Perché Berlusconi preferisce il sistema spagnolo

Era nell’aria da tempo, ma pare che ieri Berlusconi abbia “confidato” a qualcuno dei suoi la sua preferenza per il sistema elettorale spagnolo rispetto al Mattarellum modificato e al doppio turno di coalizione (le altre due ipotesi sul tavolo). Non mi sorprende affatto questa preferenza in quanto va incontro ad almeno 3 (forse anche 4) ottime conseguenze per Silvio, vale a dire:

1. La più importante di tutte, farebbe fuori Alfano e i suoi, dimostrando ancora una volta che il centrodestra in Italia è LUI. Il perché è presto detto: con un sistema proporzionale con circoscrizioni di ampiezza 5 non c’è scampo per i partiti piccoli. A dire il vero neanche per i partiti “medi”In un sistema in cui 3 partiti sono sopra il 20%, i seggi li prenderebbero solo e soltanto loro. Nella mia simulazione di qualche giorno fa ho ipotizzato un sistema con ampiezza media da 5 seggi, che prevede tuttavia – come avviene in Spagna – anche circoscrizioni grandi (Roma, Napoli, Milano, Torino, ecc. le avevo considerate come una singola circoscrizione da 25, 19, 18 e 14 seggi), non a caso anche Scelta Civica con i numeri del 2013 avrebbe preso qualche seggio. Pare che la proposta sul tavolo sia invece da 5 seggi per tutte le circoscrizioni (esclusa Aosta, Isernia, Ogliastra, Medio Campidano mi auguro, essendo province con pochissimi abitanti). In quel caso davvero non c’è via di scampo per nessun “quarto” partito. Neanche per la Lega probabilmente che, specie se si mantiene l’ipotesi della soglia di sbarramento nazionale del 5%, rischia seriamente di restare fuori dal Parlamento. L’esito sarebbe totalmente tripartitico: ergo la Destra sarebbe solo LUI.

2. Ammazzando Alfano, sarebbe presumibile una crisi di governo, visto che è già abbastanza precario di suo questo governo…e dunque si avvicinerebbe la data del voto, come vuole Silvio.

3. Il sistema spagnolo, tra i 3 sul tavolo, è quello che meno di tutti assicura una maggioranza a chi vince. E dunque, lo scenario per Berlusconi sarebbe perfetto: Oggi i sondaggi danno Forza Italia almeno a -10% dal PD (in alcuni casi anche a -12/13%). Per vincere e governare, col sistema spagnolo, bisogna vincere almeno il 42% dei circa 540 seggi alla Camera assegnati senza premio (che sommati al premio del 15% farebbero sorpassare di poco i 316 seggi utili ad avere una maggioranza).  Non è detto che il PD di Renzi abbia questi numeri, nonostante l’effetto premiante per i grandi partiti generato dal sistema spagnolo. Al Senato poi, sarebbe come sempre un terno al lotto, perché i premi sarebbero regionali e dunque per avere una maggioranza certa Renzi dovrebbe vincere in quasi tutte le Regioni. Dunque, con una prospettiva che dà Forza Italia perdente, quale miglior sistema di uno che farebbe comunque “non vincere” il PD? E così, di fatto, cominciare ad ammazzare anche Renzi?

4. Se la sentenza della Consulta lo permetterà, il sistema spagnolo prevede liste bloccate. Per cui, dato che “decide Silvio” sempre e comunque, potrà scegliere a suo piacimento tutti i candidati nelle circoscrizioni, senza porsi problemi di rappresentatività, di “territorio”, di primarie, di preferenze e di tutte queste inutili complicazioni democratiche.

Sono 4 ottime ragioni, no? Anch’io al posto suo preferirei “lo spagnolo”. Al posto di chi decide le sorti di un paese e non di un partito (o forse di una persona) però propenderei per un altro. Magari uno che garantisca davvero maggioranze certe e che non lasci senza rappresentanza 1 italiano su 3 di quei 4 gatti che andranno a votare la prossima volta. Scusate il voluto gioco di parole…

LDG

 

Come sarebbero andate le elezioni col sistema “ispanico”

Renzi ha sintetizzato – più che posto sul tavolo – le tre ipotesi di riforma elettorale su cui pare possibile aprire una discussione in Parlamento:

1. Il Mattarellum rafforzato in senso maggioritario, ossia prevedendo una trasformazione del 25% di seggi che veniva assegnato mediante metodo proporzionale in un 15% di premio di maggioranza e in un 10% proporzionale a tutela delle minoranze (“diritto di tribuna”). Ipotesi molto a rischio dopo che la Corte Costutizionale ha ritenuto eccessivo il premio di maggioranza del porcellum. Non so quanto si possa accettare un sistema ad impianto maggioritario (che già di suo distorce l’esito a favore dei partiti più forti) ulteriormente rafforzato da un premio di maggioranza.

