Sulle pensioni, sto con Renzi.

Un po’ di premesse:

  1. Le sentenze della Corte Costituzionale si rispettano. Altrimenti “salta il banco”, ossia, di fatto, il nostro ordinamento democratico.
  2. La sentenza sulla mancata rivalutazione delle pensioni non “costringe” il governo alla restituzione totale dei 18 miliardi stimati, bensì attacca prevalentemente la mancata proporzionalità del “taglio” e la scarsa adeguatezza della pensione non rivalutata.
  3. L’Italia ha la spesa previdenziale più alta in rapporto al PIL (oltre il 15%) tra i paesi occidentali: circa 250 miliardi di euro annui sui circa 800 totali di spesa pubblica.
  4. Gran parte di quella spesa deriva da una politica previdenziale “folle” e insostenibile dal punto di vista finanziario che è andata avanti indisturbata col sistema “retributivo” fino alla Riforma Dini (e alle 6 successive ulteriori riforme).
  5. La sospensione della rivalutazione delle pensioni per gli anni 2012 e 2013 fu decisa dal governo Monti col decreto “Salva Italia”; ha garantito un risparmio di circa 20 miliardi di euro annui per tre anni ed è stata votata da tutti i partiti allora presenti in Parlamento fuorché Lega e IDV.

Tutto ciò premesso (per dovere di cronaca e per fare chiarezza in questa “cagnara” generale), cosa ha deciso il governo Renzi?

La restituzione, per il 2015 e proporzionale per scaglioni, della mancata rivalutazione a tutte le pensioni sotto i 3200 euro mensili. E una nuova indicizzazione a partire dal 2016.

È un modo per restituire 2 miliardi anziché 18? Si, senza giri di parole.

È dunque una disapplicazione di quanto sancito dalla Consulta? A mio avviso no. I criteri sottolineati dalla sentenza mi sembrano tutti rispettati. Rimborsi proporzionati alle fasce (maggiori per le pensioni più basse, inesistenti per quelle più alte) e dunque adeguatezza dei “mezzi di sussistenza” garantiti ai pensionati meno abbienti (posto che la mancata rivalutazione non ha mai colpito le pensioni inferiori a 1500 euro lorde).

Fa bene il governo a limitarsi a questo rimborso? Assolutamente si. Per tre ragioni:

  1. Non sfora il rapporto Deficit/PIL per il quale siamo sempre a rischio “procedura di infrazione” (ossia multe salate dall’UE, altri miliardi da recuperare chissà dove);
  2. applica di fatto la sentenza, limitandosi a reagire a quanto contestato dalla Corte;
  3. soprattutto, continua a far capire agli italiani che il problema della spesa per pensioni c’è e resta sul tavolo.

Fanno meno bene, invece, tutti coloro che hanno votato il “Salva Italia” ad attaccare Renzi perché non restituisce tutti i 18 miliardi. Il “Salva Italia”, oltre ad aver garantito risparmi per circa 20 miliardi annui per 3 anni, si collocava sulla scia delle riforme Dini, Maroni, eccetera. Riforme sacrosante dal mio punto di vista, perché si sono poste per la prima volta il problema della sostenibilità di lungo periodo del sistema previdenziale e della tutela delle generazioni future (che avranno pensioni ridicole rispetto a quelle delle generazioni precedenti, come si evince dal confronto che segue).

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A tale proposito mi incuriosisce (per esser buoni) la sentenza della Consulta sul fronte dell’adeguatezza: se considera inadeguate quelle pensioni non rivalutate, come considererà quelle che deriveranno dal sistema 100% contributivo? Finirà per dichiarare incostituzionali tutte le riforme? Dovremo cercare centinaia di miliardi di euro per tornare al metodo retributivo e fallire con le tasche gonfie e le dentiere smaglianti?

Tornando alla politica, va bene che siamo in campagna elettorale e che quindi quei 5 milioni di pensionati coinvolti dalla sentenza tornano utilissimi a fini propagandistici, ma tutto ha un limite. E se è lecito contestare la formula del “bonus” (una restituzione non è certo un bonus) inventata da Renzi a scopi elettorali, è altrettanto lecito – anzi probabilmente di più – contestare chi oggi chiede il rimborso integrale dopo aver (giustamente) lavorato per decenni alle riforme previdenziali e alla limitazione di una spesa pensionistica gonfiata e insostenibile, sempre per le stesse ragioni: elettorali.

Il “presentismo” impera, per carità. Lungi da me volontà utopistiche di modificare una società senza memoria, senza logica e “tutta pancia”. Tanto più se i mass media (TV in primis), che dovrebbero informarci, ci riservano solo zuffe di “smemorati” utili a creare rabbia, confusione e disinformazione, solleticando l’unica cosa che conta: le emozioni. Ma magari ogni tanto provare a ragionare (e a ricordare) non guasta. Tra un servizio sul tailleur della Boschi, uno sulle felpe di Salvini e un video sui gattini, proviamo a far funzionare i pochi neuroni non ancora anestetizzati…

LDG

I pro e i contro dell’Italicum

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Ora che l’italicum è stato approvato, possiamo tirare le somme e individuare i pro e i contro del nuovo meccanismo elettorale.

