#Mose: “(Non) facciamo una legge…”

Ogni qual volta che in Italia qualcosa non va, la risposta della nostra classe politica (e non solo) è un coro unanime: “dobbiamo fare una legge”. Come se fare le leggi avesse il potere taumaturgico di risolvere tutti i problemi a mo’ di bacchetta magica. Credete che l’attuale Codice degli Appalti non sia nato dalle stesse esigenze e con gli stessi obiettivi? Ossia quelli di garantire trasparenza e legalità? Ovviamente si. E altrettanto ovviamente delinea processi di gare pubbliche talmente complessi e farraginosi che spesso le grandi opere vengono affidate “in deroga”…senza gara, spalancando le porte a fenomeni corruttivi, che in ogni caso sarebbero presenti anche mediante procedure apparentemente impeccabili.

Una volta provai a spiegare il nostro sistema di concorsi pubblici a un mio collega accademico americano. La risposta fu raggelante: “Come potete credere a una simile ipocrisia? Complicate inutilmente le procedure per far finta di azzerare i limiti e le debolezze umane. Che sono ineliminabili…” Per intenderci, negli USA quando un’Università cerca un docente pubblica l’avviso, valuta i CV e fa un colloquio. E sceglie colui che è ritenuto il migliore, perché, per sopravvivere, alle università americane servono i migliori…

In Italia, siamo consapevoli del problema, ma dalla premessa non deriva una conseguenza logica. Consci che l’uomo è fallibile, corruttibile e avido (e che l’Italia in particolar modo non brilla per senso civico diffuso…), proviamo a ingabbiarlo con le procedure, ammantandole di presunta oggettività. Ma non esiste LA procedura oggettiva in assoluto. E il risultato è sempre lo stesso: norme sistematicamente aggirate e violate. E noi, imperterriti, anziché cambiare strategia continuiamo a produrre leggi su leggi perché, che diavolo, prima o poi troveremo quella giusta…! E così facendo produciamo l’effetto perverso per cui diamo ulteriori appigli a tutti gli avvocati difensori dei presunti corruttori e corrotti che portano i processi fino alla prescrizione…

Il problema è culturale, non normativo. Facciamocene una ragione. E la cultura si cambia con processi lunghi, ma anche con incentivi e disincentivi che funzionino. Allora se c’è una cosa da fare è ridurre le leggi, non farne altre. Ma soprattutto far sì che la “certezza del diritto” non sia una farsa. Riformiamo la giustizia, dandole tempi certi e rapidi, a partire proprio dalla delegificazione. E facciamo in modo che le sentenze vengano rispettate. Possibilmente riduciamo anche i confini del  settore pubblico che viaggia su logiche clientelari e predatorie. Se le grandi università americane scelgono i migliori è anche perché sono quasi tutte private (ad eccezione di Berkeley). Un’impresa privata non sceglie un “amico di Tizio” se è una capra…Un’impresa pubblica si, tanto non fallisce, paga Pantalone…

Riforma della giustizia e liberalizzazioni. Così si combatte la corruzione. Per me. E peraltro si depotenzia anche il ruolo della Magistratura come “protagonista” dell’agone politico: se dall’avviso di garanzia alla sentenza non passano 10 anni ma 2, nessun magistrato con velleità politiche avrà più l’arma dell’avviso di garanzia “a orologeria”…

Rifare il Codice degli Appalti sarà l’ennesimo, inutile, effetto annuncio.

LDG

#M5S : un voto utile?

Normalmente la categoria del voto utile viene impiegata dai leader dei partiti più grandi contro i “partitini”, specie in presenza di un sistema elettorale con una soglia di sbarramento. Oggi cercherò di spiegare perchè, alle prossime elezioni europee, sarà un voto inutile anche quello dato al Movimento 5 Stelle, nonostante sia accreditato del 25% circa dagli ultimi sondaggi disponibili.

Questo titolo provocherà alcune reazioni accalorate, lo so. Ma proverò ad argomentare la mia tesi con categorie razionali in una politica sempre più emotiva. Servirà a poco, ma sono fatto così. Provo a far funzionare la testa, non solo stomaco e fegato.

Quelli che seguono sono i 7 punti del programma per le elezioni europee del Movimento 5 Stelle.

