Il derby su Marino: narrazioni e contro-narrazioni.

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L’assedio durava da mesi. Non ci fosse stata l’inchiesta di “mafia capitale”, Marino sarebbe stato costretto a dimettersi da tempo. Lo pensano in tanti e lo penso anch’io. Basta rileggersi la rassegna stampa di un anno fa circa, quando il PD (“l’altro PD”) l’aveva già lasciato solo.

Mafia capitale gli ha dato ossigeno, gli ha permesso di deviare l’asse del dibattito pubblico romano dai trasporti, dalle buche, dal decoro, insomma dal governo della città, verso altre questioni. Questioni gravi, che hanno coinvolto anche la sua Giunta, il suo partito nell’Assemblea capitolina, Presidenti di Municipio del PD, il suo responsabile alla trasparenza, ma che – paradossalmente – l’hanno fatto emergere come l’eroe che combatte “il male”. O almeno questa era la sua “narrazione” e in diversi gli hanno creduto e ancora gli credono. D’altronde, il “marziano”, l’uomo senza partito (come scrissi qui), aveva questo vantaggio. E’ stato eletto nel PD, ma si è sempre presentato come un uomo fuori dal PD, fuori dai partiti, fuori dalla politica (“Non è politica. E’ Roma”). Un chirurgo pronto a fare il demiurgo, a curare Roma dai suoi mali e a farla risorgere, una trama perfetta, uno “schema narrativo canonico” (A. Fontana).

La narrazione dell’eroe-chirurgo si basava su alcuni concetti-chiave, fondamentali in tempi di antipolitica dominante e, di converso, di fiducia nella politica sotto zero: trasparenza, onestà, merito. Era questa “la differenza”, ciò che doveva renderlo marziano nei confronti di tutti gli altri, resa credibile dal suo essere più o meno outsider: membro di un partito, ma neanche tanto.

E la “marzianità” fu, senz’altro, una delle ragioni del suo successo elettorale. Così come è stata la ragione che l’ha tenuto a galla dopo “mafia capitale”. E’ evidente, però, che quando punti su quegli asset, l’esposizione agli scivoloni diventa notevole e va maneggiata con cura. Tradotto: se ti presenti come mister trasparenza e, nel pieno delle polemiche su vere o presunte bugie (c’erano sia quelle vere che quelle presunte), vai in TV “armato” di tutte le tue spese di rappresentanza e le metti online, diventa inevitabile la corsa alla “verifica” delle tue dichiarazioni. E quando arrivano 7 smentite in 7 giorni, la frittata è fatta. Con tanto di indagine, a quel punto inevitabile, della Procura e della Corte dei Conti, a peggiorare (anche) il “danno di immagine”.

E l’immagine, oggi, è tutto. Da essa deriva la nostra credibilità. Se l’immagine è infangata, la credibilità è persa. Una volta per tutte, non si recupera più.

Narrazioni e contro-narrazioni, dicevo. La narrazione di Marino è chiara, così come è chiaro il perché sia andata a rotoli. La contro-narrazione è altrettanto chiara: è un bugiardo, un furbetto e per di più incapace.

Entrambe generano dei frame (delle cornici, o delle lenti) attraverso i quali interpretiamo la realtà. Chi crede alla narrazione di Marino, chi è potremmo dire “fidelizzato” al brand Marino, tende a minimizzare le polemiche sugli scontrini, a riconoscere al Sindaco grandi novità moralizzatrici e a puntare sul complotto dei “poteri forti” (tesi che in Italia non manca mai). Chi crede alla contro-narrazione, tende a ritenere falsa e inefficace ogni dichiarazione e ogni scelta di Marino e a considerare gravissimi gli addebiti su pranzi e cene inventati (o presunti tali). Sulla base di questi frame, molte persone che oggi difendono Marino erano pronte a linciare Cota per l’acquisto delle “mutande verdi”, così come molti di quelli che lo condannano hanno chiuso occhi e orecchie su indagati, imputati e condannati serenamente al governo (e in diversi governi).

E’ un derby di emozioni. Uno dei tanti che viviamo quotidianamente sui social network, il terreno di gioco principale su cui i derby hanno luogo. Con Renzi o contro Renzi, con Marino o contro Marino, con Alemanno o contro Alemanno, con Salvini o contro Salvini e via discorrendo. In questi derby sono assenti del tutto: la politica (nel senso dei contenuti di policy proposti o le scelte fatte), la logica, la razionalità, i fatti, il confronto e il dialogo. Tutt’al più una gara a chi non cambia mai idea su nulla. “Rivendichiamo la nostra dose di emozione” (C. Salmon), materiale per il nostro narcisismo collettivo, nient’altro. Il resto è noia.