2. Il doppio turno di coalizione (impropriamente definito “sistema dei sindaci” dato che il sindaco è eletto direttamente, mentre il premier non si può eleggere direttamente in una repubblica parlamentare), ossia in realtà un “porcellum” modificato con l’attribuzione del premio di maggioranza a chi non raggiunge il 40% al primo turno, mediante un secondo turno di votazione. 

3. Il sistema spagnolo, ormai noto come “ispanico”, ossia un sistema proporzionale con circoscrizioni di ampiezza ridotta (vale a dire che assegnano pochi seggi), a favorire una “soglia di sbarramento implicita” e quindi un premio ai partiti più grandi. A rafforzare ulteriormente tale premio, Renzi propone una soglia di sbarramento nazionale “esplicita” del 5% e un premio di maggioranza (del 15%) al primo partito.

Quest’ultimo sistema pare piaccia a Verdini e a Forza Italia e sui giornali di oggi si legge di un Renzi particolarmente propenso verso l’ispanico. Tuttavia, tale sistema pone non pochi problemi.

Il primo è che, almeno in Spagna, prevede liste bloccate. Teoricamente le motivazioni della Consulta potrebbero far saltare tale ipotesi. Il secondo, più importante, è che col sistema tripolare attuale non garantirebbe alcuna maggioranza, neanche con gli accorgimenti proposti da Renzi.

A tale proposito, ho provato a simulare le elezioni del febbraio 2013 mediante il sistema spagnolo, dividendo l’Italia in circoscrizioni provinciali e inserendo sia la soglia di sbarramento nazionale del 5%, sia il premio di maggioranza (che ho ipotizzato di 90 seggi alla Camera, pari al 14,3%). A rafforzare ulteriormente i partiti più grandi, ho ridisegnato le circoscrizioni attribuendo loro un ampiezza media di 5 seggi, a fronte di un’ampiezza media in Spagna pari a 6,7 seggi.

Ecco il risultato:

Schermata 2014-01-04 alle 14.42.22

Il Movimento 5 Stelle che fu primo partito avrebbe ottenuto, con tutto il premio di 90 seggi, un totale di 269 seggi alla Camera. Ergo, sarebbe stato comunque molto lontano dalla maggioranza assoluta. La grande coalizione sarebbe stata in ogni caso indispensabile. 

Al Senato le cose sarebbero andate anche peggio, dato che i premi sarebbero regionali, per cui avremmo avuto premi diversi a seconda dei risultati regionali.

Certo questa simulazione sconta diverse cose:

1. E’ presumibile che un sistema del genere porterebbe ad aggregazioni più ampie (che poi però generano problemi quando tali coalizioni iniziano a governare).

2. I sondaggi di oggi danno in media un PD oltre il 30% e dunque più forte di circa 5-6 punti rispetto al M5S di febbraio scorso. Ma ci possiamo fidare dei sondaggi? E in ogni caso questo margine non basterebbe al Senato e forse neanche alla Camera.

Continuo a vedere un grande assente in queste discussioni sulla riforma elettorale: il “caso” Senato. Ci si scervella sul sistema ottimale, senza considerare che, col Senato eletto a base regionale e un sistema partitico tripolare, non c’è rimedio che tenga. Occorre mettere mano alla Costituzione e quantomeno cancellare la frase “è eletto su base regionale” dell’art. 57. Fatto ciò, possiamo dedicarci alla riforma che garantisca governabilità ed efficacia. Ma senza questa modifica, stiamo solo sprecando tempo e chiacchiere.