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Due punti sono decisamente poco chiari, il 3 e il 5. Gli altri sono chiarissimi, ma del tutto irrealizzabili da parte del M5S. In particolare, i punti 1, 2 e 4 implicherebbero una presenza di Grillo & Co. al governo dell’Italia e la possibilità di negoziare e convincere tutti gli altri governi europei (!). Il punto 6 implica una modifica costituzionale, per cui chi lo propone dovrebbe avere la maggioranza assoluta nel Parlamento italiano. Il punto 7 non si può attuare in Italia, se non sotto forma di referendum consultivo (ne abbiamo fatto uno solo dal ’48 ad oggi).

Questo significa che più che un programma, quei 7 punti rappresentanto tutt’al più un manifesto. Qualcosa tipo “l’Europa che vorrei”. Senza alcuna possibilità che gli eurodeputati M5S realizzino quei punti programmatici. Se nel programma avessero scritto che vogliono la pace nel mondo, il disarmo immediato di tutti gli eserciti, la fine della schiavitù e del razzismo, quel programma avrebbe avuto le stesse probabilità di realizzazione…

Forse sarebbe bene chiarire perchè tali punti sono irrealizzabili, accennando a come funziona l’Unione europea e a quali sono i suoi meccanismi decisionali.

Sorvolando sul Fiscal Compact, che è un trattato internazionale il che implica la necessità di essere al governo per modificarlo e farlo successivamente approvare dal Parlamento italiano, le procedure legislative ordinarie dell’UE prevedono un iter (cd. procedura di codecisione) in cui gli attori chiave, con pari poteri, sono Consiglio e Parlamento UE. Il Consiglio è composto dai governi nazionali, e nel nostro governo il M5S si è guardato bene di entrare. Il prossimo Parlamento europeo, invece, sarà composto da 751 deputati di cui 19-20 saranno del M5S. E siccome, come da tradizione, questi deputati non faranno parte di alcun gruppo politico consolidato (PPE, PSE, GUE, ALDE, ECR, EFD, Verdi) finiranno tra i “non iscritti” (a meno che non convincano parlamentari di altri 6 paesi per costituire un nuovo gruppo, che comunque avrebbe 25-26 deputati su 751…). Questo significa che le loro “battaglie” oltre a non essere supportate dal governo italiano non saranno portate avanti neanche dal Parlamento europeo. In pratica,  i deputati M5S non avranno alcuna voce in capitolo in nessuno dei due organi decisionali. Ma neanche alla lontana…

Avremo una ventina di signor nessuno che con pochissime preferenze andranno nel Parlamento europeo a portare avanti quali proposte? Con quali mezzi? E soprattutto con quali possibilità di riuscita? Nessuna.

Detto questo, ovviamente ognuno può votare come crede. E credere che quei 20 eroi nazionali rivoluzioneranno l’Europa. Senza poteri e senza competenze. Con la forza del pensiero…(parolone). Oppure credere alle proposte parallele del loro capo che ogni giorno ci delizia dai palchi di tutt’Italia: da Hitler a Stalin, passando per vivisezioni e processi pubblici sommari a giornalisti, politici e imprenditori.

Il programma del rutto libero…che ovviamente in una “politica di pancia”, vince.

LDG

 

Dirigenti pubblici. Il dito e la Luna

Lo stipendio dei dirigenti pubblici è da diversi anni un argomento succulento su cui concentrare attacchi che schiumano rabbia e su cui riversare un bel po’di odio sociale a buon mercato. Il combinato disposto delle slides di Cottarelli e delle dichiarazioni di Moretti (AD di Ferrovie dello Stato) hanno riportato la questione al centro dell’attenzione. Il problema, a mio avviso, è che come spesso accade in Italia, guardiamo al dito e non alla Luna. Cercherò di spiegare il perchè.

Premessa: in un periodo di “vacche magre”, in cui tutti “stringono la cinghia”, è giusto che la cinghia la stringano tutti, appunto. Quindi, se riteniamo quegli stipendi eccessivi, è bene mettere un tetto. Attenzione però a non concentrare tutta l’attenzione su quel punto, perdendo di vista gli altri, ben più centrali e importanti.

Stando ai dati OCSE, i senior manager dello Stato, quelli che noi chiamiamo “apicali”, hanno effettivamente una retribuzione nettamente più alta rispetto alla media.

Retribuzione dirigenti Senior

Già guardando alle retribuzioni dei dirigenti di seconda fascia il quadro cambia completamente e le retribuzioni diventano tendenzialmente in media.

