#M5S e il voto segreto: il battesimo della politica

L’iter parlamentare della riforma del Senato ci ha rivelato, tra le altre cose, una nuova versione del Movimento 5 Stelle. Una versione che definirei “normalizzata”.

Il (non)partito, col (non)statuto, che porta in Parlamento cittadini e non onorevoli e che non ha leader se non un megafono (magari con un vago accento genovese), sta finalmente rendendosi conto che la politica ha le sue regole di funzionamento. E allora, dapprima ha iniziato a “parlare” con la maggioranza (rigorosamente in streaming per ragioni di “finta” trasparenza) e poi, per metterla in crisi quella maggioranza, ha avviato una vera e propria crociata per il voto segreto al Senato. Avete capito bene, per il voto segreto.

Ma come…non era questa la posizione del M5S sul voto segreto?

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Si, era questa. Almeno quando il voto palese era fondamentale per non rischiare di “salvare” Berlusconi dalla decadenza. Oggi che il “rischio” è quello di impallinare Renzi, il voto segreto va benissimo così. Non c’è nulla di più trasparente del voto segreto! E quell’oscuro, torbido, Presidente Grasso è il nuovo nemico da abbattere perché non vuole concederlo.

Per quanto la contraddizione sia fin troppo evidente, sono personalmente lieto di questa metamorfosi. Anche i “cittadini” stanno finalmente rendendosi conto che quando si fa politica…si fa politica. E che il voto deve essere palese (o segreto) a seconda delle convenienze di chi lo propone. Inutile girarci intorno. 

Peraltro, come già detto per lo streaming, se per trasparenza intendiamo prima di tutto un comportamento sincero degli attori politici, il voto segreto garantisce più trasparenza del voto palese. Non a caso si parla di “franchi tiratori”, non di “falsi tiratori”… Esattamente come la trasparenza è più garantita da una trattativa a porte chiuse e senza diretta streaming. Il voto palese, come un incontro davanti a una telecamera, altera il comportamento e ci fa agire sulla base di ciò che gli altri si attendono da noi. Che siano elettori o gruppi parlamentari.

Semplice e…trasparente. Detto questo, benvenuti, cari “cittadini” del Movimento 5 Stelle, nel mondo della politica. Se lavorate anche alla “successione” del leader (pardon, megafono) potreste anche durare. Intanto darei una “limatina” al concetto di trasparenza: ok all’ accessibilità totale agli atti e ai documenti. Ma processi e comportamenti sono un’altra cosa e spesso più sono visibili, meno sono trasparenti (ossia sinceri), a meno che non si arrivi alle telecamere nascoste… 

LDG

 

 

Morire democristiani per non morire berlusconiani

Ieri Il Giornale ha pubblicato la tanto attesa (?) lettera del “federatore” Berlusconi a tutte “le forze alternative alla sinistra” – come se ci fosse ancora una sinistra in Italia. La missiva, lunga e piena di parole ponderate per non offendere nessuno, diceva in sintesi questo: rimettiamoci insieme, anche se “fra noi ci sono delle differenze, anche significative, di linguaggio, di metodo e di contenuti” e anche se di “leadership, candidature, liste, organigrammi,contenuti specifici, linguaggi e insediamenti elettorali” parleremo dopo.

Tradotto: tappatevi naso, occhi, orecchie e tutto ciò che vi suggerisce la fantasia…e incolliamo i cocci. Al resto (cioè a tutto) penseremo dopo. Mi pare un ottimo viatico per il centrodestra che verrà. Non sapremo chi sarà il leader (o almeno così dice il leader…), non sapremo quale sarà l’organizzazione, non sapremo quale sarà il programma…ma siamo pronti (Gulp!).

Non proprio casualmente (Silvio si è sempre divertito a rovinare le feste altrui) ieri era anche il giorno dell’Assemblea nazionale di NCD. Alfano, di tutta risposta alla lettera, ha rivendicato la sua scelta di lavorare per creare un nuovo centrodestra (e dunque di “non tornare a Canossa”), ma, per incrementare il peso specifico di un partito che conta poco e che riesce a entrare nei palinsesti prevalentemente quando litiga con Berlusconi, ha lanciato la nuova creatura: la costituente popolare, alternativa al centrodestra populista versione berlusconian-leghista, che partirà da NCD, un pezzo dell’UDC (Casini non sembra convinto), un pezzo di Scelta Civica (lo 0,009% degli elettori italiani presumibilmente) e i popolari di Mario Mauro (il cui elettorato ha un peso specifico inferiore a quello della pietra pomice).  

