Il derby su Marino: narrazioni e contro-narrazioni.

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L’assedio durava da mesi. Non ci fosse stata l’inchiesta di “mafia capitale”, Marino sarebbe stato costretto a dimettersi da tempo. Lo pensano in tanti e lo penso anch’io. Basta rileggersi la rassegna stampa di un anno fa circa, quando il PD (“l’altro PD”) l’aveva già lasciato solo.

Mafia capitale gli ha dato ossigeno, gli ha permesso di deviare l’asse del dibattito pubblico romano dai trasporti, dalle buche, dal decoro, insomma dal governo della città, verso altre questioni. Questioni gravi, che hanno coinvolto anche la sua Giunta, il suo partito nell’Assemblea capitolina, Presidenti di Municipio del PD, il suo responsabile alla trasparenza, ma che – paradossalmente – l’hanno fatto emergere come l’eroe che combatte “il male”. O almeno questa era la sua “narrazione” e in diversi gli hanno creduto e ancora gli credono. D’altronde, il “marziano”, l’uomo senza partito (come scrissi qui), aveva questo vantaggio. E’ stato eletto nel PD, ma si è sempre presentato come un uomo fuori dal PD, fuori dai partiti, fuori dalla politica (“Non è politica. E’ Roma”). Un chirurgo pronto a fare il demiurgo, a curare Roma dai suoi mali e a farla risorgere, una trama perfetta, uno “schema narrativo canonico” (A. Fontana).

La narrazione dell’eroe-chirurgo si basava su alcuni concetti-chiave, fondamentali in tempi di antipolitica dominante e, di converso, di fiducia nella politica sotto zero: trasparenza, onestà, merito. Era questa “la differenza”, ciò che doveva renderlo marziano nei confronti di tutti gli altri, resa credibile dal suo essere più o meno outsider: membro di un partito, ma neanche tanto.

E la “marzianità” fu, senz’altro, una delle ragioni del suo successo elettorale. Così come è stata la ragione che l’ha tenuto a galla dopo “mafia capitale”. E’ evidente, però, che quando punti su quegli asset, l’esposizione agli scivoloni diventa notevole e va maneggiata con cura. Tradotto: se ti presenti come mister trasparenza e, nel pieno delle polemiche su vere o presunte bugie (c’erano sia quelle vere che quelle presunte), vai in TV “armato” di tutte le tue spese di rappresentanza e le metti online, diventa inevitabile la corsa alla “verifica” delle tue dichiarazioni. E quando arrivano 7 smentite in 7 giorni, la frittata è fatta. Con tanto di indagine, a quel punto inevitabile, della Procura e della Corte dei Conti, a peggiorare (anche) il “danno di immagine”.

E l’immagine, oggi, è tutto. Da essa deriva la nostra credibilità. Se l’immagine è infangata, la credibilità è persa. Una volta per tutte, non si recupera più.

Narrazioni e contro-narrazioni, dicevo. La narrazione di Marino è chiara, così come è chiaro il perché sia andata a rotoli. La contro-narrazione è altrettanto chiara: è un bugiardo, un furbetto e per di più incapace.

Entrambe generano dei frame (delle cornici, o delle lenti) attraverso i quali interpretiamo la realtà. Chi crede alla narrazione di Marino, chi è potremmo dire “fidelizzato” al brand Marino, tende a minimizzare le polemiche sugli scontrini, a riconoscere al Sindaco grandi novità moralizzatrici e a puntare sul complotto dei “poteri forti” (tesi che in Italia non manca mai). Chi crede alla contro-narrazione, tende a ritenere falsa e inefficace ogni dichiarazione e ogni scelta di Marino e a considerare gravissimi gli addebiti su pranzi e cene inventati (o presunti tali). Sulla base di questi frame, molte persone che oggi difendono Marino erano pronte a linciare Cota per l’acquisto delle “mutande verdi”, così come molti di quelli che lo condannano hanno chiuso occhi e orecchie su indagati, imputati e condannati serenamente al governo (e in diversi governi).

E’ un derby di emozioni. Uno dei tanti che viviamo quotidianamente sui social network, il terreno di gioco principale su cui i derby hanno luogo. Con Renzi o contro Renzi, con Marino o contro Marino, con Alemanno o contro Alemanno, con Salvini o contro Salvini e via discorrendo. In questi derby sono assenti del tutto: la politica (nel senso dei contenuti di policy proposti o le scelte fatte), la logica, la razionalità, i fatti, il confronto e il dialogo. Tutt’al più una gara a chi non cambia mai idea su nulla. “Rivendichiamo la nostra dose di emozione” (C. Salmon), materiale per il nostro narcisismo collettivo, nient’altro. Il resto è noia.

