Sciogliere o non sciogliere? Riflessioni a margine

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I bookmakers 2.0 si interrogano da giorni sull’ipotesi di scioglimento di Roma Capitale. Le quotazioni sono basse, dato che il governo ha già detto che non scioglierà. Ciononostante, a quanto si apprende dalla stampa, la relazione della commissione prefettizia pare spingesse per sciogliere l’amministrazione capitolina per mafia. Una posizione che non sta in piedi, numeri alla mano, ma che sta in piedi “emozioni” alla mano.

Traduco: Roma Capitale produce mediamente almeno 100 mila determine dirigenziali ogni anno, la maggior parte delle quali riguardano impegni di spesa (contratti con privati). Di queste, circa 70-80 l’anno hanno riguardato le cooperative coinvolte dall’inchiesta “mafia capitale”. Significherebbe sciogliere per mafia un’amministrazione sulla base dello 0,07% degli atti prodotti: 7 ogni 10.000. Oggettivamente non sono numeri tali da far dire che “Roma è in mano alla mafia”. Eppure questa affermazione la leggiamo da mesi  e, non a caso, da un sondaggio recente di Demos risulta che 9 romani su 10 lo pensano davvero. Ecco perché la posizione dello scioglimento sta in piedi “emozioni” alla mano: non si basa su atti e numeri, ma sull’ondata emotiva che plasma l’opinione pubblica (che ormai definirei “emozione pubblica”, mi pare più appropriato).

L’altra tesi a supporto dello scioglimento è quella della continuità politico-amministrativa tra la gestione Alemanno e la gestione Marino relativamente agli affidamenti in favore di Buzzi & co. Ciò non significa che Marino sia coinvolto in prima persona, ovviamente, ma piuttosto che non regge la sua posizione sull’ “argine al malaffare”. Il Sindaco, in sua difesa, ha scelto una linea aggressiva e frontale: “stiamo facendo pulizia, anche grazie a Pignatone”. E ricorda a tutti, per testimoniare questa sua battaglia campale, l’aver fatto dimettere Panzironi dall’AMA ben prima che l’inchiesta fosse resa pubblica, cioè prima di Pignatone. Un’affermazione che per ora ha fruttato una querela da parte di Panzironi, che si è dimesso dall’AMA nel 2011, due anni prima che Marino diventasse Sindaco e, in generale, una posizione che è facilmente smentibile con i numeri. Mettendo a confronto i contratti stipulati dal Dipartimento Politiche Sociali nel 2012 (ultimo anno pieno di Alemanno) e nel 2014 (primo anno pieno di Marino), i dati sono i seguenti (mia elaborazione su dati ufficiali di Roma Capitale):Risorse Buzzi

 

Il Sindaco non è coinvolto direttamente. Gli si imputa al più scarso controllo politico, e lui ha scelto una strategia comunicativa rischiosa per provare a dimostrare il contrario. Personalmente, ne avrei scelta un’altra: posto che né la politica né l’amministrazione hanno a disposizione gli strumenti ispettivi di una Procura, nessuno tra coloro non coinvolti poteva sapere dell’associazione a delinquere. Né i politici, né i dirigenti. Se le cooperative di Buzzi erano in regola in base al Codice degli Appalti, nulla poteva escluderle dai contratti.

Insomma alla formula “stiamo facendo pulizia, anche grazie a Pignatone” avrei preferito “stiamo facendo pulizia grazie a Pignatone”. Certo, nell’era della conoscenza 2.0 (quella usa e getta, fatta di slogan, tweet e frasi a effetto) provare a spiegare questa banalità sarebbe stato visto come un atto di debolezza. Già gli si contesta che non governa, se passa anche che non controlla diventa un problema serio. Tuttavia, se l’alternativa è essere smentito dai fatti forse è peggio, visto che la “credibilità” è ormai l’unica cosa che conta…