PRO

  1. Majority assuring

Come dice Matteo Renzi: “la sera delle elezioni sapremo chi avrà vinto. Chi avrà la maggioranza in Parlamento”. Vero, anche se in realtà questa novità si concretizzerà solo dopo la riforma del Senato, se andrà in porto. È il Senato che storicamente ha visto maggioranze “ballerine”, per via di un vincolo costituzionale. Infatti, alla Camera, anche il famigerato Porcellum garantiva una maggioranza certa alla coalizione (o al partito) vincente. E anche, prima, il Mattarellum. Per cui non è proprio una novità…In ogni caso, è bene che ciò sia stato mantenuto, grazie alla novità (questa si) dell’eventuale ballottaggio che serve a superare i rilievi della Consulta sull’entità del premio di maggioranza.

  1. Il premio di maggioranza al partito

E’ bene anche che si sia passati dal premio alla coalizione a quello al partito vincente. In un’ottica di riduzione del numero dei partiti e di maggiore governabilità questa novità è da considerarsi positiva. Ovviamente, tutto ciò dipende molto da come si strutturerà l’offerta politica. Tradotto: a sinistra c’è già un grande partito, a destra no. Se a destra, per ragioni tattiche, avremo un solo simbolo e una sola lista, ma fittizi, dopo le elezioni il numero dei partiti tornerà ad essere elevato. Esattamente come avvenne negli anni del Mattarellum. Prodi ha vinto elezioni con un solo simbolo, ma con 15 partiti in maggioranza…

  1. Il meccanismo di attribuzione dei seggi

Un’altra nota a favore è senz’altro quella di aver eliminato il cosiddetto “effetto flipper” nell’attribuzione dei seggi. Cioè, è stato modificato il rapporto tra vincolo territoriale e risultati dei partiti, che portava i partiti più piccoli a vedersi assegnati i seggi in collegi in cui non era detto che avessero ottenuto i migliori risultati. In pratica, si premiava il rapporto seggi/popolazione residente e si puniva il rendimento politico dei partiti. Ora non è più così, ed è un’altra novità positiva. Questo problema è ancora presente in altre leggi elettorali, quali quella per le europee dove, ad esempio, Lega Nord e NCD hanno ottenuto seggi in circoscrizioni in cui non sono andati benissimo, solo per ragioni di rappresentanza territoriale.

CONTRO

  1. La soglia di sbarramento al 3%

La soglia di sbarramento al 3% nazionale è troppo debole per fare efficacemente da filtro ai partiti minori. È una scelta contraddittoria rispetto al premio di maggioranza al primo partito. Dunque, una clausola aggiuntiva al sistema elettorale lavora per la riduzione del quadro partitico e l’altra no. Stando alla media dei sondaggi attuali, avremmo 7 partiti in Parlamento, salvo formazioni unitarie – al momento altamente improbabili – a destra.

  1. Le candidature multiple

Dall’effetto flipper dipendeva l’aver mantenuto le pluricandidature (ogni candidato può presentarsi al massimo in 10 collegi). Cioè, non sapendo con certezza dove sarebbero stati eletti, i leader dei partiti minori avrebbero potuto candidarsi in 10 collegi diversi, per poi optare eventualmente per un solo collegio. Ora che il vincolo territoriale (e il conseguente effetto flipper) è saltato, le pluricandidature si sarebbero potute evitare. Non è un grande spettacolo vedere accapigliarsi i candidati arrivati secondi in diversi collegi in attesa che il loro capolista scelga per quale collegio optare e far eleggere così un altro candidato del proprio partito. Così come non è un grande spettacolo vedere qualcuno che si presenta in 10 “territori” diversi. Il famoso “legame col territorio” che pretendiamo in un’ottica “maggioritaria” viene decisamente indebolito.

  1. Preferenze e capilista bloccati

Resto poco convinto sulla scelta finale. Il mix tra 100 capilista bloccati (per partito) e il resto eletti con le preferenze è un chiaro segnale di indecisione che “puzza” da lontano. Come dire, “noi leader di partito preferiremmo le liste bloccate, ma siccome per anni abbiamo contestato i nominati del Porcellum, abbiamo dovuto aprire, in parte, alle preferenze”. Queste ultime, peraltro, sono state “incriminate” delle peggiori nefandezze negli ultimi mesi (voto di scambio, incentivo alla corruzione, ecc.) proprio per rafforzare la scelta delle liste bloccate. Se è così però mi chiedo: come mai le preferenze sono il male assoluto quando si vota per il Parlamento e poi le utilizziamo per le europee, le regionali, le comunali e le circoscrizionali? Forse dovremmo iniziare a occuparci seriamente della selezione della classe dirigente da parte dei partiti, anziché prendercela di volta in volta con le preferenze e le liste bloccate.

  1. La parità di genere tra i candidati

A proposito di selezione della classe dirigente, una notazione sulla “parità di genere”, spesso sbandierata come un grande successo dall’attuale maggioranza: il numero di candidati complessivo di ciascun partito sarà perfettamente pari tra uomini e donne. Se la parità di genere è un principio positivo e irrinunciabile, è sicuramente un ottimo risultato. Personalmente, tuttavia, gradirei una rappresentanza di valore, a prescindere dal sesso. Meglio un uomo in più in Parlamento perché merita, che una donna in più perché donna.

