La nuova destra: cosa serve?

Le ultime elezioni europee hanno certificato che la destra che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni è morta e sepolta. Berlusconi è al capolinea per varie ragioni. E’ un “marchio” usurato, da troppo tempo sul mercato e senza alcun “aggiornamento disponibile”. Ripete a mo’ di disco rotto le stesse cose da 20 anni. Della rivoluzione liberale promessa non si vede neanche l’ombra: restano solo nemici ideologici, dai comunisti ai magistrati, utili solo ad allungare l’agonia di una morte (politica) lenta e inesorabile. Ciò che più sorprende è che Mr. marketing, l’uomo delle televisioni e della pubblicità, non abbia fiutato in anticipo ciò che stava per accadere. Ossia che la crisi economica e i fallimenti della politica stavano per cambiare completamente le domande dei cittadini, che Grillo stava per scardinare le logiche, le aspettative e le priorità del “vecchio” sistema politico e che Renzi stava per prendere il suo (di Berlusconi) posto come leader “pop, in grado di attrarre (anche) elettori di centrodestra, dando vita a una piattaforma politica liquida, assolutamente “catch all“, pigliatutto (in termini programmatici)  e tutti (in termini elettorali).

Già, perché l’abilità di Renzi è stata proprio questa: attaccare il pubblico impiego, i sindacati e la Rai – nemici storici di Berlusconi e bacini elettorali tradizionali della sinistra – e stravincere le elezioni. Come ha fatto? Semplice, è andato “oltre” ogni steccato simil-ideologico.  Ha capito, come ha scritto Ilvo Diamanti, che gli elettori non sono più né fedeli (come nella prima Repubblica), né abitudinari (come nella Seconda): sono assolutamente “liberi”. Oggi scelgono. Prima di tutto se andare a votare. Poi per chi votare, magari all’ultimo momento, con la scheda elettorale davanti e la matita in mano.

Ciò significa che il mercato elettorale (italiano, ma non solo) è giustamente postmoderno, tanto quanto la società. Niente ideologie, niente blocchi sociali, niente abitudini di voto familiari o tradizionali. Nessuna certezza e fine dei fattori predittivi di lungo periodo. Oggi il voto si spiega (quasi) esclusivamente con fattori di breve. Perché è la nostra vita che viaggia sul breve periodo, la nostra quotidianità, la nostra società. E di conseguenza anche la politica finisce per essere fatta soprattutto “di istinti e di istanti” (cit. Eichberg e Mellone).

Allora ciò che serve è capire gli istinti e sfruttare gli istanti.

Capire gli istinti, come ha fatto perfettamente Matteo Renzi individuando tutte le esigenze, cerebrali e soprattutto viscerali, degli elettori, sintetizzabili in tre R: ricambio (o rottamazione), riforme, risparmio (di denaro pubblico). Dietro le quali si celano i “mostri” da abbattere che in una narrazione vincente sono sempre necessari per far trionfare l’eroe: vecchia classe politica (D’Alema, Veltroni, Bindi letteralmente spariti dalle TV e dal dibattito pubblico) vs. ricambio, P.A. e sindacati che “bloccano” il paese vs. riforme, RAI che sperpera denaro pubblico in base a logiche clientelari e partitocratiche vs risparmio. Ecco i “nuovi” nemici di Renzi. Non più Berlusconi, che non essendo più centrale nell’agone politico, non riesce più a compattare neanche i “suoi” elettori storici. Senza Berlusconi al centro del dibattito, la sinistra ha stravinto e la destra ha straperso. Se di sinistra e destra ha ancora senso parlare…

Ma istinti e nemici sono solo le premesse del messaggio. Per veicolarlo e renderlo vincente serve un buon “emittente”. Credibile e attrattivo. Serve un leader, abile nella logica degli istanti: Matteo Renzi, appunto. Battutista, rapido, brillante, spregiudicato, decisionista, simpatico ed empatico, tagliente come una lama tanto in TV quanto su Twitter… E’ l’idealtipo del leader postmoderno. Identità fluida, niente radici o incrostazioni ideologiche, programmi e progetti on demand, plasmabili appunto in base agli istinti del momento e grande capacità comunicativa. 