Ma oggi si apre un altro capitolo della vicenda. Ora la linea dura sembra quella di rimuovere i dirigenti corrotti, di nominare un city manager (avviso pubblico già pubblicato) e insomma di spostare l’asse della vicenda sul fronte amministrativo. Sono loro che decidono e firmano gli impegni di spesa. Dunque, in ultima istanza sono loro i veri responsabili dello sfascio. E infatti, saranno loro, di fatto, ad essere rimossi (quelli coinvolti direttamente) o commissariati (gli altri), per riportare l’ente alla “normalità amministrativa”. Questo è un capitolo enorme che chiama in causa i rapporti tra politica e amministrazione, prassi amministrative illecite ma tollerate (vedi il caso delle infinite proroghe), buona fede e mala fede dei singoli, ecc. Commissariare può anche funzionare nel breve periodo, ma nel lungo? Cosa succederà domani con la nuova amministrazione senza magistrati, prefetto e governo col fiato sul collo? Finiranno le proroghe? I dirigenti saranno davvero autonomi nelle scelte degli strumenti? E i politici si limiteranno a indicare gli obiettivi? Al di là di “mafia capitale” questi sono problemi atavici dell’amministrazione italiana (non solo romana), con evidenti implicazioni culturali diffuse. Vada pure per la toppa, ma è ora di lavorare seriamente sul buco. Possibilmente con la testa e non con la pancia…

LDG

 

 

 

Gli “eroi” individuali e la catastrofe collettiva – GLI STATI GENERALI

Una riflessione “sistemica” su come (non) usciremo dalla catastrofe. Anzi…

GLI “EROI” INDIVIDUALI E LA CATASTROFE COLLETTIVA – GLI STATI GENERALI.

Dateci le preferenze. Levateci un alibi.

italicum porcellumPer anni abbiamo letto e ascoltato di tutto e di più sui “nominati” derivanti dalle liste bloccate del Porcellum. Negli stessi anni abbiamo votato per Circoscrizioni, Comuni, Province, Regioni e Parlamento europeo con il sistema delle preferenze. Per cui ci chiedevamo (e in molti lo fanno anche oggi) come mai le tanto vituperate preferenze andassero bene ovunque tranne per le elezioni del Parlamento.

Ciononostante, anche l’italicum è nato senza preferenze e sta crescendo sulla base del modello che prevede i capolista bloccati  e il voto di preferenza per gli altri (ipotesi che dovrebbe comportare almeno la metà dei futuri Deputati di nuovo “nominati”).

Sinceramente trovo inutile, e anche abbastanza ridicola, la diatriba su cosa sia meglio in assoluto tra collegio uninominale, liste bloccate, preferenze. In un paese in cui la classe politica è reclutata in maniera seria, regolata e meritocratica funzionano tutte e tre le formule. In un paese in cui il reclutamento (e anche il processo di voto) è viziato da innumerevoli variabili “poco edificanti” non funziona nessuna delle tre. Non a caso:

Ai tempi del Mattarellum, con i collegi unoniminali, abbiamo avuto il fenomeno dei “paracadutati”, ossia (ad esempio) candidati vincenti in Sicilia anche se piemontesi, grazie al voto “fedele” al partito (caso emblematico, Di Pietro al Mugello) che faceva letteralmente “scomparire” il candidato dalla percezione degli elettori. Si votava un simbolo. Punto.

Ai tempi del Porcellum abbiamo avuto i Razzi, gli Scilipoti, le “veline” e tutte le “invenzioni” di queste ultime legislature (compresa l’ultima).

Con le preferenze, specie alle Regioni, abbiamo avuto un sacco di indagati e condannati per corruzione, associazione mafiosa e chi più ne ha più ne metta, a causa del “voto di scambio”.

Non ne usciamo. E’ inutile impiccarsi, non è il tipo di collegio/circoscrizione che “ci salverà”. Dobbiamo salvarci da soli, a monte, valutando le condizioni sistemiche attuali.

E su questo, due cose si possono dire.

1. Nell’era dei “partiti personali”,  è “naturale” che la lista bloccata riscuota successo tra i partiti. Ovvio che i leader di partito tifino per la possibilità di scegliersi i parlamentari (anziché farli scegliere agli elettori) ed è altrettanto ovvio che trovino una maggioranza in Parlamento favorevole a tale ipotesi. “Se sono stato eletto già per fedeltà al leader, sarò ricandidato (anzi rinominato) per la stessa ragione”.