  1. Il metodo della riforma

Il “contro” più importante di tutti, a mio avviso, resta legato al metodo in cui si fanno le riforme elettorali in questo paese. Se guardiamo alle altre democrazie consolidate, ci rendiamo conto che i loro sistemi elettorali sono stabili da decenni, se non da secoli, in alcuni casi. In Italia, la legge elettorale è sempre “in bilico” e questa è la sesta riforma in 90 anni, una ogni 15 anni in media. Ciò denota chiaramente che “non sappiamo dove vogliamo andare”, non abbiamo un modello di democrazia in mente tale da riflettersi anche nelle regole della competizione elettorale. Siamo stati proporzionalisti convinti in anni in cui era necessario esserlo (ma si arrivò comunque alla “legge truffa” in quegli stessi anni), maggioritaristi convinti nella prima fase della seconda Repubblica (Mattarellum) e maggioritaristi a metà in quest’ultima fase (Porcellum e Italicum). Questo andamento ondivago dipende dal fatto che la politica non si pone il problema di lungo periodo di come configurare l’assetto democratico del paese, bensì quello di breve periodo di come vincere le elezioni successive (o di come sopravvivere alle elezioni successive, nel caso dei partiti minori). Questa logica non porta a nulla, se non a riforme continue. Aspettiamoci che si riapra il dibattito elettorale immediatamente. Se mai si è chiuso. Resto convinto che l’unica riforma duratura può derivare da un’Assemblea costituente che lavori su indicazioni di massima dei partiti. E sono convinto che da un’ipotetica Assemblea costituente, oggi, al posto dell’Italicum avremmo un doppio turno di collegio, come in Francia…

LDG 

Dateci le preferenze. Levateci un alibi.

italicum porcellumPer anni abbiamo letto e ascoltato di tutto e di più sui “nominati” derivanti dalle liste bloccate del Porcellum. Negli stessi anni abbiamo votato per Circoscrizioni, Comuni, Province, Regioni e Parlamento europeo con il sistema delle preferenze. Per cui ci chiedevamo (e in molti lo fanno anche oggi) come mai le tanto vituperate preferenze andassero bene ovunque tranne per le elezioni del Parlamento.

Ciononostante, anche l’italicum è nato senza preferenze e sta crescendo sulla base del modello che prevede i capolista bloccati  e il voto di preferenza per gli altri (ipotesi che dovrebbe comportare almeno la metà dei futuri Deputati di nuovo “nominati”).

Sinceramente trovo inutile, e anche abbastanza ridicola, la diatriba su cosa sia meglio in assoluto tra collegio uninominale, liste bloccate, preferenze. In un paese in cui la classe politica è reclutata in maniera seria, regolata e meritocratica funzionano tutte e tre le formule. In un paese in cui il reclutamento (e anche il processo di voto) è viziato da innumerevoli variabili “poco edificanti” non funziona nessuna delle tre. Non a caso:

Ai tempi del Mattarellum, con i collegi unoniminali, abbiamo avuto il fenomeno dei “paracadutati”, ossia (ad esempio) candidati vincenti in Sicilia anche se piemontesi, grazie al voto “fedele” al partito (caso emblematico, Di Pietro al Mugello) che faceva letteralmente “scomparire” il candidato dalla percezione degli elettori. Si votava un simbolo. Punto.

Ai tempi del Porcellum abbiamo avuto i Razzi, gli Scilipoti, le “veline” e tutte le “invenzioni” di queste ultime legislature (compresa l’ultima).

Con le preferenze, specie alle Regioni, abbiamo avuto un sacco di indagati e condannati per corruzione, associazione mafiosa e chi più ne ha più ne metta, a causa del “voto di scambio”.

Non ne usciamo. E’ inutile impiccarsi, non è il tipo di collegio/circoscrizione che “ci salverà”. Dobbiamo salvarci da soli, a monte, valutando le condizioni sistemiche attuali.

E su questo, due cose si possono dire.

1. Nell’era dei “partiti personali”,  è “naturale” che la lista bloccata riscuota successo tra i partiti. Ovvio che i leader di partito tifino per la possibilità di scegliersi i parlamentari (anziché farli scegliere agli elettori) ed è altrettanto ovvio che trovino una maggioranza in Parlamento favorevole a tale ipotesi. “Se sono stato eletto già per fedeltà al leader, sarò ricandidato (anzi rinominato) per la stessa ragione”.

Il problema è: vogliamo davvero che si continui su questa china? Ci sta bene che i partiti siano diventati dei “comitati elettorali” del leader di turno (come dice, ad esempio, Cirino Pomicino) o dei “fan club” di una pop star di turno, come preferisco dire io? E che i nostri rappresentanti derivino esclusivamente dalla “fedeltà al leader”? (Categoria assolutamente non politica e, direi, sub-umana, tendenzialmente canina…). 

