American Spirit

No, non sto facendo pubblicità a una marca di sigarette. Parlerò di immigrazione, ma anche di capacità di competere nel mondo globalizzato. E non parlerò di Calderoli e dei suoi oranghi, bensì di Obama e della sua Immigration Reform.

Ieri sera mi ha molto colpito un tweet della Casa Bianca, il seguente:

USA Tweet

Un tweet del genere non può lasciare indifferente alcun italiano, diciamo la verità. C’è mai stato – e mai ci sarà – un governo nostrano in grado di scrivere una cosa del genere? “I migliori studenti del mondo potranno restare qui e contribuire a far crescere la nostra economia”. Tutt’al più un nostro governo potrebbe proporre di chiudere le frontiere, anche in uscita, per evitare la fuga dei cervelli…

E’ impressionante l’abisso culturale e di mentalità che c’è tra quel tweet e la nostra cultura politica, specie quella della classe di governo a dire il vero. La riforma proposta da Obama – non ancora approvata, ma ritengo che passerà – oltre a prevedere un numero di visti per studenti universitari stranieri triplicato e l’abolizione delle quote per i dottorandi e per chi si è laureato negli USA (per questi ultimi è previsto addirittura il visto permanente), contempla addirittura la concessione della cittadinanza – dopo 10 anni di residenza – agli 11 milioni e mezzo di immigrati irregolari attuali. E il bello è che con le tasse pagate dall’emersione di tali lavoratori sommersi Obama stima di ridurre il debito pubblico di oltre 850 miliardi di dollari in 20 anni. Più in generale, si stima una crescita del PIL pari a 1400 miliardi di dollari in 20 anni grazie a questa riforma.

Ciò che più mi colpisce di questa vicenda è proprio la lettura di fondo che il governo a stelle e strisce propone. Niente paura degli immigrati, specie se “cervelli”. Niente paura anche dei milioni di irregolari al punto da dare loro la cittadinanza: porteranno tanti soldi pubblici, per tutti. E soprattutto, nella competizione globale vince chi innova, chi sfida il mondo arrivando per primo nella società della conoscenza. E per farlo servono soldi (ben vengano 11 milioni di nuovi contribuenti) e competenze/skills (porte aperte ai migliori studenti del mondo).

In Italia, con la legge sulla cittadinanza più difensiva, etnica e retrograda di tutto l’Occidente (grazie alla quale si diventa cittadini solo se si ha un bisnonno italiano o se ci si sposa un/a italiano/a) , la classe politica ancora si interroga sullo ius soli (nonostante da tutti i sondaggi emerga che l’80% degli italiani è favorevole). E al primo tentativo “simbolico” di integrazione con un ministro di colore, ci si è divisi tra insulti razziali (Calderoli style) e bandiere ideologiche (Boldrini style). Tutto è sempre filtrato da una “lente” che però ci incrementa la miopia anzichè ridurla. Quanto invidio il pragmatismo americano in questi casi…Noi moriremo di debito, tasse e recessione, ma barricati a difendere un fortino provinciale, fieramente ignorante (gli investimenti in università, ricerca e sviluppo fanno ridere da anni) e convinti che l’immigrazione sia un “male passeggero” e non una risorsa (peraltro fisiologica ormai. Siamo un paese di immigrati da oltre 30 anni e il numero di stranieri aumenta di anno in anno…quanto durerà questa fase transitoria?). Gli Stati Uniti, invece, saranno pieni di italiani brillanti e continueranno a competere, in un altro mondo, quello che ci avrà espulso perchè obsoleti, vecchi e insignificanti…

W l’Italia!

LDG

Perché siamo “Senato dipendenti”

Italiano: Roma - Palazzo Madama (Senato)

 

Ogni volta che si avvicina il momento elettorale ci si pone il solito quesito: ci sarà una maggioranza stabile al Senato? Cosa avrà di così perverso questo Senato? Come mai, almeno dal 2006, viene tirato per la giacchetta come principale responsabile della scarsa governabilità del paese, in combutta con il famigerato porcellum?

Le ragioni sono almeno due, una delle quali è a tutti nota, ossia appunto la legge elettorale del 2005. Tuttavia, occorre subito precisare che c’è un problemino ancora più in alto rispetto alla legge elettorale. Tutti i detrattori del porcellum e del suo ideatore, infatti, dimenticano che lo stesso Calderoli tentò, per ovviare al problema della maggioranza ballerina al Senato, di inserire nel disegno di legge del 2005 il premio di maggioranza calcolato su base nazionale sia alla Camera che al Senato. Nel corso dell’iter legis, però, su pressione dell’opposizione e sulla base di indiscrezioni provenienti dal Quirinale, si decise di modificare il testo inserendo i premi di maggioranza calcolati su base regionale per il Senato. Il perchè è presto detto. L’art. 57 della Costituzione recita: “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero”. Questa potenziale pregiudiziale di incostituzionalità fece fare marcia indietro a Calderoli, il quale tornò sui suoi passi e decise dunque l’attribuzione di premi su base regionale. Questo comporta la grande differenza tra Camera e Senato, nel senso che alla Camera la coalizione che raggiunge il maggior numero di voti su base nazionale ottiene automaticamente il 55% dei seggi (340 su 618, sono esclusi i 12 seggi attribuiti dalla Circoscrizione Estero), mentre al Senato per avere un risultato simile occorre vincere in tutte le Regioni. Ma c’è un problema in più. Il Senato assegna 309 seggi (sempre esclusi i 6 della Circoscrizione Estero) per cui, anche ottenendo il 55% dei seggi in tutte le Regioni, il margine rispetto alla minoranza sarà comunque ridotto rispetto al margine ottenibile alla Camera. Facciamo un esempio numerico. Se una coalizione vince alla Camera e in tutte le circoscrizioni regionali al Senato ottiene 340 seggi alla Camera e 177 al Senato (ipotizzando che vinca anche l’unico seggio della Valle d’Aosta e 4 dei 7 seggi attribuiti con formula maggioritaria in Trentino Alto Adige). Ciò significa che alla Camera le opposizioni avranno 278 seggi e al Senato 132.  Dunque, la differenza in termini di seggi tra maggioranza e minoranze, alla Camera sarà di 62 mentre al Senato sarà di 45.

Dunque, ricapitolando, il Senato ha due caratteristiche che lo rendono storicamente e strutturalmente più avvezzo a maggioranze risicate o ballerine, entrambe di rilevanza costituzionale: l’elezione “su base regionale” e il numero dei Senatori che è pari alla metà del numero dei Deputati. Non a caso, anche con i sistemi elettorali precedenti al porcellum la distribuzione dei seggi al Senato era comunque più a rischio per le maggioranze. Nel 1994, la maggioranza di centrodestra al Senato non arrivò alla soglia fatidica dei 158. Nel 1996, la coalizione di centrosinistra arrivò a 167 seggi, solo 9 in più rispetto alla maggioranza. Nel 2001 il centrodestra arrivò a 177 seggi, a fronte di ben 368 seggi alla Camera. Ciò dimostra che, anche prima del Porcellum, il Senato presentava le medesime difficoltà, in alcuni casi superate – come nel 2001 – grazie ai collegi uninominali previsti dal Mattarellum (che tuttavia compensava con il 25% di seggi proporzionali e con il meccanismo dello scorporo sul quale non entro per non incrementare ulteriormente i tecnicismi).

Come si esce da questa impasse per cui ogni maggioranza è “Senato dipendente”? Ovviamente se ne può uscire modificando la legge elettorale, ma i due problemi appena illustrati potrebbero restare in piedi. Dunque, sarebbe più opportuno intervenire sul fronte costituzionale con due ipotesi:

1. ipotesi minima: sostituire la formula dell’art.57 per cui il Senato è eletto su base regionale e permettere dunque un calcolo sul base nazionale.

2. ipotesi più impegnativa: modificare il bicameralismo perfetto (che ormai vige quasi esclusivamente in Italia) e lasciare la verifica della fiducia alla sola Camera dei Deputati.

Vediamo se la prossima Legislatura sarà in grado di fare almeno queste piccole, ma decisive, riforme.

LDG

 

 

 

 

 

Legge elettorale. La base è un testo di Calderoli – Repubblica.it

Gira che ti rigira….siamo tornati a Calderoli, padre orgoglioso del Porcellum…

Leggi su:

Al Senato si tenta l’intesa La base è un testo di Calderoli – Repubblica.it.