E il leader oggi è tutto. Lo dimostrano decine di ricerche e di rilevazioni pre e post voto. Non è il partito che crea il leader e determina il suo programma. E’ il leader che crea il programma (on demand) e plasma il partito. Ciò non significa che siamo destinati ai “partiti personali”, che nascono e muoiono con i propri leader. Anzi, quei partiti sono ancora più deboli proprio perché non prevedono un ricambio, una “successione”. Scelta Civica, Futuro e Libertà, Italia dei Valori e la stessa Forza Italia cosa sarebbero/sono senza Monti, Fini, Di Pietro e Berlusconi? Niente… Il PD ha il doppio vantaggio, oggi, di essere l’unico partito “non personale” (nel senso che esisteva prima di Renzi e presumibilmente esisterà anche dopo) e di aver l’unico leader in grado di attrarre consensi in lungo e in largo. Come accade in quasi tutto l’Occidente dove i leader contano (Obama, Blair, Sarkozy, Aznar, Merkel…) ma i partiti sono quelli storici. I partiti personali che nascono dalla volontà di leader occasionali durano il tempo di un tweet…

Il fatto che il leader sia tutto è una verità incontestabile oggi. Non sto dando un giudizio di valore, ma un giudizio di fatto, un’analisi neutra. Diciamo la verità, se la stessa proposta viene lanciata da Renzi, D’Alema, Schifani, Berlusconi e Larussa avrà lo stesso appeal e la stessa credibilità? No. Oppure: le cose dette da Fini sabato scorso sono sbagliate o infondate? A mio avviso per nulla. Ma hanno avuto un grande risalto e avranno una conseguenza politica? No, perché le ha dette Fini. Ossia un “emittente” ritenuto ormai privo di credibilità a priori. Oggi in politica trionfa un errore logico: la fallacia ad personam. Non giudichiamo la proposta, o meglio la giudichiamo in base a chi la propone. E’ con questo dato di fatto che tocca fare i conti, ci piaccia o no.

Tutto ciò premesso, che prospettive ha la destra italiana per tornare competitiva? Senza un nuovo leader, direi nessuna. E sottolineo “nuovo” e “leader”. Nuovo nel senso che se non del tutto sconosciuto, quanto meno deve essere percepito come “non contaminato” dalla classe politica degli ultimi 20 anni. Altrimenti è “scaduto”, come uno yogurt. Non merita neanche un minimo di attenzione (come è successo per Fini ieri, ad esempio). Leader nel senso che deve essere un catalizzatore di consenso, un valore aggiunto per il partito (o la coalizione) e non deve apparire come un “burattino” guidato da altri (da Arcore in particolare).

Se questa è la conditio sine qua non, al momento non c’è via di scampo. Ci si può scervellare per mesi per individuare una “nuova” quanto inutile piattaforma programmatica o una formula organizzativa più o meno originale (federazione, coalizione, ecc.). Non serviranno a niente. Oggi il brand è il leader. E dalla sua “brand reputation” deriva tutto il resto. Dal suo rapporto col “pubblico”, immediato e diretto. Invertendo l’ordine dei fattori, ossia provando a costruire prima il partito o il programma, il risultato cambia. Inesorabilmente. 

Allora ben vengano Leopolde Blu, i brainstorming su valori non negoziabili, neoliberismo e neocomunitarismo, europeismo o euroscetticismo. Ma (politicamente) non serviranno a nulla. Saranno un minimo e misero “rumore” di fondo che non cambierà di una virgola il consenso e l’attrattività del centrodestra italiano. Politicamente serve fare tabula rasa. Ricominciare da zero, individuando un metodo democratico e meritocratico nella speranza che dal nuovo metodo emerga un nuovo leader. Da solo, senza sponsor o accordi sottobanco che lo indebolirebbero immediatamente.

Serve un Renzi di destra, si. Nuovo e spregiudicato, che sfidi tutta la nomenklatura attuale del centrodestra, a partire da Berlusconi. Oggi non c’è è vero. Allora si provi almeno a creare l’habitat, l’insieme delle precondizioni affinché possa nascere. Ma perché ciò accada serve un enorme passo indietro di buona parte dei “big” del centrodestra attuale. Ci sarà questo passo indietro? Io dico di no…E allora, palude sia. 

LDG

 

 

 

 

 

#Italicum. Un buon compromesso?


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L’Italicum passa indenne il vaglio della Camera, superando alcune “mine” piazzate qua e là su diverse questioni sensibili. In particolare, quote rosa e introduzione del voto di preferenza. Al Senato le insidie si ripresenteranno e saranno anche più difficili da superare, sia per i numeri delle forze politiche a Palazzo Madama, sia perché l’emendamento che proporrà la doppia preferenza di genere (come avviene già per le elezioni comunali) potrebbe riscuotere un successo bipartisan tale da essere approvato. In quel caso, però, considerando che il “patto” Renzi-Berlusconi non prevede né quote né preferenze, potrebbe saltare tutto, per volere del leader di Forza Italia. E sarebbe un bel problema… Perchè salterebbero tutti gli accordi sulle riforme e si avvicinerebbe seriamente il momento delle elezioni, a quel punto o col Consultellum per entrambe le Camere, o con l’Italicum solo alla Camera e il Consultellum al Senato. In ogni caso, sarebbe un’ecatombe: avremmo un paese con la certezza di essere senza governo e con le forze politiche quanto mai divise e l’un contro l’altra armata. Col solo Grillo a far cassa…dato che il capo dei 5 Stelle guida un edge fund che scommette sullo sfascio dei partiti “tradizionali”.

