Il Paradosso di Cacciari. Soluzione?

Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG

(Dis)lessico della politica: il partito radicato sul territorio

Schermata 2014-08-03 alle 12.05.19Oggi inauguro una specie di rubrica sul mio blog. Ho deciso di chiamarla “(Dis)lessico della politica“. Non è un’autovalutazione dell’autore (!), piuttosto sarà una raccolta di (mie) valutazioni su alcune parole o concetti-chiave usati a sproposito, vuoti o assolutamente fuori tempo massimo nella retorica politica.

Del “fuori tempo massimo” fa parte a mio avviso la formula magica del “partito radicato sul territorio”. Bella per carità, affascinante. Ma novecentesca fino al midollo e decisamente obsoleta. Oggi va molto di moda nel centrodestra, specie tra chi è erede di AN o della DC, meno ovviamente tra i “berlusconiani” che riconoscono come “territorio” tutt’al più Palazzo Grazioli e il giardino di Arcore. Ebbene, pare proprio che questa formula magica sia il segreto per andare “oltre Berlusconi”. Basta col “partito leggero”, col leader che instaura un rapporto diretto e im-mediato con gli elettori. Ci vuole un partito serio, strutturato, pesante. Una macchina da guerra che torni sul territorio. Come erano la DC, o il PCI, o la SPD. “Erano”, appunto. Erano. Quando la politica mobilitava le masse, indottrinandole sulla base delle grandi meta-narrazioni (ideologie) e “vendendo” loro un mondo migliore: più giusto, più equo, più libero, più sicuro (a seconda dei partiti). 

Poi però le meta-narrazioni sono svanite…da un bel po’. E c’è stato tal Silvio Berlusconi che per 20 anni ha fatto il bello e il cattivo tempo, usando l’ideologia solo per continuare a tener vivo il “nemico comunista”, ma diventando egli stesso l’argomento del contendere in campagna elettorale: con me o contro di me, la “scelta di campo”. Insomma se c’è qualcuno che il territorio l’ha volutamente dimenticato e snobbato è proprio quella parte politica che oggi rivendica la sua importanza. 

E dunque, territorio a tutto spiano! E’ lì la chiave. Berlusconi ha esaurito il suo compito di consensus-builder, non funziona più. Torniamo nelle piazze, armiamoci di megafono, magari riempiamo di nuovo le città di “sezioni” di partito e la vittoria sarà nostra!

Evidente, quasi lapalissiano: nell’era dei partiti personali, del digitale, dei social media, dei personal device, della leaderizzazione della politica, del marketing personalizzato, insomma dell’individualizzazione a tutto campo. Ma, soprattutto, nel momento in cui dall’altra parte hanno capito quanto conta il leader…la chiave è tornare ai partiti di massa. Peccato che la massa sia diventata un po’ magrolina…e anche parecchio incazzata. 

Trovo assolutamente geniale pensare di radicare i partiti sul territorio nel momento in cui la fiducia per i partiti è intorno al 2%. Nel momento in cui se provano a fare una raccolta firme non arrivano a portare ai banchetti neanche i parenti di secondo grado. E se mettono un gazebo per strada la gente lo evita come la peste…”Oddio, che so’ politici? Che palle. Attraversa va…”. Questo pensa oggi “il territorio”… e quando va a votare, si vede benissimo. Ancor di più quando non va a votare…

Eppure quel 2% parla chiaro, non è difficile interpretarlo. Come parla chiaro il 55-60% di fiducia in Renzi. Non nel PD…in Renzi. Al punto che ormai Ilvo Diamanti lo chiama PDR (Partito Democratico Renziano). Evidentemente è un leader radicato sul territorio. Non c’è altra soluzione…

La verità è che serve un nuovo leader e una nuova classe dirigente. Di cui drammaticamente non si vede neanche l’ombra. E allora si cercano alternative improbabili, tipo radicamento su un territorio che non c’è più o carte dei valori (di cui non frega nulla a nessuno). Tutto per restare a galla, confidando che Renzi finisca contro un muro e che gli italiani, come sempre, dimentichino…

LDG

#M5S e il voto segreto: il battesimo della politica

L’iter parlamentare della riforma del Senato ci ha rivelato, tra le altre cose, una nuova versione del Movimento 5 Stelle. Una versione che definirei “normalizzata”.

