Il Paradosso di Cacciari. Soluzione?

Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG

#Italicum: quando il marketing è di successo

Dopo la chiusura dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, il giovane Matteo (mi piace chiamarlo così, essendo mio coetaneo)  ha scritto su Facebook: “mai più larghe intese grazie al ballottaggio, mai più potere di ricatto dei piccoli partiti, mai più inciuci alle spalle degli elettori, mai più mega circoscrizioni. Con l’intesa sulla legge elettorale, nonostante i professionisti della critica, il passo avanti è enorme. Dopo anni di melina, in qualche settimana si passa dalle parole ai fatti”. Mentre scrivo, il post ha ottenuto circa 9 mila mi piace, di un popolo entusiasta che, all’italiana, si aggrappa all’ “uomo nuovo” e crede fideisticamente a ogni cosa egli dica.

Cerchiamo di capire meglio cosa sia l’Italicum ultima versione. Partiamo da una riflessione a grandi linee, che affido a una tabella:

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Le caratteristiche generali della nuova legge elettorale sono identiche a quelle del Porcellum. Stessa formula (quoziente naturale e recupero dei più alti resti), liste bloccate ancora lì, clausole di sbarramento, premio di maggioranza, candidature multiple. Rispetto tutte le interpretazioni per carità, ma di fatto questa legge deriva innegabilmente da quella di Calderoli. O meglio è un Porcellum modificato, con alcune novità, che definirei “limature”, alcune delle quali decisamente indotte dalla recente sentenza della Corte Costituzionale:

1. il premio di maggioranza ora ha una soglia minima di voti per essere attribuito: 37%. In caso contrario scatta il secondo turno per l’attribuzione del premio.

2. le liste sono più corte di prima (da 3 a 6 nomi, a fronte anche di oltre 40 nomi col Porcellum).

3. le soglie di sbarramento sono state alzate per limitare ulteriormente l’ingresso in Parlamento dei cd. “partitini”.

4. le candidature multiple saranno limitate a 4-5 circoscrizioni, non a tutte come era nella legge precedente.

5. (e questa non è una limatura ma una novità importante) anche il Senato avrà un riparto dei seggi nazionale anziché regionale come avveniva con la legge di Calderoli.

La verità è che questa legge ha una sola grande novità, che è proprio il riparto nazionale dei seggi al Senato. E’ solo quella la novità che può garantire la governabilità tanto attesa. In tanti dimenticano, infatti, che alla Camera il centrosinistra di Prodi nel 2006 ebbe una maggioranza bulgara con 23 mila voti di scarto e che Bersani un anno fa ha avuto la stessa maggioranza bulgara con 100 mila voti di vantaggio. Con la nuova legge, paradossalmente, Renzi vincendo al ballottaggio avrebbe 327 seggi a fronte dei 340 di Prodi e Bersani/Letta… così, per la precisione.

E’ sempre stato il Senato il problema, per via della ripartizione regionale dei seggi. Superato questo scoglio (che, ricordo, fu introdotto per volere di Ciampi che nel Porcellum sentiva puzza di violazione dell’art. 57 Cost.), la fine delle larghe intese dovrebbe essere assicurata, sempre che il Senato non dia risultati diversi rispetto alla Camera (come avvenne nel 2006). In quel caso, il “mai più larghe intese” di Renzi andrebbe immediatamente a farsi benedire… E sempre che la Corte Costituzionale non decida che la frase “Il Senato è eletto su base regionale” prevista dall’art. 57 non sia stata violata. Altrimenti la frittata è fatta, di nuovo.

Ma Renzi scommette che il Senato non sarà più decisivo per i prossimi governi, perché supereremo il bicameralismo perfetto. Io sono meno convinto, visto che ciò implica una riforma costituzionale che porterebbe con sè parecchi mesi di lavoro. In ogni caso, la svolta per la fine delle larghe intese è tutta lì. E mi auguro che vada in porto.