Ma questo lo vedremo. Intanto, com’è la legge elettorale approvata alla Camera?

Oggi D’Alimonte la definisce “un buon compromesso con qualche difetto di troppo”. Una lettura realistica, ma forse anche un po’ buonista. Che sia un compromesso non c’è dubbio, tutto è frutto di un’alchimia complessa tra le volontà divergenti dei partiti:

1. il doppio turno di coalizione con eventuale ballottaggio al secondo turno è frutto del volere di Renzi e del PD. Ma serve a chiunque arrivi primo per avere un vincitore certo. Ecco perché anche Berlusconi l’ha accettato;

2. la soglia del 37% per avere il premio di maggioranza al primo turno è decisa in ultima istanza da Berlusconi, sondaggi alla mano. Renzi vorrebbe una soglia più alta perché avrebbe più probabilità di vincere al secondo turno, sempre sondaggi alla mano. Il primo tifava per un 35%, il secondo per il 40%. Ergo…37%.

3. la soglia del 4,5% per i partiti coalizzati è decisa da Berlusconi, ancora una volta sondaggi alla mano. Nella speranza di avere una coalizione molto ampia, in grado di superare il 37%, ma di avere tanti partitini utili a portare voti, ma a portare seggi solo a Forza Italia. Il sogno, infatti, è vincere con la sola Forza Italia sopra il 4,5%. Tutti i seggi sarebbero suoi, avrebbe un governo monopartitico grazie ai portatori d’acqua dei partiti minori (NCD, FDI, LEGA, ecc.). Stando ai sondaggi attuali tale ipotesi non sarebbe affatto improbabile. Ovviamente, ciò esclude l’ipotesi di nuove liste unitarie dei partiti minori che potrebbero nascere da qui al momento del voto, proprio per superare il 4,5%. Tuttavia, stando alle posizioni attuali, non è facile immaginare Lega e Fratelli d’Italia uniti sotto uno stesso simbolo. Idem per NCD e Lega e lo stesso dicasi per NCD e Fratelli d’Italia: i primi europeisti e saldamente nel PPE, i secondi euroscettici e dichiaratamente fuori dall’area del PPE. L’unica ipotesi di fusione praticabile è tra NCD, UDC e PPI, ma non so quanto valore aggiunto genererebbe…

4. Le liste bloccate sono espressamente volute da Berlusconi, che da leader padronale di un partito proprietario vuole decidere, in base a criteri di fedeltà personale (prima che di convergenza o lealtà politica) chi merita di entrare in Parlamento. Ovviamente però le liste bloccate sotto sotto piacciono a tutti i segretari/leader di partito. Vedremo come si selezioneranno i parlamentari di domani. Il PD farà le primarie, si presume. Grillo forse riproporrà le parlamentarie, forse no. Non si sa. Gli altri, vedremo.

5. l’esclusione delle norme sulla parità di genere è un altro tassello voluto da Berlusconi. Tanto decide lui quante e quali donne candidare, senza vincoli numerici. Teniamo presente che, se salterà il Senato – nel senso che non sarà più elettivo – ci saranno centinaia di parlamentari da ricollocare. Parecchi sono uomini…questo spiega le barricate alle quote rosa dopo anni di retorica pro quote. Col paradosso ulteriore che le quote rosa intanto potrebbero entrare nella legge elettorale per le europee…Sarebbe un capolavoro. 