“Votare è comprare una storia. Essere eletto è essere creduto. Governare è mantenere la suspense” (sempre C. Salmon). Chi ha votato per Marino ha comprato quella storia. E’ stato eletto e dunque la storia è stata creduta. Ma oggi la suspense non c’è più perché quella credibilità è andata perduta. Ha perso la “supremazia narrativa” (A. Fontana) e ogni tentativo di recuperarla peggiora inevitabilmente le cose.

Il “prodotto” Marino è scaduto, l’abbiamo già cestinato. Renzi l’aveva capito da tempo: quando fiducia e gradimento dell’opinione pubblica si sedimentano è finita. Non oscilla più, non può più risalire. E con questi colpi finali degli scontrini siamo arrivati al capolinea. D’altronde, al di là dell’ipotesi di peculato, il falso ideologico che avrebbe commesso Marino nelle dichiarazioni sulle spese è un delitto “contro la fede pubblica”. Fosse vero, avrebbe tradito la fiducia dei cittadini. E siccome Marino non è un cittadino diverso dagli altri, per l’opinione pubblica l’ha già tradita prima dell’eventuale processo e dell’accertamento della verità.

Non ci resta che aspettare il prossimo, con una nuova storia  da  venderci e nuovi derby da giocare. Per cestinarlo al primo scivolone e ricominciare daccapo.

LDG

 

 

 

 

 

 

 

Sciogliere o non sciogliere? Riflessioni a margine

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I bookmakers 2.0 si interrogano da giorni sull’ipotesi di scioglimento di Roma Capitale. Le quotazioni sono basse, dato che il governo ha già detto che non scioglierà. Ciononostante, a quanto si apprende dalla stampa, la relazione della commissione prefettizia pare spingesse per sciogliere l’amministrazione capitolina per mafia. Una posizione che non sta in piedi, numeri alla mano, ma che sta in piedi “emozioni” alla mano.

Traduco: Roma Capitale produce mediamente almeno 100 mila determine dirigenziali ogni anno, la maggior parte delle quali riguardano impegni di spesa (contratti con privati). Di queste, circa 70-80 l’anno hanno riguardato le cooperative coinvolte dall’inchiesta “mafia capitale”. Significherebbe sciogliere per mafia un’amministrazione sulla base dello 0,07% degli atti prodotti: 7 ogni 10.000. Oggettivamente non sono numeri tali da far dire che “Roma è in mano alla mafia”. Eppure questa affermazione la leggiamo da mesi  e, non a caso, da un sondaggio recente di Demos risulta che 9 romani su 10 lo pensano davvero. Ecco perché la posizione dello scioglimento sta in piedi “emozioni” alla mano: non si basa su atti e numeri, ma sull’ondata emotiva che plasma l’opinione pubblica (che ormai definirei “emozione pubblica”, mi pare più appropriato).

L’altra tesi a supporto dello scioglimento è quella della continuità politico-amministrativa tra la gestione Alemanno e la gestione Marino relativamente agli affidamenti in favore di Buzzi & co. Ciò non significa che Marino sia coinvolto in prima persona, ovviamente, ma piuttosto che non regge la sua posizione sull’ “argine al malaffare”. Il Sindaco, in sua difesa, ha scelto una linea aggressiva e frontale: “stiamo facendo pulizia, anche grazie a Pignatone”. E ricorda a tutti, per testimoniare questa sua battaglia campale, l’aver fatto dimettere Panzironi dall’AMA ben prima che l’inchiesta fosse resa pubblica, cioè prima di Pignatone. Un’affermazione che per ora ha fruttato una querela da parte di Panzironi, che si è dimesso dall’AMA nel 2011, due anni prima che Marino diventasse Sindaco e, in generale, una posizione che è facilmente smentibile con i numeri. Mettendo a confronto i contratti stipulati dal Dipartimento Politiche Sociali nel 2012 (ultimo anno pieno di Alemanno) e nel 2014 (primo anno pieno di Marino), i dati sono i seguenti (mia elaborazione su dati ufficiali di Roma Capitale):Risorse Buzzi

 

Il Sindaco non è coinvolto direttamente. Gli si imputa al più scarso controllo politico, e lui ha scelto una strategia comunicativa rischiosa per provare a dimostrare il contrario. Personalmente, ne avrei scelta un’altra: posto che né la politica né l’amministrazione hanno a disposizione gli strumenti ispettivi di una Procura, nessuno tra coloro non coinvolti poteva sapere dell’associazione a delinquere. Né i politici, né i dirigenti. Se le cooperative di Buzzi erano in regola in base al Codice degli Appalti, nulla poteva escluderle dai contratti.

