Sulle pensioni, sto con Renzi.

Un po’ di premesse:

  1. Le sentenze della Corte Costituzionale si rispettano. Altrimenti “salta il banco”, ossia, di fatto, il nostro ordinamento democratico.
  2. La sentenza sulla mancata rivalutazione delle pensioni non “costringe” il governo alla restituzione totale dei 18 miliardi stimati, bensì attacca prevalentemente la mancata proporzionalità del “taglio” e la scarsa adeguatezza della pensione non rivalutata.
  3. L’Italia ha la spesa previdenziale più alta in rapporto al PIL (oltre il 15%) tra i paesi occidentali: circa 250 miliardi di euro annui sui circa 800 totali di spesa pubblica.
  4. Gran parte di quella spesa deriva da una politica previdenziale “folle” e insostenibile dal punto di vista finanziario che è andata avanti indisturbata col sistema “retributivo” fino alla Riforma Dini (e alle 6 successive ulteriori riforme).
  5. La sospensione della rivalutazione delle pensioni per gli anni 2012 e 2013 fu decisa dal governo Monti col decreto “Salva Italia”; ha garantito un risparmio di circa 20 miliardi di euro annui per tre anni ed è stata votata da tutti i partiti allora presenti in Parlamento fuorché Lega e IDV.

Tutto ciò premesso (per dovere di cronaca e per fare chiarezza in questa “cagnara” generale), cosa ha deciso il governo Renzi?

La restituzione, per il 2015 e proporzionale per scaglioni, della mancata rivalutazione a tutte le pensioni sotto i 3200 euro mensili. E una nuova indicizzazione a partire dal 2016.

È un modo per restituire 2 miliardi anziché 18? Si, senza giri di parole.

È dunque una disapplicazione di quanto sancito dalla Consulta? A mio avviso no. I criteri sottolineati dalla sentenza mi sembrano tutti rispettati. Rimborsi proporzionati alle fasce (maggiori per le pensioni più basse, inesistenti per quelle più alte) e dunque adeguatezza dei “mezzi di sussistenza” garantiti ai pensionati meno abbienti (posto che la mancata rivalutazione non ha mai colpito le pensioni inferiori a 1500 euro lorde).

Fa bene il governo a limitarsi a questo rimborso? Assolutamente si. Per tre ragioni:

  1. Non sfora il rapporto Deficit/PIL per il quale siamo sempre a rischio “procedura di infrazione” (ossia multe salate dall’UE, altri miliardi da recuperare chissà dove);
  2. applica di fatto la sentenza, limitandosi a reagire a quanto contestato dalla Corte;
  3. soprattutto, continua a far capire agli italiani che il problema della spesa per pensioni c’è e resta sul tavolo.

Fanno meno bene, invece, tutti coloro che hanno votato il “Salva Italia” ad attaccare Renzi perché non restituisce tutti i 18 miliardi. Il “Salva Italia”, oltre ad aver garantito risparmi per circa 20 miliardi annui per 3 anni, si collocava sulla scia delle riforme Dini, Maroni, eccetera. Riforme sacrosante dal mio punto di vista, perché si sono poste per la prima volta il problema della sostenibilità di lungo periodo del sistema previdenziale e della tutela delle generazioni future (che avranno pensioni ridicole rispetto a quelle delle generazioni precedenti, come si evince dal confronto che segue).

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A tale proposito mi incuriosisce (per esser buoni) la sentenza della Consulta sul fronte dell’adeguatezza: se considera inadeguate quelle pensioni non rivalutate, come considererà quelle che deriveranno dal sistema 100% contributivo? Finirà per dichiarare incostituzionali tutte le riforme? Dovremo cercare centinaia di miliardi di euro per tornare al metodo retributivo e fallire con le tasche gonfie e le dentiere smaglianti?

Tornando alla politica, va bene che siamo in campagna elettorale e che quindi quei 5 milioni di pensionati coinvolti dalla sentenza tornano utilissimi a fini propagandistici, ma tutto ha un limite. E se è lecito contestare la formula del “bonus” (una restituzione non è certo un bonus) inventata da Renzi a scopi elettorali, è altrettanto lecito – anzi probabilmente di più – contestare chi oggi chiede il rimborso integrale dopo aver (giustamente) lavorato per decenni alle riforme previdenziali e alla limitazione di una spesa pensionistica gonfiata e insostenibile, sempre per le stesse ragioni: elettorali.