Non so se ci sia altro da aggiungere sinceramente. Forse no.

Morire berlusconiani o morire democristiani?

Morire, in ogni caso. Su questo non ci piove. 

LDG

 

 

A #inonda va in scena la fantapolitica (vintage)

Chi mi conosce, conosce anche il mio passato. Chi non mi conosce troverà alcune tracce nelle pagine autobiografiche di questo blog. Per dirla in breve, sono stato molto vicino a Gianfranco Fini negli anni di FareFuturo, ho scritto (con altri) la mozione di scioglimento di AN per aderire al PDL. Ho scritto anche 6 programmi elettorali per elezioni cruciali del centrodestra. E ho lavorato gomito a gomito con diversi esponenti importanti del centrodestra italiano per anni. Ma soprattutto, nel periodo in cui è esistita la Fondazione FareFuturo, ho creduto in quel progetto. Ho creduto in una destra diversa: moderna, europea, laica, riformatrice. Ha vinto quell’altra, anzi quelle altre: quella populista e quella servile (o padronale, se vista dall’alto in basso).

Oggi quella “vittoria” genera mostri. Letteralmente. Ossia, mi ritrovo a guardare In Onda su La 7 e le mie orecchie (incredule) sentono Toti e Fini parlare di un possibile incontro tra Fini e Berlusconi per rilanciare il centrodestra. Tradotto: mentre Renzi rivolta la politica italiana facendo sparire le “cariatidi” del suo partito dalla scena pubblica e impone (giustamente e insieme al M5S) un rinnovamento totale ai partiti italiani, dall’altra parte siamo ancora a Fini e Berlusconi.  Fini, che non ha un partito (e neanche un voto). E Berlusconi che un partito ce l’ha ma ha perso, in 6 anni, 9 milioni di voti (ossia, coi tassi di partecipazione attuali, l’equivalente di un partito che prende il 35%!).

Non so come andrà a finire questa storia della coalizione alternativa a Renzi. Ma di certo è iniziata molto male. Con lo sguardo rivolto al passato e con i protagonisti di un’era politica fa. Se proseguirà su questa linea, auguro a Renzi il ventennio che gli spetta. Che detto da me, vale almeno un quarantennio…

LDG

 

 

Le grandi manovre per incollare (inutilmente) i cocci

Oggi sui giornali era un tripudio di analisi e di interviste sul rilancio del centrodestra italiano, galvanizzato dalla recente sentenza di assoluzione di Berlusconi sul caso “Ruby”. Sentenza che, lo dico subito, a mio avviso è stata invece una specie di colpo di grazia per il centrodestra, proprio perché ha ridato ossigeno a un leader che non serve più. Non può più vincere. Rappresenta il passato e il passato è…passato.

Il leader, come ho già detto quicostituisce oggi il fattore più importante nel processo di scelta degli elettori, la “scorciatoia cognitiva” che più di tutte spiega i comportamenti di voto nell’era post-ideologica e nella democrazia fluida/ibrida (cit. Diamanti). Se è così, Berlusconi ha già dato. E se Berlusconi torna in sella, in virtù della sua “leadership mai messa in discussione” (come si sono affrettati a sottolineare in molti), il centrodestra continuerà a vivere un periodo buio molto lungo…

Magari farà solo da federatore, sostengono alcuni. Da padre nobile di una nuova coalizione. Mi chiedo però come possa fare da federatore senza essere anche il leader. E’ il leader che federa, oggi. Tanto più in assenza di idee e programmi condivisi. Già, perché l’altro problemino non da poco è quello della piattaforma programmatica del centrodestra che verrà. Posto infatti che dovrebbe essere aperto a Forza Italia, NCD, Lega, FDI e UDC, come si può sottoscrivere un programma comune in materia di:

– euro/non euro;

– europeismo filo-PPE/euroscetticismo in stile Le Pen;

– politiche dell’immigrazione;

– diritti civili;

– riforme istituzionali (Titolo V in primis, federalismo o Stato unitario?);

– riforma elettorale (preferenze o liste bloccate? soglie alte o basse?).