6. Le candidature multiple sono una necessità dei partiti minori, in particolare richieste da Alfano e da NCD. Ma a causa del sistema elettorale, a dire il vero. Alfano non teme il proprio successo elettorale individuale rispetto agli altri candidati di NCD. Teme che, a causa dell’algoritmo del sistema, rischierebbe di non entrare in Parlamento pur prendendo più voti di tutti nel suo partito. Il che può seriamente accadere… Dunque ha preteso e ottenuto 8 possibili multicandidature in collegi diversi. Anche quello potrebbe non garantirgli l’elezione, ma almeno aumenta le possibilità che chi prenda più voti finisca dentro…E’ un problema di equità del sistema, oggettivamente. Stiamo per approvare una legge elettorale con un algoritmo che in molti casi selezionerà i candidati vincitori di seggio praticamente a caso, #sapevatelo. Questo per me è il più grande difetto dell’Italicum, tecnicamente parlando. Ma perché questo problema non si pone per i partiti maggiori? Perché di fatto praticamente tutti i capolista di PD, Forza Italia e Movimento 5 Stelle avranno la certezza di essere eletti. Parliamo di almeno 360 seggi sicuri (se i collegi saranno 120. Ma potrebbero essere di più, anche 140. In tal caso i seggi sicuri saranno 420). Ciò significa che, paradossalmente, i partiti maggiori potrebbero usare le multicandidature per i secondi e terzi in lista, ossia laddove non sono sicuri che scattino i seggi. Una bella macedonia…

Dunque, ricapitolando, è un buon compromesso come dice D’Alimonte? E’ un compromesso. Buono direi di no. Ma se il menu è fisso, allora ce lo dobbiamo far piacere per forza. Resta una grande amarezza a monte. Il sistema elettorale è la regola del gioco per eccellenza. E le regole del gioco si scrivono per durare a lungo, con lo sguardo volto al futuro, avendo in mente il sistema politico di domani. Da noi si continua a ragionare, anche sulle regole del gioco, coi sondaggi in mano e come se si dovesse votare domani per l’ultima volta. Questo spiega perché in certi casi occorrerebbe affidarsi a un’Assemblea Costituente. Ma spiega anche perché la Costituente non la vedremo mai…

LDG

I perchè di #Renzi

Nelle ultimi giorni ho provato a valutare tutte le variabili che aveva di fronte Matteo Renzi, per capire il perché della sua eventuale (ormai reale) decisione di subentrare a Enrico Letta.

Prima di elencarle, due premesse d’obbligo:

a) fedeltà e coerenza non sono categorie della politica;

b) l’ambizione è l’essenza di una carriera politica.

Tutti coloro che parlano di “tradimenti”, “incoerenza” e “ambizione smisurata” non parlano di politica, stanno solo usando tali concetti per fare politica…ma sanno benissimo, specie se politici di professione, di essere tutti incoerenti, infedeli e ambiziosissimi…   

Ciò premesso, ecco in sintesi quattro “perché” che mi hanno fatto giungere alla conclusione che in realtà Renzi non avesse altra scelta. 

1. sostenere, controvoglia e a mo’ di grillo parlante, un governo con la fiducia ormai al 21% (più bassa di quella di Prodi, Berlusconi o Monti nella fase terminale), con avversari in crescita e facilitati da un’opposizione comodissima. Fare opposizione a un governo in cui non crede più nessuno è molto semplice…Peraltro, con un atteggiamento obbligato di pungolo continuo nei confronti di Letta per oltre un anno, Renzi avrebbe creato un’immagine perversa, simile al Fini dei controcanti verso il governo Berlusconi. In quel caso alla fine si arrivò alla rottura, ai “tradimenti” e alle pugnalate. Meglio “pugnalare” subito e comandare il gioco a quel punto.

2. I tempi della politica, dei media e della società sono cambiati. E per di più la crisi impone rapidità decisionale. Renzi è l’incarnazione di queste logiche: è l’emblema della rapidità e del “tempo reale”. Non poteva attendere oltre un anno, si sarebbe consumato, non sarebbe più stato Renzi.

3. Sondaggi alla mano la spinta propulsiva post-primarie è già in fase calante. Viceversa, si segnala una crescita recente di Forza Italia, M5S, ma anche di forze minori come la Lega. Ed è presumibile che nella campagna per le europee tali partiti continuino a crescere, proprio sfruttando il loro ruolo di opposizione al governo Letta tacciato di essere troppo passivo nei confronti dei diktat europei. E l’Europa ormai è il capro espiatorio più utile e remunerativo in termini di consensi. Meglio allora provare a timonarla questa nave, tanto più nella prospettiva del semestre di presidenza dell’UE che può essere l’occasione per dimostrare, con i fatti e non a parole, che qualcosa si può cambiare e che l’Italia può tornare ad avere il ruolo che le spetta nell’Unione.

4. I tempi delle riforme, necessarie per tornare al voto, non erano controllati da Renzi. Tra legge elettorale, riforma del Senato e del Titolo V era pressoché impossibile farcela in un anno, anche perché nessuno in Parlamento aveva davvero interesse a votare tra un anno. Sarebbe stato un campo minato continuo, di veti incrociati di chi, votando nel 2015, avrebbe detto “addio” alla sua carriera politica. E in questo momento in Parlamento, anche in maggioranza, direi che di casi del genere ce ne sono un bel po’…

Dunque, l’eterna promessa della politica italiana avrebbe avrebbe rischiato, attendendo un altro anno (o forse più), di non avere mai la sua chance di governare. Si sarebbe rosolato a fuoco lento e avrebbe contribuito suo malgrado ad alimentare i motori già caldi degli avversari politici.