Il “presentismo” impera, per carità. Lungi da me volontà utopistiche di modificare una società senza memoria, senza logica e “tutta pancia”. Tanto più se i mass media (TV in primis), che dovrebbero informarci, ci riservano solo zuffe di “smemorati” utili a creare rabbia, confusione e disinformazione, solleticando l’unica cosa che conta: le emozioni. Ma magari ogni tanto provare a ragionare (e a ricordare) non guasta. Tra un servizio sul tailleur della Boschi, uno sulle felpe di Salvini e un video sui gattini, proviamo a far funzionare i pochi neuroni non ancora anestetizzati…

LDG

Dateci le preferenze. Levateci un alibi.

italicum porcellumPer anni abbiamo letto e ascoltato di tutto e di più sui “nominati” derivanti dalle liste bloccate del Porcellum. Negli stessi anni abbiamo votato per Circoscrizioni, Comuni, Province, Regioni e Parlamento europeo con il sistema delle preferenze. Per cui ci chiedevamo (e in molti lo fanno anche oggi) come mai le tanto vituperate preferenze andassero bene ovunque tranne per le elezioni del Parlamento.

Ciononostante, anche l’italicum è nato senza preferenze e sta crescendo sulla base del modello che prevede i capolista bloccati  e il voto di preferenza per gli altri (ipotesi che dovrebbe comportare almeno la metà dei futuri Deputati di nuovo “nominati”).

Sinceramente trovo inutile, e anche abbastanza ridicola, la diatriba su cosa sia meglio in assoluto tra collegio uninominale, liste bloccate, preferenze. In un paese in cui la classe politica è reclutata in maniera seria, regolata e meritocratica funzionano tutte e tre le formule. In un paese in cui il reclutamento (e anche il processo di voto) è viziato da innumerevoli variabili “poco edificanti” non funziona nessuna delle tre. Non a caso:

Ai tempi del Mattarellum, con i collegi unoniminali, abbiamo avuto il fenomeno dei “paracadutati”, ossia (ad esempio) candidati vincenti in Sicilia anche se piemontesi, grazie al voto “fedele” al partito (caso emblematico, Di Pietro al Mugello) che faceva letteralmente “scomparire” il candidato dalla percezione degli elettori. Si votava un simbolo. Punto.

Ai tempi del Porcellum abbiamo avuto i Razzi, gli Scilipoti, le “veline” e tutte le “invenzioni” di queste ultime legislature (compresa l’ultima).

Con le preferenze, specie alle Regioni, abbiamo avuto un sacco di indagati e condannati per corruzione, associazione mafiosa e chi più ne ha più ne metta, a causa del “voto di scambio”.

Non ne usciamo. E’ inutile impiccarsi, non è il tipo di collegio/circoscrizione che “ci salverà”. Dobbiamo salvarci da soli, a monte, valutando le condizioni sistemiche attuali.

E su questo, due cose si possono dire.

1. Nell’era dei “partiti personali”,  è “naturale” che la lista bloccata riscuota successo tra i partiti. Ovvio che i leader di partito tifino per la possibilità di scegliersi i parlamentari (anziché farli scegliere agli elettori) ed è altrettanto ovvio che trovino una maggioranza in Parlamento favorevole a tale ipotesi. “Se sono stato eletto già per fedeltà al leader, sarò ricandidato (anzi rinominato) per la stessa ragione”.

Il problema è: vogliamo davvero che si continui su questa china? Ci sta bene che i partiti siano diventati dei “comitati elettorali” del leader di turno (come dice, ad esempio, Cirino Pomicino) o dei “fan club” di una pop star di turno, come preferisco dire io? E che i nostri rappresentanti derivino esclusivamente dalla “fedeltà al leader”? (Categoria assolutamente non politica e, direi, sub-umana, tendenzialmente canina…). 