Mi fermo qui ma potrei andare avanti, l’elenco sarebbe molto lungo. E da quest’elenco se ne esce solo se passa la linea di un leader nuovo, che vinca una selezione interna. Era forse nel programma del PD o del centrosinistra la guerra ai sindacati o alla dirigenza pubblica? Direi proprio di no… Ma un leader legittimato dalle primarie, scaltro e brillante, ha capito quali sono i “nemici (percepiti) del popolo” e ha imposto quella linea. E’ il leader che fa il programma, oggi. Perché è lui che fa sintesi. Come la faceva Berlusconi un tempo. Ma quel tempo è finito e in realtà lo sanno tutti.

La verità è che ormai nel centrodestra italiano è in corso una battaglia per la sopravvivenza. Individuale, non di gruppo. E in un partito (o una coalizione, se passa l’Italicum come è concepito oggi) padronale, la sopravvivenza è garantita da Berlusconi. C’è una classe dirigente delegittimata (quasi) per intero che tira a campare per ragioni ormai personali prima che politiche. Vincere o perdere conta relativamente: primum vivereossia prima qualche altro anno da parlamentare grazie alle liste bloccate e al posto in lista garantito dalla fedeltà (servilismo?) al leader, poi viene tutto il resto, se c’è un resto…

Sarò brutale, ma lo scenario mi pare esattamente questo. Ad eccezione di alcune posizioni esplicite (e ammirevoli) sul “ciclo finito” di Silvio, la posizione dominante è quella lì: attendista e a garanzia del proprio sedere. Dell’Italia che verrà  ai nostri eroi frega poco o niente.

Serve una scossa forte e credibile. Un outsider vero. Il “famoso” Renzi di destra. L’alternativa (molto triste) è sperare che il Renzi di sinistra (?) fallisca e di conseguenza tornare competitivi per incapacità altrui. Essere di nuovo lì, malgrado tutto…

LDG

 

 

 

 

Lo streaming, ossia il paradosso della trasparenza

Chi si è imbattuto durante i suoi studi in corsi di sociologia, antropologia, metodologia della ricerca sociale et similia dovrebbe aver incontrato un concetto, semplice quanto intuitivo, che si chiama “paradosso dell’osservatore“. Cosa ci dice questo concetto? Semplicemente che ogni individuo, se sa di essere osservato, si comporta in modo diverso dal solito, altera il proprio comportamento. E come lo altera? In base al ruolo che assume. E cos’è un ruolo in sociologia? L’insieme dei comportamenti, degli obblighi e delle aspettative che ci attendiamo da un individuo che ricopre una determinata posizione.

Voi direte: che scoperta…lo sanno tutti che è così. Beh, non mi pare, visto che tutti chiedono lo streaming… O meglio, come per tutti i concetti chiave della sociologia ci rendiamo conto della loro veridicità solo quando qualcuno ce li fa notare. Quando qualcuno ci fa capire come e quanto la nostra realtà sia socialmente costruita e i nostri comportamenti siano costantemente determinati da norme e ruoli sociali.

Tradotto: se sono Matteo Renzi e so di essere davanti a una telecamera dirò le cose che il mio “popolo” si aspetta da me. Se sono Luigi Di Maio dirò le cose che il mio “popolo” si aspetta da me. Né Renzi, né Di Maio, né tanto meno Beppe Grillo saranno mai “trasparenti” (ossia sinceri) in una diretta streaming. A porte chiuse invece si, perché viene meno il ruolo, ossia le aspettative altrui sul loro comportamento.

Ergo: se vogliamo trasparenza, le trattative facciamole a porte chiuse.

Ecco a voi il “Paradosso della trasparenza”: nelle trattative, chiudere le porte e spegnere le telecamere.

LDG

La nuova destra: cosa serve?