Retribuzioni dirigenti seconda fascia

 

Oggi leggiamo, sul Sole 24 Ore, che 117.838 persone guadagnano oltre 80 mila euro lordi annui nel pubblico impiego. Su oltre 3 milioni di dipendenti pubblici parliamo di meno del 4% del totale. Inoltre si punta il dito contro il fatto che a Palazzo Chigi non ci sia nessun dipendente sotto i 40 mila euro lordi. Stiamo parlando di 2 mila euro netti al mese circa. Se sul Sole 24 Ore si scrivono queste cose, vuol dire che la “caccia alle streghe” è ufficialmente partita…
Ciò premesso, il problema centrale è quanto guadagnano i dirigenti o se la macchina pubblica sia efficace ed efficiente? Detto in altri termini, se metto un tetto alle retribuzioni dei maganer pubblici (anche delle aziende pubbliche, da cui deriva la reazione di Moretti), a parte “punire” concretamente e simbolicamente i dirigenti, ottengo qualcosa in termini di rendimento della Pubblica Amministrazione?

Ovviamente no. Anzi, al più li demotiverò riducendone la resa. Anzichè guardare al dito, allora, dovremmo guardare alla Luna, finalmente. E la Luna è la performance dell’apparato pubblico, che deriva sicuramente anche dalla qualità e dal lavoro dei dirigenti, ma non solo. Deriva innanzitutto da un’impostazione giuridico-organizzativa ormai obsoleta che arranca sempre più di fronte alle sfide continue e vorticose della società contemporanea e di conseguenza continua a perdere fiducia e legittimazione da parte dei cittadini.
Tra le soluzioni che si prospettano in questi giorni c’è chi sostiene (ad es. oggi Arcuri, AD di Invitalia, su Repubblica) che occorra incrementare la percentuale di retribuzione di risultato, quella cioè legata al raggiungimento degli obiettivi, rispetto alla parte fissa dello stipendio. In linea di massima, nulla quaestio. Ma chi definisce gli obiettivi dei dirigenti e chi ne controlla il raggiungimento? Oggi la valutazione è demandata ad Uffici di Controllo Interno, ossia a colleghi dei dirigenti appartenenti allo stesso ente. Mi pare fin troppo scontato che praticamente tutti raggiungano percentuali bulgare di realizzazione degli obiettivi. Tanto più se quegli obiettivi sono stabiliti in maniera quasi autonoma e soprattutto spesso svincolati dagli obiettivi dei vertici politici. Come è ovvio che sia, tale livellamento pressoché automatico, demotiva i migliori e produce una convergenza verso la demotivazione e la definizione di obiettivi minimi e facilmente raggiungibili.

A tale proposito, sarei curioso di sapere quante delle promesse presentate nelle slides di Renzi siano finite tra gli obiettivi dei dirigenti competenti. Questo è un problema serissimo, a mio avviso una buona parte della Luna… Al di là dell’eterna lotta tra modelli di dirigenza pubblica, tra chi tifa per lo spoil system e chi per il modello “weberiano”, ossia tra chi tifa per rapporti del tutto fiduciari con i vertici politici a tutela dell’efficacia e della rispondenza e chi per dirigenti a tempo intederminato selezionati via concorso pubblico a tutela della legalità e della competenza, resta un problema a monte: come si traducono le priorità politiche in atti amministrativi, in tempi rapidi e garantendo il massimo impatto? Ossia, ad esempio, come evitare che dopo aver approvato decine di leggi di riforma ci si ritrovi senza centinaia di decreti attuativi? Personalmente, nella mia esperienza da dirigente pubblico, mi sono ritrovato varie volte a dovermi occupare di iniziative non contemplate fra i miei obiettivi, ma richiestemi di volta in volta dal mio vertice politico. Ed essendo io di nomina fiduciaria, non ho avuto problemi a farle diventare anche mie priorità, “dimenticandomi” momentaneamente dei miei obiettivi formalmente individuati nel PEG (Piano Esecutivo di Gestione). Ma se fossi stato un dirigente a tempo indeterminato, ossia tutelato dalle norme e vincolato ai miei obiettivi, avrei fatto lo stesso? Probabilmente no…E l’unica sanzione sarebbe stata l’eventuale spostamento ad altro incarico ma sicuramente di pari livello retributivo.
C’è poi un evidente problema di competenze/formazione. Il manager pubblico deve essere un esperto di organizzazione, prima di tutto un motivatore di risorse interne, possibilmente con competenze specifiche nel settore in cui è chiamato ad operare. Da noi è ancora prevalentemente il giurista, spesso addirittura un magistrato amministrativo o contabile, utile a tenere rapporti tra controllori e controllati (con TAR, Consiglio di Stato e Corte dei Conti per capirci) e con scarse competenze di settore.
Serve dunque un salto di qualità culturale, da cui possono derivare scelte utili e virtuose. Trasparenza, valutazione e merito non devono essere solo una sezione dei siti istituzionali per fare le pulci agli stipendi o agli assenteisti. Devono essere la bussola che guida le riforme e le scelte politiche. Ciò significa che i dirigenti devono essere sempre più manager e meno burocrati, sempre più competenti e meno “amici”, sempre più premiati (se bravi) ma meno tutelati. E ovviamente, a cascata, anche le tutele dei dipendenti devono ridursi a fronte di incentivi selettivi per chi lavora bene, altrimenti si precarizza il capo, lasciando la “squadra” nel pantano dell’egualitarismo demotivante di oggi.