Insomma alla formula “stiamo facendo pulizia, anche grazie a Pignatone” avrei preferito “stiamo facendo pulizia grazie a Pignatone”. Certo, nell’era della conoscenza 2.0 (quella usa e getta, fatta di slogan, tweet e frasi a effetto) provare a spiegare questa banalità sarebbe stato visto come un atto di debolezza. Già gli si contesta che non governa, se passa anche che non controlla diventa un problema serio. Tuttavia, se l’alternativa è essere smentito dai fatti forse è peggio, visto che la “credibilità” è ormai l’unica cosa che conta…

Ma oggi si apre un altro capitolo della vicenda. Ora la linea dura sembra quella di rimuovere i dirigenti corrotti, di nominare un city manager (avviso pubblico già pubblicato) e insomma di spostare l’asse della vicenda sul fronte amministrativo. Sono loro che decidono e firmano gli impegni di spesa. Dunque, in ultima istanza sono loro i veri responsabili dello sfascio. E infatti, saranno loro, di fatto, ad essere rimossi (quelli coinvolti direttamente) o commissariati (gli altri), per riportare l’ente alla “normalità amministrativa”. Questo è un capitolo enorme che chiama in causa i rapporti tra politica e amministrazione, prassi amministrative illecite ma tollerate (vedi il caso delle infinite proroghe), buona fede e mala fede dei singoli, ecc. Commissariare può anche funzionare nel breve periodo, ma nel lungo? Cosa succederà domani con la nuova amministrazione senza magistrati, prefetto e governo col fiato sul collo? Finiranno le proroghe? I dirigenti saranno davvero autonomi nelle scelte degli strumenti? E i politici si limiteranno a indicare gli obiettivi? Al di là di “mafia capitale” questi sono problemi atavici dell’amministrazione italiana (non solo romana), con evidenti implicazioni culturali diffuse. Vada pure per la toppa, ma è ora di lavorare seriamente sul buco. Possibilmente con la testa e non con la pancia…

LDG

 

 

 

La forza e la debolezza dell’uomo senza partito

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Ignazio Marino non molla. Anzi, rilancia. Come i pugili messi all’angolo, ieri alla Festa dell’Unità ha provato a serrare le fila a sinistra, sparando ad alzo zero sulla destra: “tornino nelle fogne da dove sono venuti”, testuale. Sorvolo sulla formula elegante, tipica del “Sindaco di tutti” e di chi ha vissuto (non certo a Roma) gli anni ’70.

Cerco di analizzare in maniera neutra il nuovo posizionamento identitario: per riconquistare i cuori di una sinistra disimpegnata e disillusa. È a tutti noto che il nemico costituisce una categoria importante nella politica, in tutti i regimi, proprio per aumentare la legittimazione interna di chi è al potere. Il problema, nel caso di Marino, è capire quale sia il nemico oggi, visto che sembra diffuso, ben oltre il sistema fognario romano.

La vicenda di Mafia Capitale ha giocato a favore di Ignazio Marino, se la leggiamo dal punto di vista individuale. Era considerato – anche dal suo partito – un Sindaco al capolinea, un gaffeur, uno che non è in grado di governare. Poi è arrivato Pignatone: ha avuto un assessore, 3 consiglieri comunali, un presidente di Municipio, un dirigente e diversi funzionari arrestati o indagati, ma lui – individualmente – ne esce pulito. Anzi, la sua narrazione alza il tiro e il suo mantra è: “Noi stiamo facendo pulizia, con l’aiuto di Pignatone” (“con l’aiuto”, GULP!). Dove il “noi” ovviamente non sta per PD, altrimenti la narrazione salterebbe vista l’implicazione giudiziaria del partito.