LDG

Legge elettorale, come siamo messi

Come ho detto in passato in un altro post, siamo l’unica democrazia consolidata in cui la legge elettorale è al vertice dell’agenda politica da decenni. La ragione è semplice: in altri paesi la si sceglie, in un’ottica di sistema e di lungo periodo, per stabilire le regole del gioco; da noi la si sceglie, di volta in volta, per capire se e quanto potrà aiutare (o danneggiare) un partito o una coalizione in termini di seggi. Come potete ben comprendere, i due punti di vista sono molto diversi tra loro. La conseguenza è che altrove c’è una continuità delle leggi elettorali in vigore, mentre da noi c’è una continuità delle riforme elettorali…

Passiamo ora al dibattito corrente, cercando di capire quali siano oggi le opzioni in campo. Allo stato, sembrano essere quattro:

1. La legge derivata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, ossia il Porcellum privato del premio di maggioranza e delle liste bloccate. Ciò significa che, in assenza di un intervento legislativo, si andrebbe a votare con un sistema proporzionale senza premi, che manterrebbe le soglie di sbarramento e introdurrebbe la preferenza unica.

2. Il ritorno del Mattarellum. Grillo e, per certi versi anche Renzi e Forza Italia, insistono per un ritorno al Mattarellum, ossia la legge elettorale utilizzata per le elezioni politiche del 1994, del 1996 e del 2001. Un sistema elettorale misto, che prevede l’assegnazione del 75% dei seggi mediante un sistema maggioritario a turno unico, in collegi uninominali e il restante 25% mediante un sistema proporzionale con liste bloccate.

3. Un Mattarellum modificato, attraverso la trasformazione del 25% di seggi attribuiti col proporzionale in un premio di maggioranza che assegnerebbe il 20% dei seggi alla coalizione (o al partito) più forte e il 5% alla coalizione (o al partito) che arriva seconda.

4. Il Doppio turno di coalizione – noto anche come bozza Violante-D’Alimonte – vale a dire un sistema che assegnerebbe un premio del 55% dei seggi alla coalizione (o al partito) che arriva prima, raggiungendo però almeno il 40% dei voti. Qualora nessuno raggiungesse tale percentuale al primo turno, ci sarebbe un secondo turno tra le prime due coalizioni (o partiti) per superare quella soglia. Prevede inoltre l’introduzione della doppia preferenza di genere al posto delle liste bloccate. Sarebbe in altri termini una correzione del Porcellum in grado di superare le recenti obiezioni della Consulta.

Fin qui, una minima descrizione delle opzioni in campo. Ma cosa succederebbe se si votasse oggi con una di quelle ipotesi in vigore?

L’ipotesi 1, ossia il proporzionale puro con soglie di sbarramento, garantirebbe l’assoluta certezza di ingovernabilità, dato che non avremmo alcuna maggioranza né alla Camera, né al Senato. Quella che vedete è una simulazione della composizione della Camera dei Deputati, sulla base dei risultati dello scorso febbraio:

Schermata 2013-12-19 alle 10.42.01

 

E di questi tempi sinceramente vedo molto male la riproposizione di un nuovo governo di larghe intese…Praticamente impossibile, anche perchè i numeri sarebbero molto diversi da quelli attuali. In pratica, 2 dei 3 grandi partiti (PD, Forza Italia e M5S) dovrebbero fare un governo insieme. Molto complicato…

Con l’ipotesi 2, ossia il Mattarellum nella versione “pura”, quella già utilizzata in passato, potremmo avere – ma non è detto – una maggioranza alla Camera, mentre sicuramente non avremmo alcuna maggioranza al Senato. Per questa ragione, trovo quantomeno curioso che tanto Renzi, quanto Grillo e diversi esponenti di Forza Italia si stiano “lanciando” per tornare al Mattarellum, sapendo che sarebbero poi costretti a inventarsi un governo molto, ma molto, più “inciucista” del governo Letta.

L’ipotesi 3, vale a dire il Mattarellum “dopato” garantirebbe senz’altro una maggioranza alla Camera e una possibile – ma non certa – maggioranza al Senato.

Idem per l’ipotesi 4, vale a dire il doppio turno di coalizione.

La ragione per cui anche le ipotesi 3 e 4 non ci possono dare garanzie certe sul Senato è sempre la stessa e vi rimando a questo mio post di gennaio per approfondirla.

