I pro e i contro dell’Italicum

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Ora che l’italicum è stato approvato, possiamo tirare le somme e individuare i pro e i contro del nuovo meccanismo elettorale.

PRO

  1. Majority assuring

Come dice Matteo Renzi: “la sera delle elezioni sapremo chi avrà vinto. Chi avrà la maggioranza in Parlamento”. Vero, anche se in realtà questa novità si concretizzerà solo dopo la riforma del Senato, se andrà in porto. È il Senato che storicamente ha visto maggioranze “ballerine”, per via di un vincolo costituzionale. Infatti, alla Camera, anche il famigerato Porcellum garantiva una maggioranza certa alla coalizione (o al partito) vincente. E anche, prima, il Mattarellum. Per cui non è proprio una novità…In ogni caso, è bene che ciò sia stato mantenuto, grazie alla novità (questa si) dell’eventuale ballottaggio che serve a superare i rilievi della Consulta sull’entità del premio di maggioranza.

  1. Il premio di maggioranza al partito

E’ bene anche che si sia passati dal premio alla coalizione a quello al partito vincente. In un’ottica di riduzione del numero dei partiti e di maggiore governabilità questa novità è da considerarsi positiva. Ovviamente, tutto ciò dipende molto da come si strutturerà l’offerta politica. Tradotto: a sinistra c’è già un grande partito, a destra no. Se a destra, per ragioni tattiche, avremo un solo simbolo e una sola lista, ma fittizi, dopo le elezioni il numero dei partiti tornerà ad essere elevato. Esattamente come avvenne negli anni del Mattarellum. Prodi ha vinto elezioni con un solo simbolo, ma con 15 partiti in maggioranza…

  1. Il meccanismo di attribuzione dei seggi

Un’altra nota a favore è senz’altro quella di aver eliminato il cosiddetto “effetto flipper” nell’attribuzione dei seggi. Cioè, è stato modificato il rapporto tra vincolo territoriale e risultati dei partiti, che portava i partiti più piccoli a vedersi assegnati i seggi in collegi in cui non era detto che avessero ottenuto i migliori risultati. In pratica, si premiava il rapporto seggi/popolazione residente e si puniva il rendimento politico dei partiti. Ora non è più così, ed è un’altra novità positiva. Questo problema è ancora presente in altre leggi elettorali, quali quella per le europee dove, ad esempio, Lega Nord e NCD hanno ottenuto seggi in circoscrizioni in cui non sono andati benissimo, solo per ragioni di rappresentanza territoriale.

CONTRO

  1. La soglia di sbarramento al 3%

La soglia di sbarramento al 3% nazionale è troppo debole per fare efficacemente da filtro ai partiti minori. È una scelta contraddittoria rispetto al premio di maggioranza al primo partito. Dunque, una clausola aggiuntiva al sistema elettorale lavora per la riduzione del quadro partitico e l’altra no. Stando alla media dei sondaggi attuali, avremmo 7 partiti in Parlamento, salvo formazioni unitarie – al momento altamente improbabili – a destra.

  1. Le candidature multiple

Dall’effetto flipper dipendeva l’aver mantenuto le pluricandidature (ogni candidato può presentarsi al massimo in 10 collegi). Cioè, non sapendo con certezza dove sarebbero stati eletti, i leader dei partiti minori avrebbero potuto candidarsi in 10 collegi diversi, per poi optare eventualmente per un solo collegio. Ora che il vincolo territoriale (e il conseguente effetto flipper) è saltato, le pluricandidature si sarebbero potute evitare. Non è un grande spettacolo vedere accapigliarsi i candidati arrivati secondi in diversi collegi in attesa che il loro capolista scelga per quale collegio optare e far eleggere così un altro candidato del proprio partito. Così come non è un grande spettacolo vedere qualcuno che si presenta in 10 “territori” diversi. Il famoso “legame col territorio” che pretendiamo in un’ottica “maggioritaria” viene decisamente indebolito.