2. Nell’era post-ideologica, in cui il “voto di appartenenza” (ossia il voto fedele, a prescindere, per un dato partito) non esiste più, il collegio uninominale potrebbe tornare utile perché “costringerebbe” i partiti a candidare personaggi noti, ma anche con una certa reputazione (non il tronista o la velina di turno, insomma) e un certo attaccamento al territorio del collegio. Ci sarebbero grandi difficoltà a “paracadutare”, che so Faraone (o Emiliano) in Emilia-Romagna e a farlo eleggere, tanto per fare un esempio. E’ vero che la scelta dei candidati resterebbe in mano ai leader di partito, ma quanto meno essi dovrebbero fare i conti col candidato unico su un determinato territorio. Difficile far passare “la qualunque”…

Premesso che, ahimè, l’ipotesi del collegio uninominale non è sul tavolo, e premessi tutti gli accorgimenti del caso sulle preferenze (voto di scambio, incentivo alla corruzione, scarso utilizzo da parte degli elettori, ecc.), siamo sicuri che vogliamo continuare sulla strada della democrazia delegata (anziché reppresentativa)? In cui, appunto, deleghiamo alle pop star (perché tali sono, ieri Renzi ha parlato di “personaggi da Talk Show”) il compito di decidere chi ci rappresenterà in virtù di una appartenenza non a un ideale (non esistono più), né a un programma (neanch’essi esistono più, se non sotto forma di singoli annunci da ritwittare qua e là), ma a una persona? 

Forse dovremmo tutti ragionare, a monte, su cosa sta diventando la politica in Italia. O forse ci va bene così, perché meno decidiamo noi, più sarà facile e autoconsolatorio riempire di insulti le classi dirigenti presenti e future. Senza potere (reale), senza legittimazione democratica, ma sempre su tutti i media a sminuire h24 la loro credibilità rilanciando di promessa in promessa, di utopia in utopia, col volontarismo che sostituisce il potere. E si schianta su una realtà pressoché ingovernabile e che corre alla velocità della luce. Rinnovando la nostra voglia di shopping, che si concretizza nel cestinare tutti i leader (e con essi tutta la classe dirigente “nominata”) e nel cercare “in vetrina” (che sia la TV o uno smartphone) i nuovi leader a cui affidarsi, finché regge il loro “brand”. Sempre meno.

Renzi, “te lo dico da amico”, dacci le preferenze. Almeno avrete un alibi in più e ne toglierete uno a noi. E forse la politica camperà qualche altro anno. In caso contrario, sarete la solita “Ka$ta”, da impallinare h24 sui quotidiani e sui social media dopo ogni “battito d’ala” di qualsivoglia Procura d’Italia.

 

LDG

Renzi e le maggioranze “usa e getta”

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Il capolavoro “Mattarella” è riuscito proprio bene al Presidente del Consiglio.

In un colpo solo ha infatti:

1. ricompattato il PD, facendo piangere di commozione e di gratitudine la sua minoranza interna;

2. frantumato Forza Italia, uscita a brandelli con tanto di pubblico “volo di stracci” in Transatlantico;

3. disgregato NCD, diviso fra siciliani sorridenti e “resto del mondo” intento a mollare tutte le cariche prima che la nave affondi;

4. relegato M5S sul solito tetto: a sondare la base e votare un candidato senza speranza, mentre sotto al tetto si faceva politica.

5. piazzato un uomo, 75enne, democristiano ed emblema della Prima Repubblica (identikit perfetto del rottamabile) al Quirinale, ricevendo una quantità di elogi e apprezzamenti che neanche Maradona dopo il gol contro l’Inghilterra.

La cosa più stupefacente di tutta questa vicenda però, a mio avviso, è la seguente. Tutti gli psicodrammi altrui si sono verificati per una semplicissima ragione, che non è quella individuata, fra gli altri da Claudio Petruccioli che dice, in sintesi: “hanno scoperto che Renzi è anche intelligente”. No, quello secondo me era già evidente. La ragione è che non avevano capito – e forse non hanno ancora capito – la logica di fondo, il modus operandi di Matteo Renzi. Che è peraltro molto semplice: Matteo individua un problema e opera di conseguenza, con intelligenza certo, ma abbandonando tutte le categorie novecentesche che ancora utilizzano i suoi (presunti) avversari.