Chiudo dicendo che questa era forse l’unica legge possibile a questo punto, lo so bene. Non vivo sulla Luna e frequento la politica da parecchi anni per cui conosco certe logiche e certe dinamiche. Ma presentare una “limatina” del Porcellum piena zeppa di norme “ad partitum” (le liste bloccate e le soglie di sbarramento alzate per Forza Italia, il doppio turno per il PD, le candidature multiple per NCD, i collegi piccoli per tutti i grandi partiti così da predeterminare almeno 400 seggi…) come la nuova legge “salva Italia”, ecco mi pare troppo.

Ma complimenti al marketing… ce stavo quasi a crede’

LDG

#M5S, il partito iperpersonale

Dopo Mastrangeli dunque anche la “cittadina” Gambaro ha subito il trattamento dell’epurazione democratica attraverso la rete. Se ad essi sommiamo i casi pre-parlamentari Salsi e Favia, fanno già 4 “eretici” inchiodati dall’inquisizione a 5 Stelle. E sappiamo bene che non finirà qui, anche Pinna e altri sono sulla buona strada. Di questo passo la parabola del M5S si chiuderà con Grillo e Casaleggio che si eliminano a vicenda in una partita di poker on line, chi perde esce e chi vince chiude la porta e butta la chiave.
È davvero impressionante lo iato che si è creato nel M5S tra ciò che è e ciò che pretende di essere. Un movimento che esalta la democrazia diffusa, dal basso, che si vanta di avere un non-statuto e di non avere leader, ma solo “megafoni” e che invece, al primo sospiro para-dissidente fa partire una macchina inquisitoria perfetta che, contando sulla “folla forcaiola”, epura a raffica tutti coloro che provano ad accendere il cervello e a far valere un minimo di spirito critico.
Come è possibile che un movimento che si autodefinisce democratico non accetti neanche una parvenza di dissenso interno? Eppure la democrazia, prima che governo della maggioranza è tutela del dissenso… Ma forse le letture dei libri di teoria democratica non sono state ancora programmate, siamo ancora alla Costituzione e al drafting normativo suppongo.
Eppure queste contestazioni rappresentavano occasioni imperdibili per Grillo e i suoi. Era un modo per dimostrare che loro sono davvero diversi, che accettano il dissenso interno come un fattore di fisiologia democratica e non di patologia autocratica. Invece, in confronto a queste espulsioni, il trattamento subito da Fini dopo la famosa Direzione nazionale del PDL sembra una passeggiata di salute. E tuttavia non è un caso se paragono questi casi a quello del PDL. Come mai tutto questo non succede nel PD, dove invece il dissenso sembra uno sport fin troppo diffuso e dove lo streaming sembra funzionare molto meglio che nel M5S? La ragione è racchiusa in una formula, quella del “partito personale”. Si dice spesso che il PD abbia un problema di leadership ed è vero. Tuttavia, il modello del leader virtuoso è Berlusconi? O Grillo? O Di Pietro? Sono leader pro tempore di partiti consolidati – come Obama, Blair o Cameron – o sono piuttosto i veri e propri padroni dei rispettivi partiti? Bersani, ma prima di lui altri come Cirino Pomicino ad esempio, sottolineano da tempo questa anomalia – che in realtà in letteratura è emersa anche prima, si veda ad esempio “Il partito personale”, di Mauro Calise. Senz’altro è anomalo il PD che cambia un leader all’anno, ma è decisamente più “normale” rispetto a partiti che nascono ed eventualmente muoiono seguendo la parabola del proprio leader, che resta tale per vent’anni o più, a prescindere dalle vittorie o dalle sconfitte elettorali, e che quando viene meno porta con sè l’intero partito.
Forse dovremmo chiederci più spesso come mai in America i due grandi partiti si chiamano Democratico e Repubblicano da secoli, nel Regno Unito Conservatore, Laburista, Liberale da secoli, perché in Germania, in Francia o in Spagna esistano ancora i Socialisti, i Cristiano-Democratici, i Popolari… Insomma, i leader cambiano ma i partiti e le tradizioni politiche restano. Mentre da noi, la Seconda Repubblica, ad eccezione del PD e della Lega Nord – con qualche difficoltà – è segnata sempre più da leader che creano e disfano partiti, da Berlusconi a Grillo, passando per Di Pietro, Ingroia, Monti, lo stesso Fini (se si prende come esempio la parabola di FLI).
Insomma, anche il M5S paga, all’ennesima potenza, la sua natura “personalistica” e dunque inevitabilmente leaderistica. È un movimento che ha raccolto un consenso enorme in pochissimo tempo, approfittando di un gigantesco bacino di elettori delusi, ma lo ha fatto senza strutturarsi minimamente, confidando in un leader mediaticamente efficacissimo e nell’ottimistica previsione secondo cui la rete potesse compensare l’organizzazione di partito. Ne è venuto fuori il partito più personale di tutti, in cui il “portavoce” costituisce in realtà molto di più di un segretario o di un presidente. Egli è il partito. Punto. È lui che catalizza il consenso ed è lui che detta le regole interne, anche modificandole a suo piacimento. Di questo passo il M5S si disintegrerà in Parlamento e perderà quasi tutto il suo consenso a livello elettorale. Rischia di essere la meteora delle meteore, l’emblema di una società e di una politica senza punti di riferimento, che si aggrappa al primo fenomeno di successo, per poi abbandonarlo nel tempo di un hashtag…