Il (non)partito, col (non)statuto, che porta in Parlamento cittadini e non onorevoli e che non ha leader se non un megafono (magari con un vago accento genovese), sta finalmente rendendosi conto che la politica ha le sue regole di funzionamento. E allora, dapprima ha iniziato a “parlare” con la maggioranza (rigorosamente in streaming per ragioni di “finta” trasparenza) e poi, per metterla in crisi quella maggioranza, ha avviato una vera e propria crociata per il voto segreto al Senato. Avete capito bene, per il voto segreto.

Ma come…non era questa la posizione del M5S sul voto segreto?

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Si, era questa. Almeno quando il voto palese era fondamentale per non rischiare di “salvare” Berlusconi dalla decadenza. Oggi che il “rischio” è quello di impallinare Renzi, il voto segreto va benissimo così. Non c’è nulla di più trasparente del voto segreto! E quell’oscuro, torbido, Presidente Grasso è il nuovo nemico da abbattere perché non vuole concederlo.

Per quanto la contraddizione sia fin troppo evidente, sono personalmente lieto di questa metamorfosi. Anche i “cittadini” stanno finalmente rendendosi conto che quando si fa politica…si fa politica. E che il voto deve essere palese (o segreto) a seconda delle convenienze di chi lo propone. Inutile girarci intorno. 

Peraltro, come già detto per lo streaming, se per trasparenza intendiamo prima di tutto un comportamento sincero degli attori politici, il voto segreto garantisce più trasparenza del voto palese. Non a caso si parla di “franchi tiratori”, non di “falsi tiratori”… Esattamente come la trasparenza è più garantita da una trattativa a porte chiuse e senza diretta streaming. Il voto palese, come un incontro davanti a una telecamera, altera il comportamento e ci fa agire sulla base di ciò che gli altri si attendono da noi. Che siano elettori o gruppi parlamentari.

Semplice e…trasparente. Detto questo, benvenuti, cari “cittadini” del Movimento 5 Stelle, nel mondo della politica. Se lavorate anche alla “successione” del leader (pardon, megafono) potreste anche durare. Intanto darei una “limatina” al concetto di trasparenza: ok all’ accessibilità totale agli atti e ai documenti. Ma processi e comportamenti sono un’altra cosa e spesso più sono visibili, meno sono trasparenti (ossia sinceri), a meno che non si arrivi alle telecamere nascoste… 

LDG

 

 

A #inonda va in scena la fantapolitica (vintage)

Chi mi conosce, conosce anche il mio passato. Chi non mi conosce troverà alcune tracce nelle pagine autobiografiche di questo blog. Per dirla in breve, sono stato molto vicino a Gianfranco Fini negli anni di FareFuturo, ho scritto (con altri) la mozione di scioglimento di AN per aderire al PDL. Ho scritto anche 6 programmi elettorali per elezioni cruciali del centrodestra. E ho lavorato gomito a gomito con diversi esponenti importanti del centrodestra italiano per anni. Ma soprattutto, nel periodo in cui è esistita la Fondazione FareFuturo, ho creduto in quel progetto. Ho creduto in una destra diversa: moderna, europea, laica, riformatrice. Ha vinto quell’altra, anzi quelle altre: quella populista e quella servile (o padronale, se vista dall’alto in basso).

Oggi quella “vittoria” genera mostri. Letteralmente. Ossia, mi ritrovo a guardare In Onda su La 7 e le mie orecchie (incredule) sentono Toti e Fini parlare di un possibile incontro tra Fini e Berlusconi per rilanciare il centrodestra. Tradotto: mentre Renzi rivolta la politica italiana facendo sparire le “cariatidi” del suo partito dalla scena pubblica e impone (giustamente e insieme al M5S) un rinnovamento totale ai partiti italiani, dall’altra parte siamo ancora a Fini e Berlusconi.  Fini, che non ha un partito (e neanche un voto). E Berlusconi che un partito ce l’ha ma ha perso, in 6 anni, 9 milioni di voti (ossia, coi tassi di partecipazione attuali, l’equivalente di un partito che prende il 35%!).