2. Nell’era post-ideologica, in cui il “voto di appartenenza” (ossia il voto fedele, a prescindere, per un dato partito) non esiste più, il collegio uninominale potrebbe tornare utile perché “costringerebbe” i partiti a candidare personaggi noti, ma anche con una certa reputazione (non il tronista o la velina di turno, insomma) e un certo attaccamento al territorio del collegio. Ci sarebbero grandi difficoltà a “paracadutare”, che so Faraone (o Emiliano) in Emilia-Romagna e a farlo eleggere, tanto per fare un esempio. E’ vero che la scelta dei candidati resterebbe in mano ai leader di partito, ma quanto meno essi dovrebbero fare i conti col candidato unico su un determinato territorio. Difficile far passare “la qualunque”…

Premesso che, ahimè, l’ipotesi del collegio uninominale non è sul tavolo, e premessi tutti gli accorgimenti del caso sulle preferenze (voto di scambio, incentivo alla corruzione, scarso utilizzo da parte degli elettori, ecc.), siamo sicuri che vogliamo continuare sulla strada della democrazia delegata (anziché reppresentativa)? In cui, appunto, deleghiamo alle pop star (perché tali sono, ieri Renzi ha parlato di “personaggi da Talk Show”) il compito di decidere chi ci rappresenterà in virtù di una appartenenza non a un ideale (non esistono più), né a un programma (neanch’essi esistono più, se non sotto forma di singoli annunci da ritwittare qua e là), ma a una persona? 

Forse dovremmo tutti ragionare, a monte, su cosa sta diventando la politica in Italia. O forse ci va bene così, perché meno decidiamo noi, più sarà facile e autoconsolatorio riempire di insulti le classi dirigenti presenti e future. Senza potere (reale), senza legittimazione democratica, ma sempre su tutti i media a sminuire h24 la loro credibilità rilanciando di promessa in promessa, di utopia in utopia, col volontarismo che sostituisce il potere. E si schianta su una realtà pressoché ingovernabile e che corre alla velocità della luce. Rinnovando la nostra voglia di shopping, che si concretizza nel cestinare tutti i leader (e con essi tutta la classe dirigente “nominata”) e nel cercare “in vetrina” (che sia la TV o uno smartphone) i nuovi leader a cui affidarsi, finché regge il loro “brand”. Sempre meno.

Renzi, “te lo dico da amico”, dacci le preferenze. Almeno avrete un alibi in più e ne toglierete uno a noi. E forse la politica camperà qualche altro anno. In caso contrario, sarete la solita “Ka$ta”, da impallinare h24 sui quotidiani e sui social media dopo ogni “battito d’ala” di qualsivoglia Procura d’Italia.

 

LDG

#Italicum e il bidone della spazzatura

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Scusate il titolo un po’ “terra terra” (per quanto riecheggi “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” 🙂 ) , in realtà le mie intenzioni sono un po’ più nobili di quel che sembra.

Il bidone della spazzatura, oltre ad essere l’oggetto che tutti conosciamo, è anche una metafora nella letteratura politologica. Per meglio dire è una delle metafore utilizzate per descrivere uno dei modelli decisionali più fortunati nella teoria delle organizzazioni, il garbage can model per l’appunto. Come vedete, sto volando un po’ più in alto di Malagrotta e dintorni…

Cosa dice questo modello? Dice (brutalizzando, i miei colleghi capiranno…) che nelle organizzazioni complesse le decisioni, anziché essere prese applicando criteri razionali, logici e lineari (come di solito pensiamo e ci aspettiamo che avvenga), sono assunte in maniera più o meno casuale. E ciò avviene perché attori, problemi e soluzioni sono estratti (o buttati dentro al processo decisionale) a caso, come fossimo di fronte a un bidone della spazzatura (quello dell’indifferenziata aggiungerei).

Tutto ciò genera un percorso più o meno imprevedibile che, se giunge a una decisione finale, spesso vi riesce solo per il fattore tempo. Ossia, a un certo punto una decisione va presa e vince quella sul tavolo nel momento X. 

Questo modello, apparentemente “disfattista” riguardo alle potenzialità razionali umane, rappresenta a mio avviso il miglior modello in assoluto in termini descrittivi (lo dico per esperienza, di organizzazioni complesse, specie “politico-istituzionali” ne ho frequentate). Tradotto: se vogliamo sapere come dovremmo prendere decisioni (modello prescrittivo) non dobbiamo affidarci al garbage can model. Ma se vogliamo sapere come vengono prese realmente le decisioni (modello descrittivo), quella teoria funziona, eccome.

Prendiamo il caso dell’Italicum. C’è un problema: la Corte Costituzionale di fatto obbliga le forze politiche a rimettere mano alla legge elettorale, pena la paralisi perenne. Da quel problema ne derivano altri: quale legge elettorale dovremmo scegliere? In base a quali criteri? Governabilità o rappresentatività? Chi ha il compito (istituzionale) di mettervi mano cerca alleanze per modificarla e si siedono al tavolo diversi partecipanti, di maggioranza e di opposizione. Anche alcuni tecnici (D’Alimonte ad esempio, ma non solo). Ma che ruolo hanno queste persone? Sono tutti sempre presenti agli incontri e sempre così decisivi? A giudicare da ciò che trapela dalle interviste direi di no. Il processo dunque è aperto, più o meno casuale, con partecipanti variabili e molti dei quali “di parte”.