Le ultime elezioni europee hanno certificato che la destra che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni è morta e sepolta. Berlusconi è al capolinea per varie ragioni. E’ un “marchio” usurato, da troppo tempo sul mercato e senza alcun “aggiornamento disponibile”. Ripete a mo’ di disco rotto le stesse cose da 20 anni. Della rivoluzione liberale promessa non si vede neanche l’ombra: restano solo nemici ideologici, dai comunisti ai magistrati, utili solo ad allungare l’agonia di una morte (politica) lenta e inesorabile. Ciò che più sorprende è che Mr. marketing, l’uomo delle televisioni e della pubblicità, non abbia fiutato in anticipo ciò che stava per accadere. Ossia che la crisi economica e i fallimenti della politica stavano per cambiare completamente le domande dei cittadini, che Grillo stava per scardinare le logiche, le aspettative e le priorità del “vecchio” sistema politico e che Renzi stava per prendere il suo (di Berlusconi) posto come leader “pop, in grado di attrarre (anche) elettori di centrodestra, dando vita a una piattaforma politica liquida, assolutamente “catch all“, pigliatutto (in termini programmatici)  e tutti (in termini elettorali).

Già, perché l’abilità di Renzi è stata proprio questa: attaccare il pubblico impiego, i sindacati e la Rai – nemici storici di Berlusconi e bacini elettorali tradizionali della sinistra – e stravincere le elezioni. Come ha fatto? Semplice, è andato “oltre” ogni steccato simil-ideologico.  Ha capito, come ha scritto Ilvo Diamanti, che gli elettori non sono più né fedeli (come nella prima Repubblica), né abitudinari (come nella Seconda): sono assolutamente “liberi”. Oggi scelgono. Prima di tutto se andare a votare. Poi per chi votare, magari all’ultimo momento, con la scheda elettorale davanti e la matita in mano.

Ciò significa che il mercato elettorale (italiano, ma non solo) è giustamente postmoderno, tanto quanto la società. Niente ideologie, niente blocchi sociali, niente abitudini di voto familiari o tradizionali. Nessuna certezza e fine dei fattori predittivi di lungo periodo. Oggi il voto si spiega (quasi) esclusivamente con fattori di breve. Perché è la nostra vita che viaggia sul breve periodo, la nostra quotidianità, la nostra società. E di conseguenza anche la politica finisce per essere fatta soprattutto “di istinti e di istanti” (cit. Eichberg e Mellone).

Allora ciò che serve è capire gli istinti e sfruttare gli istanti.

Capire gli istinti, come ha fatto perfettamente Matteo Renzi individuando tutte le esigenze, cerebrali e soprattutto viscerali, degli elettori, sintetizzabili in tre R: ricambio (o rottamazione), riforme, risparmio (di denaro pubblico). Dietro le quali si celano i “mostri” da abbattere che in una narrazione vincente sono sempre necessari per far trionfare l’eroe: vecchia classe politica (D’Alema, Veltroni, Bindi letteralmente spariti dalle TV e dal dibattito pubblico) vs. ricambio, P.A. e sindacati che “bloccano” il paese vs. riforme, RAI che sperpera denaro pubblico in base a logiche clientelari e partitocratiche vs risparmio. Ecco i “nuovi” nemici di Renzi. Non più Berlusconi, che non essendo più centrale nell’agone politico, non riesce più a compattare neanche i “suoi” elettori storici. Senza Berlusconi al centro del dibattito, la sinistra ha stravinto e la destra ha straperso. Se di sinistra e destra ha ancora senso parlare…

Ma istinti e nemici sono solo le premesse del messaggio. Per veicolarlo e renderlo vincente serve un buon “emittente”. Credibile e attrattivo. Serve un leader, abile nella logica degli istanti: Matteo Renzi, appunto. Battutista, rapido, brillante, spregiudicato, decisionista, simpatico ed empatico, tagliente come una lama tanto in TV quanto su Twitter… E’ l’idealtipo del leader postmoderno. Identità fluida, niente radici o incrostazioni ideologiche, programmi e progetti on demand, plasmabili appunto in base agli istinti del momento e grande capacità comunicativa. 