Certo, l’operazione di ieri non è il massimo della trasparenza, dell’innovazione, della lealtà, della coerenza (#enricostaisereno e #coerenzi sono ormai due tormentoni, ma mi sono già espresso su queste “false categorie”). E secondo molti è anche una mossa sbagliata. Io dico, invece, che Renzi non avesse altra scelta. Aveva iniziato a mettere in conto una possibile sconfitta, che sarebbe stata sempre più probabile col passare del tempo. E perdere senza giocarsela, sarebbe stato davvero il colmo. 

Dunque, ha deciso di giocarsela. Con tutti i limiti e le contraddizioni del caso. Ma almeno ora è padrone del suo destino. Ha davanti la prospettiva di poter governare per 4 anni e di fare le riforme più importanti per l’Italia. Tra mille difficoltà, certo, perché nella palude c’è già entrato da ieri sera visti i veti incrociati immediati dei possibili partner di coalizione. Ma ce lo vedete Matteo Renzi ad attendere chissà quanto per poter provare a vincere, mordendosi la lingua mentre Berlusconi e Grillo si divertono a impallinare il governo Letta quotidianamente? Io no. E al suo posto avrei fatto lo stesso. Anche perché in politica le occasioni si sfruttano sempre, non è detto che ce ne siano altre. 

LDG

#Italicum: quando il marketing è di successo

Dopo la chiusura dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, il giovane Matteo (mi piace chiamarlo così, essendo mio coetaneo)  ha scritto su Facebook: “mai più larghe intese grazie al ballottaggio, mai più potere di ricatto dei piccoli partiti, mai più inciuci alle spalle degli elettori, mai più mega circoscrizioni. Con l’intesa sulla legge elettorale, nonostante i professionisti della critica, il passo avanti è enorme. Dopo anni di melina, in qualche settimana si passa dalle parole ai fatti”. Mentre scrivo, il post ha ottenuto circa 9 mila mi piace, di un popolo entusiasta che, all’italiana, si aggrappa all’ “uomo nuovo” e crede fideisticamente a ogni cosa egli dica.

Cerchiamo di capire meglio cosa sia l’Italicum ultima versione. Partiamo da una riflessione a grandi linee, che affido a una tabella:

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Le caratteristiche generali della nuova legge elettorale sono identiche a quelle del Porcellum. Stessa formula (quoziente naturale e recupero dei più alti resti), liste bloccate ancora lì, clausole di sbarramento, premio di maggioranza, candidature multiple. Rispetto tutte le interpretazioni per carità, ma di fatto questa legge deriva innegabilmente da quella di Calderoli. O meglio è un Porcellum modificato, con alcune novità, che definirei “limature”, alcune delle quali decisamente indotte dalla recente sentenza della Corte Costituzionale:

1. il premio di maggioranza ora ha una soglia minima di voti per essere attribuito: 37%. In caso contrario scatta il secondo turno per l’attribuzione del premio.

2. le liste sono più corte di prima (da 3 a 6 nomi, a fronte anche di oltre 40 nomi col Porcellum).

3. le soglie di sbarramento sono state alzate per limitare ulteriormente l’ingresso in Parlamento dei cd. “partitini”.

4. le candidature multiple saranno limitate a 4-5 circoscrizioni, non a tutte come era nella legge precedente.

5. (e questa non è una limatura ma una novità importante) anche il Senato avrà un riparto dei seggi nazionale anziché regionale come avveniva con la legge di Calderoli.

La verità è che questa legge ha una sola grande novità, che è proprio il riparto nazionale dei seggi al Senato. E’ solo quella la novità che può garantire la governabilità tanto attesa. In tanti dimenticano, infatti, che alla Camera il centrosinistra di Prodi nel 2006 ebbe una maggioranza bulgara con 23 mila voti di scarto e che Bersani un anno fa ha avuto la stessa maggioranza bulgara con 100 mila voti di vantaggio. Con la nuova legge, paradossalmente, Renzi vincendo al ballottaggio avrebbe 327 seggi a fronte dei 340 di Prodi e Bersani/Letta… così, per la precisione.