Tirando le fila: se si va a votare con l’ipotesi 1 o 2, siamo fregati. E’ del tutto inutile, anzi controproducente. Perderemmo tempo, bruceremmo 400 milioni di euro per votare, non avremmo alcuna maggioranza dopo le elezioni, dovremmo eleggere anche un nuovo Presidente della Repubblica e rischieremmo di arrivare al semestre di Presidenza UE senza governo, oltre che senza alcun dossier preparato adeguatamente. Sarebbe un’ecatombe.

Se si va a votare con le ipotesi 3 e 4, mettendo mano alla Costituzione (abolendo il Senato, oppure privandolo della funzione di attribuire la fiducia al governo, o anche semplicemente eliminando la formula “è eletto su base regionale” dalla Carta Costituzionale), allora avremo maggioranze certe.

Ma questo significa dover fare una riforma elettorale e una costituzionale. Avranno la pazienza di attendere Berlusconi, Grillo e Renzi? O preferiranno spingere per votare – inutilmente – di corsa?

LDG

L’elettore viscerale

Lo diciamo da tempo, ma ogni giorno abbiamo conferme in merito: oggi i cittadini, se votano, non votano con la testa, bensì con la pancia. Per pancia non intendo dire che gli atteggiamenti populistici/estremistici siano sempre quelli più efficaci, altrimenti la Lega Nord sarebbe primo partito da tempo… Intendo piuttosto dire che con la fine delle ideologie e di conseguenza del “voto di appartenenza/ideologico” e con una difficoltà estrema nel districarsi e nel distinguere tra le offerte politiche dei partiti (cosa vuol dire oggi essere di destra o di sinistra in Italia?), gli elettori finiscono per votare una persona (un leader) in base a quello che trasmette, non un partito o la sua piattaforma programmatica.

Se proviamo a chiedere ai renziani di elencarci 5 proposte programmatiche di Renzi probabilmente non ne troveremo nessuno in grado di rispondere. Idem per Berlusconi e per Grillo. Tutt’al più questi tre leader verranno associati a una parola chiave: Renzi al cambiamento/rinnovamento; Grillo al “tutti a casa”; Berlusconi alla “libertà” (intesa in senso mooooolto ampio), alla lotta ai comunisti (veri o presunti) o alla riduzione delle tasse.

La verità è che ciò che conta non è ciò che dicono i leader, ma quello che suscitano. E’ tutto qui, molto semplice. E lo suscitano con il linguaggio in senso lato, non solo verbale. Possono trasmettere emozioni con un giubbino di pelle, con battute efficaci, con finte lacrime su un palco, con urla e parole ‘da bar’ in una piazza, spolverando una sedia in diretta TV…Ciò che dicono o promettono e la possibilità di mantenere quelle promesse non conta affatto, anche perché non c’é modo di verificarlo: la matematica in politica è un’opinione e non esiste alcun organo terzo in grado di certificare se una promessa è mantenuta o meno. Conta, dunque, quanto riescono ad arrivarci nella “pancia” appunto, suscitando positività, ottimismo oppure rabbia, rancore, vendetta e tutti gli istinti primordiali possibili e immaginabili.

In questo Berlusconi è un maestro, essendo l’uomo-marketing per eccellenza. Se c’è un’eredità forte, un ‘berlusconismo” evidente, è proprio questo, ossia che ha cambiato la politica italiana adattandola ai mutamenti sociali, alla “sociologia del consumo” potremmo dire. Si vota un brand e quel brand oggi è incarnato da una persona. Conseguentemente quella persona, se vuole ottenere tanti voti, deve essere “trattato” esattamente alla stregua di un brand commerciale. Loghi, bandiere, musica, stile “pop”, battute, presenza incessante sui media, ‘call to action’ con parole d’ordine mobilitanti, campagna elettorale permanente, presenza e presidio dei Social Network, sondaggi usati come strumenti di marketing prima che di analisi… Questa è la politica oggi, tutto il resto é noia, facciamocene una ragione. E non uso “noia” solo per citare il Califfo, la uso perché sono convinto che sia davvero così: cosa rappresentano Monti, Casini, Fini o D’Alema per l’elettore medio non identificato? Noia…

Torno allora a richiamare il mio post su Alfano e la politica pop, attendendo con curiosità il 7 dicembre perché sarà un primo assaggio del codice di comunicazione del NCD e del suo leader. Ieri intanto, nel confronto PD su SKY, abbiamo visto un’altra buona dimostrazione questa tesi: contenuti e proposte concrete poche, ma Renzi e Civati fantastici battutisti, taglienti, efficaci.