  1. Preferenze e capilista bloccati

Resto poco convinto sulla scelta finale. Il mix tra 100 capilista bloccati (per partito) e il resto eletti con le preferenze è un chiaro segnale di indecisione che “puzza” da lontano. Come dire, “noi leader di partito preferiremmo le liste bloccate, ma siccome per anni abbiamo contestato i nominati del Porcellum, abbiamo dovuto aprire, in parte, alle preferenze”. Queste ultime, peraltro, sono state “incriminate” delle peggiori nefandezze negli ultimi mesi (voto di scambio, incentivo alla corruzione, ecc.) proprio per rafforzare la scelta delle liste bloccate. Se è così però mi chiedo: come mai le preferenze sono il male assoluto quando si vota per il Parlamento e poi le utilizziamo per le europee, le regionali, le comunali e le circoscrizionali? Forse dovremmo iniziare a occuparci seriamente della selezione della classe dirigente da parte dei partiti, anziché prendercela di volta in volta con le preferenze e le liste bloccate.

  1. La parità di genere tra i candidati

A proposito di selezione della classe dirigente, una notazione sulla “parità di genere”, spesso sbandierata come un grande successo dall’attuale maggioranza: il numero di candidati complessivo di ciascun partito sarà perfettamente pari tra uomini e donne. Se la parità di genere è un principio positivo e irrinunciabile, è sicuramente un ottimo risultato. Personalmente, tuttavia, gradirei una rappresentanza di valore, a prescindere dal sesso. Meglio un uomo in più in Parlamento perché merita, che una donna in più perché donna.

  1. Il metodo della riforma

Il “contro” più importante di tutti, a mio avviso, resta legato al metodo in cui si fanno le riforme elettorali in questo paese. Se guardiamo alle altre democrazie consolidate, ci rendiamo conto che i loro sistemi elettorali sono stabili da decenni, se non da secoli, in alcuni casi. In Italia, la legge elettorale è sempre “in bilico” e questa è la sesta riforma in 90 anni, una ogni 15 anni in media. Ciò denota chiaramente che “non sappiamo dove vogliamo andare”, non abbiamo un modello di democrazia in mente tale da riflettersi anche nelle regole della competizione elettorale. Siamo stati proporzionalisti convinti in anni in cui era necessario esserlo (ma si arrivò comunque alla “legge truffa” in quegli stessi anni), maggioritaristi convinti nella prima fase della seconda Repubblica (Mattarellum) e maggioritaristi a metà in quest’ultima fase (Porcellum e Italicum). Questo andamento ondivago dipende dal fatto che la politica non si pone il problema di lungo periodo di come configurare l’assetto democratico del paese, bensì quello di breve periodo di come vincere le elezioni successive (o di come sopravvivere alle elezioni successive, nel caso dei partiti minori). Questa logica non porta a nulla, se non a riforme continue. Aspettiamoci che si riapra il dibattito elettorale immediatamente. Se mai si è chiuso. Resto convinto che l’unica riforma duratura può derivare da un’Assemblea costituente che lavori su indicazioni di massima dei partiti. E sono convinto che da un’ipotetica Assemblea costituente, oggi, al posto dell’Italicum avremmo un doppio turno di collegio, come in Francia…

LDG 

Berlusconi e il Mattarellum: qualcuno non ha capito

Oggi diversi articoli, in particolare Ugo Magri su La Stampa, riportano un’interpretazione a mio avviso errata della seguente frase di Berlusconi:

“Con il premio del 15% abbiamo la fiducia di conquistare da soli la maggioranza in Parlamento”.

Secondo Magri questo significa che a Berlusconi va bene anche il Mattarellum perché nella versione proposta da Renzi, anch’esso (come il modello spagnolo) prevede un premio del 15%. In realtà, a mio avviso, tale interpretazione è errata. Se Berlusconi davvero avesse qualche speranza di vincere preferirebbe il doppio turno di coalizione (Sindaco d’Italia) che garantisce il 60% di seggi e dunque una maggioranza certa (almeno alla Camera).