Se non affrontiamo in maniera radicale queste cose, continueremo a “giocare coi soldatini” (che si chiamino tornelli o tetti alle retribuzioni) e ad azzannare il dito (cit. Giliberto Capano) mentre la Luna starà sempre lì, in beata solitudine…

LDG

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

#Italicum. Un buon compromesso?


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L’Italicum passa indenne il vaglio della Camera, superando alcune “mine” piazzate qua e là su diverse questioni sensibili. In particolare, quote rosa e introduzione del voto di preferenza. Al Senato le insidie si ripresenteranno e saranno anche più difficili da superare, sia per i numeri delle forze politiche a Palazzo Madama, sia perché l’emendamento che proporrà la doppia preferenza di genere (come avviene già per le elezioni comunali) potrebbe riscuotere un successo bipartisan tale da essere approvato. In quel caso, però, considerando che il “patto” Renzi-Berlusconi non prevede né quote né preferenze, potrebbe saltare tutto, per volere del leader di Forza Italia. E sarebbe un bel problema… Perchè salterebbero tutti gli accordi sulle riforme e si avvicinerebbe seriamente il momento delle elezioni, a quel punto o col Consultellum per entrambe le Camere, o con l’Italicum solo alla Camera e il Consultellum al Senato. In ogni caso, sarebbe un’ecatombe: avremmo un paese con la certezza di essere senza governo e con le forze politiche quanto mai divise e l’un contro l’altra armata. Col solo Grillo a far cassa…dato che il capo dei 5 Stelle guida un edge fund che scommette sullo sfascio dei partiti “tradizionali”.

Ma questo lo vedremo. Intanto, com’è la legge elettorale approvata alla Camera?

Oggi D’Alimonte la definisce “un buon compromesso con qualche difetto di troppo”. Una lettura realistica, ma forse anche un po’ buonista. Che sia un compromesso non c’è dubbio, tutto è frutto di un’alchimia complessa tra le volontà divergenti dei partiti:

1. il doppio turno di coalizione con eventuale ballottaggio al secondo turno è frutto del volere di Renzi e del PD. Ma serve a chiunque arrivi primo per avere un vincitore certo. Ecco perché anche Berlusconi l’ha accettato;

2. la soglia del 37% per avere il premio di maggioranza al primo turno è decisa in ultima istanza da Berlusconi, sondaggi alla mano. Renzi vorrebbe una soglia più alta perché avrebbe più probabilità di vincere al secondo turno, sempre sondaggi alla mano. Il primo tifava per un 35%, il secondo per il 40%. Ergo…37%.

3. la soglia del 4,5% per i partiti coalizzati è decisa da Berlusconi, ancora una volta sondaggi alla mano. Nella speranza di avere una coalizione molto ampia, in grado di superare il 37%, ma di avere tanti partitini utili a portare voti, ma a portare seggi solo a Forza Italia. Il sogno, infatti, è vincere con la sola Forza Italia sopra il 4,5%. Tutti i seggi sarebbero suoi, avrebbe un governo monopartitico grazie ai portatori d’acqua dei partiti minori (NCD, FDI, LEGA, ecc.). Stando ai sondaggi attuali tale ipotesi non sarebbe affatto improbabile. Ovviamente, ciò esclude l’ipotesi di nuove liste unitarie dei partiti minori che potrebbero nascere da qui al momento del voto, proprio per superare il 4,5%. Tuttavia, stando alle posizioni attuali, non è facile immaginare Lega e Fratelli d’Italia uniti sotto uno stesso simbolo. Idem per NCD e Lega e lo stesso dicasi per NCD e Fratelli d’Italia: i primi europeisti e saldamente nel PPE, i secondi euroscettici e dichiaratamente fuori dall’area del PPE. L’unica ipotesi di fusione praticabile è tra NCD, UDC e PPI, ma non so quanto valore aggiunto genererebbe…

4. Le liste bloccate sono espressamente volute da Berlusconi, che da leader padronale di un partito proprietario vuole decidere, in base a criteri di fedeltà personale (prima che di convergenza o lealtà politica) chi merita di entrare in Parlamento. Ovviamente però le liste bloccate sotto sotto piacciono a tutti i segretari/leader di partito. Vedremo come si selezioneranno i parlamentari di domani. Il PD farà le primarie, si presume. Grillo forse riproporrà le parlamentarie, forse no. Non si sa. Gli altri, vedremo.