Il problema è: vogliamo davvero che si continui su questa china? Ci sta bene che i partiti siano diventati dei “comitati elettorali” del leader di turno (come dice, ad esempio, Cirino Pomicino) o dei “fan club” di una pop star di turno, come preferisco dire io? E che i nostri rappresentanti derivino esclusivamente dalla “fedeltà al leader”? (Categoria assolutamente non politica e, direi, sub-umana, tendenzialmente canina…). 

2. Nell’era post-ideologica, in cui il “voto di appartenenza” (ossia il voto fedele, a prescindere, per un dato partito) non esiste più, il collegio uninominale potrebbe tornare utile perché “costringerebbe” i partiti a candidare personaggi noti, ma anche con una certa reputazione (non il tronista o la velina di turno, insomma) e un certo attaccamento al territorio del collegio. Ci sarebbero grandi difficoltà a “paracadutare”, che so Faraone (o Emiliano) in Emilia-Romagna e a farlo eleggere, tanto per fare un esempio. E’ vero che la scelta dei candidati resterebbe in mano ai leader di partito, ma quanto meno essi dovrebbero fare i conti col candidato unico su un determinato territorio. Difficile far passare “la qualunque”…

Premesso che, ahimè, l’ipotesi del collegio uninominale non è sul tavolo, e premessi tutti gli accorgimenti del caso sulle preferenze (voto di scambio, incentivo alla corruzione, scarso utilizzo da parte degli elettori, ecc.), siamo sicuri che vogliamo continuare sulla strada della democrazia delegata (anziché reppresentativa)? In cui, appunto, deleghiamo alle pop star (perché tali sono, ieri Renzi ha parlato di “personaggi da Talk Show”) il compito di decidere chi ci rappresenterà in virtù di una appartenenza non a un ideale (non esistono più), né a un programma (neanch’essi esistono più, se non sotto forma di singoli annunci da ritwittare qua e là), ma a una persona? 

Forse dovremmo tutti ragionare, a monte, su cosa sta diventando la politica in Italia. O forse ci va bene così, perché meno decidiamo noi, più sarà facile e autoconsolatorio riempire di insulti le classi dirigenti presenti e future. Senza potere (reale), senza legittimazione democratica, ma sempre su tutti i media a sminuire h24 la loro credibilità rilanciando di promessa in promessa, di utopia in utopia, col volontarismo che sostituisce il potere. E si schianta su una realtà pressoché ingovernabile e che corre alla velocità della luce. Rinnovando la nostra voglia di shopping, che si concretizza nel cestinare tutti i leader (e con essi tutta la classe dirigente “nominata”) e nel cercare “in vetrina” (che sia la TV o uno smartphone) i nuovi leader a cui affidarsi, finché regge il loro “brand”. Sempre meno.

Renzi, “te lo dico da amico”, dacci le preferenze. Almeno avrete un alibi in più e ne toglierete uno a noi. E forse la politica camperà qualche altro anno. In caso contrario, sarete la solita “Ka$ta”, da impallinare h24 sui quotidiani e sui social media dopo ogni “battito d’ala” di qualsivoglia Procura d’Italia.

 

LDG

Renzi e le maggioranze “usa e getta”

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Il capolavoro “Mattarella” è riuscito proprio bene al Presidente del Consiglio.

In un colpo solo ha infatti:

1. ricompattato il PD, facendo piangere di commozione e di gratitudine la sua minoranza interna;

2. frantumato Forza Italia, uscita a brandelli con tanto di pubblico “volo di stracci” in Transatlantico;

3. disgregato NCD, diviso fra siciliani sorridenti e “resto del mondo” intento a mollare tutte le cariche prima che la nave affondi;

4. relegato M5S sul solito tetto: a sondare la base e votare un candidato senza speranza, mentre sotto al tetto si faceva politica.

5. piazzato un uomo, 75enne, democristiano ed emblema della Prima Repubblica (identikit perfetto del rottamabile) al Quirinale, ricevendo una quantità di elogi e apprezzamenti che neanche Maradona dopo il gol contro l’Inghilterra.