Non so come andrà a finire questa storia della coalizione alternativa a Renzi. Ma di certo è iniziata molto male. Con lo sguardo rivolto al passato e con i protagonisti di un’era politica fa. Se proseguirà su questa linea, auguro a Renzi il ventennio che gli spetta. Che detto da me, vale almeno un quarantennio…

LDG

 

 

Lo streaming, ossia il paradosso della trasparenza

Chi si è imbattuto durante i suoi studi in corsi di sociologia, antropologia, metodologia della ricerca sociale et similia dovrebbe aver incontrato un concetto, semplice quanto intuitivo, che si chiama “paradosso dell’osservatore“. Cosa ci dice questo concetto? Semplicemente che ogni individuo, se sa di essere osservato, si comporta in modo diverso dal solito, altera il proprio comportamento. E come lo altera? In base al ruolo che assume. E cos’è un ruolo in sociologia? L’insieme dei comportamenti, degli obblighi e delle aspettative che ci attendiamo da un individuo che ricopre una determinata posizione.

Voi direte: che scoperta…lo sanno tutti che è così. Beh, non mi pare, visto che tutti chiedono lo streaming… O meglio, come per tutti i concetti chiave della sociologia ci rendiamo conto della loro veridicità solo quando qualcuno ce li fa notare. Quando qualcuno ci fa capire come e quanto la nostra realtà sia socialmente costruita e i nostri comportamenti siano costantemente determinati da norme e ruoli sociali.

Tradotto: se sono Matteo Renzi e so di essere davanti a una telecamera dirò le cose che il mio “popolo” si aspetta da me. Se sono Luigi Di Maio dirò le cose che il mio “popolo” si aspetta da me. Né Renzi, né Di Maio, né tanto meno Beppe Grillo saranno mai “trasparenti” (ossia sinceri) in una diretta streaming. A porte chiuse invece si, perché viene meno il ruolo, ossia le aspettative altrui sul loro comportamento.

Ergo: se vogliamo trasparenza, le trattative facciamole a porte chiuse.

Ecco a voi il “Paradosso della trasparenza”: nelle trattative, chiudere le porte e spegnere le telecamere.

LDG

La nuova destra: cosa serve?

Le ultime elezioni europee hanno certificato che la destra che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni è morta e sepolta. Berlusconi è al capolinea per varie ragioni. E’ un “marchio” usurato, da troppo tempo sul mercato e senza alcun “aggiornamento disponibile”. Ripete a mo’ di disco rotto le stesse cose da 20 anni. Della rivoluzione liberale promessa non si vede neanche l’ombra: restano solo nemici ideologici, dai comunisti ai magistrati, utili solo ad allungare l’agonia di una morte (politica) lenta e inesorabile. Ciò che più sorprende è che Mr. marketing, l’uomo delle televisioni e della pubblicità, non abbia fiutato in anticipo ciò che stava per accadere. Ossia che la crisi economica e i fallimenti della politica stavano per cambiare completamente le domande dei cittadini, che Grillo stava per scardinare le logiche, le aspettative e le priorità del “vecchio” sistema politico e che Renzi stava per prendere il suo (di Berlusconi) posto come leader “pop, in grado di attrarre (anche) elettori di centrodestra, dando vita a una piattaforma politica liquida, assolutamente “catch all“, pigliatutto (in termini programmatici)  e tutti (in termini elettorali).

Già, perché l’abilità di Renzi è stata proprio questa: attaccare il pubblico impiego, i sindacati e la Rai – nemici storici di Berlusconi e bacini elettorali tradizionali della sinistra – e stravincere le elezioni. Come ha fatto? Semplice, è andato “oltre” ogni steccato simil-ideologico.  Ha capito, come ha scritto Ilvo Diamanti, che gli elettori non sono più né fedeli (come nella prima Repubblica), né abitudinari (come nella Seconda): sono assolutamente “liberi”. Oggi scelgono. Prima di tutto se andare a votare. Poi per chi votare, magari all’ultimo momento, con la scheda elettorale davanti e la matita in mano.