P.S. Ogni tanto lo chiamo Movimento, giusto perché si è autodenominato così, ma per me un’organizzazione che compete alle elezioni per la gestione diretta del potere è un partito politico, che si chiami movimento, popolo, lega… Allo stesso modo, tutti i deputati e senatori sono anche cittadini, ma una volta eletti in parlamento, che ci piaccia o no, sono deputati e senatori… E ogni tentativo di differenziarsi anche dal punto di vista terminologico mi pare solo una grottesca parodia della neolingua orwelliana.

LDG

Tra i due comunisti, il Caimano gode

Le elezioni del 26-27 febbraio avevano decretato un vincitore assoluto (Beppe Grillo), un vincitore relativo (Silvio Berlusconi) – che nonostante la perdita di 6 milioni di voti rispetto al 2008 è andato vicinissimo alla vittoria – e uno sconfitto (Pierluigi Bersani) – anzi uno che ha “non vinto”. Tuttavia, il vero capolavoro del “non vincitore” Bersani e della classe dirigente del partito democratico doveva ancora arrivare. Aver perso tra i 10 e i 12 punti percentuali in 3 mesi (a dicembre 2012 il PD viaggiava sopra il 30% e il PDL intorno al 14%) è niente in confronto a ciò che è successo dopo, tra i tentativi di formare il governo di minoranza (o della “non sfiducia”) e l’ecatombe verificatasi negli ultimi 4 giorni per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Dopo quasi due mesi di inseguimento inutile ai grillini – con tanto di insulti e dirette streaming poco edificanti – Bersani e i suoi decidono, nel corso di una drammatica assemblea, di virare la rotta di 180° e di proporre per il Quirinale il candidato più gradito al centrodestra all’interno di una rosa di cinque nomi, Franco Marini. Il cambio repentino di rotta non va giù a una bella fetta del partito, anche – ma non solo – per le modalità con cui è stata messa in opera. L’assemblea – e ancor di più ciò che accadeva fuori dall’assemblea – aveva fatto intuire ciò che sarebbe successo il giorno dopo in Parlamento, ma la realtà ha superato la fantasia: il centrodestra ha votato compatto Marini, mentre il centrosinistra si è spaccato con Vendola e i suoi che hanno votato per Rodotà e il PD che si è rilevato pieno zeppo di franchi tiratori (alcuni dichiarati, vedi i “renziani”) per “ammazzare” la candidatura votata a maggioranza dall’assemblea della sera prima.

Lo schiaffone arriva duro, tocca correre ai ripari: basta inseguire Grillo e dunque no a Rodotà – altro candidato col DNA di centrosinistra – basta inseguire Berlusconi, nonostante Marini sia uno dei fondatori del PD; meglio fare un nome che compatti il partito: Romano Prodi, l’uomo dell’Ulivo, dell’Unione e che ha dato i natali al Partito Democratico. Scelta approvata per acclamazione in assemblea e puntualmente impallinata nuovamente all’atto del voto segreto da circa 100 rappresentanti del partito di Bersani.