La cosa più stupefacente di tutta questa vicenda però, a mio avviso, è la seguente. Tutti gli psicodrammi altrui si sono verificati per una semplicissima ragione, che non è quella individuata, fra gli altri da Claudio Petruccioli che dice, in sintesi: “hanno scoperto che Renzi è anche intelligente”. No, quello secondo me era già evidente. La ragione è che non avevano capito – e forse non hanno ancora capito – la logica di fondo, il modus operandi di Matteo Renzi. Che è peraltro molto semplice: Matteo individua un problema e opera di conseguenza, con intelligenza certo, ma abbandonando tutte le categorie novecentesche che ancora utilizzano i suoi (presunti) avversari.

Qual era il vero problema di questa elezione per Renzi? Non fare la fine di Bersani coi 101. Per di più con un Parlamento formatosi prima della sua vittoria alle primarie. Era un’occasione ghiottissima per impallinarlo. Soluzione: candidato a cui la minoranza PD non può dire “no”, obbligo di voto palese nella riunione (in streaming) dei grandi elettori e minacce esplicite, tipo “il PD non avrà altri candidati”. Risultato: voto compatto del PD (e pure di SEL).

Qual era il problema dell’italicum? Far passare una legge indigesta a parte del suo partito e a SEL. Soluzione: negoziare con Berlusconi e NCD.

Qual era il problema del jobs act? Vedi alla voce italicum.

Qual era il problema delle elezioni alla Consulta e al CSM? Trovare un nome condiviso con Forza Italia, che non avrebbe ridato voce al M5S, ampiamente sulle barricate contro Violante. Soluzione: aprire al M5S e fargli scegliere il membro del CSM.

Cosa ci dice tutto ciò? Che Renzi in meno di un anno ha già utilizzato 4 maggioranze diverse: una per governare, una per le riforme, una per le elezioni di competenza parlamentare dei magistrati, una per le elezioni del Presidente della Repubblica. Eppure ancora ieri in NCD e in Forza Italia si chiedevano, basiti, se l’elezione di Mattarella significhi un cambio di maggioranza per le politiche del governo. Ovvio che no. Significa semplicemente che, in virtù dei suoi numeri e, soprattutto, in virtù dell’assenza totale di ogni ancoraggio ideologico-valoriale e programmatico, Renzi si muove come un leader assoluto, nel senso etimologico del termine: absolutus, sciolto da ogni vincolo. Prende voti dove può, a seconda del problema che gli si para davanti. Con la stessa scioltezza con cui passa da Tsipras a Mattarella, da Nietzsche a La Pira, da Mandela a Steve Jobs.E’ l’homo eligens di Bauman, o l’uomo flessibile di Sennett. Fa shopping. O zapping. Come fanno tutti in un supermercato, o davanti alla TV, o quando scaricano un’app, o quando decidono se “dare l’amicizia” a qualcuno su FB. Ogni nuovo problema, presenta nuove soluzioni, del tutto indipendenti dalle precedenti. E magari anche del tutto incoerenti. Ma ogni problema e ogni soluzione hanno vita a sé. Dunque, porsi il problema della coerenza non ha più senso (se mai ne avesse avuto in politica). 

E’ questa la sua forza. Risoluto, rapido, spregiudicato…sradicato. Chi non ha radici, non ha zavorre supera, velocissimo e senza ostacoli, tutte le tappe del reality show della politica che viviamo ogni giorno sui media (vecchi e nuovi). Chi si ferma a pensare se sia di destra o di sinistra, se stia “con noi” o “contro di noi”, se sia leale o “infedele”, perde solo tempo e va dritto dritto in nomination. E al (tele)voto Matteo non si batte. 

E’ una logica cinica? Immorale? Manipolatrice? Incoerente? Senza certezze e punti fermi? Probabilmente si. Ma la politica è mai stata altro? E, soprattutto, la società è altro? Noi siamo altro?

LDG

 

Soldipubblici.gov.it: occasione o vetrina?