E allora abbiamo una prima tappa che oscilla tra il modello spagnolo e quello tedesco. Poi sembra prevalere lo spagnolo. Poi si passa ad un Porcellum con alcune limature dettate dalla Corte Costituzionale. Poi si stabiliscono tre soglie 37%, 8% e 4,5% che oggi sembrano andare verso due soglie 40% e (forse) 4%. Poi si scelgono le liste bloccate, che oggi sembrano andare verso le preferenze, salvo i capolista. Eccetera, eccetera…

Perché si passa dal 37% al 40%? Perché prima i sondaggi davano PD e centrodestra vicini a quella soglia. Poi però ci sono state le europee….e il PD al 40,8% ha fatto “alzare” la soglia. Perché c’è chi vuole mettere mano alle soglie di sbarramento? Perché  prima i sondaggi davano NCD oltre il 5%, poi ci sono state le europee… Perché si vogliono miscelare liste bloccate e preferenze? Perché Silvio vuole le liste bloccate per controllare le candidature (e premiare la fedeltà di chi ha creduto che Ruby fosse la nipote di Mubarak), ma il “resto del mondo” vuole le preferenze…

Risultato: in pochi mesi l’ipotesi di legge elettorale è cambiata decine di volte, perché sono cambiati (ovviamente) i problemi, gli attori e le soluzioni. Pare sia intenzione della maggioranza arrivare all’approvazione entro fine anno. Bene, a fine anno sapremo quale sarà la nuova legge elettorale, in base agli ultimi sondaggi, a come si riorganizzerà il centrodestra, a come reagirà l’opinione pubblica, a quali barricate farà l’opposizione, a quali spifferi arriveranno dalla Consulta, a quanto (e come) interverrà il Quirinale, ecc. ecc. Solo il fattore tempo ci darà una legge elettorale, l’ultima sopravvissuta sul tavolo dei riformatori. Che sia la migliore non è detto affatto... Sarà il risultato (casuale) di un processo decisionale complesso, con attori variabili e di parte. 

Si decidono così le regole del gioco? No, perché quegli infiniti fattori saranno sempre lì a premere affinché cambino in continuazione. Ma non è un caso se il resto del mondo cambia la legge elettorale una volta ogni 100 anni e noi invece non prendiamo pace da 20 anni a questa parte…Andava “sfilata” dai partiti e messa in mano a un’Assemblea Costituente, o giù di lì. Ma non sarebbe mai stata legittimata a tal punto da cambiare le regole del gioco prescindendo dalle esigenze estemporanee dei partiti. Avrebbe fatto la fine di Cottarelli, per capirci: senza poteri, a urlare al vento…

W il bidone della spazzatura, dunque. W l’indifferenziata.

A proposito…forse non è un caso neanche che siamo tra i paesi più arretrati in fatto di gestione e trattamento dei rifiuti. Ma non voglio “reificare” la metafora, fermiamoci al bidone più nobile…

LDG

#M5S e il voto segreto: il battesimo della politica

L’iter parlamentare della riforma del Senato ci ha rivelato, tra le altre cose, una nuova versione del Movimento 5 Stelle. Una versione che definirei “normalizzata”.

Il (non)partito, col (non)statuto, che porta in Parlamento cittadini e non onorevoli e che non ha leader se non un megafono (magari con un vago accento genovese), sta finalmente rendendosi conto che la politica ha le sue regole di funzionamento. E allora, dapprima ha iniziato a “parlare” con la maggioranza (rigorosamente in streaming per ragioni di “finta” trasparenza) e poi, per metterla in crisi quella maggioranza, ha avviato una vera e propria crociata per il voto segreto al Senato. Avete capito bene, per il voto segreto.

Ma come…non era questa la posizione del M5S sul voto segreto?

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Si, era questa. Almeno quando il voto palese era fondamentale per non rischiare di “salvare” Berlusconi dalla decadenza. Oggi che il “rischio” è quello di impallinare Renzi, il voto segreto va benissimo così. Non c’è nulla di più trasparente del voto segreto! E quell’oscuro, torbido, Presidente Grasso è il nuovo nemico da abbattere perché non vuole concederlo.

Per quanto la contraddizione sia fin troppo evidente, sono personalmente lieto di questa metamorfosi. Anche i “cittadini” stanno finalmente rendendosi conto che quando si fa politica…si fa politica. E che il voto deve essere palese (o segreto) a seconda delle convenienze di chi lo propone. Inutile girarci intorno. 

Peraltro, come già detto per lo streaming, se per trasparenza intendiamo prima di tutto un comportamento sincero degli attori politici, il voto segreto garantisce più trasparenza del voto palese. Non a caso si parla di “franchi tiratori”, non di “falsi tiratori”… Esattamente come la trasparenza è più garantita da una trattativa a porte chiuse e senza diretta streaming. Il voto palese, come un incontro davanti a una telecamera, altera il comportamento e ci fa agire sulla base di ciò che gli altri si attendono da noi. Che siano elettori o gruppi parlamentari.