A quel punto, la coalizione maggioritaria non aveva più nomi possibili, li avrebbe bruciati tutti..Erano rimaste due sole alternative: convergere su Rodotà, in netto ritardo e comunque col rischio di bruciare anche lui e di aprire un nuovo fronte con Grillo e la sua comprovata inattendibilità come partner di un eventuale maggioranza; provare a convincere Napolitano a farsi rieleggere per mettere una toppa a questo enorme pasticcio. E’ andata in porto la seconda opzione, col paradosso che nel corso dell’ultima votazione abbiamo avuto un ballottaggio tra due comunisti storici e autentici – Napolitano e Rodotà – e un solo vero vincitore, l’anticomunista per definizione, colui che votò contro Napolitano 7 anni fa e che oggi può brindare a suon di sondaggi trionfanti di aver tritato il suo principale avversario politico: Silvio Berlusconi.

Risultato: oggi il PDL è nettamente il primo partito nei sondaggi e il PD – per dirla à la Bersani – è un “non partito”…

 

LDG

Il non-governo di minoranza

E’ passato un mese e mezzo dalle elezioni e siamo senza Governo, praticamente senza Presidente della Repubblica, senza Commissioni parlamentari, ma soprattutto senza un’idea forte e condivisa per uscire da questo pantano. E’ chiaro che la svolta può essere l’elezione del nuovo capo dello Stato, per la quale probabilmente si arriverà a un accordo più o meno bipartisan. Quello che non è ancora chiaro è cosa succederà dopo.

Bersani e i suoi continuano a proporre, con una costanza che fa quasi tenerezza, il governo di minoranza, o della “non sfiducia”. In altri termini, vorrebbero un governo di centrosinistra che ottenga la fiducia e poi viva di proposta in proposta, in bilico tra la fiducia e la sfiducia parlamentare. Personalmente mi sembra una follia…scusate se lo dico senza mezzi termini.

I governi di minoranza sono opzioni molto rare nelle democrazie parlamentari e quando “capitano” durano molto poco e finiscono per essere necessariamente governi di transizione. Nel Regno Unito, ad esempio, ci sono due casi recenti, uno del 1974 e uno del 1997, entrambi durati circa 6 mesi prima di una nuova consultazione elettorale. Teniamo presente peraltro che nel Regno Unito è “normale” che un partito governi da solo pur avendo ottenuto il 30% dei consensi a livello nazionale, mentre in Italia sarebbe un inedito difficilmente “digeribile”, data la nostra cultura politica tradizionalmente disomogenea e divisiva.

Come si può immaginare che una coalizione che ha preso il 29% dei consensi, e senza la maggioranza al Senato, governi da sola, dopo aver deciso anche i presidenti delle due Camere? Quanto potrebbe durare un governo così? E cosa riuscirebbe a produrre in termini di riforme e di politiche pubbliche? A me sembra incredibile che i “bersaniani” continuino ad arroccarsi su questa opzione, difficilmente praticabile in assoluto e tanto più nell’Italia dei “guelfi e ghibellini”.

Non credo che il nuovo capo dello Stato si prenderà questa responsabilità – anche perché dubito che durante le consultazioni questa opzione avrà un alto gradimento… Ritengo più probabile un governo istituzionale che accompagni il paese verso il voto in autunno, con una nuova legge elettorale. L’alternativa è il governo PD-PDL-Scelta Civica, ma a quanto pare Bersani e i suoi sono convinti che questa formula penalizzerebbe il PD. Sondaggi alla mano, si direbbe il contrario, dato che il centrodestra cresce e il centrosinistra è in calo. A me sembra che gli italiani chiedano solo un governo che governi…E in questo momento l’unico governo in grado di governare è quello proposto dal centrodestra. Come sempre, l’apparato del PD si dimostra un efficacissimo interprete di ciò che il paese non vuole…