La verità è che Berlusconi ha due priorità in mente:

1. sa di perdere e pertanto spinge verso il modello che farebbe “non vincere” chi arriva primo.

2. vuole azzerare Alfano e NCD.

Queste due priorità portano verso il modello spagnolo. A meno che davvero, pur di ammazzare Alfano, non voglia andare “da solo” anche in caso si scelga il Mattarellum. In quel caso, da parte sua ci sarebbe un enorme errore prospettico.

Infatti, l’ultima volta che si è votato col Mattarellum, Forza Italia era primo partito nelle seguenti circoscrizioni:

Piemonte 2, Lombardia 1, Lombardia 2, Lombardia 3, Veneto 1, Veneto 2, Lazio 2, Abruzzo, Molise, Campania 1, Campania 2, Puglia, Sicilia 1, Sicilia 2 e Sardegna.

Nel 2013, il PDL (dunque prima della scissione con NCD) era primo partito nelle seguenti circoscrizioni:

Lazio 2, Campania 1, Campania 2, Puglia e Calabria.

E stiamo parlando di uno scenario pre-Renzi, pre-scissione con Alfano e pre-decadenza.

Se Berlusconi crede di poter vincere in numerosi collegi uninominali andando da solo vuol dire che ha perso del tutto lucidità e capacità di analisi. Più probabile che qualcuno abbia interpretato male quel 15% mettendoci dentro anche una preferenza per il Mattarellum che non sta né in cielo né in terra.

Ribadisco quanto detto ieri, per Silvio esiste solo lo spagnolo.

LDG

Perché Berlusconi preferisce il sistema spagnolo

Era nell’aria da tempo, ma pare che ieri Berlusconi abbia “confidato” a qualcuno dei suoi la sua preferenza per il sistema elettorale spagnolo rispetto al Mattarellum modificato e al doppio turno di coalizione (le altre due ipotesi sul tavolo). Non mi sorprende affatto questa preferenza in quanto va incontro ad almeno 3 (forse anche 4) ottime conseguenze per Silvio, vale a dire:

1. La più importante di tutte, farebbe fuori Alfano e i suoi, dimostrando ancora una volta che il centrodestra in Italia è LUI. Il perché è presto detto: con un sistema proporzionale con circoscrizioni di ampiezza 5 non c’è scampo per i partiti piccoli. A dire il vero neanche per i partiti “medi”In un sistema in cui 3 partiti sono sopra il 20%, i seggi li prenderebbero solo e soltanto loro. Nella mia simulazione di qualche giorno fa ho ipotizzato un sistema con ampiezza media da 5 seggi, che prevede tuttavia – come avviene in Spagna – anche circoscrizioni grandi (Roma, Napoli, Milano, Torino, ecc. le avevo considerate come una singola circoscrizione da 25, 19, 18 e 14 seggi), non a caso anche Scelta Civica con i numeri del 2013 avrebbe preso qualche seggio. Pare che la proposta sul tavolo sia invece da 5 seggi per tutte le circoscrizioni (esclusa Aosta, Isernia, Ogliastra, Medio Campidano mi auguro, essendo province con pochissimi abitanti). In quel caso davvero non c’è via di scampo per nessun “quarto” partito. Neanche per la Lega probabilmente che, specie se si mantiene l’ipotesi della soglia di sbarramento nazionale del 5%, rischia seriamente di restare fuori dal Parlamento. L’esito sarebbe totalmente tripartitico: ergo la Destra sarebbe solo LUI.

2. Ammazzando Alfano, sarebbe presumibile una crisi di governo, visto che è già abbastanza precario di suo questo governo…e dunque si avvicinerebbe la data del voto, come vuole Silvio.