E’ sempre stato il Senato il problema, per via della ripartizione regionale dei seggi. Superato questo scoglio (che, ricordo, fu introdotto per volere di Ciampi che nel Porcellum sentiva puzza di violazione dell’art. 57 Cost.), la fine delle larghe intese dovrebbe essere assicurata, sempre che il Senato non dia risultati diversi rispetto alla Camera (come avvenne nel 2006). In quel caso, il “mai più larghe intese” di Renzi andrebbe immediatamente a farsi benedire… E sempre che la Corte Costituzionale non decida che la frase “Il Senato è eletto su base regionale” prevista dall’art. 57 non sia stata violata. Altrimenti la frittata è fatta, di nuovo.

Ma Renzi scommette che il Senato non sarà più decisivo per i prossimi governi, perché supereremo il bicameralismo perfetto. Io sono meno convinto, visto che ciò implica una riforma costituzionale che porterebbe con sè parecchi mesi di lavoro. In ogni caso, la svolta per la fine delle larghe intese è tutta lì. E mi auguro che vada in porto.

Chiudo dicendo che questa era forse l’unica legge possibile a questo punto, lo so bene. Non vivo sulla Luna e frequento la politica da parecchi anni per cui conosco certe logiche e certe dinamiche. Ma presentare una “limatina” del Porcellum piena zeppa di norme “ad partitum” (le liste bloccate e le soglie di sbarramento alzate per Forza Italia, il doppio turno per il PD, le candidature multiple per NCD, i collegi piccoli per tutti i grandi partiti così da predeterminare almeno 400 seggi…) come la nuova legge “salva Italia”, ecco mi pare troppo.

Ma complimenti al marketing… ce stavo quasi a crede’

LDG

Il punto sull’#Italicum: pro, contro e dubbi

L’Italicum è in pista. Anche se manca qualche dettaglio non proprio secondario per farlo partire, tipo quanti sono i collegi plurinominali e che ampiezza hanno. Si sa che oscilleranno tra 3 e 6 seggi, ma non si sa quanti e quali sono quelli da 3, quali quelli da 4, ecc.

I PRO:

1. Abolisce le candidature multiple. Anche se ho scritto, con Michele De Vitis, diversi saggi sul punto e dunque mi toglie un argomento su cui lavorare (!), è ovvio che impedire ai capolista di essere candidati ovunque, permettendo loro ex post di scegliere il collegio nel quale essere eletti , è una buona novità. Riduce anche i “giochetti” intrapartitici per cui, a elezioni finite si decideva la sorte di diversi candidati “in bilico”. Ne sa qualcosa il mio amico Maurizio Castro che nel 2006 fu fatto fuori dal Senato per questa ragione (nota personale).

2. Prevede il doppio turno di coalizione. E, proponendo la ripartizione dei seggi nazionale anche al Senato (col porcellum ripartizione e premi erano regionali), garantisce che il sistema sia “majority assuring”, ossia che chi vince abbia la maggioranza. A dire il vero, potrebbe accadere che una coalizione vinca alla Camera e una al Senato (nel 2006 successe, ad esempio). Per cui diciamo che è “majority assuring” per ogni singola Camera. Sempre in attesa che il Senato venga riformato e diventi ininfluente…

3. Non so se è proprio un bene, garantisce la rappresentanza di genere. Dico “non so se è un bene” perché personalmente sono contrario alle affirmative actions che finiscono per discriminare al contrario. Ma non voglio aprire un capitolo complesso sulle cd. “quote rosa”. Dico che si dovrebbero candidare i migliori, a prescindere dal genere. Certo, senza barriere all’ingresso per le donne, ovvio. 

I CONTRO (E I DUBBI DI COSTITUZIONALITA’):

1. Personalmente non sono né per le liste bloccate, né per le preferenze. O meglio, ritengo che siano strumenti “neutri” che diventano “diabolici” solo per l’utilizzo che se ne fa. D’altronde, sulle preferenze si porta spesso come esempio negativo il caso Fiorito, sulle liste bloccate la Minetti e, aggiungo, sui collegi uninominali Di Pietro (molisano) eletto al Mugello (uno dei cosiddetti candidati paracadutati). Insomma, non è un problema legato allo strumento è un problema legato al paese e al suo senso delle regole, del merito e del fair play. Tuttavia, il dubbio serio che ho è che la sentenza della Corte non abbia mai detto “vanno bene le liste bloccate corte”. Ha detto che le liste bloccate di fatto privano l’elettore della possibilità di scegliere e che nel mondo non esistono casi di liste bloccate lunghe quanto quelle del porcellum. Non ha aggiunto altro…I dubbi restano.