So che forse pretendo la Luna, ma NCD deve trasformare Alfano in una ‘pop star’. E’ quello il quid, non ce ne sono altri…

P.S. La più recente dimostrazione di questo ragionamento è il sondaggio di ieri mattina ad Agorà, post decadenza di Silvio. Non credo servano commenti, parlano i numeri…in attesa del prossimo sondaggio che darà il PD in crescita post confronto su SKY, ovviamente.

Sondaggio Agorà 29 11 2013

LDG

Alfano e la pop-politik

Qui Strasburgo. Oggi il Parlamento europeo ha approvato il Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020, con un budget di quasi 1000 miliardi di euro, il Programma delle Reti Transeuropee, domani sarà il turno della riforma della PAC e di tante altre cosette interessanti e soprattutto molto impattanti per il nostro paese…Ma quotidiani, TG e programmi di approfondimento italiani sembrano non vedere altro che la separazione nel centrodestra, la sfida nel PD e il caso Cancellieri (esclusa la tragedia in Sardegna, ovviamente). Capisco che da queste cose dipendano la tenuta del governo e l’offerta politica presente e futura, ma è vero pure che l’Europa continua a essere per lo più un vessillo utile a schermaglie di posizionamento interno. Per il resto ce ne frega davvero poco…Peccato.

Ciò premesso, mi adeguo e mi infilo nella questione tutta italiana di uno scenario politico da far tremare le vene ai polsi. Già perché, qualcuno l’ha già notato, se è vero che in questa fase il Governo ha apparentemente una maggioranza politica più solida, venendo meno la minaccia “numerica” di Berlusconi e dei falchi, è vero anche che tra breve Letta e la sua compagine avranno un trittico di oppositori davvero niente male. All’ormai “tradizionale” controcanto di Beppe Grillo, infatti, potrebbero aggiungersi quello di Berlusconi – probabilmente dopo la decadenza – e quello di Renzi, dopo le primarie. Tre nomi non proprio di secondo piano, dato che sono di gran lunga i tre leader più abili a produrre consenso. E all’opposizione generare consenso è più semplice, specie in Italia. Non è un caso che nell’era dell’alternanza (la Seconda Repubblica) chi ha governato non ha mai vinto le elezioni successive.

Dunque, tra breve, il Governo avrà l’appoggio di Napolitano, quello “condizionato” dell’Unione Europea che aspetta di capire se la legge di stabilità è davvero di suo gradimento, ma avrà anche i leader dei primi 3 partiti potenzialmente tutti al lavoro per farlo cadere… anche perché quando Berlusconi decadrà dalla carica di Senatore, tutti e 3 i leader saranno fuori dal Parlamento. Una situazione a dir poco kafkiana: il governo delle larghe intese privo dell’appoggio dei leader dei 3 partiti più importanti… Certo, Renzi non potrà esplicitamente porsi contro l’esecutivo, ma la sua posizione “critica” e di pungolo mi pare già oggi fin troppo evidente.

Stando così le cose, il governo è chiamato a fare veri e propri miracoli. Ma anche i miracoli potrebbero non bastare. Perché, parliamoci chiaro, l’efficacia della politica è quella percepita non quella reale. E la differenza la fa la comunicazione. E contro il “tridente” Grillo, Renzi e Berlusconi, Letta e Alfano ad oggi sono pressoché inesistenti, di un altro pianeta direi.

Questo mi fa aprire un ulteriore ragionamento proprio su Alfano e sulla nuova “creatura” del centrodestra. Se Alfano vuole garantire una certa tenuta e una crescita del Nuovo Centro Destra (partito bene stando ai primi sondaggi) deve  adeguarsi il più possibile alla realtà della politica “pop”, pop-olare e sempre più anche pop-ulista. E’ una realtà immodificabile, facciamocene una ragione, perché gioca sul nostro essere “pubblico” prima che “popolo” e “consumatori” prima che “cittadini”. E’ un dato antropologico ormai. Se anche il governo riuscisse a fare le riforme attese da 40 anni, semplicemente non sarebbe creduto di fronte al fuoco di fila incrociato dei leader antigovernativi che manipolerebbero ogni informazione a loro piacimento, mediante interpretazioni di parte e roboanti.