LDG

La politica tornerà…

Tra tecnocrazia, sofocrazia (governo dei saggi) e antipolitica è un anno e mezzo che la nostra democrazia fatica a ridare centralità alla politica. Certo, l’ultimo voto non ha aiutato, col paese diviso in tre che – anche, ma non solo, a causa del porcellum – non è riuscito a garantire alcuna maggioranza al Senato e nessuna ipotesi di accordo. A mo’ di roulette messicana, con tutti i partiti e le coalizioni l’un contro l’altro armati senza mollare di un centimetro. Per Grillo nessuna fiducia agli “zombie”. Per Bersani nessun governo con gli “impresentabili” del pdl. Risultato: Napolitano ha prorogato il governo Monti, nominando nel contempo 10 saggi istituzionali/economici per stilare un’agenda il più possibile condivisa. Dunque, tecnici al governo, saggi al lavoro e politica ancora sospesa… Ma quanto durerà questa sospensione della e dalla politica che va avanti di fatto dal 2011? A mio avviso durerà poco e per fortuna aggiungo. La classe politica della seconda repubblica ha enormi responsabilità per lo tsunami che si è abbattuto alle urne e per i rimedi-tampone, tecnocratici e sofocratici, che Napolitano si è dovuto inventare di volta in volta. Ma pian piano, questa fase imploderà perché ne imploderanno i prerequisiti. Il governo tecnico è uscito con le ossa rotte, tra aspettative deluse e indicatori mecroeconomici disastrosi. Grillo e i suoi, dopo l’exploit elettorale, stanno perdendo due punti a settimana stando ai sondaggi più recenti, sulla scia di un atteggiamento “irresponsabile”, spocchioso e arrogante, e di evidenti contraddizioni e limiti: streaming solo quando vogliono loro; il mantra della trasparenza ben oltre il dovuto e il lecito, anche in democrazia; un ceto parlamentare decisamente poco attrezzato e succube della diarchia Grillo-Casaleggio che continua a dettare la linea tra una parolaccia e una proposta populistica.

Non può durare. La politica tornerà. E tornerà la politica di professione, quella “normale” in una democrazia contemporanea. Non ci si improvvisa politici o parlamentari. Non esistono partiti o movimenti senza organizzazione interna. Non esiste trasparenza sempre e ovunque, pena la stabilità di un sistema politico e pena dirette straming imbarazzanti come quella di Bersani-Crimi/Lombardo, che era tutto fuorché un incontro sincero e trasparente: i sociologi lo chiamano “paradosso dell’osservatore”, chi sa di essere osservato non si comporta spontaneamente…ergo più reality che realtà.

Deve tornare la politica e deve tornare più forte di prima. Più forte dell’antipolitica, più forte del populismo e dei sondaggi, più forte della finanza e delle organizzazioni internazionali. Ma per farlo, ormai è evidente, serve un profondo cambiamento, una vera e propria rigenerazione. Serve una politica per vocazione e competenza (politik als beruf, diceva Max Weber, ossia politica come professione e vocazione), che intenda il ruolo con grande spirito di servizio e nell’interesse della nazione. Chi continuerà a farla per arricchirsi o per la brama di potere, sarà sempre e comunque l’artefice, se va bene, di un grillismo di ritorno, se va male di una rivolta del popolo. Fin qui, tutto sommato, c’è andata bene…

LDG

Volatile e tripolare: il nuovo sistema partitico italiano « CISE :: Centro Italiano Studi Elettorali

I miei amici (e colleghi) del CISE (Centro Italiano di Studi Elettorali) sono già in fase avanzata di analisi del voto del 24-25 febbraio.

Il testo è in parte per addetti ai lavori, ma ciò che emerge è chiaro per tutti:

1. Il nostro sistema partitico è “tripolare” (Fig. 1).

2. Il tanto vituperato Procellum, accusato di non garantire la governabilità, ha in realtà distorto enormemente i risultati in favore della coalizione vincente. D’altronde avere il 55% di seggi alla Camera con il 29% dei voti parla chiaro. Ma anche al Senato Italia Bene Comune ha il 40% di seggi a fronte di un 30% di voti cumulati a livello nazionale… (Fig. 5)

3. L’Italia non è più il paese del “voto fedele”. Ma questa transizione è stata fatta “all’italiana”, ossia col botto. Ben 4 elettori su 10 hanno cambiato partito, un’enormità…(Fig. 6)

Per leggere l’analisi, vai su:

Volatile e tripolare: il nuovo sistema partitico italiano « CISE :: Centro Italiano Studi Elettorali.