Semplice e…trasparente. Detto questo, benvenuti, cari “cittadini” del Movimento 5 Stelle, nel mondo della politica. Se lavorate anche alla “successione” del leader (pardon, megafono) potreste anche durare. Intanto darei una “limatina” al concetto di trasparenza: ok all’ accessibilità totale agli atti e ai documenti. Ma processi e comportamenti sono un’altra cosa e spesso più sono visibili, meno sono trasparenti (ossia sinceri), a meno che non si arrivi alle telecamere nascoste… 

LDG

 

 

La nuova destra: cosa serve?

Le ultime elezioni europee hanno certificato che la destra che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni è morta e sepolta. Berlusconi è al capolinea per varie ragioni. E’ un “marchio” usurato, da troppo tempo sul mercato e senza alcun “aggiornamento disponibile”. Ripete a mo’ di disco rotto le stesse cose da 20 anni. Della rivoluzione liberale promessa non si vede neanche l’ombra: restano solo nemici ideologici, dai comunisti ai magistrati, utili solo ad allungare l’agonia di una morte (politica) lenta e inesorabile. Ciò che più sorprende è che Mr. marketing, l’uomo delle televisioni e della pubblicità, non abbia fiutato in anticipo ciò che stava per accadere. Ossia che la crisi economica e i fallimenti della politica stavano per cambiare completamente le domande dei cittadini, che Grillo stava per scardinare le logiche, le aspettative e le priorità del “vecchio” sistema politico e che Renzi stava per prendere il suo (di Berlusconi) posto come leader “pop, in grado di attrarre (anche) elettori di centrodestra, dando vita a una piattaforma politica liquida, assolutamente “catch all“, pigliatutto (in termini programmatici)  e tutti (in termini elettorali).

Già, perché l’abilità di Renzi è stata proprio questa: attaccare il pubblico impiego, i sindacati e la Rai – nemici storici di Berlusconi e bacini elettorali tradizionali della sinistra – e stravincere le elezioni. Come ha fatto? Semplice, è andato “oltre” ogni steccato simil-ideologico.  Ha capito, come ha scritto Ilvo Diamanti, che gli elettori non sono più né fedeli (come nella prima Repubblica), né abitudinari (come nella Seconda): sono assolutamente “liberi”. Oggi scelgono. Prima di tutto se andare a votare. Poi per chi votare, magari all’ultimo momento, con la scheda elettorale davanti e la matita in mano.

Ciò significa che il mercato elettorale (italiano, ma non solo) è giustamente postmoderno, tanto quanto la società. Niente ideologie, niente blocchi sociali, niente abitudini di voto familiari o tradizionali. Nessuna certezza e fine dei fattori predittivi di lungo periodo. Oggi il voto si spiega (quasi) esclusivamente con fattori di breve. Perché è la nostra vita che viaggia sul breve periodo, la nostra quotidianità, la nostra società. E di conseguenza anche la politica finisce per essere fatta soprattutto “di istinti e di istanti” (cit. Eichberg e Mellone).

Allora ciò che serve è capire gli istinti e sfruttare gli istanti.

Capire gli istinti, come ha fatto perfettamente Matteo Renzi individuando tutte le esigenze, cerebrali e soprattutto viscerali, degli elettori, sintetizzabili in tre R: ricambio (o rottamazione), riforme, risparmio (di denaro pubblico). Dietro le quali si celano i “mostri” da abbattere che in una narrazione vincente sono sempre necessari per far trionfare l’eroe: vecchia classe politica (D’Alema, Veltroni, Bindi letteralmente spariti dalle TV e dal dibattito pubblico) vs. ricambio, P.A. e sindacati che “bloccano” il paese vs. riforme, RAI che sperpera denaro pubblico in base a logiche clientelari e partitocratiche vs risparmio. Ecco i “nuovi” nemici di Renzi. Non più Berlusconi, che non essendo più centrale nell’agone politico, non riesce più a compattare neanche i “suoi” elettori storici. Senza Berlusconi al centro del dibattito, la sinistra ha stravinto e la destra ha straperso. Se di sinistra e destra ha ancora senso parlare…

Ma istinti e nemici sono solo le premesse del messaggio. Per veicolarlo e renderlo vincente serve un buon “emittente”. Credibile e attrattivo. Serve un leader, abile nella logica degli istanti: Matteo Renzi, appunto. Battutista, rapido, brillante, spregiudicato, decisionista, simpatico ed empatico, tagliente come una lama tanto in TV quanto su Twitter… E’ l’idealtipo del leader postmoderno. Identità fluida, niente radici o incrostazioni ideologiche, programmi e progetti on demand, plasmabili appunto in base agli istinti del momento e grande capacità comunicativa. 