5. l’esclusione delle norme sulla parità di genere è un altro tassello voluto da Berlusconi. Tanto decide lui quante e quali donne candidare, senza vincoli numerici. Teniamo presente che, se salterà il Senato – nel senso che non sarà più elettivo – ci saranno centinaia di parlamentari da ricollocare. Parecchi sono uomini…questo spiega le barricate alle quote rosa dopo anni di retorica pro quote. Col paradosso ulteriore che le quote rosa intanto potrebbero entrare nella legge elettorale per le europee…Sarebbe un capolavoro. 

6. Le candidature multiple sono una necessità dei partiti minori, in particolare richieste da Alfano e da NCD. Ma a causa del sistema elettorale, a dire il vero. Alfano non teme il proprio successo elettorale individuale rispetto agli altri candidati di NCD. Teme che, a causa dell’algoritmo del sistema, rischierebbe di non entrare in Parlamento pur prendendo più voti di tutti nel suo partito. Il che può seriamente accadere… Dunque ha preteso e ottenuto 8 possibili multicandidature in collegi diversi. Anche quello potrebbe non garantirgli l’elezione, ma almeno aumenta le possibilità che chi prenda più voti finisca dentro…E’ un problema di equità del sistema, oggettivamente. Stiamo per approvare una legge elettorale con un algoritmo che in molti casi selezionerà i candidati vincitori di seggio praticamente a caso, #sapevatelo. Questo per me è il più grande difetto dell’Italicum, tecnicamente parlando. Ma perché questo problema non si pone per i partiti maggiori? Perché di fatto praticamente tutti i capolista di PD, Forza Italia e Movimento 5 Stelle avranno la certezza di essere eletti. Parliamo di almeno 360 seggi sicuri (se i collegi saranno 120. Ma potrebbero essere di più, anche 140. In tal caso i seggi sicuri saranno 420). Ciò significa che, paradossalmente, i partiti maggiori potrebbero usare le multicandidature per i secondi e terzi in lista, ossia laddove non sono sicuri che scattino i seggi. Una bella macedonia…

Dunque, ricapitolando, è un buon compromesso come dice D’Alimonte? E’ un compromesso. Buono direi di no. Ma se il menu è fisso, allora ce lo dobbiamo far piacere per forza. Resta una grande amarezza a monte. Il sistema elettorale è la regola del gioco per eccellenza. E le regole del gioco si scrivono per durare a lungo, con lo sguardo volto al futuro, avendo in mente il sistema politico di domani. Da noi si continua a ragionare, anche sulle regole del gioco, coi sondaggi in mano e come se si dovesse votare domani per l’ultima volta. Questo spiega perché in certi casi occorrerebbe affidarsi a un’Assemblea Costituente. Ma spiega anche perché la Costituente non la vedremo mai…

LDG

#Grillo: meglio pochi, ma…proni

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Non c’è nulla di sorprendente nell’espulsione dei 4 Senatori del M5S. Era tutto già scritto…e già accaduto peraltro, non solo in Parlamento (da Favia e Salsi in poi, per intenderci, passando per Gambaro, Mastrangeli, De Pin, Labriola, ecc.). Il partito dei “cittadini” e della democrazia diretta ha una curiosa concezione del dissenso interno, oserei dire che non ce l’ha proprio. Ma ripeto nulla di sorprendente perchè stanno emergendo quei “difetti genetici” più volte evidenziati che non potevano restare sottotraccia a lungo.

Il difetto più importante è legato al rapporto tra il partito (si autodefinisce “movimento” ma io lo chiamerò partito perchè chi compete alle elezioni per la gestione diretta del potere è un partito, punto) e il leader. Ed è un problema genetico perchè riguarda esattamente la genesi del M5S. Come nasce il M5S? Nasce su iniziativa di Beppe Grillo che, potendo contare su risorse proprie e un blog che vanta da anni numerosi visitatori, tra un “vaffa” e l’altro è riuscito – con la compartecipazione di Casaleggio – a cavalcare un malcontento crescente e dilagante, al punto da poter canalizzarlo in un nuovo contenitore politico.

Un partito però, specie se arriva a rappresentare oltre 8 milioni di elettori, è un’organizzazione complessa. E non esiste al mondo alcuna organizzazione complessa in grado di sopravvivere senza regole, ruoli e responsabilità chiari. Per capirci, il non statuto può essere una buona trovata di marketing per far credere a qualcuno che i membri siano tutti alla pari, ma diventa nei fatti l’apripista per l’anarchia interna all’organizzazione. O per la monarchia/diarchia se ci sono 1/2 attori più forti degli altri. E infatti il M5S si muove tra questi estremi: quello del caos e quello del partito padronale in cui il leader, che non ha formalmente alcun ruolo né nel partito né nelle istituzioni, diventa colui che va a discutere col capo dello Stato e col capo del governo e, se qualcuno che siede in Parlamento prova a dirgli che forse avrebbe dovuto tenere un’altra linea, si permette dal divano di casa sua di lanciare una scomunica ai dissenzienti.

Ho letto, a difesa di questa decisione, teorie vaneggianti del tipo: qual è la differenza con Civati che rischia l’espulsione dal PD? Provo a chiarire le differenze, sperando sia utile a chi ha perso la bussola. Il PD ha votato in direzione nazionale, organo previsto dallo Statuto del partito, una mozione per sfiduciare di fatto il governo Letta e sostituirlo con un nuovo governo Renzi. Civati non condivide questa linea, ma è stata presa a maggioranza dal partito, sulla base delle sue regole interne: se Civati non avesse votato la fiducia al governo guidato dal segretario del suo partito non sarebbe stato espulso, semplicemente se ne sarebbe andato. E probabilmente se ne andrà. Per evidenti dissonanze politiche. Dunque, ricapitolando: nel PD esiste uno Statuto. Nello Statuto è previsto l’organismo della Direzione nazionale per prendere le decisioni-chiave. In Direzione nazionale (sempre trasmesse in diretta streaming e non quando lo decide il capo) si è votata una mozione e Civati si è trovato in minoranza. Nessuno processerà o espellerà Civati per questo, semplicemente Civati ha tratto le conclusioni di essere in un partito di cui non condivide più la linea e probabilmente andrà via. Nel M5S non esiste uno Statuto, non esiste un organismo nazionale in cui si prendono le decisioni, al punto che, mentre i parlamentari si riuniscono per decidere sulle consultazioni o sulle espulsioni dal gruppo dei colleghi, il loro capo da Genova lancia a loro insaputa consultazioni online (che decide a suo piacimento quando fare e quando no e le fa sul suo blog personale…) di fatto delegittimando ogni loro decisione e per un’opinione differente 4 Senatori vengono espulsi. Un’opinione, non una scelta politica: quei 4 non hanno votato la fiducia a Renzi e non ne avevano alcuna intenzione…La loro colpa inemendabile è aver pensato che Grillo abbia tenuto una linea sbagliata durante le consultazioni.

Ora, cari amici del M5S, io non scrivo queste cose per farvi cambiare idea sul vostro movimento, né tantomeno per provare  a farvi votare per altri partiti. Vi chiedo solo di aprire gli occhi. Di chiedere a voi stessi se questo è il partito democratico per eccellenza che difendete a tutto spiano. Per aiutare questa operazione di maieutica vi racconto una vicenda tutta mia, per chi non mi conosce. Io sono stato vicino ad Alleanza Nazionale per anni, almeno dal 1998, fino al giorno in cui si è sciolta. Peraltro ho scritto mio malgrado buona parte della mozione di scioglimento. Nonostante le perplessità ho anche creduto inizialmente nel progetto del PDL, ma penso di non scrivere una sola cosa in favore di Berlusconi da almeno 15 anni… Perché una cosa sono le idee, un’altra le persone.  Difendere Grillo anche quando è indifendibile – e cioè molto spesso – non fa onore a nessuno e soprattuto non fa bene al vostro movimento. Io, nonostante tutto, credo ancora in un altro centrodestra e continuo a lavorare per questo. Mi auguro che anche voi lavoriate per un altro Movimento 5 Stelle perchè quello di oggi, a esser buoni, è un mix tra un Fan Club e una setta.

LDG

I perchè di #Renzi

Nelle ultimi giorni ho provato a valutare tutte le variabili che aveva di fronte Matteo Renzi, per capire il perché della sua eventuale (ormai reale) decisione di subentrare a Enrico Letta.

Prima di elencarle, due premesse d’obbligo:

a) fedeltà e coerenza non sono categorie della politica;

b) l’ambizione è l’essenza di una carriera politica.

Tutti coloro che parlano di “tradimenti”, “incoerenza” e “ambizione smisurata” non parlano di politica, stanno solo usando tali concetti per fare politica…ma sanno benissimo, specie se politici di professione, di essere tutti incoerenti, infedeli e ambiziosissimi…   

Ciò premesso, ecco in sintesi quattro “perché” che mi hanno fatto giungere alla conclusione che in realtà Renzi non avesse altra scelta. 

1. sostenere, controvoglia e a mo’ di grillo parlante, un governo con la fiducia ormai al 21% (più bassa di quella di Prodi, Berlusconi o Monti nella fase terminale), con avversari in crescita e facilitati da un’opposizione comodissima. Fare opposizione a un governo in cui non crede più nessuno è molto semplice…Peraltro, con un atteggiamento obbligato di pungolo continuo nei confronti di Letta per oltre un anno, Renzi avrebbe creato un’immagine perversa, simile al Fini dei controcanti verso il governo Berlusconi. In quel caso alla fine si arrivò alla rottura, ai “tradimenti” e alle pugnalate. Meglio “pugnalare” subito e comandare il gioco a quel punto.

2. I tempi della politica, dei media e della società sono cambiati. E per di più la crisi impone rapidità decisionale. Renzi è l’incarnazione di queste logiche: è l’emblema della rapidità e del “tempo reale”. Non poteva attendere oltre un anno, si sarebbe consumato, non sarebbe più stato Renzi.

3. Sondaggi alla mano la spinta propulsiva post-primarie è già in fase calante. Viceversa, si segnala una crescita recente di Forza Italia, M5S, ma anche di forze minori come la Lega. Ed è presumibile che nella campagna per le europee tali partiti continuino a crescere, proprio sfruttando il loro ruolo di opposizione al governo Letta tacciato di essere troppo passivo nei confronti dei diktat europei. E l’Europa ormai è il capro espiatorio più utile e remunerativo in termini di consensi. Meglio allora provare a timonarla questa nave, tanto più nella prospettiva del semestre di presidenza dell’UE che può essere l’occasione per dimostrare, con i fatti e non a parole, che qualcosa si può cambiare e che l’Italia può tornare ad avere il ruolo che le spetta nell’Unione.

4. I tempi delle riforme, necessarie per tornare al voto, non erano controllati da Renzi. Tra legge elettorale, riforma del Senato e del Titolo V era pressoché impossibile farcela in un anno, anche perché nessuno in Parlamento aveva davvero interesse a votare tra un anno. Sarebbe stato un campo minato continuo, di veti incrociati di chi, votando nel 2015, avrebbe detto “addio” alla sua carriera politica. E in questo momento in Parlamento, anche in maggioranza, direi che di casi del genere ce ne sono un bel po’…

Dunque, l’eterna promessa della politica italiana avrebbe avrebbe rischiato, attendendo un altro anno (o forse più), di non avere mai la sua chance di governare. Si sarebbe rosolato a fuoco lento e avrebbe contribuito suo malgrado ad alimentare i motori già caldi degli avversari politici.

Certo, l’operazione di ieri non è il massimo della trasparenza, dell’innovazione, della lealtà, della coerenza (#enricostaisereno e #coerenzi sono ormai due tormentoni, ma mi sono già espresso su queste “false categorie”). E secondo molti è anche una mossa sbagliata. Io dico, invece, che Renzi non avesse altra scelta. Aveva iniziato a mettere in conto una possibile sconfitta, che sarebbe stata sempre più probabile col passare del tempo. E perdere senza giocarsela, sarebbe stato davvero il colmo. 

Dunque, ha deciso di giocarsela. Con tutti i limiti e le contraddizioni del caso. Ma almeno ora è padrone del suo destino. Ha davanti la prospettiva di poter governare per 4 anni e di fare le riforme più importanti per l’Italia. Tra mille difficoltà, certo, perché nella palude c’è già entrato da ieri sera visti i veti incrociati immediati dei possibili partner di coalizione. Ma ce lo vedete Matteo Renzi ad attendere chissà quanto per poter provare a vincere, mordendosi la lingua mentre Berlusconi e Grillo si divertono a impallinare il governo Letta quotidianamente? Io no. E al suo posto avrei fatto lo stesso. Anche perché in politica le occasioni si sfruttano sempre, non è detto che ce ne siano altre. 

LDG

#Italicum: quando il marketing è di successo

Dopo la chiusura dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, il giovane Matteo (mi piace chiamarlo così, essendo mio coetaneo)  ha scritto su Facebook: “mai più larghe intese grazie al ballottaggio, mai più potere di ricatto dei piccoli partiti, mai più inciuci alle spalle degli elettori, mai più mega circoscrizioni. Con l’intesa sulla legge elettorale, nonostante i professionisti della critica, il passo avanti è enorme. Dopo anni di melina, in qualche settimana si passa dalle parole ai fatti”. Mentre scrivo, il post ha ottenuto circa 9 mila mi piace, di un popolo entusiasta che, all’italiana, si aggrappa all’ “uomo nuovo” e crede fideisticamente a ogni cosa egli dica.

Cerchiamo di capire meglio cosa sia l’Italicum ultima versione. Partiamo da una riflessione a grandi linee, che affido a una tabella:

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Le caratteristiche generali della nuova legge elettorale sono identiche a quelle del Porcellum. Stessa formula (quoziente naturale e recupero dei più alti resti), liste bloccate ancora lì, clausole di sbarramento, premio di maggioranza, candidature multiple. Rispetto tutte le interpretazioni per carità, ma di fatto questa legge deriva innegabilmente da quella di Calderoli. O meglio è un Porcellum modificato, con alcune novità, che definirei “limature”, alcune delle quali decisamente indotte dalla recente sentenza della Corte Costituzionale:

1. il premio di maggioranza ora ha una soglia minima di voti per essere attribuito: 37%. In caso contrario scatta il secondo turno per l’attribuzione del premio.

2. le liste sono più corte di prima (da 3 a 6 nomi, a fronte anche di oltre 40 nomi col Porcellum).

3. le soglie di sbarramento sono state alzate per limitare ulteriormente l’ingresso in Parlamento dei cd. “partitini”.

4. le candidature multiple saranno limitate a 4-5 circoscrizioni, non a tutte come era nella legge precedente.

5. (e questa non è una limatura ma una novità importante) anche il Senato avrà un riparto dei seggi nazionale anziché regionale come avveniva con la legge di Calderoli.

La verità è che questa legge ha una sola grande novità, che è proprio il riparto nazionale dei seggi al Senato. E’ solo quella la novità che può garantire la governabilità tanto attesa. In tanti dimenticano, infatti, che alla Camera il centrosinistra di Prodi nel 2006 ebbe una maggioranza bulgara con 23 mila voti di scarto e che Bersani un anno fa ha avuto la stessa maggioranza bulgara con 100 mila voti di vantaggio. Con la nuova legge, paradossalmente, Renzi vincendo al ballottaggio avrebbe 327 seggi a fronte dei 340 di Prodi e Bersani/Letta… così, per la precisione.

E’ sempre stato il Senato il problema, per via della ripartizione regionale dei seggi. Superato questo scoglio (che, ricordo, fu introdotto per volere di Ciampi che nel Porcellum sentiva puzza di violazione dell’art. 57 Cost.), la fine delle larghe intese dovrebbe essere assicurata, sempre che il Senato non dia risultati diversi rispetto alla Camera (come avvenne nel 2006). In quel caso, il “mai più larghe intese” di Renzi andrebbe immediatamente a farsi benedire… E sempre che la Corte Costituzionale non decida che la frase “Il Senato è eletto su base regionale” prevista dall’art. 57 non sia stata violata. Altrimenti la frittata è fatta, di nuovo.

Ma Renzi scommette che il Senato non sarà più decisivo per i prossimi governi, perché supereremo il bicameralismo perfetto. Io sono meno convinto, visto che ciò implica una riforma costituzionale che porterebbe con sè parecchi mesi di lavoro. In ogni caso, la svolta per la fine delle larghe intese è tutta lì. E mi auguro che vada in porto.

Chiudo dicendo che questa era forse l’unica legge possibile a questo punto, lo so bene. Non vivo sulla Luna e frequento la politica da parecchi anni per cui conosco certe logiche e certe dinamiche. Ma presentare una “limatina” del Porcellum piena zeppa di norme “ad partitum” (le liste bloccate e le soglie di sbarramento alzate per Forza Italia, il doppio turno per il PD, le candidature multiple per NCD, i collegi piccoli per tutti i grandi partiti così da predeterminare almeno 400 seggi…) come la nuova legge “salva Italia”, ecco mi pare troppo.

Ma complimenti al marketing… ce stavo quasi a crede’

LDG