Se la politica “pop” è un dato di fatto, il primo passo da compiere per Alfano e i suoi è trovare un nome decente al partito nascente: Nuovo Centro Destra è accattivante quanto un documento del Politburo. Più in generale è necessario adeguare la linea comunicativa del partito e del leader alle esigenze del “pubblico”. Alfano deve diventare, per quanto possibile, simile ai 3 leader che ho menzionato. Non nei contenuti ovvio, (un “responsabile” non può essere simultaneamente “populista”) ma nei codici comunicativi. Deve apparire smart, brillante, battutista, deve incarnare il rinnovamento, la meritocrazia, la partecipazione… E il movimento deve dotarsi di un Brand che funzioni, di una bella piattaforma web partecipativa, di un ottimo Social Media Manager e chi più ne ha più ne metta…Insomma serve tutto ciò che il marketing richiede oggi per le aziende, così come per i partiti… Cambia poco. Non è solo Forza Italia il partito-azienda, tutti lo sono, è un modello inevitabile oggi. Forza Italia lo è di più perché il suo leader è anche un capo azienda e perché la gestione di partito e imprese di famiglia è sempre più promiscua (vedi i casi di Marina, Barbara, Confalonieri, Dell’Utri e addirittura Galliani…). Ma Berlusconi è un caso a parte… Il partito azienda, inteso come un brand da valorizzare e “vendere” a “cittadini-consumatori” resta un modello quanto mai reale.

Probabilmente potremo iniziare a misurare questa attitudine di Alfano durante l’annunciata Convention, che dovrebbe essere il prossimo 7 dicembre. Ecco, non chiedo la Leopolda, o il palco circolare in mezzo alla sala… ma possibilmente neanche la riedizione di un’assemblea nazionale di un partito di massa, stile anni ’70…

LDG

Riecco Forza Italia: un’occasione per la destra (l’altra)

Dunque, Forza Italia sembra a un passo dalla riedizione. Incuranti dell’effetto “minestra riscaldata”, i falchi (ossia gli animatori del “Berlusconi fan club”) spingono per il remake di un partito nato 20 anni fa e sciolto 5 anni fa. I ritorni non sono sempre felici, anzi spesso sono tristi, quando non patetici. Forza Italia è stato un brand di successo, non c’è dubbio. Ma era un’altra Italia, e anche un altro partito. Forza Italia nasce in una fase di transizione appena iniziata, con un enorme bacino elettorale a disposizione (a causa del crollo di DC,PSI, ecc. post tangentopoli), con un leader 55enne simbolo del self-made man di successo e con un impianto culturale di fondo molto chiaro: fare la rivoluzione liberale in Italia. Non a caso, ad orbitare nella Forza Italia delle origini c’erano Colletti, Baget Bozzo, Urbani, Martino, Marzano, Scognamiglio, il “primo” Tremonti, a suo modo Antiseri, Pera, ecc. ecc.   Da notare inoltre che eravamo nell’era Mattarellum, in cui i voti occorreva prenderli sul territorio in collegi uninominali (per 3/4 dei seggi) e dunque il rapporto col leader del partito era più “normale” rispetto all’attuale sottomissione servile.

Cosa sarebbe invece la Forza Italia di oggi? Un brand usurato, con un leader che va verso gli 80 anni, che ha una serie di rogne giudiziarie pressoché interminabile, che non ha fatto neanche un’unghia della rivoluzione liberale che ancora promette come un disco rotto – e che infatti ha perso 6 milioni di voti in 5 anni, non facilmente recuperabili. In più, da 8 anni al posto del Mattarellum votiamo col Porcellum, un sistema che ha reso i leader dei “partiti personali” autentici “padroni” della vita e della morte (politica) dei loro colleghi/subordinati/servi. E non è un caso che ai nomi fatti prima se ne sono sostituiti ben altri e con ben altre caratteristiche. Diciamo la verità, i falchi sono tutt’altro che falchi, io direi che tendono verso una corte di sanguisughe.

