tempo. Lo pensano in tanti e lo penso anch’io. Basta rileggersi la rassegna stampa di un anno fa circa, quando il PD (“l’altro PD”) l’aveva già lasciato solo.

Mafia capitale gli ha dato ossigeno, gli ha permesso di deviare l’asse del dibattito pubblico romano dai trasporti, dalle buche, dal decoro, insomma dal governo della città, verso altre questioni. Questioni gravi, che hanno coinvolto anche la sua Giunta, il suo partito nell’Assemblea capitolina, Presidenti di Municipio del PD, il suo responsabile alla trasparenza, ma che – paradossalmente – l’hanno fatto emergere come l’eroe che combatte “il male”. O almeno questa era la sua “narrazione” e in diversi gli hanno creduto e ancora gli credono. D’altronde, il “marziano”, l’uomo senza partito (come scrissi qui), aveva questo vantaggio. E’ stato eletto nel PD, ma si è sempre presentato come un uomo fuori dal PD, fuori dai partiti, fuori dalla politica (“Non è politica. E’ Roma”). Un chirurgo pronto a fare il demiurgo, a curare Roma dai suoi mali e a farla risorgere, una trama perfetta, uno “schema narrativo canonico” (A. Fontana).

La narrazione dell’eroe-chirurgo si basava su alcuni concetti-chiave, fondamentali in tempi di antipolitica dominante e, di converso, di fiducia nella politica sotto zero: trasparenza, onestà, merito. Era questa “la differenza”, ciò che doveva renderlo marziano nei confronti di tutti gli altri, resa credibile dal suo essere più o meno outsider: membro di un partito, ma neanche tanto.

E la “marzianità” fu, senz’altro, una delle ragioni del suo successo elettorale. Così come è stata la ragione che l’ha tenuto a galla dopo “mafia capitale”. E’ evidente, però, che quando punti su quegli asset, l’esposizione agli scivoloni diventa notevole e va maneggiata con cura. Tradotto: se ti presenti come mister trasparenza e, nel pieno delle polemiche su vere o presunte bugie (c’erano sia quelle vere che quelle presunte), vai in TV “armato” di tutte le tue spese di rappresentanza e le metti online, diventa inevitabile la corsa alla “verifica” delle tue dichiarazioni. E quando arrivano 7 smentite in 7 giorni, la frittata è fatta. Con tanto di indagine, a quel punto inevitabile, della Procura e della Corte dei Conti, a peggiorare (anche) il “danno di immagine”.

E l’immagine, oggi, è tutto. Da essa deriva la nostra credibilità. Se l’immagine è infangata, la credibilità è persa. Una volta per tutte, non si recupera più.

Narrazioni e contro-narrazioni, dicevo. La narrazione di Marino è chiara, così come è chiaro il perché sia andata a rotoli. La contro-narrazione è altrettanto chiara: è un bugiardo, un furbetto e per di più incapace.

Entrambe generano dei frame (delle cornici, o delle lenti) attraverso i quali interpretiamo la realtà. Chi crede alla narrazione di Marino, chi è potremmo dire “fidelizzato” al brand Marino, tende a minimizzare le polemiche sugli scontrini, a riconoscere al Sindaco grandi novità moralizzatrici e a puntare sul complotto dei “poteri forti” (tesi che in Italia non manca mai). Chi crede alla contro-narrazione, tende a ritenere falsa e inefficace ogni dichiarazione e ogni scelta di Marino e a considerare gravissimi gli addebiti su pranzi e cene inventati (o presunti tali). Sulla base di questi frame, molte persone che oggi difendono Marino erano pronte a linciare Cota per l’acquisto delle “mutande verdi”, così come molti di quelli che lo condannano hanno chiuso occhi e orecchie su indagati, imputati e condannati serenamente al governo (e in diversi governi).

E’ un derby di emozioni. Uno dei tanti che viviamo quotidianamente sui social network, il terreno di gioco principale su cui i derby hanno luogo. Con Renzi o contro Renzi, con Marino o contro Marino, con Alemanno o contro Alemanno, con Salvini o contro Salvini e via discorrendo. In questi derby sono assenti del tutto: la politica (nel senso dei contenuti di policy proposti o le scelte fatte), la logica, la razionalità, i fatti, il confronto e il dialogo. Tutt’al più una gara a chi non cambia mai idea su nulla. “Rivendichiamo la nostra dose di emozione” (C. Salmon), materiale per il nostro narcisismo collettivo, nient’altro. Il resto è noia.

“Votare è comprare una storia. Essere eletto è essere creduto. Governare è mantenere la suspense” (sempre C. Salmon). Chi ha votato per Marino ha comprato quella storia. E’ stato eletto e dunque la storia è stata creduta. Ma oggi la suspense non c’è più perché quella credibilità è andata perduta. Ha perso la “supremazia narrativa” (A. Fontana) e ogni tentativo di recuperarla peggiora inevitabilmente le cose.

Il “prodotto” Marino è scaduto, l’abbiamo già cestinato. Renzi l’aveva capito da tempo: quando fiducia e gradimento dell’opinione pubblica si sedimentano è finita. Non oscilla più, non può più risalire. E con questi colpi finali degli scontrini siamo arrivati al capolinea. D’altronde, al di là dell’ipotesi di peculato, il falso ideologico che avrebbe commesso Marino nelle dichiarazioni sulle spese è un delitto “contro la fede pubblica”. Fosse vero, avrebbe tradito la fiducia dei cittadini. E siccome Marino non è un cittadino diverso dagli altri, per l’opinione pubblica l’ha già tradita prima dell’eventuale processo e dell’accertamento della verità.

Non ci resta che aspettare il prossimo, con una nuova storia  da  venderci e nuovi derby da giocare. Per cestinarlo al primo scivolone e ricominciare daccapo.

LDG