Il “noi” significa “io”: l’uomo senza partito. E lì sta la sua forza. Già, perché se anche un giorno dovessero arrestare tutti i consiglieri del PD e tutti gli assessori “politici” (è ammessa ogni forma di scongiuro da parte degli interessati), lui potrebbe ancora sostenere questa linea: “Io sono diverso, quelli non mi hanno mai amato, mi hanno fatto la guerra fin dal primo giorno”. Posizione interessante e del tutto originale. Non ricordo alcun capo di governo – nazionale o locale – così scollegato dalla propria forza politica, anzi addirittura in netta contrapposizione.

Tuttavia, ripeto, dal punto di vista dell’immagine individuale, questa è la sua forza: il partito (in stato confusionale), i circoli (ammaccati dal rapporto di Barca e l’un contro l’altro armati), i mister preferenze (indagati o arrestati), giocano a favore dell’onestà e del “fare pulizia” di Marino. Che poi lo stesso partito, gli stessi circoli e gli stessi mister preferenze gli abbiano portato i voti per vincere (anche con finanziamenti e pacchetti di voti non proprio estranei a “mafia capitale”), poco importa. Una volta che ha vinto, Ignazio si è messo in proprio e chi s’è visto, s’è visto. E nella società dell’immagine, appesa a singoli “eroi” e capri espiatori può anche funzionare. Specie se la narrazione è condita da racconti tipo: “ho rimosso Panzironi dall’AMA, ben prima dell’inchiesta su mafia capitale”. E infatti, Panzironi s’era rimosso da solo, nel 2011, ben prima che Marino potesse anche solo pensare di fare il Sindaco di Roma… Ma vabbè, buttiamola lì, magari qualcuno “ce casca”…

C’è un piccolo particolare però, quello su cui insiste quel rompiscatole di Matteo Renzi (che non mi pare si autocollochi a destra, né mi pare rivendichi un passato “fognario”): oltre a fare “pulizia” (quella la fa Pignatone), toccherebbe governare la Capitale. E lì forse un partito servirebbe.

Come servirebbe una giunta di alto livello (che sta perdendo i due “pezzi” più importanti).

Come servirebbe una macchina amministrativa motivata (che viene definita “incompetente e corrotta” in un’intervista su due, sia dal Sindaco che dall’Assessore Sceriffo, Sabella).

Come servirebbe un’opinione pubblica legittimante (sondaggi alla mano siamo molto lontani e certo l’uscita sulle fogne non aiuterà il “Sindaco di tutti”).

Insomma, sulla pars destruens essere senza partito può anche far gioco: “che si sfasci anche tutto, io non sono uomo di nessuno, non ho nessuna corrente, nessuna fondazione politica, di fatto non ho nessun partito”.

Sulla pars costruens però, quella per cui è “incriminato” dal Segretario-Premier, l’essere senza partito non fa gioco proprio per niente.

E quando finiranno l’onda emotiva e la “bolla mediatica” (nel senso che non si parla d’altro) di Mafia Capitale, torneranno di moda le buche, il traffico, i rifiuti, i tombini e le caditoie otturati.

Insomma, ironia della sorte, se sarà ancora Sindaco gli toccherà occuparsi delle fogne. E dubito che riuscirà a sturarle evocandole da un palco…

LDG

 

Gli “eroi” individuali e la catastrofe collettiva – GLI STATI GENERALI

Una riflessione “sistemica” su come (non) usciremo dalla catastrofe. Anzi…

GLI “EROI” INDIVIDUALI E LA CATASTROFE COLLETTIVA – GLI STATI GENERALI.

Il Sindaco commissariato e felice

Schermata 2014-12-12 alle 11.29.48La giornata di ieri di Ignazio Marino è cominciata con un intervento a Radio Radio che esordiva così: “Buongiorno, un’ottima giornata iniziata con altri due arresti!”. Alla faccia dell’ottima giornata, direi. L’ottima giornata del Sindaco di Roma, peraltro, si è chiusa con l’annuncio del Pubblico Ministero antimafia Sabella come prossimo assessore alla legalità di Roma Capitale. Un giudice inquirente, noto come “cacciatore di mafiosi” come assessore della Capitale… Se a ciò aggiungiamo che l’Autorità anti corruzione sta indagando sugli appalti dell’AMA e che il Prefetto Pecoraro ha ipotizzato il commissariamento di tutte le gare sospette, il quadro è molto chiaro. Ed è un quadro tristissimo per la politica, direi tombale. È la resa incondizionata alla possibilità di autorigenerarsi, di isolare le famigerate “mele marce”, di provare a fare il suo mestiere, quello di prendere decisioni sovrane, pubbliche, e autoritative.