Qual era il vero problema di questa elezione per Renzi? Non fare la fine di Bersani coi 101. Per di più con un Parlamento formatosi prima della sua vittoria alle primarie. Era un’occasione ghiottissima per impallinarlo. Soluzione: candidato a cui la minoranza PD non può dire “no”, obbligo di voto palese nella riunione (in streaming) dei grandi elettori e minacce esplicite, tipo “il PD non avrà altri candidati”. Risultato: voto compatto del PD (e pure di SEL).

Qual era il problema dell’italicum? Far passare una legge indigesta a parte del suo partito e a SEL. Soluzione: negoziare con Berlusconi e NCD.

Qual era il problema del jobs act? Vedi alla voce italicum.

Qual era il problema delle elezioni alla Consulta e al CSM? Trovare un nome condiviso con Forza Italia, che non avrebbe ridato voce al M5S, ampiamente sulle barricate contro Violante. Soluzione: aprire al M5S e fargli scegliere il membro del CSM.

Cosa ci dice tutto ciò? Che Renzi in meno di un anno ha già utilizzato 4 maggioranze diverse: una per governare, una per le riforme, una per le elezioni di competenza parlamentare dei magistrati, una per le elezioni del Presidente della Repubblica. Eppure ancora ieri in NCD e in Forza Italia si chiedevano, basiti, se l’elezione di Mattarella significhi un cambio di maggioranza per le politiche del governo. Ovvio che no. Significa semplicemente che, in virtù dei suoi numeri e, soprattutto, in virtù dell’assenza totale di ogni ancoraggio ideologico-valoriale e programmatico, Renzi si muove come un leader assoluto, nel senso etimologico del termine: absolutus, sciolto da ogni vincolo. Prende voti dove può, a seconda del problema che gli si para davanti. Con la stessa scioltezza con cui passa da Tsipras a Mattarella, da Nietzsche a La Pira, da Mandela a Steve Jobs.E’ l’homo eligens di Bauman, o l’uomo flessibile di Sennett. Fa shopping. O zapping. Come fanno tutti in un supermercato, o davanti alla TV, o quando scaricano un’app, o quando decidono se “dare l’amicizia” a qualcuno su FB. Ogni nuovo problema, presenta nuove soluzioni, del tutto indipendenti dalle precedenti. E magari anche del tutto incoerenti. Ma ogni problema e ogni soluzione hanno vita a sé. Dunque, porsi il problema della coerenza non ha più senso (se mai ne avesse avuto in politica). 

E’ questa la sua forza. Risoluto, rapido, spregiudicato…sradicato. Chi non ha radici, non ha zavorre supera, velocissimo e senza ostacoli, tutte le tappe del reality show della politica che viviamo ogni giorno sui media (vecchi e nuovi). Chi si ferma a pensare se sia di destra o di sinistra, se stia “con noi” o “contro di noi”, se sia leale o “infedele”, perde solo tempo e va dritto dritto in nomination. E al (tele)voto Matteo non si batte. 

E’ una logica cinica? Immorale? Manipolatrice? Incoerente? Senza certezze e punti fermi? Probabilmente si. Ma la politica è mai stata altro? E, soprattutto, la società è altro? Noi siamo altro?

LDG

 

Soldipubblici.gov.it: occasione o vetrina?

Schermata 2014-12-23 alle 10.58.20A  poche ore dal lancio della versione “Beta” (ossia non definitiva) del portale soldipubblici.gov.it è già partito il balletto delle dichiarazioni pro o contro l’iniziativa. Franco Bechis, su Libero, oggi lo definisce “un guazzabuglio di cifre incomplete e incomprensibili che in tutto possono aiutare salvo che a rendere trasparente la spesa pubblica. Figurarci poi se questa macedonia può contribuire come annunciato (da Renzi, ndr) a ridurre la corruzione grazie al controllo pubblico”. Tommaso Rodano, sul Fatto Quotidiano, lo definisce un doppione di siope.it (piattaforma della Ragioneria dello Stato), graficamente più accattivante e concepito in maniera più user friendly, ma ad oggi molto meno completo: “non si conosce il prezzo d’acquisto unitario del materiale in questione, né la quantità, né le aziende a cui si è rivolta l’amministrazione. Bandi e appalti restano irrintracciabili”.