Schermata 2014-12-23 alle 10.58.20A  poche ore dal lancio della versione “Beta” (ossia non definitiva) del portale soldipubblici.gov.it è già partito il balletto delle dichiarazioni pro o contro l’iniziativa. Franco Bechis, su Libero, oggi lo definisce “un guazzabuglio di cifre incomplete e incomprensibili che in tutto possono aiutare salvo che a rendere trasparente la spesa pubblica. Figurarci poi se questa macedonia può contribuire come annunciato (da Renzi, ndr) a ridurre la corruzione grazie al controllo pubblico”. Tommaso Rodano, sul Fatto Quotidiano, lo definisce un doppione di siope.it (piattaforma della Ragioneria dello Stato), graficamente più accattivante e concepito in maniera più user friendly, ma ad oggi molto meno completo: “non si conosce il prezzo d’acquisto unitario del materiale in questione, né la quantità, né le aziende a cui si è rivolta l’amministrazione. Bandi e appalti restano irrintracciabili”.

E qui torniamo a bomba. Renzi ha annunciato la nascita di questo portale nel corso dell’ultima puntata di Bersaglio Mobile, ovviamente collegando la nascita del nuovo strumento alle indagini su “Mafia Capitale”. E dunque, inevitabilmente, poco dopo il lancio, tutti sono andati a cercare le cooperative di Buzzi & Co. nel database del sistema, senza trovarne traccia, considerato che non ci sono dati sui privati che ottengono appalti dal sistema pubblico (e non ci sono neanche su Siope).

Questa lacuna rende il portale una semplice vetrina? Fumo negli occhi per il cittadino-consumatore (più consumatore di annunci che cittadino consapevole)? E’ presto per dirlo, dato che stiamo ragionando su una versione Beta. Una cosa è certa però: il lancio pubblico, da parte di Renzi, nel pieno del dibattito su Mafia Capitale da un lato può essere un’occasione per incrementare l’attenzione sullo strumento, dall’altro può rivelarsi la sua “tomba”.

Il problema è sempre lo stesso: politica, amministrazione e comunicazione hanno logiche e tempi fisiologicamente diversi. La politica, però, nel pieno della sua crisi epocale (e globale), cerca di sintonizzarsi sui tempi della comunicazione (real time) e di rispondere alle aspettative dei cittadini con operazioni anch’esse in tempo reale. Il paradosso di questa logica è che 9 volte su 10, così facendo, si rischia di deludere ulteriormente le aspettative, anziché di rispondervi con efficacia. Perché una cosa è annunciare una risposta, un’altra è realizzarla, specie quando essa ha a che fare con tutte le spese pubbliche di tutti gli enti pubblici italiani. Una massa di dati impressionante.

Allora, mi chiedo, e lo chiedo al Premier che sicuramente ha spinto per la messa “on line” immediata del portale: Ha senso lanciare una versione Beta di soldipubblici.gov.it, nettamente meno utile, ad oggi, della piattaforma del Siope, scatenando così inevitabilmente la solita reazione sull’annuncite e sul fumo negli occhi sparato sulla folla forcaiola che cerca Buzzi e Carminati su ogni pagina web che apre ogni mattina? Non aveva più senso dire “stiamo lavorando a…” e metterla on line solo una volta terminata? Perché, in filigrana (come direbbe Mentana), il valore aggiunto di questo portale, rispetto a quello del Siope, si vede. Il portale della Ragioneria Generale è più per addetti ai lavori, non è user friendly e non è graficamente accattivante. Ma, ad oggi, è decisamente più completo, permette di fare comparazioni e, soprattutto, ha indicatori di benchmark, a mio avviso lo strumento più importante per questo tipo di iniziativa. O meglio, ci sono anche su soldipubblici.gov.it, ma in questo caso, paradossalmente, sono meno accessibili che su Siope. Sapere infatti, che, ad esempio, Roma Capitale spende per il personale circa 1 miliardo di euro l’anno, senza poter verificare il dato pro capite e rispetto alla media degli altri grandi comuni, che valore aggiunto mi dà? Nessuno…può al limite servire al romano “incazzato” per dire: “anvedi questi, 1 mijardo e manco lavorano!”. Almeno su Siope il romano incazzato può comparare facilmente quel dato e rendersi conto che quella spesa è inferiore alla spesa media degli altri grandi comuni, rimangiandosi così il rutto quotidiano che era già in rampa di lancio. Su questo fronte, dunque, lavorerei ancora in un’ottica di “utilizzatore finale”…