3. Il sistema spagnolo, tra i 3 sul tavolo, è quello che meno di tutti assicura una maggioranza a chi vince. E dunque, lo scenario per Berlusconi sarebbe perfetto: Oggi i sondaggi danno Forza Italia almeno a -10% dal PD (in alcuni casi anche a -12/13%). Per vincere e governare, col sistema spagnolo, bisogna vincere almeno il 42% dei circa 540 seggi alla Camera assegnati senza premio (che sommati al premio del 15% farebbero sorpassare di poco i 316 seggi utili ad avere una maggioranza).  Non è detto che il PD di Renzi abbia questi numeri, nonostante l’effetto premiante per i grandi partiti generato dal sistema spagnolo. Al Senato poi, sarebbe come sempre un terno al lotto, perché i premi sarebbero regionali e dunque per avere una maggioranza certa Renzi dovrebbe vincere in quasi tutte le Regioni. Dunque, con una prospettiva che dà Forza Italia perdente, quale miglior sistema di uno che farebbe comunque “non vincere” il PD? E così, di fatto, cominciare ad ammazzare anche Renzi?

4. Se la sentenza della Consulta lo permetterà, il sistema spagnolo prevede liste bloccate. Per cui, dato che “decide Silvio” sempre e comunque, potrà scegliere a suo piacimento tutti i candidati nelle circoscrizioni, senza porsi problemi di rappresentatività, di “territorio”, di primarie, di preferenze e di tutte queste inutili complicazioni democratiche.

Sono 4 ottime ragioni, no? Anch’io al posto suo preferirei “lo spagnolo”. Al posto di chi decide le sorti di un paese e non di un partito (o forse di una persona) però propenderei per un altro. Magari uno che garantisca davvero maggioranze certe e che non lasci senza rappresentanza 1 italiano su 3 di quei 4 gatti che andranno a votare la prossima volta. Scusate il voluto gioco di parole…

LDG

 

Come sarebbero andate le elezioni col sistema “ispanico”

Renzi ha sintetizzato – più che posto sul tavolo – le tre ipotesi di riforma elettorale su cui pare possibile aprire una discussione in Parlamento:

1. Il Mattarellum rafforzato in senso maggioritario, ossia prevedendo una trasformazione del 25% di seggi che veniva assegnato mediante metodo proporzionale in un 15% di premio di maggioranza e in un 10% proporzionale a tutela delle minoranze (“diritto di tribuna”). Ipotesi molto a rischio dopo che la Corte Costutizionale ha ritenuto eccessivo il premio di maggioranza del porcellum. Non so quanto si possa accettare un sistema ad impianto maggioritario (che già di suo distorce l’esito a favore dei partiti più forti) ulteriormente rafforzato da un premio di maggioranza.

2. Il doppio turno di coalizione (impropriamente definito “sistema dei sindaci” dato che il sindaco è eletto direttamente, mentre il premier non si può eleggere direttamente in una repubblica parlamentare), ossia in realtà un “porcellum” modificato con l’attribuzione del premio di maggioranza a chi non raggiunge il 40% al primo turno, mediante un secondo turno di votazione. 

3. Il sistema spagnolo, ormai noto come “ispanico”, ossia un sistema proporzionale con circoscrizioni di ampiezza ridotta (vale a dire che assegnano pochi seggi), a favorire una “soglia di sbarramento implicita” e quindi un premio ai partiti più grandi. A rafforzare ulteriormente tale premio, Renzi propone una soglia di sbarramento nazionale “esplicita” del 5% e un premio di maggioranza (del 15%) al primo partito.

Quest’ultimo sistema pare piaccia a Verdini e a Forza Italia e sui giornali di oggi si legge di un Renzi particolarmente propenso verso l’ispanico. Tuttavia, tale sistema pone non pochi problemi.

Il primo è che, almeno in Spagna, prevede liste bloccate. Teoricamente le motivazioni della Consulta potrebbero far saltare tale ipotesi. Il secondo, più importante, è che col sistema tripolare attuale non garantirebbe alcuna maggioranza, neanche con gli accorgimenti proposti da Renzi.