E il leader oggi è tutto. Lo dimostrano decine di ricerche e di rilevazioni pre e post voto. Non è il partito che crea il leader e determina il suo programma. E’ il leader che crea il programma (on demand) e plasma il partito. Ciò non significa che siamo destinati ai “partiti personali”, che nascono e muoiono con i propri leader. Anzi, quei partiti sono ancora più deboli proprio perché non prevedono un ricambio, una “successione”. Scelta Civica, Futuro e Libertà, Italia dei Valori e la stessa Forza Italia cosa sarebbero/sono senza Monti, Fini, Di Pietro e Berlusconi? Niente… Il PD ha il doppio vantaggio, oggi, di essere l’unico partito “non personale” (nel senso che esisteva prima di Renzi e presumibilmente esisterà anche dopo) e di aver l’unico leader in grado di attrarre consensi in lungo e in largo. Come accade in quasi tutto l’Occidente dove i leader contano (Obama, Blair, Sarkozy, Aznar, Merkel…) ma i partiti sono quelli storici. I partiti personali che nascono dalla volontà di leader occasionali durano il tempo di un tweet…

Il fatto che il leader sia tutto è una verità incontestabile oggi. Non sto dando un giudizio di valore, ma un giudizio di fatto, un’analisi neutra. Diciamo la verità, se la stessa proposta viene lanciata da Renzi, D’Alema, Schifani, Berlusconi e Larussa avrà lo stesso appeal e la stessa credibilità? No. Oppure: le cose dette da Fini sabato scorso sono sbagliate o infondate? A mio avviso per nulla. Ma hanno avuto un grande risalto e avranno una conseguenza politica? No, perché le ha dette Fini. Ossia un “emittente” ritenuto ormai privo di credibilità a priori. Oggi in politica trionfa un errore logico: la fallacia ad personam. Non giudichiamo la proposta, o meglio la giudichiamo in base a chi la propone. E’ con questo dato di fatto che tocca fare i conti, ci piaccia o no.

Tutto ciò premesso, che prospettive ha la destra italiana per tornare competitiva? Senza un nuovo leader, direi nessuna. E sottolineo “nuovo” e “leader”. Nuovo nel senso che se non del tutto sconosciuto, quanto meno deve essere percepito come “non contaminato” dalla classe politica degli ultimi 20 anni. Altrimenti è “scaduto”, come uno yogurt. Non merita neanche un minimo di attenzione (come è successo per Fini ieri, ad esempio). Leader nel senso che deve essere un catalizzatore di consenso, un valore aggiunto per il partito (o la coalizione) e non deve apparire come un “burattino” guidato da altri (da Arcore in particolare).

Se questa è la conditio sine qua non, al momento non c’è via di scampo. Ci si può scervellare per mesi per individuare una “nuova” quanto inutile piattaforma programmatica o una formula organizzativa più o meno originale (federazione, coalizione, ecc.). Non serviranno a niente. Oggi il brand è il leader. E dalla sua “brand reputation” deriva tutto il resto. Dal suo rapporto col “pubblico”, immediato e diretto. Invertendo l’ordine dei fattori, ossia provando a costruire prima il partito o il programma, il risultato cambia. Inesorabilmente. 

Allora ben vengano Leopolde Blu, i brainstorming su valori non negoziabili, neoliberismo e neocomunitarismo, europeismo o euroscetticismo. Ma (politicamente) non serviranno a nulla. Saranno un minimo e misero “rumore” di fondo che non cambierà di una virgola il consenso e l’attrattività del centrodestra italiano. Politicamente serve fare tabula rasa. Ricominciare da zero, individuando un metodo democratico e meritocratico nella speranza che dal nuovo metodo emerga un nuovo leader. Da solo, senza sponsor o accordi sottobanco che lo indebolirebbero immediatamente.

Serve un Renzi di destra, si. Nuovo e spregiudicato, che sfidi tutta la nomenklatura attuale del centrodestra, a partire da Berlusconi. Oggi non c’è è vero. Allora si provi almeno a creare l’habitat, l’insieme delle precondizioni affinché possa nascere. Ma perché ciò accada serve un enorme passo indietro di buona parte dei “big” del centrodestra attuale. Ci sarà questo passo indietro? Io dico di no…E allora, palude sia. 

LDG