Dunque, occasione o vetrina? E’ sicuramente un’occasione per mettere al centro dell’agenda politico-mediatica il tema della trasparenza, tante volte sbandierata da tutti e altrettante lasciata a livello di annunci. Così come è un’occasione per rendere “masticabili” e accessibili a tutti i dati della piattaforma Siope. Ma per verificare se l’occasione sarà stata colta appieno dobbiamo fare solo una cosa, stranissima e ormai quasi inconcepibile per noi divoratori di tweet e annunci tanto al chilo: aspettare. Tutti però. A partire dal Premier incontinente…

LDG

 

 

La realtà contro Renzi? Siamo noi (lui compreso)

Schermata 2014-12-18 alle 10.41.46È ormai opinione diffusa, e largamente condivisa, quella per cui l’unico avversario di Matteo Renzi sia “la realtà” (copyright, vado a memoria, di Pietrangelo Buttafuoco). Ha un senso sostenere che l’avversario di Renzi è la realtà? A mio avviso si, ma forse non per le ragioni più “intuitive”.

“Si”, nel senso che, come i dati dimostrano, la fiducia e il gradimento nel premier sono già in netto calo. E si presume che tale calo sia dovuto al gap tra le aspettative create e le “cose fatte”. Ma su questo tornerò, perché credo sia un fattore largamente sovrastimato…

“Si” anche perché tutti gli altri partiti oggi sono lontani dai numeri del PD(R): solo la Lega è in forte crescita, ma si tratta di una crescita non in grado, al momento, di creare problemi a Renzi, neanche in un’eventuale (ma non semplice da costituire) coalizione di centrodestra. E dunque non c’è un avversario politico in grado di competere realmente, se non appunto “la realtà”.

Tuttavia, credo ci sia un altro “si”, il “si” più importante di tutti. E anche il più meritevole di attenzione. Siamo sicuri che la realtà intesa come “fatti” e “dati oggettivi” sia in grado di far perdere consenso a qualcuno? Chi certifica i dati oggettivi in Italia? Chi di noi sa se la P.A. ha pagato tutti i debiti ai fornitori (vicenda per cui né Renzi né Vespa hanno fatto il famoso pellegrinaggio lo scorso 21 settembre)? Chi di noi è in grado di dire se sul lavoro stiamo peggiorando (record di disoccupazione dal 1977) o migliorando (400 mila nuove assunzioni in pochi mesi)? Chi di noi può attribuire con certezza precise responsabilità all’attuale governo, sapendo che ci sono ancora oltre 400 decreti attuativi da varare, alcuni dei quali addirittura relativi a norme approvate dal governo Monti? Sostengo da tempo che, in politica, anche la matematica è un’opinione. E, in un paese di tifosi quale è il nostro, tale tesi si rafforza. Dunque, non è la realtà che crea (o modifica) le opinioni, bensì è l’opinione dominante a “creare la realtà”, numeri e matematica compresi. Parafrasando Berger e Luckman viviamo una realtà socialmente (e mediaticamente) costruita.

La realtà che si oppone a Renzi, di conseguenza, è soprattutto un’altra. Ed è la stessa realtà che lo ha incoronato “re dei consensi” solo 6 mesi fa. Questa realtà si chiama “società”. Siamo noi: croce e delizia di Renzi, come di qualunque altro premier di questo tempo. Noi, figli della società dei media, dell’immagine e del consumo, tanto quanto lui. Noi che, ipereccitati, scarichiamo l’ultima App per lo smartphone e dopo una settimana…letteralmente la dimentichiamo. Noi che incoroniamo col televoto e a colpi di tweet ogni anno il nuovo fenomeno della musica POP e dopo un mese…lo dimentichiamo. Noi che fibrilliamo sui social network per ogni notizia sensazionale (sarebbe meglio dire per ogni “non notizia generata per produrre sensazione” anziché informazione) per poi il giorno dopo…dimenticare anch’essa.