A tale proposito, ho provato a simulare le elezioni del febbraio 2013 mediante il sistema spagnolo, dividendo l’Italia in circoscrizioni provinciali e inserendo sia la soglia di sbarramento nazionale del 5%, sia il premio di maggioranza (che ho ipotizzato di 90 seggi alla Camera, pari al 14,3%). A rafforzare ulteriormente i partiti più grandi, ho ridisegnato le circoscrizioni attribuendo loro un ampiezza media di 5 seggi, a fronte di un’ampiezza media in Spagna pari a 6,7 seggi.

Ecco il risultato:

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Il Movimento 5 Stelle che fu primo partito avrebbe ottenuto, con tutto il premio di 90 seggi, un totale di 269 seggi alla Camera. Ergo, sarebbe stato comunque molto lontano dalla maggioranza assoluta. La grande coalizione sarebbe stata in ogni caso indispensabile. 

Al Senato le cose sarebbero andate anche peggio, dato che i premi sarebbero regionali, per cui avremmo avuto premi diversi a seconda dei risultati regionali.

Certo questa simulazione sconta diverse cose:

1. E’ presumibile che un sistema del genere porterebbe ad aggregazioni più ampie (che poi però generano problemi quando tali coalizioni iniziano a governare).

2. I sondaggi di oggi danno in media un PD oltre il 30% e dunque più forte di circa 5-6 punti rispetto al M5S di febbraio scorso. Ma ci possiamo fidare dei sondaggi? E in ogni caso questo margine non basterebbe al Senato e forse neanche alla Camera.

Continuo a vedere un grande assente in queste discussioni sulla riforma elettorale: il “caso” Senato. Ci si scervella sul sistema ottimale, senza considerare che, col Senato eletto a base regionale e un sistema partitico tripolare, non c’è rimedio che tenga. Occorre mettere mano alla Costituzione e quantomeno cancellare la frase “è eletto su base regionale” dell’art. 57. Fatto ciò, possiamo dedicarci alla riforma che garantisca governabilità ed efficacia. Ma senza questa modifica, stiamo solo sprecando tempo e chiacchiere.

LDG

Legge elettorale, come siamo messi

Come ho detto in passato in un altro post, siamo l’unica democrazia consolidata in cui la legge elettorale è al vertice dell’agenda politica da decenni. La ragione è semplice: in altri paesi la si sceglie, in un’ottica di sistema e di lungo periodo, per stabilire le regole del gioco; da noi la si sceglie, di volta in volta, per capire se e quanto potrà aiutare (o danneggiare) un partito o una coalizione in termini di seggi. Come potete ben comprendere, i due punti di vista sono molto diversi tra loro. La conseguenza è che altrove c’è una continuità delle leggi elettorali in vigore, mentre da noi c’è una continuità delle riforme elettorali…

Passiamo ora al dibattito corrente, cercando di capire quali siano oggi le opzioni in campo. Allo stato, sembrano essere quattro:

1. La legge derivata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, ossia il Porcellum privato del premio di maggioranza e delle liste bloccate. Ciò significa che, in assenza di un intervento legislativo, si andrebbe a votare con un sistema proporzionale senza premi, che manterrebbe le soglie di sbarramento e introdurrebbe la preferenza unica.

2. Il ritorno del Mattarellum. Grillo e, per certi versi anche Renzi e Forza Italia, insistono per un ritorno al Mattarellum, ossia la legge elettorale utilizzata per le elezioni politiche del 1994, del 1996 e del 2001. Un sistema elettorale misto, che prevede l’assegnazione del 75% dei seggi mediante un sistema maggioritario a turno unico, in collegi uninominali e il restante 25% mediante un sistema proporzionale con liste bloccate.

3. Un Mattarellum modificato, attraverso la trasformazione del 25% di seggi attribuiti col proporzionale in un premio di maggioranza che assegnerebbe il 20% dei seggi alla coalizione (o al partito) più forte e il 5% alla coalizione (o al partito) che arriva seconda.

4. Il Doppio turno di coalizione – noto anche come bozza Violante-D’Alimonte – vale a dire un sistema che assegnerebbe un premio del 55% dei seggi alla coalizione (o al partito) che arriva prima, raggiungendo però almeno il 40% dei voti. Qualora nessuno raggiungesse tale percentuale al primo turno, ci sarebbe un secondo turno tra le prime due coalizioni (o partiti) per superare quella soglia. Prevede inoltre l’introduzione della doppia preferenza di genere al posto delle liste bloccate. Sarebbe in altri termini una correzione del Porcellum in grado di superare le recenti obiezioni della Consulta.

Fin qui, una minima descrizione delle opzioni in campo. Ma cosa succederebbe se si votasse oggi con una di quelle ipotesi in vigore?

L’ipotesi 1, ossia il proporzionale puro con soglie di sbarramento, garantirebbe l’assoluta certezza di ingovernabilità, dato che non avremmo alcuna maggioranza né alla Camera, né al Senato. Quella che vedete è una simulazione della composizione della Camera dei Deputati, sulla base dei risultati dello scorso febbraio:

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E di questi tempi sinceramente vedo molto male la riproposizione di un nuovo governo di larghe intese…Praticamente impossibile, anche perchè i numeri sarebbero molto diversi da quelli attuali. In pratica, 2 dei 3 grandi partiti (PD, Forza Italia e M5S) dovrebbero fare un governo insieme. Molto complicato…

Con l’ipotesi 2, ossia il Mattarellum nella versione “pura”, quella già utilizzata in passato, potremmo avere – ma non è detto – una maggioranza alla Camera, mentre sicuramente non avremmo alcuna maggioranza al Senato. Per questa ragione, trovo quantomeno curioso che tanto Renzi, quanto Grillo e diversi esponenti di Forza Italia si stiano “lanciando” per tornare al Mattarellum, sapendo che sarebbero poi costretti a inventarsi un governo molto, ma molto, più “inciucista” del governo Letta.

L’ipotesi 3, vale a dire il Mattarellum “dopato” garantirebbe senz’altro una maggioranza alla Camera e una possibile – ma non certa – maggioranza al Senato.

Idem per l’ipotesi 4, vale a dire il doppio turno di coalizione.

La ragione per cui anche le ipotesi 3 e 4 non ci possono dare garanzie certe sul Senato è sempre la stessa e vi rimando a questo mio post di gennaio per approfondirla.

Tirando le fila: se si va a votare con l’ipotesi 1 o 2, siamo fregati. E’ del tutto inutile, anzi controproducente. Perderemmo tempo, bruceremmo 400 milioni di euro per votare, non avremmo alcuna maggioranza dopo le elezioni, dovremmo eleggere anche un nuovo Presidente della Repubblica e rischieremmo di arrivare al semestre di Presidenza UE senza governo, oltre che senza alcun dossier preparato adeguatamente. Sarebbe un’ecatombe.

Se si va a votare con le ipotesi 3 e 4, mettendo mano alla Costituzione (abolendo il Senato, oppure privandolo della funzione di attribuire la fiducia al governo, o anche semplicemente eliminando la formula “è eletto su base regionale” dalla Carta Costituzionale), allora avremo maggioranze certe.

Ma questo significa dover fare una riforma elettorale e una costituzionale. Avranno la pazienza di attendere Berlusconi, Grillo e Renzi? O preferiranno spingere per votare – inutilmente – di corsa?

LDG

Consulta: senza via di scampo?

Da ciò che trapela sulla sentenza della Corte Costituzionale – aspettando le motivazioni che argomenteranno meglio le decisioni prese ieri – siamo di fronte a un verdetto molto particolare. Personalmente, lo anticipo, è una sentenza che mi lascia molto perplesso. Non tanto per la sostanza, tutt’Italia era contro le liste bloccate e un premio di maggioranza senza soglie minime per ottenerlo. E dunque la Corte ha di fatto sostituito i partiti e ha fatto fuori i più importanti “indiziati” del Porcellum.