“Votare è comprare una storia. Essere eletto è essere creduto. Governare è mantenere la suspense” (sempre C. Salmon). Chi ha votato per Marino ha comprato quella storia. E’ stato eletto e dunque la storia è stata creduta. Ma oggi la suspense non c’è più perché quella credibilità è andata perduta. Ha perso la “supremazia narrativa” (A. Fontana) e ogni tentativo di recuperarla peggiora inevitabilmente le cose.

Il “prodotto” Marino è scaduto, l’abbiamo già cestinato. Renzi l’aveva capito da tempo: quando fiducia e gradimento dell’opinione pubblica si sedimentano è finita. Non oscilla più, non può più risalire. E con questi colpi finali degli scontrini siamo arrivati al capolinea. D’altronde, al di là dell’ipotesi di peculato, il falso ideologico che avrebbe commesso Marino nelle dichiarazioni sulle spese è un delitto “contro la fede pubblica”. Fosse vero, avrebbe tradito la fiducia dei cittadini. E siccome Marino non è un cittadino diverso dagli altri, per l’opinione pubblica l’ha già tradita prima dell’eventuale processo e dell’accertamento della verità.

Non ci resta che aspettare il prossimo, con una nuova storia  da  venderci e nuovi derby da giocare. Per cestinarlo al primo scivolone e ricominciare daccapo.

LDG

 

 

 

 

 

 

 

La forza e la debolezza dell’uomo senza partito

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Ignazio Marino non molla. Anzi, rilancia. Come i pugili messi all’angolo, ieri alla Festa dell’Unità ha provato a serrare le fila a sinistra, sparando ad alzo zero sulla destra: “tornino nelle fogne da dove sono venuti”, testuale. Sorvolo sulla formula elegante, tipica del “Sindaco di tutti” e di chi ha vissuto (non certo a Roma) gli anni ’70.

Cerco di analizzare in maniera neutra il nuovo posizionamento identitario: per riconquistare i cuori di una sinistra disimpegnata e disillusa. È a tutti noto che il nemico costituisce una categoria importante nella politica, in tutti i regimi, proprio per aumentare la legittimazione interna di chi è al potere. Il problema, nel caso di Marino, è capire quale sia il nemico oggi, visto che sembra diffuso, ben oltre il sistema fognario romano.

La vicenda di Mafia Capitale ha giocato a favore di Ignazio Marino, se la leggiamo dal punto di vista individuale. Era considerato – anche dal suo partito – un Sindaco al capolinea, un gaffeur, uno che non è in grado di governare. Poi è arrivato Pignatone: ha avuto un assessore, 3 consiglieri comunali, un presidente di Municipio, un dirigente e diversi funzionari arrestati o indagati, ma lui – individualmente – ne esce pulito. Anzi, la sua narrazione alza il tiro e il suo mantra è: “Noi stiamo facendo pulizia, con l’aiuto di Pignatone” (“con l’aiuto”, GULP!). Dove il “noi” ovviamente non sta per PD, altrimenti la narrazione salterebbe vista l’implicazione giudiziaria del partito.

Il “noi” significa “io”: l’uomo senza partito. E lì sta la sua forza. Già, perché se anche un giorno dovessero arrestare tutti i consiglieri del PD e tutti gli assessori “politici” (è ammessa ogni forma di scongiuro da parte degli interessati), lui potrebbe ancora sostenere questa linea: “Io sono diverso, quelli non mi hanno mai amato, mi hanno fatto la guerra fin dal primo giorno”. Posizione interessante e del tutto originale. Non ricordo alcun capo di governo – nazionale o locale – così scollegato dalla propria forza politica, anzi addirittura in netta contrapposizione.