E il leader oggi è tutto. Lo dimostrano decine di ricerche e di rilevazioni pre e post voto. Non è il partito che crea il leader e determina il suo programma. E’ il leader che crea il programma (on demand) e plasma il partito. Ciò non significa che siamo destinati ai “partiti personali”, che nascono e muoiono con i propri leader. Anzi, quei partiti sono ancora più deboli proprio perché non prevedono un ricambio, una “successione”. Scelta Civica, Futuro e Libertà, Italia dei Valori e la stessa Forza Italia cosa sarebbero/sono senza Monti, Fini, Di Pietro e Berlusconi? Niente… Il PD ha il doppio vantaggio, oggi, di essere l’unico partito “non personale” (nel senso che esisteva prima di Renzi e presumibilmente esisterà anche dopo) e di aver l’unico leader in grado di attrarre consensi in lungo e in largo. Come accade in quasi tutto l’Occidente dove i leader contano (Obama, Blair, Sarkozy, Aznar, Merkel…) ma i partiti sono quelli storici. I partiti personali che nascono dalla volontà di leader occasionali durano il tempo di un tweet…

Il fatto che il leader sia tutto è una verità incontestabile oggi. Non sto dando un giudizio di valore, ma un giudizio di fatto, un’analisi neutra. Diciamo la verità, se la stessa proposta viene lanciata da Renzi, D’Alema, Schifani, Berlusconi e Larussa avrà lo stesso appeal e la stessa credibilità? No. Oppure: le cose dette da Fini sabato scorso sono sbagliate o infondate? A mio avviso per nulla. Ma hanno avuto un grande risalto e avranno una conseguenza politica? No, perché le ha dette Fini. Ossia un “emittente” ritenuto ormai privo di credibilità a priori. Oggi in politica trionfa un errore logico: la fallacia ad personam. Non giudichiamo la proposta, o meglio la giudichiamo in base a chi la propone. E’ con questo dato di fatto che tocca fare i conti, ci piaccia o no.

Tutto ciò premesso, che prospettive ha la destra italiana per tornare competitiva? Senza un nuovo leader, direi nessuna. E sottolineo “nuovo” e “leader”. Nuovo nel senso che se non del tutto sconosciuto, quanto meno deve essere percepito come “non contaminato” dalla classe politica degli ultimi 20 anni. Altrimenti è “scaduto”, come uno yogurt. Non merita neanche un minimo di attenzione (come è successo per Fini ieri, ad esempio). Leader nel senso che deve essere un catalizzatore di consenso, un valore aggiunto per il partito (o la coalizione) e non deve apparire come un “burattino” guidato da altri (da Arcore in particolare).

Se questa è la conditio sine qua non, al momento non c’è via di scampo. Ci si può scervellare per mesi per individuare una “nuova” quanto inutile piattaforma programmatica o una formula organizzativa più o meno originale (federazione, coalizione, ecc.). Non serviranno a niente. Oggi il brand è il leader. E dalla sua “brand reputation” deriva tutto il resto. Dal suo rapporto col “pubblico”, immediato e diretto. Invertendo l’ordine dei fattori, ossia provando a costruire prima il partito o il programma, il risultato cambia. Inesorabilmente. 

Allora ben vengano Leopolde Blu, i brainstorming su valori non negoziabili, neoliberismo e neocomunitarismo, europeismo o euroscetticismo. Ma (politicamente) non serviranno a nulla. Saranno un minimo e misero “rumore” di fondo che non cambierà di una virgola il consenso e l’attrattività del centrodestra italiano. Politicamente serve fare tabula rasa. Ricominciare da zero, individuando un metodo democratico e meritocratico nella speranza che dal nuovo metodo emerga un nuovo leader. Da solo, senza sponsor o accordi sottobanco che lo indebolirebbero immediatamente.

Serve un Renzi di destra, si. Nuovo e spregiudicato, che sfidi tutta la nomenklatura attuale del centrodestra, a partire da Berlusconi. Oggi non c’è è vero. Allora si provi almeno a creare l’habitat, l’insieme delle precondizioni affinché possa nascere. Ma perché ciò accada serve un enorme passo indietro di buona parte dei “big” del centrodestra attuale. Ci sarà questo passo indietro? Io dico di no…E allora, palude sia. 

LDG

 

 

 

 

 

Democratellum: Cosa farei al posto del #M5S

Le delegazioni del Pd e del M5S si sono confrontate sulla legge elettorale. L’hanno fatto in streaming, come vuole ormai la prassi. Dirò due cose al volo sull’utilità dello streaming che per me, nelle trattative, è tutto fuorché trasparenza. Al più è rappresentazione (teatrale) come avviene ogni qual volta ci si trovi di fronte a una telecamera. Il comportamento è tutto fuorché sincero. Se c’è la telecamera, il mio primo obiettivo è comportarmi come gli altri (in particolare i miei elettori) vogliono che io mi comporti. Tattica o marketing dunque, non trasparenza. Reality e non realtà. Per come la vedo io, le trattative si fanno a porte chiuse. Poi si rendono pubblici gli esiti. Accesso agli atti, non voyeurismo da Grande Fratello. In politica non tutto può essere trasparente, mettiamocelo in testa. Talvolta perchè sarebbe pericoloso (immaginate la diretta streaming di una riunione dei servizi segreti, o del Consiglio Supremo della Difesa, o di qualunque trattativa diplomatica), talaltra perché genererebbe l’effetto inverso, come nel caso di questi streaming fasulli che servono solo a gonfiarsi il petto e a far vedere agli italiani chi è più bravo a vendere la sua “merce”. Trattare con posizioni radicalizzate a causa della telecamera è di per sé un controsenso. Tornerò sull’argomento, intanto vi rimando a questo articolo di Tommaso Ederoclite di ieri sera.