2. Anche sul premio di maggioranza nutro seri dubbi. La Corte ha detto che non deve essere troppo distorsivo, ossia che non deve premiare eccessivamente in termini di seggi chi lo ottiene. Bene, facciamo un’ipotesi non del tutto inverosimile: Vince il centrodestra col 35,1% dei voti per cui ha diritto al premio. I partiti ottengono le seguenti percentuali:

Forza Italia: 20%

NCD: 4,9%

LEGA: 4,1%

FDI: 3,5%

Altri: 2,6%

In questo caso, l’unico partito sopra la soglia del 5% è Forza Italia, la quale grazie anche ai voti dei partiti sotto soglia prenderebbe il 53% dei seggi col 20% dei voti. Ben oltre ogni caso visto e vissuto col porcellum. Non so sinceramente cosa direbbe la Corte…

3. Come ha giustamente messo in luce oggi Piercamillo Falasca, con la ripartizione nazionale dei seggi, ma con i collegi plurinominali piccoli, diventa abbastanza prevedibile in anticipo la distribuzione dei seggi per i partiti. Più precisamente, se i collegi plurinominali saranno intorno a 120, è molto probabile che tutti i capolista dei 3 grandi partiti sapranno in anticipo di essere eletti. Per il gioco dei coefficienti questa previsione potrebbe non essere perfetta al 100%, ma ci andrebbe molto vicino…Questo avrebbe come effetto perverso, insieme alle liste bloccate, un’ulteriore riduzione della possibilità di incidere da parte degli elettori. In democrazia il voto deve essere “libero e decisivo”, qui si rischia di compromettere entrambe queste caratteristiche.

4. In base alla bozza dell’Italicum, come detto, anche il Senato è eletto su base nazionale. Nel 2005 la bozza del porcellum fu modificata in seguito ai rilievi di Ciampi, spinto soprattutto da Barbera e Bassanini, che sottolinearono il seguente passaggio dell’art. 57 della Costituzione: “il Senato è eletto su base regionale”. Dunque, eventualmente, siamo alla terza questione di incostituzionalità potenziale…

Mi rendo conto che stiamo ragionando su una bozza e soprattutto che non stiamo lavorando sul sistema ottimale per il paese, ma su un sistema frutto di un accordo tattico tra le forze in campo. Ma i dubbi restano, eccome. E il problema di fondo è proprio che (anche) questo sistema deriva da ragionamenti tattici, non da prospettive di sistema. E quando si mettono insieme i cocci il risultato è spesso, se non sempre, un “papocchio”.

LDG

Cos’è l’Italicum: la legge elettorale #renziberlusconi

Porcellum e porcellinum

Dopo giorni e giorni passati a scervellarci su come avrebbe impattato il sistema elettorale spagnolo sul sistema dei partiti italiani, ieri notte abbiamo scoperto che di “spagnolo” nell’accordo tra Renzi e Berlusconi c’è davvero poco. In pratica solo le liste bloccate corte. Tutto il resto è perfettamente in salsa italica, anzi in salsa suina italica, dato che di fatto è venuta fuori una variante del Porcellum.

Per spiegarlo, allora, facciamo prima a partire dal suino padre, quello “ammaccato” dalla sentenza della Corte Costituzionale. Il Porcellum prevedeva, per l’elezione della Camera, un sistema maggioritario di coalizione, con riparto dei seggi proporzionale. Tradotto: la coalizione (o il partito) che arriva primo a livello di voti nazionali ottiene il 55% dei seggi. Gli altri ottengono i seggi rimanenti (45%) in proporzione ai voti ottenuti. Non ottengono seggi però i partiti che non hanno superato il 4% a livello nazionale (se corrono da soli) o il 2% (se fanno parte di una coalizione). Le liste sono bloccate e “lunghe” nel senso che l’Italia è divisa in circoscrizioni grandi, che assegnano molti seggi, e dunque i candidati sono tanti, in alcuni casi oltre 40.

Queste due caratteristiche (premio di maggioranza e liste bloccate) sono state parzialmente bocciate dalla Consulta in questi termini:

1. il premio di maggioranza è stato ritenuto potenzialmente illimitato e dunque troppo distorsivo, ossia: non è accettabile che un partito (o una coalizione) ottenga il 55% dei seggi solo perché arriva primo. Per ottenerli deve prendere comunque un’alta percentuale di voti.

2. le liste bloccate “lunghe” non garantiscono che l’elettore conosca i candidati e dunque di fatto i partiti impongono ogni scelta ai cittadini.

Sulla base di queste osservazioni, ieri sera è nato il Porcellinum, ossia il suino figlio che prevede:

1. il premio di maggioranza del 20% dei seggi al partito (o alla coalizione) che ottiene almeno il 35% dei voti nazionali.