Tuttavia, ripeto, dal punto di vista dell’immagine individuale, questa è la sua forza: il partito (in stato confusionale), i circoli (ammaccati dal rapporto di Barca e l’un contro l’altro armati), i mister preferenze (indagati o arrestati), giocano a favore dell’onestà e del “fare pulizia” di Marino. Che poi lo stesso partito, gli stessi circoli e gli stessi mister preferenze gli abbiano portato i voti per vincere (anche con finanziamenti e pacchetti di voti non proprio estranei a “mafia capitale”), poco importa. Una volta che ha vinto, Ignazio si è messo in proprio e chi s’è visto, s’è visto. E nella società dell’immagine, appesa a singoli “eroi” e capri espiatori può anche funzionare. Specie se la narrazione è condita da racconti tipo: “ho rimosso Panzironi dall’AMA, ben prima dell’inchiesta su mafia capitale”. E infatti, Panzironi s’era rimosso da solo, nel 2011, ben prima che Marino potesse anche solo pensare di fare il Sindaco di Roma… Ma vabbè, buttiamola lì, magari qualcuno “ce casca”…

C’è un piccolo particolare però, quello su cui insiste quel rompiscatole di Matteo Renzi (che non mi pare si autocollochi a destra, né mi pare rivendichi un passato “fognario”): oltre a fare “pulizia” (quella la fa Pignatone), toccherebbe governare la Capitale. E lì forse un partito servirebbe.

Come servirebbe una giunta di alto livello (che sta perdendo i due “pezzi” più importanti).

Come servirebbe una macchina amministrativa motivata (che viene definita “incompetente e corrotta” in un’intervista su due, sia dal Sindaco che dall’Assessore Sceriffo, Sabella).

Come servirebbe un’opinione pubblica legittimante (sondaggi alla mano siamo molto lontani e certo l’uscita sulle fogne non aiuterà il “Sindaco di tutti”).

Insomma, sulla pars destruens essere senza partito può anche far gioco: “che si sfasci anche tutto, io non sono uomo di nessuno, non ho nessuna corrente, nessuna fondazione politica, di fatto non ho nessun partito”.

Sulla pars costruens però, quella per cui è “incriminato” dal Segretario-Premier, l’essere senza partito non fa gioco proprio per niente.

E quando finiranno l’onda emotiva e la “bolla mediatica” (nel senso che non si parla d’altro) di Mafia Capitale, torneranno di moda le buche, il traffico, i rifiuti, i tombini e le caditoie otturati.

Insomma, ironia della sorte, se sarà ancora Sindaco gli toccherà occuparsi delle fogne. E dubito che riuscirà a sturarle evocandole da un palco…

LDG

 

“Avanza” l’esercito di Marino

Eccoci all’aggiornamento periodico sugli incarichi esterni di “Mister Trasparenza e Merito”, Ignazio Marino. Ci eravamo lasciati a quota 42, meno di un mese fa. Con la pubblicazione delle ultime delibere sul sito di Roma Capitale, vi comunico che i contratti esterni sono diventati 54, con un costo annuo “a regime” di circa 3,6 milioni di euro e un costo totale per i 2 anni e mezzo di contratto pari a 8,7 milioni.

Per facilitare la lettura e la “mappatura” degli incarichi ho deciso di collocarli tutti in una bella tabella excel: L’esercito di Marino. Ricordo a tutti che le cifre che leggerete costituiscono il costo per l’Amministrazione, non gli stipendi lordi (tantomeno gli stipendi netti). Come sapete, le mie osservazioni non sono mai riferite agli stipendi: io ci sono passato e sono convinto che per gli incarichi di alta responsabilità quegli stipendi siano più che congrui, oltre che fissati da CCNL e dunque identici a quelli degli interni.

Le mie critiche riguardano l’alone di “marzianità” che l’attuale Sindaco si è dato e continua a darsi, spesso proprio incentrato sui metodi di reclutamento: lui avrebbe scelto i migliori mediante un avviso pubblico e standard di selezione europei…ricordate? Anche la Giunta e i vertici delle società municipalizzate sarebbero stati scelti così! Una rivoluzione della trasparenza e del merito. Bene, per ora siamo a 54 incarichi esterni, 12 assessori e 1 amministratore delegato (ATAC) scelti tramite chiamata diretta senza uno straccio di avviso pubblico. Forse avevo capito male io, le procedure trasparenti sarebbero iniziate dopo le prime 100 assunzioni…?

Nella tabella allegata troverete anche alcuni nominativi evidenziati in giallo o in celeste. Quelli in giallo riguardano persone che ricoprono ruoli dirigenziali, o con responsabilità equiparate a quelle dirigenziali (capo di Gabinetto, capo Segreteria, capo ufficio stampa, ecc.) per le quali è particolarmente grave che il “marziano” Marino abbia derogato al suo criterio selettivo trasparente. Quelle evidenziate in celeste riguardano invece persone che hanno una retribuzione parificata a quella dei funzionari, ma hanno ricevuto un’indennità ad personam di almeno 40 mila euro annui che portano i loro stipendi ai livelli di quelli dei dirigenti.