Scusate il “fuoripista” sullo streaming e andiamo alla trattativa. Renzi ha detto di essere possibilista sulle preferenze (ma evidentemente non ha gradito, anzi non aveva neanche capito, il sistema doppio con preferenza negativa che impatta sul risultato dei partiti), ma di non voler rinunciare alla governabilità, affermando – giustamente – che il sistema proposto dal M5S non la garantisce. Effettivamente, nonostante una buona sovrarappresentazione dei partiti più grandi a causa dell’attribuzione dei seggi in collegi tendenzialmente “medio-piccoli”, il sistema M5S non garantisce una maggioranza certa a chi vince. Cosa che era assicurata dal Porcellum e che è mantenuta dall’Italicum grazie al premio che deriva dal superamento del 37% o dalla vittoria dell’eventuale ballottaggio. Detto brutalmente: col Porcellum e con l’Italicum chi arriva primo ha una maggioranza certa, con il “democratellum” non è detto che ciò accada. Per succedere, chi vince deve prendere una marea di voti.

A dimostrazione di ciò, ho simulato un’elezione della Camera sulla base dei risultati delle europee, al solo scopo di verificare come si comporta il sistema elettorale, ossia quanto “filtra” nella trasformazione dai voti in seggi. Nella simulazione ho ipotizzato che i voti dei partiti siano influenzati dalle preferenze negative allo stesso modo (altrimenti la simulazione semplicemente non si potrebbe fare. Ci vorrebbe uno stregone…).

In una prima versione, il M5S aveva proposto un sistema che aveva come formula il metodo d’Hondt. Con quel metodo il risultato sarebbe stato il seguente.

Simulazione M5S d'Hondt

 

Il Pd avrebbe una sovrarappresentazione cospicua, passando dal 40,8% di voti al 47,3% di seggi, ma ancora lontana dalla maggioranza parlamentare. Nella versione presentata alla Camera, il metodo d’Hondt è stato sostituito da un altro metodo del divisore che incrementa la sovrarappresentazione per i partiti maggiori. Con tale metodo, il risultato sarebbe il seguente.

Simulazione M5S divisore corretto

 

In questo caso il Pd arriverebbe a 307 seggi, a soli 3 seggi dalla maggioranza assoluta (il computo è fatto su 618 seggi e non su 630 perchè sono esclusi i seggi che derivano dal voto degli italiani all’estero per i quali si adotta un altro sistema). Dunque, il Partito democratico arriverebbe al 49,7%, a un pelo dal 50% + 1 dei seggi necessari per governare da solo. In compenso, tale sistema ridimensionerebbe seriamente i partiti minori. Ad esempio, NCD col 4,4% dei voti arriverebbe all’1,9% dei seggi col metodo d’Hondt e all’1,8% col metodo del divisore corretto. SEL addirittura oscillerebbe tra l’1% e lo 0,6% dei seggi. 

La cosa interessante è che Renzi si è detto disponibile a ragionare sul sistema M5S riducendo ulteriormente l’ampiezza dei collegi, ossia il numero dei seggi che essi assegnano. Perché, ad esempio, Roma e provincia nella formulazione attuale del M5S ne assegnerebbero 42 e per il premier tale numero allunga troppo le liste. Vero, ma riducendo ulteriormente l’ampiezza dei collegi si uccidono letteralmente i partiti minori. Probabilmente si garantisce anche la governabilità, sovrarappresentando enormemente i partiti maggiori. Quello che Renzi non ha considerato è che è vero che nell’Italicum i collegi sono più piccoli, ma l’attribuzione dei seggi è su base nazionale, non di collegio. Nel sistema M5S no…e questo comporta che, rimpicciolendo i collegi, di fatto non prenderebbe alcun seggio alcun partito che non sia in grado di arrivare a percentuali elevate in un singolo collegio. Il che, per capirci, favorirebbe la Lega o SVP a scapito di NCD, SEL o FDI, ossia di tutti quei partiti che hanno pochi voti e non concentrati sul territorio. Ciò significa che se M5S accettasse la sfida, metterebbe Renzi in seria in difficoltà. Avrebbe un sistema con liste corte, preferenze e probabile governabilità. Renzi sarebbe servito. NCD no…Forza Italia neanche per la contrarietà alle preferenze. Reggerebbe l’asse delle riforme? E il governo? Chissà…

Solitamente non sono tenero col M5S, ma ho apprezzato il cambio di rotta. Da “setta dei giusti” si sta trasformando pian piano in un partito politico. Siede ai tavoli non (solo) per dimostrare la sua presunta superiorità antropologica, ma per trattare. Bene. A questo punto però vada fino in fondo. Se insiste su liste corte, preferenze e attribuzione dei seggi a livello di collegio…magari qualche grattacapo lo crea. E a quel punto se il premier si tira indietro M5S può tornare a “tuonare”, la specialità della casa….

LDG