2. Liste bloccate “corte” in seguito a una divisione del territorio nazionale in più circoscrizioni che assegneranno pochi seggi.

Oltre a questi due “correttivi” dettati dalla Consulta, si è deciso di alzare le soglie di sbarramento: dal 4% all’8% nazionale per chi corre da solo e dal 2% al 5% per chi partecipa al voto all’interno di una coalizione. La motivazione è stata spiegata da Renzi e Berlusconi varie volte: limitare il potere di ricatto dei “partitini”. 

Dunque, di spagnolo non c’è nulla, se non le liste bloccate corte. Che però in Spagna sono collegate a un riparto circoscrizionale dei seggi, mentre noi (per ora) abbiamo scelto il riparto nazionale. Di italiano, invece, c’è tanto, forse troppo, perché come sempre ci complichiamo la vita da soli. Mi domando infatti: se uno dei problemi (per me il problema dei problemi) è quello di garantire maggioranze certe e governabilità, perché non si è scelto il doppio turno di coalizione (o “Sindaco d’Italia”) che prevedeva la certezza del premio grazie al secondo turno e invece si è scelto un sistema in cui il premio è eventuale? Certo, il sistema con le soglie alte (incluso quella per il premio) favorirà le aggregazioni, ma la certezza del premio a priori non c’è.

Insomma, se Renzi voleva giustamente sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni, questo sistema potrebbe non bastare. 

Aggiungo: ieri si è parlato del Senato solo nei termini – corretti per carità – del superamento del bicameralismo paritario, in base al quale il problema dell’elezione del Senato diventerebbe secondaria. Ma questo implica una riforma costituzionale. Se dovessimo andare al voto prima – cosa non certo improbabile – i premi di maggioranza sarebbero regionali. Ergo, per avere una maggioranza certa al Senato occorrerà vincere  superando il 35% in quasi tutte le regioni. Altro che maggioranze certe…

Sorvolo sulle liste bloccate, considerate il “male assoluto” per anni, il simbolo della casta, dei nominati e della corruzione e che oggi miracolosamente sono tornate “vergini”… Ma questa è una storia infinita. Anche le preferenze sono state considerate il motore della corruzione politica. Non è un problema di sistema elettorale, ma di cultura politica e prima ancora civica. Un problema italiano. 

LDG

Berlusconi e il Mattarellum: qualcuno non ha capito

Oggi diversi articoli, in particolare Ugo Magri su La Stampa, riportano un’interpretazione a mio avviso errata della seguente frase di Berlusconi:

“Con il premio del 15% abbiamo la fiducia di conquistare da soli la maggioranza in Parlamento”.

Secondo Magri questo significa che a Berlusconi va bene anche il Mattarellum perché nella versione proposta da Renzi, anch’esso (come il modello spagnolo) prevede un premio del 15%. In realtà, a mio avviso, tale interpretazione è errata. Se Berlusconi davvero avesse qualche speranza di vincere preferirebbe il doppio turno di coalizione (Sindaco d’Italia) che garantisce il 60% di seggi e dunque una maggioranza certa (almeno alla Camera).

La verità è che Berlusconi ha due priorità in mente:

1. sa di perdere e pertanto spinge verso il modello che farebbe “non vincere” chi arriva primo.

2. vuole azzerare Alfano e NCD.

Queste due priorità portano verso il modello spagnolo. A meno che davvero, pur di ammazzare Alfano, non voglia andare “da solo” anche in caso si scelga il Mattarellum. In quel caso, da parte sua ci sarebbe un enorme errore prospettico.

Infatti, l’ultima volta che si è votato col Mattarellum, Forza Italia era primo partito nelle seguenti circoscrizioni:

Piemonte 2, Lombardia 1, Lombardia 2, Lombardia 3, Veneto 1, Veneto 2, Lazio 2, Abruzzo, Molise, Campania 1, Campania 2, Puglia, Sicilia 1, Sicilia 2 e Sardegna.

Nel 2013, il PDL (dunque prima della scissione con NCD) era primo partito nelle seguenti circoscrizioni:

Lazio 2, Campania 1, Campania 2, Puglia e Calabria.

E stiamo parlando di uno scenario pre-Renzi, pre-scissione con Alfano e pre-decadenza.

Se Berlusconi crede di poter vincere in numerosi collegi uninominali andando da solo vuol dire che ha perso del tutto lucidità e capacità di analisi. Più probabile che qualcuno abbia interpretato male quel 15% mettendoci dentro anche una preferenza per il Mattarellum che non sta né in cielo né in terra.

Ribadisco quanto detto ieri, per Silvio esiste solo lo spagnolo.

LDG