Buona lettura e a presto (tanto non finisce qui…),

LDG

Lo stipendio (basso) di @ignaziomarino

Nel giorno in cui si concretizza il passaggio di Gareth Bale dal Tottenham al Real Madrid per la modica cifra di 109 milioni di euro, a Roma impazza la polemica perché Ignazio Marino ha osato dire che 4500 euro al mese per il Sindaco di Roma sono pochi e che occorrerà riequilibrare gli stipendi delle cariche pubbliche. Dal punto di vista della comunicazione si tratta di uno dei primi scivoloni di Marino: è ovvio che dopo anni di ristrettezze e di crisi dire una cosa del genere crea polemiche e malcontento. Come è ovvio che l’opposizione lo prenda un po’ in giro perché “piange miseria”.

Dal punto di vista sostanziale, però, quello che dice il sindaco di Roma è a mio avviso ineccepibile. Prima di tutto va ricordato che non si tratta di uno stipendio, bensì di un’indennità e che, cioè, quella cifra non comprende contributi assistenziali e previdenziali perché non sono previsti. Inoltre, riguarda una carica che dura 5 anni (10 in caso di rielezione), non è un contratto a tempo indeterminato dunque. Ma soprattutto, come dice giustamente Marino, il sindaco di Roma “amministra bilanci miliardari e ha responsabilità enormi”, cosa che forse sta imparando a comprendere giorno per giorno (per un po’ l’ha fatta facile, diciamolo. Ora forse si sta accorgendo che la bacchetta magica non ce l’ha neanche lui…). Infine, Marino fa un discorso comparativo: è giusto che il sindaco di Roma guadagni meno della metà di un consigliere regionale del Lazio?

Questa polemica segue di pochi giorni un’altra, immancabile, sugli stipendi dei collaboratori del Sindaco. In particolare, ha “fatto scandalo” la retribuzione del capo ufficio stampa, reo di guadagnare 170 mila euro l’anno. Come al solito – a me è successo per 5 anni, ci sono diversi post in merito sul mio blog – le cifre sono interpretate in maniera “originale” e capziosa: il costo per l’amministrazione diventa lo stipendio lordo. E nella psiche rancorosa e livorosa di chi legge lo stipendio lordo diventa quello netto. Tanto per fare, per l’ennesima volta, chiarezza: i 170 mila euro di costo per l’amministrazione sono circa 130 mila lordi e circa 70 mila netti di stipendio. Fa una bella differenza.

Non sono stato tenero con Marino e i suoi fino ad ora, ma ho sempre cercato di basare le mie critiche su fatti, dati, documenti, non su opinioni.

Anche in questo caso, partendo dai numeri, dico la mia, a difesa della tesi di Ignazio Marino. Credo che l’onda “grillina” e anticasta che continua a sparare a zero contro tutti gli stipendi dei politici e tutte le spese in maniera indiscriminata stia rasentando il ridicolo. Anzi, per me ha già superato il ridicolo da un pezzo.

Ho lavorato gomito a gomito con Ministri, Deputati, Senatori e col Sindaco di Roma. E non c’è dubbio che quest’ultimo sia il ruolo più difficile e più impegnativo di tutti. Così come non c’è dubbio che avere ruoli apicali nella struttura di Roma Capitale non sia una passeggiata di salute. Le responsabilità sono enormi, la pressione politico-mediatica è costante, i ritmi di lavoro sono pressoché senza limiti (io ho finito il mio quinquennio da dirigente con 60 giorni di ferie non godute e 10 chili in meno sulla bilancia…). Sarei curioso di sapere quanti contestatori scandalizzati per l’indennità di Ignazio Marino pagano serenamente l’abbonamento a SKY o a Mediaset e si abbonano allo stadio per permettere a Totti di guadagnare in due giorni quanto guadagna Marino in un anno, ma sono pronti a prendersela quotidianamente con il sindaco per il cassonetto o una buca sotto casa.

Il mio suggerimento ad Ignazio Marino – dissi la stessa cosa a Gianni Alemanno – è di invitare tutti i cittadini “contestatori” a trascorrere una settimana da Sindaco di Roma. Sono sicuro che cambierebbero opinione e forse, dopo quell’assaggio, guarderebbero alla politica anche in modo diverso.

LDG

Una città a misura di #Marino

Non senza fatica, Ignazio Marino sta cercando di imporre la sua linea, di dettare l’agenda ai mass media, schivando – per ora relativamente bene – tutte le rogne annesse e connesse al ruolo di sindaco di Roma. La strategia è semplice ed evidente per chi “mastica” di comunicazione politica:

  • comunica quasi solo lui per tutta la Giunta;
  • cerca di lanciare un “effetto annuncio” al giorno;
  • usa i social network come fossero un megafono da cui proclamare slogan (e non per rispondere alle migliaia di sollecitazioni critiche che arrivano;  risponde solo quando si può rivendere qualcos’altro);
  • utilizza la comunicazione istituzionale di Roma Capitale al limite della propaganda (con siti gestiti dal suo spindoctor, infarciti quando possibile con suoi virgolettati enfatici e campagne borderline con la pubblicità ingannevole: “I fori diventano pedonali”…);
  • incarna uno stile di policy apparentemente molto netto basato su gesti simbolici di grande effetto, da “marziano” come gli piace sottolineare.

E allora, Marino:

  • “abolisce le auto blu” (non leggete Il Tempo di giovedì e venerdì scorsi però) con una memoria di Giunta – atto non vincolante – che in realtà ricorda solo che le “auto di servizio” sono “auto di servizio”;
  • “dice basta all’acqua nelle bottigliette” (notizia che meritò l’apertura di Repubblica Roma online);
  • “spegne l’aria condizionata dell’Aula Giulio Cesare” (ma pretende Mac e Iphone “aziendali” per sé e per il suo staff…cosa che ovviamente non leggerete da nessuna parte);
  • “si muove in bicicletta” (vedremo fino a quando…);
  • “pedonalizza (neanche per sogno…) via dei Fori Imperiali”;
  • “dona il sangue per salvare molte vite” (l’hanno fatto anche i predecessori, ma con molta meno pubblicità e stupore di cronisti e cittadini con memoria evidentemente riprogrammabile);
  • “sceglie i suoi collaboratori, i manager e la sua Giunta in maniera trasparente e sulla base del merito, selezionando i curricola” (12 assessori, 42 collaboratori e un Amministratore Delegato scelti senza vagliare alcun curriculum e senza alcuna procedura pubblica);
  • “promette a capo dell’Atac un esperto di mobilità” (Broggi non si è mai occupato di mobilità);
  • “azzera la consulenze esterne” (il 22 luglio c’era già un avviso pubblico per due consulenze, poi revocato perché…non servono più (!). Ottima capacità programmatoria).

Sorvolando su alcune promesse lanciate in campagna elettorale (tipo “un giardino pubblico ogni 400 metri” su cui mi sono espresso varie volte: 3213 nuovi giardini in 5 anni, senza considerare costi e tempi, fa quasi tenerezza…), funziona questa strategia? Funziona finché i mass media ti vengono dietro, finché decidono di non levarsi l’anello dal naso e di tornare al proprio ruolo di watchdog. In altri termini funziona fino a quando Roma sarà indiscutibilmente ed entusiasticamente una “città a misura di Marino”. A giudicare dai giorni post-pseudo pedonalizzazione dei Fori, però, qualcosa sembra essere cambiata. Anche Repubblica ha iniziato a titolare in maniera critica sull’operazione forse troppo di facciata. Difficile sostenere che i Fori siano pedonali quando passano 550 veicoli a motore ogni ora. Tutto ha un limite… C’è la reputazione del sindaco, ma anche quella dei mezzi di informazione da difendere.
E poi c’è l’enigma numero uno: quando finirà la “luna di miele” post elettorale riuscirà a governare una città complessa come Roma, peraltro senza un euro in bilancio, solo a colpi di effetti annuncio e di politiche simboliche? A partire da ottobre sarà sostenibile il traffico su via Labicana e su via Merulana? E sopratutto, sarà possibile fare il Sindaco di Roma pensando solo ai Fori Imperiali e senza uscire mai dal Centro Storico, evitando le polemiche sulle buche, sul traffico e sui mezzi pubblici che non funzionano, o sulla sicurezza e sul decoro, o ancora su eventuali aumenti della sosta a pagamento o delle addizionali IRPEF? Temo di no… E l’effetto boomerang potrebbe essere devastante. Forse conviene passare gradualmente dagli effetti annuncio provenienti direttamente da Marte a un’operazione verità molto umana, che abbassi le aspettative dei cittadini altrimenti il “botto” autunnale potrebbe davvero essere a mo’ di meteorite…

LDG

W i #Foripedonali

A parte la lettera impeccabile di ieri sera del Presidente Napolitano, tutti i TG a reti (quasi) unificate e pressoché tutti i quotidiani hanno osannato i fori pedonali, anche in virtù delle dichiarazioni in cui il Sindaco esplicitamente faceva riferimento alla pedonalizzazione partita ieri. Come è noto ai più informati sul progetto, di pedonale non c’è proprio nulla: trattasi di chiusura al traffico privato di circa 700 metri di strada. Per ora non cambia nulla né per i pedoni, né per i ciclisti. Ma siccome la campagna istituzionale (manco tanto) di Roma Capitale sfoggia in un inglese trendy un bel “just walk or bike it”, ci siamo tutti dotati di un bell’anello al naso e a mo’ di gregge pedonale ci siamo convinti che “sarà la passeggiata dei romani”…

Ovviamente, il mio auspicio è che da oggi nessuno pensi davvero di passeggiare serenamente su via dei Fori Imperiali perché essere investito da un autobus o da un pullman a due piani non deve essere una bella sensazione. Tuttavia, nella poco probabile ipotesi di sopravvivere, si potrebbe sempre fare un esposto all’Antitrust per “pubblicità ingannevole”, dato che la campagna istituzionale di Roma Capitale dice che “i Fori diventano pedonali”… e ha convinto mezzo mondo.

Ciò premesso faccio i miei complimenti a Ignazio Marino e al suo staff. La pervicacia con cui hanno insistito nell’utilizzo di questo termine improprio è riuscito a convincere (quasi) tutti. A me però l’anello al naso dà fastidio…I’m so sorry…

LDG

 

 

 

Consultazione online sui Fori: altri due piccoli “sforzi”

Come forse saprete, giovedì sono intervenuto, dapprima su Facebook, poi sul Messaggero per sollevare alcune problematiche di metodo relative alla consultazione online lanciata da Roma Capitale sul progetto di pedonalizzazione dei Fori Imperiali. Devo purtroppo tornarci su perché, nonostante sia stato apportato il correttivo più importante – ossia evitare che tutti possano votare all’infinito inserendo indirizzi email inventati – continuano a sussistere alcuni problemi rilevanti, oltre a quelli già segnalati nella mia intervista.

In primo luogo, per coloro che non sono identificati al portale istituzionale e che votano cliccando sull’apposito banner collocato in Home Page del portale, si richiede di fornire “nome”, “cognome”, “mail”, “città di residenza”, ma non è prevista alcuna informativa relativa al trattamento dei dati personali. Dimenticanza abbastanza grave, sia formalmente che sostanzialmente. Se le nuove email raccolte venissero usate dall’Amministrazione in futuro, si potrebbe incorrere in parecchi esposti al Garante…

In secondo luogo, non è mai specificato il termine della consultazione. Il che, come potete immaginare, costituisce un atto ben poco trasparente: se la consultazione dovesse avere un esito incerto, l’Amministrazione potrebbe decidere quando chiuderla arbitrariamente, registrando così il risultato che più le piace...

Restano inoltre in piedi, come detto, le osservazioni di metodo circa una domanda palesemente biased (ossia che prevede solo risposte positive sul progetto e dunque rischia di alterare la risposta alla domanda successiva) e circa la formula utilizzata per il ringraziamento finale, anch’essa non proprio neutra e istituzionale per essere a firma del Direttore del Dipartimento (e dunque di un manager, non di un politico): “Grazie per aver partecipato a questa consultazione tra i cittadini su un provvedimento che vuole liberare dal traffico e dall’inquinamento uno dei monumenti più importanti della nostra città“.

Sicuramente, alcuni tra coloro che leggeranno questo post – o che hanno già letto la “polemica” sui quotidiani – penseranno che il mio sia una sorta di attacco politico. Liberi di pensarlo, ovviamente. Tuttavia, mi pare più che evidente che siano invece elementari obiezioni di metodo, fatte da chi ha lanciato quelle consultazioni negli anni scorsi e che, per formazione e professione, un minimo di metodologia della ricerca sociale la “mastica”… Diciamo la verità, alla fine dei conti le mie “obiezioni” mirano a salvare l’iniziativa. Fosse stata la politica (che non è il mio mestiere) a muovermi, avrei atteso la pubblicazione dei risultati per “ammazzarne” l’esito… no?

LDG