Ciò significa che il mercato elettorale (italiano, ma non solo) è giustamente postmoderno, tanto quanto la società. Niente ideologie, niente blocchi sociali, niente abitudini di voto familiari o tradizionali. Nessuna certezza e fine dei fattori predittivi di lungo periodo. Oggi il voto si spiega (quasi) esclusivamente con fattori di breve. Perché è la nostra vita che viaggia sul breve periodo, la nostra quotidianità, la nostra società. E di conseguenza anche la politica finisce per essere fatta soprattutto “di istinti e di istanti” (cit. Eichberg e Mellone).

Allora ciò che serve è capire gli istinti e sfruttare gli istanti.

Capire gli istinti, come ha fatto perfettamente Matteo Renzi individuando tutte le esigenze, cerebrali e soprattutto viscerali, degli elettori, sintetizzabili in tre R: ricambio (o rottamazione), riforme, risparmio (di denaro pubblico). Dietro le quali si celano i “mostri” da abbattere che in una narrazione vincente sono sempre necessari per far trionfare l’eroe: vecchia classe politica (D’Alema, Veltroni, Bindi letteralmente spariti dalle TV e dal dibattito pubblico) vs. ricambio, P.A. e sindacati che “bloccano” il paese vs. riforme, RAI che sperpera denaro pubblico in base a logiche clientelari e partitocratiche vs risparmio. Ecco i “nuovi” nemici di Renzi. Non più Berlusconi, che non essendo più centrale nell’agone politico, non riesce più a compattare neanche i “suoi” elettori storici. Senza Berlusconi al centro del dibattito, la sinistra ha stravinto e la destra ha straperso. Se di sinistra e destra ha ancora senso parlare…

Ma istinti e nemici sono solo le premesse del messaggio. Per veicolarlo e renderlo vincente serve un buon “emittente”. Credibile e attrattivo. Serve un leader, abile nella logica degli istanti: Matteo Renzi, appunto. Battutista, rapido, brillante, spregiudicato, decisionista, simpatico ed empatico, tagliente come una lama tanto in TV quanto su Twitter… E’ l’idealtipo del leader postmoderno. Identità fluida, niente radici o incrostazioni ideologiche, programmi e progetti on demand, plasmabili appunto in base agli istinti del momento e grande capacità comunicativa. 

E il leader oggi è tutto. Lo dimostrano decine di ricerche e di rilevazioni pre e post voto. Non è il partito che crea il leader e determina il suo programma. E’ il leader che crea il programma (on demand) e plasma il partito. Ciò non significa che siamo destinati ai “partiti personali”, che nascono e muoiono con i propri leader. Anzi, quei partiti sono ancora più deboli proprio perché non prevedono un ricambio, una “successione”. Scelta Civica, Futuro e Libertà, Italia dei Valori e la stessa Forza Italia cosa sarebbero/sono senza Monti, Fini, Di Pietro e Berlusconi? Niente… Il PD ha il doppio vantaggio, oggi, di essere l’unico partito “non personale” (nel senso che esisteva prima di Renzi e presumibilmente esisterà anche dopo) e di aver l’unico leader in grado di attrarre consensi in lungo e in largo. Come accade in quasi tutto l’Occidente dove i leader contano (Obama, Blair, Sarkozy, Aznar, Merkel…) ma i partiti sono quelli storici. I partiti personali che nascono dalla volontà di leader occasionali durano il tempo di un tweet…

Il fatto che il leader sia tutto è una verità incontestabile oggi. Non sto dando un giudizio di valore, ma un giudizio di fatto, un’analisi neutra. Diciamo la verità, se la stessa proposta viene lanciata da Renzi, D’Alema, Schifani, Berlusconi e Larussa avrà lo stesso appeal e la stessa credibilità? No. Oppure: le cose dette da Fini sabato scorso sono sbagliate o infondate? A mio avviso per nulla. Ma hanno avuto un grande risalto e avranno una conseguenza politica? No, perché le ha dette Fini. Ossia un “emittente” ritenuto ormai privo di credibilità a priori. Oggi in politica trionfa un errore logico: la fallacia ad personam. Non giudichiamo la proposta, o meglio la giudichiamo in base a chi la propone. E’ con questo dato di fatto che tocca fare i conti, ci piaccia o no.

Tutto ciò premesso, che prospettive ha la destra italiana per tornare competitiva? Senza un nuovo leader, direi nessuna. E sottolineo “nuovo” e “leader”. Nuovo nel senso che se non del tutto sconosciuto, quanto meno deve essere percepito come “non contaminato” dalla classe politica degli ultimi 20 anni. Altrimenti è “scaduto”, come uno yogurt. Non merita neanche un minimo di attenzione (come è successo per Fini ieri, ad esempio). Leader nel senso che deve essere un catalizzatore di consenso, un valore aggiunto per il partito (o la coalizione) e non deve apparire come un “burattino” guidato da altri (da Arcore in particolare).

Se questa è la conditio sine qua non, al momento non c’è via di scampo. Ci si può scervellare per mesi per individuare una “nuova” quanto inutile piattaforma programmatica o una formula organizzativa più o meno originale (federazione, coalizione, ecc.). Non serviranno a niente. Oggi il brand è il leader. E dalla sua “brand reputation” deriva tutto il resto. Dal suo rapporto col “pubblico”, immediato e diretto. Invertendo l’ordine dei fattori, ossia provando a costruire prima il partito o il programma, il risultato cambia. Inesorabilmente. 

Allora ben vengano Leopolde Blu, i brainstorming su valori non negoziabili, neoliberismo e neocomunitarismo, europeismo o euroscetticismo. Ma (politicamente) non serviranno a nulla. Saranno un minimo e misero “rumore” di fondo che non cambierà di una virgola il consenso e l’attrattività del centrodestra italiano. Politicamente serve fare tabula rasa. Ricominciare da zero, individuando un metodo democratico e meritocratico nella speranza che dal nuovo metodo emerga un nuovo leader. Da solo, senza sponsor o accordi sottobanco che lo indebolirebbero immediatamente.

Serve un Renzi di destra, si. Nuovo e spregiudicato, che sfidi tutta la nomenklatura attuale del centrodestra, a partire da Berlusconi. Oggi non c’è è vero. Allora si provi almeno a creare l’habitat, l’insieme delle precondizioni affinché possa nascere. Ma perché ciò accada serve un enorme passo indietro di buona parte dei “big” del centrodestra attuale. Ci sarà questo passo indietro? Io dico di no…E allora, palude sia. 

LDG

 

 

 

 

 

Democratellum: Cosa farei al posto del #M5S

Le delegazioni del Pd e del M5S si sono confrontate sulla legge elettorale. L’hanno fatto in streaming, come vuole ormai la prassi. Dirò due cose al volo sull’utilità dello streaming che per me, nelle trattative, è tutto fuorché trasparenza. Al più è rappresentazione (teatrale) come avviene ogni qual volta ci si trovi di fronte a una telecamera. Il comportamento è tutto fuorché sincero. Se c’è la telecamera, il mio primo obiettivo è comportarmi come gli altri (in particolare i miei elettori) vogliono che io mi comporti. Tattica o marketing dunque, non trasparenza. Reality e non realtà. Per come la vedo io, le trattative si fanno a porte chiuse. Poi si rendono pubblici gli esiti. Accesso agli atti, non voyeurismo da Grande Fratello. In politica non tutto può essere trasparente, mettiamocelo in testa. Talvolta perchè sarebbe pericoloso (immaginate la diretta streaming di una riunione dei servizi segreti, o del Consiglio Supremo della Difesa, o di qualunque trattativa diplomatica), talaltra perché genererebbe l’effetto inverso, come nel caso di questi streaming fasulli che servono solo a gonfiarsi il petto e a far vedere agli italiani chi è più bravo a vendere la sua “merce”. Trattare con posizioni radicalizzate a causa della telecamera è di per sé un controsenso. Tornerò sull’argomento, intanto vi rimando a questo articolo di Tommaso Ederoclite di ieri sera.

Scusate il “fuoripista” sullo streaming e andiamo alla trattativa. Renzi ha detto di essere possibilista sulle preferenze (ma evidentemente non ha gradito, anzi non aveva neanche capito, il sistema doppio con preferenza negativa che impatta sul risultato dei partiti), ma di non voler rinunciare alla governabilità, affermando – giustamente – che il sistema proposto dal M5S non la garantisce. Effettivamente, nonostante una buona sovrarappresentazione dei partiti più grandi a causa dell’attribuzione dei seggi in collegi tendenzialmente “medio-piccoli”, il sistema M5S non garantisce una maggioranza certa a chi vince. Cosa che era assicurata dal Porcellum e che è mantenuta dall’Italicum grazie al premio che deriva dal superamento del 37% o dalla vittoria dell’eventuale ballottaggio. Detto brutalmente: col Porcellum e con l’Italicum chi arriva primo ha una maggioranza certa, con il “democratellum” non è detto che ciò accada. Per succedere, chi vince deve prendere una marea di voti.

A dimostrazione di ciò, ho simulato un’elezione della Camera sulla base dei risultati delle europee, al solo scopo di verificare come si comporta il sistema elettorale, ossia quanto “filtra” nella trasformazione dai voti in seggi. Nella simulazione ho ipotizzato che i voti dei partiti siano influenzati dalle preferenze negative allo stesso modo (altrimenti la simulazione semplicemente non si potrebbe fare. Ci vorrebbe uno stregone…).

In una prima versione, il M5S aveva proposto un sistema che aveva come formula il metodo d’Hondt. Con quel metodo il risultato sarebbe stato il seguente.

Simulazione M5S d'Hondt

 

Il Pd avrebbe una sovrarappresentazione cospicua, passando dal 40,8% di voti al 47,3% di seggi, ma ancora lontana dalla maggioranza parlamentare. Nella versione presentata alla Camera, il metodo d’Hondt è stato sostituito da un altro metodo del divisore che incrementa la sovrarappresentazione per i partiti maggiori. Con tale metodo, il risultato sarebbe il seguente.

Simulazione M5S divisore corretto

 

In questo caso il Pd arriverebbe a 307 seggi, a soli 3 seggi dalla maggioranza assoluta (il computo è fatto su 618 seggi e non su 630 perchè sono esclusi i seggi che derivano dal voto degli italiani all’estero per i quali si adotta un altro sistema). Dunque, il Partito democratico arriverebbe al 49,7%, a un pelo dal 50% + 1 dei seggi necessari per governare da solo. In compenso, tale sistema ridimensionerebbe seriamente i partiti minori. Ad esempio, NCD col 4,4% dei voti arriverebbe all’1,9% dei seggi col metodo d’Hondt e all’1,8% col metodo del divisore corretto. SEL addirittura oscillerebbe tra l’1% e lo 0,6% dei seggi. 

La cosa interessante è che Renzi si è detto disponibile a ragionare sul sistema M5S riducendo ulteriormente l’ampiezza dei collegi, ossia il numero dei seggi che essi assegnano. Perché, ad esempio, Roma e provincia nella formulazione attuale del M5S ne assegnerebbero 42 e per il premier tale numero allunga troppo le liste. Vero, ma riducendo ulteriormente l’ampiezza dei collegi si uccidono letteralmente i partiti minori. Probabilmente si garantisce anche la governabilità, sovrarappresentando enormemente i partiti maggiori. Quello che Renzi non ha considerato è che è vero che nell’Italicum i collegi sono più piccoli, ma l’attribuzione dei seggi è su base nazionale, non di collegio. Nel sistema M5S no…e questo comporta che, rimpicciolendo i collegi, di fatto non prenderebbe alcun seggio alcun partito che non sia in grado di arrivare a percentuali elevate in un singolo collegio. Il che, per capirci, favorirebbe la Lega o SVP a scapito di NCD, SEL o FDI, ossia di tutti quei partiti che hanno pochi voti e non concentrati sul territorio. Ciò significa che se M5S accettasse la sfida, metterebbe Renzi in seria in difficoltà. Avrebbe un sistema con liste corte, preferenze e probabile governabilità. Renzi sarebbe servito. NCD no…Forza Italia neanche per la contrarietà alle preferenze. Reggerebbe l’asse delle riforme? E il governo? Chissà…

Solitamente non sono tenero col M5S, ma ho apprezzato il cambio di rotta. Da “setta dei giusti” si sta trasformando pian piano in un partito politico. Siede ai tavoli non (solo) per dimostrare la sua presunta superiorità antropologica, ma per trattare. Bene. A questo punto però vada fino in fondo. Se insiste su liste corte, preferenze e attribuzione dei seggi a livello di collegio…magari qualche grattacapo lo crea. E a quel punto se il premier si tira indietro M5S può tornare a “tuonare”, la specialità della casa….

LDG