Ecco, Renzi ha cavalcato questa società, l’ha sovraeccitata a colpi di selfie, Leopolde, annunci, tweet, high five, fotonotizie, storytelling, presenze mirate nei programmi televisivi Pop e individuando tutte le parole chiave (giovani, donne, rottamazione…) e i nemici da abbattere (sindacati, pubblico impiego, RAI, Regioni…) sintonici col “mercato” elettorale.  Nessuno come lui è stato in grado di interpretarla e di vincere grazie alla sua empatia con i cittadini dell’ipermodernità (cit. Barile e Codeluppi). E, non a caso, nel pieno della crisi della politica italiana, ha frantumato tutti gli avversari (politici e antipolitici) raggiungendo il fatidico 40,8%. Lo stesso Renzi, però, la sera del trionfo alle Europee disse, in pratica, questo: “come ci hanno votato, così possono toglierci il voto”. Lo sa, proprio perché è figlio del suo tempo. Ma, pur sapendolo, non è detto che possegga l’antidoto contro tale incantesimo. Perché in realtà oggi quell’antidoto non lo possiede nessuno.

Siamo sempre alla ricerca di qualcosa/qualcuno di “nuovo” perché, come sostiene Bauman, non viviamo più per il momento dell’acquisto, bensì per quello dello scarto. Pronti all’acquisto successivo, con la stessa ipereccitazione di prima. L’importante è che sia qualcosa/qualcuno di “noto” e di Pop, che abbia ricevuto, cioè, l’incoronazione mediatica. Che abbia qualità, meriti e competenze non ci riguarda, perché come ha scritto Umberto Eco due anni fa: la notorietà ha sostituito la reputazione.

Dunque, il nostro premier può essere eventualmente bravo e competente quanto vuole, ma se perde “il tocco”, l’appeal mediatico, la brand perception con la quale ha affascinato milioni di italiani, non ha scampo. E nessuno, oggi, è in grado di mantenere quel gradimento a lungo. Questo circolo vizioso che ci schiaccia su un eterno presente, che è fatto di (il)logica e di sensazioni forti, in cui non esistono più né memoria né futuro, se non quello dei prossimi 5 minuti, e in cui non esiste più reputazione, ma tutt’al più brand reputation, non mi fa propendere per leader duraturi. Se non dopo aver saltato un turno, riposizionandosi grazie al facile oblio dei cittadini/consumatori (come fa Silvio da tempo, o come sta facendo Salvini con la Lega, che come d’incanto è diventato un partito nazionale).

Siamo la società dello scarto. E non credo che Renzi farà eccezione. Qualunque cosa faccia (o non faccia) rischia di essere rottamato anche lui, molto presto. Senza meriti o demeriti specifici, se non quelli per cui avrà fatto il suo tempo. Un tempo necessariamente breve perché avremo bisogno (fisiologico) di fare shopping e di cambiare prodotto (leader al governo) perché risulterà distonico con i gusti e le preferenze di noi consumatori. Se riuscirà ad aggiornare il software in modo da riposizionare il “brand Renzi” (cit. Barile) e da (ri)convincerci di essere “nuovo” e cool, sopravvivrà. Altrimenti dovrà saltare un turno e ripresentarsi al prossimo giro di giostra, quando avremo già dimenticato meriti e demeriti che magari non ha (ma che siamo convinti che abbia).

LDG

 

Il Sindaco commissariato e felice

Schermata 2014-12-12 alle 11.29.48La giornata di ieri di Ignazio Marino è cominciata con un intervento a Radio Radio che esordiva così: “Buongiorno, un’ottima giornata iniziata con altri due arresti!”. Alla faccia dell’ottima giornata, direi. L’ottima giornata del Sindaco di Roma, peraltro, si è chiusa con l’annuncio del Pubblico Ministero antimafia Sabella come prossimo assessore alla legalità di Roma Capitale. Un giudice inquirente, noto come “cacciatore di mafiosi” come assessore della Capitale… Se a ciò aggiungiamo che l’Autorità anti corruzione sta indagando sugli appalti dell’AMA e che il Prefetto Pecoraro ha ipotizzato il commissariamento di tutte le gare sospette, il quadro è molto chiaro. Ed è un quadro tristissimo per la politica, direi tombale. È la resa incondizionata alla possibilità di autorigenerarsi, di isolare le famigerate “mele marce”, di provare a fare il suo mestiere, quello di prendere decisioni sovrane, pubbliche, e autoritative.