E qui torniamo a bomba. Renzi ha annunciato la nascita di questo portale nel corso dell’ultima puntata di Bersaglio Mobile, ovviamente collegando la nascita del nuovo strumento alle indagini su “Mafia Capitale”. E dunque, inevitabilmente, poco dopo il lancio, tutti sono andati a cercare le cooperative di Buzzi & Co. nel database del sistema, senza trovarne traccia, considerato che non ci sono dati sui privati che ottengono appalti dal sistema pubblico (e non ci sono neanche su Siope).

Questa lacuna rende il portale una semplice vetrina? Fumo negli occhi per il cittadino-consumatore (più consumatore di annunci che cittadino consapevole)? E’ presto per dirlo, dato che stiamo ragionando su una versione Beta. Una cosa è certa però: il lancio pubblico, da parte di Renzi, nel pieno del dibattito su Mafia Capitale da un lato può essere un’occasione per incrementare l’attenzione sullo strumento, dall’altro può rivelarsi la sua “tomba”.

Il problema è sempre lo stesso: politica, amministrazione e comunicazione hanno logiche e tempi fisiologicamente diversi. La politica, però, nel pieno della sua crisi epocale (e globale), cerca di sintonizzarsi sui tempi della comunicazione (real time) e di rispondere alle aspettative dei cittadini con operazioni anch’esse in tempo reale. Il paradosso di questa logica è che 9 volte su 10, così facendo, si rischia di deludere ulteriormente le aspettative, anziché di rispondervi con efficacia. Perché una cosa è annunciare una risposta, un’altra è realizzarla, specie quando essa ha a che fare con tutte le spese pubbliche di tutti gli enti pubblici italiani. Una massa di dati impressionante.

Allora, mi chiedo, e lo chiedo al Premier che sicuramente ha spinto per la messa “on line” immediata del portale: Ha senso lanciare una versione Beta di soldipubblici.gov.it, nettamente meno utile, ad oggi, della piattaforma del Siope, scatenando così inevitabilmente la solita reazione sull’annuncite e sul fumo negli occhi sparato sulla folla forcaiola che cerca Buzzi e Carminati su ogni pagina web che apre ogni mattina? Non aveva più senso dire “stiamo lavorando a…” e metterla on line solo una volta terminata? Perché, in filigrana (come direbbe Mentana), il valore aggiunto di questo portale, rispetto a quello del Siope, si vede. Il portale della Ragioneria Generale è più per addetti ai lavori, non è user friendly e non è graficamente accattivante. Ma, ad oggi, è decisamente più completo, permette di fare comparazioni e, soprattutto, ha indicatori di benchmark, a mio avviso lo strumento più importante per questo tipo di iniziativa. O meglio, ci sono anche su soldipubblici.gov.it, ma in questo caso, paradossalmente, sono meno accessibili che su Siope. Sapere infatti, che, ad esempio, Roma Capitale spende per il personale circa 1 miliardo di euro l’anno, senza poter verificare il dato pro capite e rispetto alla media degli altri grandi comuni, che valore aggiunto mi dà? Nessuno…può al limite servire al romano “incazzato” per dire: “anvedi questi, 1 mijardo e manco lavorano!”. Almeno su Siope il romano incazzato può comparare facilmente quel dato e rendersi conto che quella spesa è inferiore alla spesa media degli altri grandi comuni, rimangiandosi così il rutto quotidiano che era già in rampa di lancio. Su questo fronte, dunque, lavorerei ancora in un’ottica di “utilizzatore finale”…

Dunque, occasione o vetrina? E’ sicuramente un’occasione per mettere al centro dell’agenda politico-mediatica il tema della trasparenza, tante volte sbandierata da tutti e altrettante lasciata a livello di annunci. Così come è un’occasione per rendere “masticabili” e accessibili a tutti i dati della piattaforma Siope. Ma per verificare se l’occasione sarà stata colta appieno dobbiamo fare solo una cosa, stranissima e ormai quasi inconcepibile per noi divoratori di tweet e annunci tanto al chilo: aspettare. Tutti però. A partire dal Premier incontinente…

LDG

 

 

La realtà contro Renzi? Siamo noi (lui compreso)

Schermata 2014-12-18 alle 10.41.46È ormai opinione diffusa, e largamente condivisa, quella per cui l’unico avversario di Matteo Renzi sia “la realtà” (copyright, vado a memoria, di Pietrangelo Buttafuoco). Ha un senso sostenere che l’avversario di Renzi è la realtà? A mio avviso si, ma forse non per le ragioni più “intuitive”.