La politica è sospesa a Roma, anche se formalmente non è avvenuto lo scioglimento dell’Assemblea Capitolina e non si è proceduto al commissariamento formale. Roma Capitale è commissariata nei fatti. È tutto bloccato – e lo sarà a lungo. Sfido chiunque a sostenere che oggi un dirigente di Roma Capitale o delle società partecipate possa firmare serenamente un qualunque impegno di spesa. O che un assessore o un consigliere, incontrino senza problemi aziende del territorio senza sapere con certezza chi esse rappresentino. Anche perché quella certezza non gliela può dare nessuno, come abbiamo visto in questa indagine. D’altronde, le cooperative gestite da Buzzi erano considerate un fiore all’occhiello, al punto che Marino voleva versare loro anche il primo stipendio da Sindaco, oltre ad aver garantito ad esse assoluta continuità nei contratti rispetto all’amministrazione Alemanno.

Dunque, inutile attaccarsi a questioni formali del tipo “sciogliamo o non sciogliamo”. La politica si è già dissolta. Col paradosso che il Sindaco in carica sembra ben lieto di bastonare la propria amministrazione e di mettere in mano a giudici e a ispettori tutte le carte prodotte anche dalla sua gestione. E più marciume esce, più lui sarà fiero di poter aver contribuito a farlo emergere.

Capisco la tattica, per carità. Due settimane fa Marino è stato letteralmente processato dal suo PD, con Zanda che gli intimava di “obbedire al partito” e altri esponenti illustri che gli davano del gaffeur e del marziano (non in senso buono in questo caso). Poi, arriva l’indagine “mondo di mezzo”, Alemanno risulta indagato e con lui pezzi importanti anche del PD locale e, a quel punto, come d’incanto, Ignazio Marino torna in pista. Diventa l’argine al malaffare – nonostante un assessore e il responsabile della trasparenza e dell’anticorruzione indagati e diversi affidamenti milionari alle cooperative di Buzzi –, di fatto abdica al ruolo di Sindaco e diventa una specie di informatore per la Magistratura. Con sua grande soddisfazione, a quanto pare. Gira per la città con faldoni di carte da far ispezionare e brinda a ogni nuovo arresto dichiarando urbi et orbi che lui rappresenta lo scudo impenetrabile, nonostante ancora ieri Pignatone abbia dichiarato che “Carminati e Buzzi erano tranquilli sull’esito delle elezioni. La loro prima preferenza era la continuazione dell’amministrazione Alemanno ma erano in ogni caso tranquilli. Vantavano agganci anche qui (nell’attuale Amministrazione)” nella quale, non a caso, come detto, ci sono diversi indagati.

Ma, come si diceva, il PD romano, commissariato e in una situazione di tutti contro tutti, ha deciso di puntare su di lui e dunque capisco la tattica di Ignazio Marino. Il problema è che oltre la tattica c’è la strategia, il lungo periodo. È la strategia che costruisce o ricostruisce qualcosa. E ho paura che un’amministrazione commissariata di fatto, con un Sindaco orgogliosamente solo contro tutti, non faccia un buon servizio alla politica, né alla città che resterà più che mai paralizzata. E questo è un problema serio, perché i vuoti si riempiono, sempre. Se la politica viene meno al suo ruolo, chi subentra? L’antipolitica? E che cos’è? Chi ci garantirà in futuro che movimenti privi di politici di professione saranno impermeabili alla corruzione e al malaffare? Ricordiamoci che il “politico” non è un essere geneticamente modificato. È un essere umano, fallibile e corruttibile in quanto essere umano, non in quanto politico. Rigenerare la politica non ha alternative. Delegare ad altri il suo ruolo, Magistratura compresa, è sintomo di uno sfascio, non un motivo di orgoglio.

Oggi il main sponsor di Marino, Goffredo Bettini, dice in un’intervista sul Corriere della Sera: “Fossi in lui, sarei io stesso a dimettermi e poi a ricandidarmi”. Condivido pienamente. Almeno in quel caso, vincendo, potrebbe provare a governare.

LDG

 

Se la Panda ha come proprietario un Mulo.

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Il Panda-Gate iniziò subito, fu quasi simultaneo all’elezione di Ignazio Marino. Il quale, dimessosi da Senatore, ha continuato a parcheggiare la sua utilitaria negli spazi concessi al Senato della Repubblica. Ma allora la “luna di miele” era appena iniziata, il marziano aveva il vento in poppa, e nessuno fece caso a questo privilegio alquanto “fastidioso”, per quanto riconosciutogli dal Prefetto. Dopo oltre un anno dalla sua elezione, però, quei rompiscatole del NCD romano hanno deciso di tornare sull’argomento, con tanto di flashmob e video virali che hanno risollevato il caso. Pochi giorni dopo, giustamente, il privilegio (durato fin troppo) è stato spazzato via. Ma dietro a quella rampante Panda “rosso Ferrari” si nascondeva ben altro…Già, perché quando era parcheggiata abusava degli spazi del Senato, quando era in movimento abusava di un permesso per la ZTL non rinnovato. E oggi, a quanto pare, risulta parcheggiata da giorni in divieto di sosta (altre rogne in arrivo). Una specie di simbolo del male. Non a caso, qualcuno su Twitter ha suggerito a Marino di metterla in vendita su subito.it.

E sono così sbucate 9 multe non pagate per attraversamento varchi ZTL. Anzi 4 mai notificate, altre 4 sparite nel nulla. Dell’ultima non abbiamo notizia perché il ritrovamento è troppo “fresco”. Il problema di queste multe non è solo di immagine (un Sindaco che non paga le multe nella sua città è abbastanza grave e fa abbastanza incazzare chi le paga. L’exemplum…), ma addirittura di decadenza per legge, in quanto un Sindaco non può avere pendenze con il Comune che amministra.

Dunque, il Panda-Gate diventa inevitabilmente un problema serio. Nulla, però, in confronto a ciò che è diventato dopo che il Sindaco “de’ coccio” ha deciso, come sempre, di andare avanti come un mulo nella difesa della sua posizione di infallibile Dr. House. Lui non sbaglia MAI, ergo le multe non le paga. E allora si è avvitato in una spirale di brutte figure e di fughe da giornalisti e contestatori che è culminata in una denuncia ai Carabinieri per hackeraggio perché qualcuno del suo “cerchio magico (?)” gli ha portato due stampate diverse in cui compare e scompare il suo permesso retroattivo (fattispecie che non esiste, come documentato dagli addetti ai lavori). Per poi scoprire che le due stampate derivano da come si imposta la query, ossia da quali filtri di ricerca si inseriscono nel modulo dell’Agenzia della Mobilità… Roba da cabaret, non da Carabinieri.

Il problema, che non riguarda solo Marino, ma che con Ignazio raggiunge il suo acme, è che spesso la strada virtuosa da seguire per mettere a tacere le polemiche e addirittura ribaltare il clima d’opinione, è la più semplice. Non serve lambiccarsi immaginando chissà quali strategie che spesso finiscono per peggiorare le cose, prolungando l’agonia. Se il Sindaco avesse detto: “Chiedo scusa alle romane e ai romani (formula politically correct immancabile che “je piace tanto”), ma pur avendo diritto al permesso ho dimenticato di rinnovarlo (oppure “ci siamo dimenticati il rinnovo d’ufficio”). Pagherò immediatamente le multe”, avrebbe chiuso la vicenda in pochi minuti, ne sarebbe venuto fuori elegantemente e avrebbe anche potuto rinfacciare all’opposizione di essere “senza altri argomenti”.

E invece…ne è venuto fuori un triplo salto mortale carpiato, conclusosi ieri sera con una formula terrificante: “attacco politico nato da una mera dimenticanza degli uffici competenti”. Tradotto: “io ho diritto alla ZTL, non pagherò mai quelle multe, mi invento il permesso retroattivo e anche se guidava qualcun altro me ne frego del danno erariale che causo al mio Comune; tutto questo è una montatura bella e buona e se proprio qualcuno ha sbagliato è qualche burocrate fannullone…non certo io, che non sbaglio MAI”.

Ecco, come dire, se queste strategie derivano da guru e consulenti vari, siamo messi male. Se invece, come credo, in più persone gli hanno detto di pagare subito e di evitare altre rogne, e lui è andato avanti sul suo piano inclinato verso l’autodistruzione… Beh, caro Sindaco, dire che te le cerchi è dir poco.

LDG

 

Marino, i nomadi e la dittatura del politicamente corretto

 

 

 

Marino_NomadiIeri abbiamo avuto notizia di una circolare del Sindaco di Roma in cui si afferma che in tutti gli atti di Roma Capitale la parola “nomadi” dovrà essere sostituita da “Rom, Sinti e Camminanti” per evitare che possa esservi una discriminazione di queste comunità, a partire dal linguaggio, dalle parole utilizzate per identificarle.

Premesso che “nomadi” non è mai stata una formula dispregiativa o discriminatoria, come è confermato da un’intervista al presidente dell’Opera Nomadi su Il Tempo di oggi (avrei potuto capire “zingari”, ma dubito fortemente che sugli atti di Roma Capitale ci si sia mai riferiti a loro utilizzando questo termine…).

E premesso che a questo punto gli uffici dell’amministrazione capitolina dovranno avere una mappatura completa, dettagliata e aggiornata degli insediamenti, distinti per singole comunità (un’impresa ai limiti del possibile, dato che ad oggi a stento sappiamo quanti sono gli insediamenti presenti).

Tutto ciò premesso, la scelta di Ignazio Marino non mi sorprende affatto. È perfettamente in linea col suo modo di intendere la politica, tutta sovrastrutture, atti simbolici e trionfo del politicamente corretto. D’altronde, dopo quasi un anno di mandato, le cose per cui si è distinto sono: attivismo per i diritti degli omosessuali e per il registro delle unioni civili; apologia della bicicletta, dell’acqua in brocca e di tutto ciò che rientra nel pauperismo/minimalismo “de’ sinistra”; (finta) pedonalizzazione della “fascistissima” via dei Fori Imperiali; inseguimento ai limiti dello stalking per incontrare Obama (nero e democratico, un must), cittadinanza onoraria a Paolo Sorrentino; un paio di nomine (su oltre 100) sulla base dei curriculum e qualche selfie con il Sindaco socialista di Parigi, che fa molto (radical) chic. Tutto il resto, il “salva Roma”, il nubifragio, le buche e la “monnezza” non sono scelte del Sindaco, sono ordinaria amministrazione di una città difficile, che Marino si sarebbe volentieri evitato, continuando a pedalare rigorosamente all’interno del I Municipio, in contemplazione della “grande bellezza” del centro di Roma.

Dunque, a parte gli errori concettuali e terminologici, la scelta “linguistica” sui nomadi è quanto di meno sorprendente potesse fare. È molto liberal/democrat “USA style”. D’altronde nasce tutto lì, con le affirmative actions (quelle che noi chiamiamo “quote”, tipo le quote rosa) precedute da un nuovo linguaggio, una “neolingua” di orwelliana memoria elaborata da un’élite intellettuale che serve a cambiare gli schemi mentali (i frames) della folla ignorante e forcaiola. Per cui negro diventa afroamericano o di colore, handicappato diventa disabile (poi diversamente abile e infine alternativamente abile), omosessuale diventa gay, e così via. Marino doveva lasciare il segno su questa strada, è un altro atto simbolico “di sinistra” fondamentale. D’altronde, non è un caso se alla domanda “dicci qualcosa di destra” Storace una volta rispose “a’ froci!”. Il discrimine tra politicamente corretto e politicamente scorretto resta, ancora per poco, una delle linee divisive tra destra (almeno una parte) e sinistra. E dunque Marino ha trovato la sua finestra di opportunità, trasformando la parola “nomade” in un termine discriminatorio, da cancellare dal vocabolario.

A questo punto però, caro Sindaco, le suggerisco di andare oltre, alzando la posta. Il Consiglio d’Europa, nel 2012, ha pubblicato un glossario dei termini utilizzati per le questioni riguardanti i Rom. Un glossario oggi utilizzato, come linee guida, anche dalla Commissione europea e da diversi organismi dell’ONU (altri templi del politicamente corretto). Ebbene, in questa “bibbia” terminologica, utilizzata dunque dalle più importanti organizzazioni internazionali, si è scelto un termine per far riferimento a tutte le comunità nomadi. E tale termine è ROMA. Se la sente di andare oltre e chiedere ai suoi uffici e conseguentemente ai suoi cittadini di superare la parola nomadi e di sostituirla con la parola ROMA? Ci pensi Sindaco, nel “suo” mondo è quella la parola politicamente corretta. Pensi che integrazione meravigliosa se ROMA diventa la città dei ROMA. Peccato solo che l’integrazione linguistica non coincida con quella sociale. Ma questi sono dettagli, è come vantarsi per aver chiuso Malagrotta e avere la città sommersa di rifiuti. Conta il messaggio…