Sono perplesso, piuttosto, per un’altra cosa, semplice quanto radicale. E cioè, se la Consulta ha davvero ritenuto incostituzionali le liste bloccate “nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza” e dunque perché impediscono la libertà di scelta dell’elettore, a mio avviso siamo di fronte a una forzatura enorme. E ciò per due ragioni.

La prima è che l’elettore, anche in presenza di liste bloccate è libero di:

1. Votare;

2. Non votare;

3. Votare scheda bianca;

4. Votare scheda nulla;

5. Votare per un partito.

Dunque, ha la possibilità di scegliere tra 5 azioni diverse. E, se decide di dare un voto valido, in Italia ha una scelta mediamente molto, ma molto ampia tra i partiti ammessi alle elezioni.
Se accettiamo la tesi per cui l’elettore dovrebbe avere libertà di scelta anche tra i candidati all’interno dei partiti (che ripeto è già una forzatura: una democrazia è tale se c’è una libera competizione tra partiti, a prescindere da come si presentano e si selezionano i candidati) come sembra emergere dalla sentenza della Corte, beh a mio avviso siamo di fronte a un bel problema, un problemone direi. E siamo alla seconda ragione per cui parlo di forzatura.

Di fatto la Corte sembra imporre un sistema proporzionale con voto di preferenza e non lasciare alcuna possibilità ad ipotesi alternative… Se, infatti, vale la logica per cui l’elettore debba disporre di più candidati (all’interno dello stesso partito) a cui poter dare il proprio voto, diventano incostituzionali, oltre alle formule proporzionali con liste bloccate, anche tutte le formule maggioritarie, a uno o due turni, con collegi uninominali. E ciò per la semplice ragione che anche in quel caso l’elettore non avrebbe scelta: un candidato per ogni partito, scelto dal partito. La sua scelta sarebbe ancor meno libera che nel porcellum, per intenderci

Dunque, nessun sistema maggioritario e nessun sistema proporzionale con liste bloccate perché incostituzionali: resta come unica ipotesi residuale una formula proporzionale che permetta l’espressione di voti di preferenza. In pratica, mi chiedo: in nome della libertà di scelta dell’elettore la Corte ha azzerato la libertà di scelta del Parlamento? E soprattutto: come dovremmo superare i ben noti problemi di governabilità, adottando una legge proporzionale ma senza la possibilità di “alterarla” mediante un premio di maggiranza sostanzioso (incostituzionale anche quello)?

Attendo le motivazioni della sentenza, fiducioso che nei meandri della dottrina costituzionale i 9 componenti che hanno votato per l’incostituzionalità delle liste bloccate abbiano trovato una risposta anche al mio atroce dubbio…

LDG

P.S. In diversi paesi democratici in cui si adotta un sistema elettorale con formula proporzionale, tipo Germania, Spagna, Israele o Portogallo ad esempio, le liste sono bloccate (come nel porcellum) e nessuno si sogna di dichiararle incostituzionali. Ricordo anche che le preferenze nel ’92 simboleggiavano il “demone” del voto di scambio e della corruzione e, di recente, alle elezioni regionali hanno generato discreti “mostri” oggi (quasi) tutti alle prese coi tribunali…

Perché siamo “Senato dipendenti”

Italiano: Roma - Palazzo Madama (Senato)

 

Ogni volta che si avvicina il momento elettorale ci si pone il solito quesito: ci sarà una maggioranza stabile al Senato? Cosa avrà di così perverso questo Senato? Come mai, almeno dal 2006, viene tirato per la giacchetta come principale responsabile della scarsa governabilità del paese, in combutta con il famigerato porcellum?

Le ragioni sono almeno due, una delle quali è a tutti nota, ossia appunto la legge elettorale del 2005. Tuttavia, occorre subito precisare che c’è un problemino ancora più in alto rispetto alla legge elettorale. Tutti i detrattori del porcellum e del suo ideatore, infatti, dimenticano che lo stesso Calderoli tentò, per ovviare al problema della maggioranza ballerina al Senato, di inserire nel disegno di legge del 2005 il premio di maggioranza calcolato su base nazionale sia alla Camera che al Senato. Nel corso dell’iter legis, però, su pressione dell’opposizione e sulla base di indiscrezioni provenienti dal Quirinale, si decise di modificare il testo inserendo i premi di maggioranza calcolati su base regionale per il Senato. Il perchè è presto detto. L’art. 57 della Costituzione recita: “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero”. Questa potenziale pregiudiziale di incostituzionalità fece fare marcia indietro a Calderoli, il quale tornò sui suoi passi e decise dunque l’attribuzione di premi su base regionale. Questo comporta la grande differenza tra Camera e Senato, nel senso che alla Camera la coalizione che raggiunge il maggior numero di voti su base nazionale ottiene automaticamente il 55% dei seggi (340 su 618, sono esclusi i 12 seggi attribuiti dalla Circoscrizione Estero), mentre al Senato per avere un risultato simile occorre vincere in tutte le Regioni. Ma c’è un problema in più. Il Senato assegna 309 seggi (sempre esclusi i 6 della Circoscrizione Estero) per cui, anche ottenendo il 55% dei seggi in tutte le Regioni, il margine rispetto alla minoranza sarà comunque ridotto rispetto al margine ottenibile alla Camera. Facciamo un esempio numerico. Se una coalizione vince alla Camera e in tutte le circoscrizioni regionali al Senato ottiene 340 seggi alla Camera e 177 al Senato (ipotizzando che vinca anche l’unico seggio della Valle d’Aosta e 4 dei 7 seggi attribuiti con formula maggioritaria in Trentino Alto Adige). Ciò significa che alla Camera le opposizioni avranno 278 seggi e al Senato 132.  Dunque, la differenza in termini di seggi tra maggioranza e minoranze, alla Camera sarà di 62 mentre al Senato sarà di 45.

Dunque, ricapitolando, il Senato ha due caratteristiche che lo rendono storicamente e strutturalmente più avvezzo a maggioranze risicate o ballerine, entrambe di rilevanza costituzionale: l’elezione “su base regionale” e il numero dei Senatori che è pari alla metà del numero dei Deputati. Non a caso, anche con i sistemi elettorali precedenti al porcellum la distribuzione dei seggi al Senato era comunque più a rischio per le maggioranze. Nel 1994, la maggioranza di centrodestra al Senato non arrivò alla soglia fatidica dei 158. Nel 1996, la coalizione di centrosinistra arrivò a 167 seggi, solo 9 in più rispetto alla maggioranza. Nel 2001 il centrodestra arrivò a 177 seggi, a fronte di ben 368 seggi alla Camera. Ciò dimostra che, anche prima del Porcellum, il Senato presentava le medesime difficoltà, in alcuni casi superate – come nel 2001 – grazie ai collegi uninominali previsti dal Mattarellum (che tuttavia compensava con il 25% di seggi proporzionali e con il meccanismo dello scorporo sul quale non entro per non incrementare ulteriormente i tecnicismi).

Come si esce da questa impasse per cui ogni maggioranza è “Senato dipendente”? Ovviamente se ne può uscire modificando la legge elettorale, ma i due problemi appena illustrati potrebbero restare in piedi. Dunque, sarebbe più opportuno intervenire sul fronte costituzionale con due ipotesi:

1. ipotesi minima: sostituire la formula dell’art.57 per cui il Senato è eletto su base regionale e permettere dunque un calcolo sul base nazionale.

2. ipotesi più impegnativa: modificare il bicameralismo perfetto (che ormai vige quasi esclusivamente in Italia) e lasciare la verifica della fiducia alla sola Camera dei Deputati.

Vediamo se la prossima Legislatura sarà in grado di fare almeno queste piccole, ma decisive, riforme.

LDG