“Si”, nel senso che, come i dati dimostrano, la fiducia e il gradimento nel premier sono già in netto calo. E si presume che tale calo sia dovuto al gap tra le aspettative create e le “cose fatte”. Ma su questo tornerò, perché credo sia un fattore largamente sovrastimato…

“Si” anche perché tutti gli altri partiti oggi sono lontani dai numeri del PD(R): solo la Lega è in forte crescita, ma si tratta di una crescita non in grado, al momento, di creare problemi a Renzi, neanche in un’eventuale (ma non semplice da costituire) coalizione di centrodestra. E dunque non c’è un avversario politico in grado di competere realmente, se non appunto “la realtà”.

Tuttavia, credo ci sia un altro “si”, il “si” più importante di tutti. E anche il più meritevole di attenzione. Siamo sicuri che la realtà intesa come “fatti” e “dati oggettivi” sia in grado di far perdere consenso a qualcuno? Chi certifica i dati oggettivi in Italia? Chi di noi sa se la P.A. ha pagato tutti i debiti ai fornitori (vicenda per cui né Renzi né Vespa hanno fatto il famoso pellegrinaggio lo scorso 21 settembre)? Chi di noi è in grado di dire se sul lavoro stiamo peggiorando (record di disoccupazione dal 1977) o migliorando (400 mila nuove assunzioni in pochi mesi)? Chi di noi può attribuire con certezza precise responsabilità all’attuale governo, sapendo che ci sono ancora oltre 400 decreti attuativi da varare, alcuni dei quali addirittura relativi a norme approvate dal governo Monti? Sostengo da tempo che, in politica, anche la matematica è un’opinione. E, in un paese di tifosi quale è il nostro, tale tesi si rafforza. Dunque, non è la realtà che crea (o modifica) le opinioni, bensì è l’opinione dominante a “creare la realtà”, numeri e matematica compresi. Parafrasando Berger e Luckman viviamo una realtà socialmente (e mediaticamente) costruita.

La realtà che si oppone a Renzi, di conseguenza, è soprattutto un’altra. Ed è la stessa realtà che lo ha incoronato “re dei consensi” solo 6 mesi fa. Questa realtà si chiama “società”. Siamo noi: croce e delizia di Renzi, come di qualunque altro premier di questo tempo. Noi, figli della società dei media, dell’immagine e del consumo, tanto quanto lui. Noi che, ipereccitati, scarichiamo l’ultima App per lo smartphone e dopo una settimana…letteralmente la dimentichiamo. Noi che incoroniamo col televoto e a colpi di tweet ogni anno il nuovo fenomeno della musica POP e dopo un mese…lo dimentichiamo. Noi che fibrilliamo sui social network per ogni notizia sensazionale (sarebbe meglio dire per ogni “non notizia generata per produrre sensazione” anziché informazione) per poi il giorno dopo…dimenticare anch’essa.

Ecco, Renzi ha cavalcato questa società, l’ha sovraeccitata a colpi di selfie, Leopolde, annunci, tweet, high five, fotonotizie, storytelling, presenze mirate nei programmi televisivi Pop e individuando tutte le parole chiave (giovani, donne, rottamazione…) e i nemici da abbattere (sindacati, pubblico impiego, RAI, Regioni…) sintonici col “mercato” elettorale.  Nessuno come lui è stato in grado di interpretarla e di vincere grazie alla sua empatia con i cittadini dell’ipermodernità (cit. Barile e Codeluppi). E, non a caso, nel pieno della crisi della politica italiana, ha frantumato tutti gli avversari (politici e antipolitici) raggiungendo il fatidico 40,8%. Lo stesso Renzi, però, la sera del trionfo alle Europee disse, in pratica, questo: “come ci hanno votato, così possono toglierci il voto”. Lo sa, proprio perché è figlio del suo tempo. Ma, pur sapendolo, non è detto che possegga l’antidoto contro tale incantesimo. Perché in realtà oggi quell’antidoto non lo possiede nessuno.