Insomma, non nutro grandi speranze in Forza Italia Bis. Ma nutro qualche speranza in ciò che la ri-nascita di Forza Italia può generare nell’area di destra dello spazio politico italiano.  Gli elettori cosiddetti moderati (detesto questo termine, politicamente per me insignificante) sono sempre stati maggioritari in Italia. Probabilmente lo sono ancora oggi. Ma molti di loro, nei giorni delle elezioni, preferiscono restare comodamente a casa. Alcuni hanno provato con Grillo, nello scorso febbraio – le analisi dei flussi hanno dimostrato che solo a Roma ben 130 mila voti sono passati dal Pdl al M5S – ma il fenomeno grillino è già in ampio reflusso. Neanche Grillo li scomoda da casa ormai. Ce la farà Forza Italia nella nuova versione? Ho molti dubbi…

Ergo, si apre una voragine potenziale per una nuova destra. Quella destra a cui ho lavorato per anni dietro le quinte e che finora ha prodotto qualche buona idea sul fronte culturale, ma nessun esito politico di rilievo. Ci sono gli ex AN, i fratelli d’Italia, un pezzo di area montiana e UDC, e tanti, tantissimi astenuti da rimotivare e scuotere dalla disaffezione verso la politica. Credo che la ri-fondazione di Forza Italia possa aprire buoni varchi per una destra parallela, europea, moderna e soprattutto senza padroni. Certo, per realizzarla serve tempo, umiltà, strategia, buone idee e facce nuove. Mi sa che chiedo troppo…ma sono un inguaribile ottimista…

LDG

 

Si sgonfiano “le antipolitiche”

Nel marzo scorso scrivevo che tra tecnocrazia, sofocrazia (governo dei saggi) e antipolitica, la nostra democrazia faticava da un anno e mezzo a ridare centralità alla politica. E mi chiedevo: “quanto durerà questa sospensione della e dalla politica che va avanti di fatto dal 2011?” Già allora dissi che  durerà poco, e per fortuna.

Certo, se siamo arrivati ai governi tecnici, alle commissioni di saggi e ad un movimento antipolitico in tutto – a cominciare dalla sua neolingua dai “vaffa” ai “cittadini”- che diventa primo partito in poco tempo, la classe politica della seconda repubblica ha enormi responsabilità. E’ stata inconcludente, inefficace, decisamente poco esemplare in termini di etica pubblica, incapace di sostituire i partiti di massa della Prima Repubblica se non con partiti personali che ci fanno quasi rimpiangere l’era del pentapartito. Tuttavia, pian piano, questa fase di “sospensione dalla politica” verrà meno perché imploderanno i suoi prerequisiti.

I tecnici al governo, dopo una prima fase di legittimazione insindacabile e aprioristica, sono usciti con le ossa rotte, tra aspettative deluse e indicatori mecroeconomici disastrosi. Grillo e i suoi, dopo l’exploit elettorale, stanno perdendo consenso a rotta di collo per via di un atteggiamento “irresponsabile”, spocchioso e arrogante specie nella prima fase, e per via di evidenti contraddizioni e limiti, oltre a un’incompetenza manifesta pressoché su tutti i fronti.

A loro modo, tutte queste forme sostitutive della politica di professione sono forme di antipolitica. Nascono tutte dall’insoddisfazione e dalla delusione profonda creata dalla Politica (con la P maiuscola) nei decenni scorsi. Tuttavia, questa fase non può durare, semplicemente perchè tecnici e “cittadini” improvvisati sono peggio dei politici di professione.  Non ci si improvvisa politici, ministri o parlamentari, ormai dovrebbe essere evidente a tutti.

Certo, resta un problema drammatico di fondo. La politica che tornerà deve essere più forte di prima. Più forte dell’antipolitica, più forte del populismo e dei sondaggi, più forte della finanza e delle organizzazioni internazionali. Ma per farlo serve un profondo cambiamento, una vera e propria rigenerazione,  una politica finalmente per vocazione e competenza (politik als beruf, diceva Max Weber, ossia politica come professione e vocazione), che intenda il ruolo con grande spirito di servizio e nell’interesse della nazione.

Se ciò non accade, dopo aver sperimentato tutte le alternative fallimentari, cosa resterà? Per ora prevalgono l’astensionismo e la disaffezione. Domani? La rivoluzione…?

LDG