La politica è sospesa a Roma, anche se formalmente non è avvenuto lo scioglimento dell’Assemblea Capitolina e non si è proceduto al commissariamento formale. Roma Capitale è commissariata nei fatti. È tutto bloccato – e lo sarà a lungo. Sfido chiunque a sostenere che oggi un dirigente di Roma Capitale o delle società partecipate possa firmare serenamente un qualunque impegno di spesa. O che un assessore o un consigliere, incontrino senza problemi aziende del territorio senza sapere con certezza chi esse rappresentino. Anche perché quella certezza non gliela può dare nessuno, come abbiamo visto in questa indagine. D’altronde, le cooperative gestite da Buzzi erano considerate un fiore all’occhiello, al punto che Marino voleva versare loro anche il primo stipendio da Sindaco, oltre ad aver garantito ad esse assoluta continuità nei contratti rispetto all’amministrazione Alemanno.

Dunque, inutile attaccarsi a questioni formali del tipo “sciogliamo o non sciogliamo”. La politica si è già dissolta. Col paradosso che il Sindaco in carica sembra ben lieto di bastonare la propria amministrazione e di mettere in mano a giudici e a ispettori tutte le carte prodotte anche dalla sua gestione. E più marciume esce, più lui sarà fiero di poter aver contribuito a farlo emergere.

Capisco la tattica, per carità. Due settimane fa Marino è stato letteralmente processato dal suo PD, con Zanda che gli intimava di “obbedire al partito” e altri esponenti illustri che gli davano del gaffeur e del marziano (non in senso buono in questo caso). Poi, arriva l’indagine “mondo di mezzo”, Alemanno risulta indagato e con lui pezzi importanti anche del PD locale e, a quel punto, come d’incanto, Ignazio Marino torna in pista. Diventa l’argine al malaffare – nonostante un assessore e il responsabile della trasparenza e dell’anticorruzione indagati e diversi affidamenti milionari alle cooperative di Buzzi –, di fatto abdica al ruolo di Sindaco e diventa una specie di informatore per la Magistratura. Con sua grande soddisfazione, a quanto pare. Gira per la città con faldoni di carte da far ispezionare e brinda a ogni nuovo arresto dichiarando urbi et orbi che lui rappresenta lo scudo impenetrabile, nonostante ancora ieri Pignatone abbia dichiarato che “Carminati e Buzzi erano tranquilli sull’esito delle elezioni. La loro prima preferenza era la continuazione dell’amministrazione Alemanno ma erano in ogni caso tranquilli. Vantavano agganci anche qui (nell’attuale Amministrazione)” nella quale, non a caso, come detto, ci sono diversi indagati.

Ma, come si diceva, il PD romano, commissariato e in una situazione di tutti contro tutti, ha deciso di puntare su di lui e dunque capisco la tattica di Ignazio Marino. Il problema è che oltre la tattica c’è la strategia, il lungo periodo. È la strategia che costruisce o ricostruisce qualcosa. E ho paura che un’amministrazione commissariata di fatto, con un Sindaco orgogliosamente solo contro tutti, non faccia un buon servizio alla politica, né alla città che resterà più che mai paralizzata. E questo è un problema serio, perché i vuoti si riempiono, sempre. Se la politica viene meno al suo ruolo, chi subentra? L’antipolitica? E che cos’è? Chi ci garantirà in futuro che movimenti privi di politici di professione saranno impermeabili alla corruzione e al malaffare? Ricordiamoci che il “politico” non è un essere geneticamente modificato. È un essere umano, fallibile e corruttibile in quanto essere umano, non in quanto politico. Rigenerare la politica non ha alternative. Delegare ad altri il suo ruolo, Magistratura compresa, è sintomo di uno sfascio, non un motivo di orgoglio.

Oggi il main sponsor di Marino, Goffredo Bettini, dice in un’intervista sul Corriere della Sera: “Fossi in lui, sarei io stesso a dimettermi e poi a ricandidarmi”. Condivido pienamente. Almeno in quel caso, vincendo, potrebbe provare a governare.

LDG