Siamo sempre alla ricerca di qualcosa/qualcuno di “nuovo” perché, come sostiene Bauman, non viviamo più per il momento dell’acquisto, bensì per quello dello scarto. Pronti all’acquisto successivo, con la stessa ipereccitazione di prima. L’importante è che sia qualcosa/qualcuno di “noto” e di Pop, che abbia ricevuto, cioè, l’incoronazione mediatica. Che abbia qualità, meriti e competenze non ci riguarda, perché come ha scritto Umberto Eco due anni fa: la notorietà ha sostituito la reputazione.

Dunque, il nostro premier può essere eventualmente bravo e competente quanto vuole, ma se perde “il tocco”, l’appeal mediatico, la brand perception con la quale ha affascinato milioni di italiani, non ha scampo. E nessuno, oggi, è in grado di mantenere quel gradimento a lungo. Questo circolo vizioso che ci schiaccia su un eterno presente, che è fatto di (il)logica e di sensazioni forti, in cui non esistono più né memoria né futuro, se non quello dei prossimi 5 minuti, e in cui non esiste più reputazione, ma tutt’al più brand reputation, non mi fa propendere per leader duraturi. Se non dopo aver saltato un turno, riposizionandosi grazie al facile oblio dei cittadini/consumatori (come fa Silvio da tempo, o come sta facendo Salvini con la Lega, che come d’incanto è diventato un partito nazionale).

Siamo la società dello scarto. E non credo che Renzi farà eccezione. Qualunque cosa faccia (o non faccia) rischia di essere rottamato anche lui, molto presto. Senza meriti o demeriti specifici, se non quelli per cui avrà fatto il suo tempo. Un tempo necessariamente breve perché avremo bisogno (fisiologico) di fare shopping e di cambiare prodotto (leader al governo) perché risulterà distonico con i gusti e le preferenze di noi consumatori. Se riuscirà ad aggiornare il software in modo da riposizionare il “brand Renzi” (cit. Barile) e da (ri)convincerci di essere “nuovo” e cool, sopravvivrà. Altrimenti dovrà saltare un turno e ripresentarsi al prossimo giro di giostra, quando avremo già dimenticato meriti e demeriti che magari non ha (ma che siamo convinti che abbia).

LDG

 

Qualche osservazione sulla “Leopolda Blu”

svegliailcdxFino all’ultimo sono stato indeciso: “ha senso partecipare a un evento in cui si cerca di resuscitare un morto?“. Questo era il mio dubbio ricorrente. Poi, alla fine, ho deciso di andare a vedere se è possibile avviare un “effetto Frankenstein” nel centrodestra italiano. E dunque ho partecipato, volutamente da osservatore (senza intervenire), a “Sveglia il centrodestra“.

Cosa mi è piaciuto:

la partecipazione, continua, attenta e numerosa per circa 8 ore. Una cosa non comune di questi tempi;

l’età media: mi sentivo quasi vecchio lì in mezzo (il promotore ha 25 anni). E va bene così;

il tono “incazzato” degli interventi: nessuno si è risparmiato nell’attribuire le responsabilità alla classe dirigente attuale e passata del centrodestra;

Berlusconi praticamente assente dagli interventi e dal dibattito. Renzi molto presente. Piaccia o no, è un cambio di paradigma. Ed è anche il segnale che con Matteo tocca fare i conti non solo come avversario politico, ma come colui che sta interpretando meglio di altri (o di tutti?) le aspettative dell’elettorato “moderato”. Non tanto quindi come il leader del centrosinistra, ma come colui che sta erodendo il serbatoio di idee (e di voti) del centrodestra;

il diktat, pervenuto dall’alto, agli esponenti di Forza Italia, obbligati a non partecipare. Questo può far solo bene al progetto.

il metodo delle primarie a tutti i livelli, presentato con tanto di modello operativo e di piano finanziario. 

 

Cosa non mi è piaciuto:

la passerella versione “toccata (intervista) e fuga” di pezzi dell’attuale classe dirigente di centrodestra. Che poi ha danneggiato anche mediaticamente l’evento: difficile credere al progetto dei giovani rivoluzionari se poi vedo nei TG le interviste di Lupi, Formigoni, ecc. con tanto di codazzo dietro (composto dagli stessi giovani ribelli). Tanto di cappello a Francesco D’Onofrio che ha seguito tutto l’evento da metà sala senza mai pretendere di dire la sua;

a proposito di visibilità mediatica: avrebbe avuto lo stesso “trattamento” senza i “big” presenti? Se la risposta è “no”, inutile continuare il progetto, è già morto. Se la risposta è “si”, allora serve più coraggio. Personalmente credo che contestare frontalmente l’establishment del centrodestra possa far ottenere visibilità. E con pazienza, continuità e perseveranza si può anche provare a crescere.

il richiamo frequente a un’ennesima “carta dei valori”. Di carte dei valori ne ho lette (e scritte, senza convinzione…) fin troppe. Non hanno mai spostato un voto. Tanto meno ne sposterebbero oggi, in un’era totalmente postideologica e in cui un leader che pesca valori dove e quando vuole schianta quotidianamente ogni parvenza di avversari…E’ una politica più povera? Forse si. E’ la società dei consumi che ce lo impone? Sicuramente si. Chi parte da questo presupposto vince. Chi si ancora al Novecento, sparisce.

Mentre la pars destruens era molto chiara (anche più semplice indubbiamente), la pars costruens è più complicata. Il modello delle primarie va benissimo, così come va benissimo il piano già “pronto” presentato durante l’evento. Però…un ragazzo durante la presentazione ha obiettato: “dove le fai le primarie se i partiti (leggi “Silvio”) non le vogliono fare?”. E già. Ecco perché torno al “coraggio” di cui sopra. Berlusconi ha già dichiarato che presto sarà ricandidabile e chi parla di primarie all’interno di Forza Italia finisce per direttissima al collegio dei probi viri… Chi le fa ‘ste primarie? Tocca ragionare sul dopo Berlusconi. Non nel senso che dobbiamo aspettare che vada a fare il nonno. Ma nel senso che bisogna superarlo, renderlo obsoleto: obbligarlo a fare il nonno per totale ininfluenza politica. Ed è fin troppo evidente che con l’attuale classe dirigente Berlusconi resta lì dov’è. 

Dunque, ricapitolando: il progetto può avere un senso se non viene cannibalizzato da pezzi della classe dirigente attuale e se ragiona seriamente su un centrodestra diverso, totalmente nuovo, sfidando apertamente quello attuale.

 

Qui però sorgono i problemi più seri:

– che ci piaccia o no, senza leader oggi non si va da nessuna parte. Ergo, serve un leader e ovviamente non uno qualunque. Il leader oggi è il brand, la cifra del partito. Spesso determina vita e morte del partito stesso. Dopo Renzi, per certi versi i partiti sono diventati tutti “personali”, forse anche il PD. E anche i partiti “nascenti” lo sono. Italia Unica è un “prodotto” di Passera. Se Della Valle scende in politica, scende Della Valle, non un’idea, né un gruppo… Parliamo di Passera e Della Valle, ben noti al pubblico e pieni di risorse. E prenderebbero probabilmente lo zero virgola qualcosa percento. Meditare…

Serve un programma: dopo che Renzi ha attaccato pubblico impiego, sindacati, RAI, amministrazioni sprecone, magistrati “fannulloni”,ripropone in salsa “80 euro” il bonus bebè di Berlusconi, sta per abolire l’art. 18 e per abbattere finalmente l’IRAP… come ci si differenzia? E’ un caso che oggi gli unici che riescono ad avere visibilità sono costretti a spingere su posizioni estreme, a destra come a sinistra? Renzi è indiscutibilmente “pigliatutto” e questo crea enormi problemi di collocazione politico/programmatica. C’è uno spazio tra Renzi e Salvini? Se c’è, a mio avviso, è minimo. 

Concludendo, vanno benissimo il fermento e la buona volontà. Così come è giusto che si provi a fare qualcosa per smuovere la palude e far sentire la propria voce e la propria presenza in un popolo totalmente atrofizzato e anestetizzato. Ma gli ostacoli sono enormi e fin troppo evidenti. Uno si chiama Berlusconi, un altro Renzi e un altro “società dei consumi” (la madre dei primi due). 

LDG

 

 

 

 

 

 

Il Paradosso di Cacciari. Soluzione?

Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG