Questa fu LA telefonata di #Berlusconi

Sta destando scalpore e “rumore” una telefonata “rubata” in cui Berlusconi fa congetture delle sue su Napolitano.

Ma, dopo che nel 2009, da Presidente del Consiglio (non da Senatore “semplice”), arrivò a sostenere in diretta TV (dunque in pubblico) che il Presidente della Repubblica (organo di garanzia) non aveva interferito a suo favore sulla Corte Costituzionale (altro organo di garanzia) relativamente al Lodo Alfano…Ci possiamo scandalizzare per questa telefonata rubata?

Per chi volesse rinfrescarsi la memoria, clicchi quaggiù…

Porta a Porta Chiamata di Berlusconi da Vespa “No al Lodo Alfano” 09 10 09 – YouTube.

W i #Foripedonali

A parte la lettera impeccabile di ieri sera del Presidente Napolitano, tutti i TG a reti (quasi) unificate e pressoché tutti i quotidiani hanno osannato i fori pedonali, anche in virtù delle dichiarazioni in cui il Sindaco esplicitamente faceva riferimento alla pedonalizzazione partita ieri. Come è noto ai più informati sul progetto, di pedonale non c’è proprio nulla: trattasi di chiusura al traffico privato di circa 700 metri di strada. Per ora non cambia nulla né per i pedoni, né per i ciclisti. Ma siccome la campagna istituzionale (manco tanto) di Roma Capitale sfoggia in un inglese trendy un bel “just walk or bike it”, ci siamo tutti dotati di un bell’anello al naso e a mo’ di gregge pedonale ci siamo convinti che “sarà la passeggiata dei romani”…

Ovviamente, il mio auspicio è che da oggi nessuno pensi davvero di passeggiare serenamente su via dei Fori Imperiali perché essere investito da un autobus o da un pullman a due piani non deve essere una bella sensazione. Tuttavia, nella poco probabile ipotesi di sopravvivere, si potrebbe sempre fare un esposto all’Antitrust per “pubblicità ingannevole”, dato che la campagna istituzionale di Roma Capitale dice che “i Fori diventano pedonali”… e ha convinto mezzo mondo.

Ciò premesso faccio i miei complimenti a Ignazio Marino e al suo staff. La pervicacia con cui hanno insistito nell’utilizzo di questo termine improprio è riuscito a convincere (quasi) tutti. A me però l’anello al naso dà fastidio…I’m so sorry…

LDG

 

 

 

No, Grazia.

Ieri ho scritto un post sul PDL al bivio, per sottolineare come questa fase politica convulsa rischi di sfociare in atteggiamenti e comportamenti borderline con l’eversione. Perché ritengo evidente che mettere seriamente in discussione tre gradi di giudizio della magistratura significhi di fatto delegittimare per intero il nostro ordinamento, il nostro stato di diritto.

Ieri sera, a queste ipotesi teoriche, si è aggiunta la questione della grazia che Brunetta e Schifani vorrebbero chiedere a Napolitano per salvare Berlusconi da questa sentenza a dir loro ad personam e riportare così alla pari le forze politiche in campo.

Lo sappiamo bene – sono 20 anni ormai che lo sappiamo – che da una parte c’è chi ritiene che Silvio sia un perseguitato da una magistratura politicizzata che vuole estrometterlo dalla scena politica e dall’altra c’è chi lo ritiene, alla pari degli altri cittadini, un individuo non al di sopra della legge e che dunque interpreta questa sentenza “semplicemente” come una sentenza di un organo indipendente.

Queste due posizioni oggi sono al limite, la loro polarizzazione si è inevitabilmente radicalizzata ora che è arrivata la prima condanna definitiva. Tuttavia, come dicevo già ieri, la condanna definitiva sposta il livello del contendere fino a raggiungere le fondamenta del nostro Stato, della nostra democrazia.Proprio per tale ragione, ritengo la richiesta della grazia assolutamente irricevibile da parte di Napolitano. Non solo per ragioni procedurali – non sta a Brunetta e Schifani richiederla ed è previsto un iter lungo e dettagliato che non passa per un appuntamento al Quirinale – quanto per ragioni sostanziali di cultura istituzionale e di legittimazione dello Stato. Se, infatti, Napolitano graziasse Berlusconi, di fatto sarebbe un capo di Stato, garante dell’unità nazionale – peraltro anche presidente del CSM – che con un colpo di spugna fa fuori tre gradi di giudizio della magistratura e dunque delegittima agli occhi della comunità nazionale l’intero potere giudiziario, il senso delle regole (che già è molto precario in Italia), l’uguaglianza formale dei cittadini davanti alla legge,  e indirettamente tutto il nostro ordinamento statuale.

Eppure è proprio invocando la democrazia che parte del PDL sta affilando le armi, sostenendo che questa sentenza ad personam colpisce il leader di 10 milioni di italiani. Il problema a questo punto è definitorio, concettuale. La democrazia dei moderni – la nostra – è governo del popolo, certo. Ma tutti gli studiosi occidentali più illustri, da Schumpeter a Sartori, sottolineano giustamente che la democrazia va definita ribaltando l’ottica classica che parte dal significato etimologico di “governo del popolo”, una definizione che ha sempre creato – secondo Schumpeter – problemi di operazionalizzazione del concetto. Il problema apparentemente si potrebbe risolvere “con relativa facilità se fossimo disposti a rinunciare all’idea di un “governo di popolo” e a sostituire quella di un “governo approvato dal popolo”. Questa definizione sembra godere a proprio vantaggio di tutti gli argomenti possibili. E tuttavia, non possiamo accettarla. La storia abbonda di autocrazie dei gratia o dittatoriali, di monarchie di tipo non-autocratico, di oligarchie aristocratiche e plutocratiche che ottennero normalmente l’appoggio totale e spesso entusiastico di una maggioranza schiacciante del popolo” (Schumpeter). In altri termini, se basiamo la definizione di “democrazia” solo sulla legittimazione popolare di un leader, o di un’élite al potere, facciamo diventare democratici anche tutti i regimi autoritari e totalitari che dovessero nascere sull’onda del consenso (vedi Hitler e Mussolini ad esempio).

Non è un caso che l’art. 1 della nostra Costituzione afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La democrazia ha bisogno di regole fondanti, sono quelle che fanno la differenza. E le regole devono essere accettate da tutti, altrimenti si diventa anti-sistema, eversivi appunto. Sempre Schumpeter sostiene che “il metodo democratico può funzionare senza attriti solo se tutti i gruppi che veramente contano in una nazione sono disposti ad accettare qualunque provvedimento legislativo  e tutti gli ordini esecutivi emessi da autorità giuridicamente competenti. Il governo democratico funziona in modo soddisfacente solo se tutti gli interessi importanti sono praticamente unanimi nell’attaccamento non soltanto al paese, ma anche ai princìpi strutturali della società. Ogni qualvolta tali princìpi sono revocati in dubbio o sorgono problemi da cui la nazione è divisa in campi ostili, la democrazia funziona in svantaggio. E può addirittura cessar di funzionare quando siano in gioco interessi e ideali intorno a cui il popolo rifiuta di scendere a patti”.

Ecco qual è il rischio che si corre tirando troppo la corda. Che si sgretoli il collante, l’humus democratico che tiene in piedi la nostra casa comune. Ed ecco perché trovo grottesco il solo pensare alla richiesta di grazia per Berlusconi, che chiuderebbe (?) 20 anni di battaglia politico-istituzionale, salvando una persona e sgretolando le colonne portanti dello Stato e della comunità nazionale. Anche se quella persona dovesse avere il consenso di 30 milioni di italiani, la Cassazione è “Cassazione”. Altrimenti si rimette in gioco tutto, ma proprio tutto…
LDG

Tra i due comunisti, il Caimano gode

Le elezioni del 26-27 febbraio avevano decretato un vincitore assoluto (Beppe Grillo), un vincitore relativo (Silvio Berlusconi) – che nonostante la perdita di 6 milioni di voti rispetto al 2008 è andato vicinissimo alla vittoria – e uno sconfitto (Pierluigi Bersani) – anzi uno che ha “non vinto”. Tuttavia, il vero capolavoro del “non vincitore” Bersani e della classe dirigente del partito democratico doveva ancora arrivare. Aver perso tra i 10 e i 12 punti percentuali in 3 mesi (a dicembre 2012 il PD viaggiava sopra il 30% e il PDL intorno al 14%) è niente in confronto a ciò che è successo dopo, tra i tentativi di formare il governo di minoranza (o della “non sfiducia”) e l’ecatombe verificatasi negli ultimi 4 giorni per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Dopo quasi due mesi di inseguimento inutile ai grillini – con tanto di insulti e dirette streaming poco edificanti – Bersani e i suoi decidono, nel corso di una drammatica assemblea, di virare la rotta di 180° e di proporre per il Quirinale il candidato più gradito al centrodestra all’interno di una rosa di cinque nomi, Franco Marini. Il cambio repentino di rotta non va giù a una bella fetta del partito, anche – ma non solo – per le modalità con cui è stata messa in opera. L’assemblea – e ancor di più ciò che accadeva fuori dall’assemblea – aveva fatto intuire ciò che sarebbe successo il giorno dopo in Parlamento, ma la realtà ha superato la fantasia: il centrodestra ha votato compatto Marini, mentre il centrosinistra si è spaccato con Vendola e i suoi che hanno votato per Rodotà e il PD che si è rilevato pieno zeppo di franchi tiratori (alcuni dichiarati, vedi i “renziani”) per “ammazzare” la candidatura votata a maggioranza dall’assemblea della sera prima.

Lo schiaffone arriva duro, tocca correre ai ripari: basta inseguire Grillo e dunque no a Rodotà – altro candidato col DNA di centrosinistra – basta inseguire Berlusconi, nonostante Marini sia uno dei fondatori del PD; meglio fare un nome che compatti il partito: Romano Prodi, l’uomo dell’Ulivo, dell’Unione e che ha dato i natali al Partito Democratico. Scelta approvata per acclamazione in assemblea e puntualmente impallinata nuovamente all’atto del voto segreto da circa 100 rappresentanti del partito di Bersani.

A quel punto, la coalizione maggioritaria non aveva più nomi possibili, li avrebbe bruciati tutti..Erano rimaste due sole alternative: convergere su Rodotà, in netto ritardo e comunque col rischio di bruciare anche lui e di aprire un nuovo fronte con Grillo e la sua comprovata inattendibilità come partner di un eventuale maggioranza; provare a convincere Napolitano a farsi rieleggere per mettere una toppa a questo enorme pasticcio. E’ andata in porto la seconda opzione, col paradosso che nel corso dell’ultima votazione abbiamo avuto un ballottaggio tra due comunisti storici e autentici – Napolitano e Rodotà – e un solo vero vincitore, l’anticomunista per definizione, colui che votò contro Napolitano 7 anni fa e che oggi può brindare a suon di sondaggi trionfanti di aver tritato il suo principale avversario politico: Silvio Berlusconi.

Risultato: oggi il PDL è nettamente il primo partito nei sondaggi e il PD – per dirla à la Bersani – è un “non partito”…

 

LDG

La politica tornerà…

Tra tecnocrazia, sofocrazia (governo dei saggi) e antipolitica è un anno e mezzo che la nostra democrazia fatica a ridare centralità alla politica. Certo, l’ultimo voto non ha aiutato, col paese diviso in tre che – anche, ma non solo, a causa del porcellum – non è riuscito a garantire alcuna maggioranza al Senato e nessuna ipotesi di accordo. A mo’ di roulette messicana, con tutti i partiti e le coalizioni l’un contro l’altro armati senza mollare di un centimetro. Per Grillo nessuna fiducia agli “zombie”. Per Bersani nessun governo con gli “impresentabili” del pdl. Risultato: Napolitano ha prorogato il governo Monti, nominando nel contempo 10 saggi istituzionali/economici per stilare un’agenda il più possibile condivisa. Dunque, tecnici al governo, saggi al lavoro e politica ancora sospesa… Ma quanto durerà questa sospensione della e dalla politica che va avanti di fatto dal 2011? A mio avviso durerà poco e per fortuna aggiungo. La classe politica della seconda repubblica ha enormi responsabilità per lo tsunami che si è abbattuto alle urne e per i rimedi-tampone, tecnocratici e sofocratici, che Napolitano si è dovuto inventare di volta in volta. Ma pian piano, questa fase imploderà perché ne imploderanno i prerequisiti. Il governo tecnico è uscito con le ossa rotte, tra aspettative deluse e indicatori mecroeconomici disastrosi. Grillo e i suoi, dopo l’exploit elettorale, stanno perdendo due punti a settimana stando ai sondaggi più recenti, sulla scia di un atteggiamento “irresponsabile”, spocchioso e arrogante, e di evidenti contraddizioni e limiti: streaming solo quando vogliono loro; il mantra della trasparenza ben oltre il dovuto e il lecito, anche in democrazia; un ceto parlamentare decisamente poco attrezzato e succube della diarchia Grillo-Casaleggio che continua a dettare la linea tra una parolaccia e una proposta populistica.

Non può durare. La politica tornerà. E tornerà la politica di professione, quella “normale” in una democrazia contemporanea. Non ci si improvvisa politici o parlamentari. Non esistono partiti o movimenti senza organizzazione interna. Non esiste trasparenza sempre e ovunque, pena la stabilità di un sistema politico e pena dirette straming imbarazzanti come quella di Bersani-Crimi/Lombardo, che era tutto fuorché un incontro sincero e trasparente: i sociologi lo chiamano “paradosso dell’osservatore”, chi sa di essere osservato non si comporta spontaneamente…ergo più reality che realtà.

Deve tornare la politica e deve tornare più forte di prima. Più forte dell’antipolitica, più forte del populismo e dei sondaggi, più forte della finanza e delle organizzazioni internazionali. Ma per farlo, ormai è evidente, serve un profondo cambiamento, una vera e propria rigenerazione. Serve una politica per vocazione e competenza (politik als beruf, diceva Max Weber, ossia politica come professione e vocazione), che intenda il ruolo con grande spirito di servizio e nell’interesse della nazione. Chi continuerà a farla per arricchirsi o per la brama di potere, sarà sempre e comunque l’artefice, se va bene, di un grillismo di ritorno, se va male di una rivolta del popolo. Fin qui, tutto sommato, c’è andata bene…

LDG

Spread e politica, D’Alema attacca – [ Il Foglio.it › La giornata ]

“Le forze della reazione si sono scatenate, la riforma della legge elettorale è a un passo e chi la teme – e teme le urne anticipate – ora viene fuori allo scoperto forte dello spread sopra quota 530 punti che diventa una leva per scardinare il fragile meccanismo messo in moto al Quirinale”.

Leggi su:

Spread e politica, D’Alema attacca – [ Il Foglio.it › La giornata ].

Il punto sulla riforma elettorale e i “proiettili a salve” di Grillo

Dunque, dopo l’ennesimo monito di Napolitano la riforma elettorale sta approdando in Parlamento – al Senato per l’esattezza.

Il balletto delle proposte è stato davvero notevole. Si è partiti dal modello tedesco, un sistema proporzionale negli esiti, ma misto nell’utilizzo delle formule (50% maggioritaria, 50% proporzionale) e con soglia di sbarramento. Poi si è deciso di ibridarlo con un tocco di ispanità, ossia intervenendo su quel 50% di seggi attribuiti col sistema proporzionale riducendo l’ampiezza delle circoscrizioni per far sì che fossero penalizzati i partiti piccoli e sovrarappresentati i partiti maggiori. Poi…questa ipotesi è sparita del tutto e si è affacciato prepotentemente il doppio turno – anche sull’onda delle elezioni in Francia – che piace al PD, ma non piace all’UDC e neanche al PDL se non associato alla riforma della forma di governo in senso semipresidenziale. Infine, un paio di settimane fa è stato il turno del cosiddetto “provincellum”, ossia un sistema proporzionale con liste bloccate (si diceva per 1/3 dei seggi) e collegi uninominali anch’essi però con attribuzione dei seggi mediante metodo proporzionale – una particolarità tutta italiana quest’ultima, utilizzata nel sistema elettorale delle Province.

Oggi la situazione sembra più ingarbugliata che mai. Ieri il PDL ha fatto sapere che propende per un sistema proporzionale con soglia di sbarramento, premio di maggioranza al primo partito e attribuzione delle preferenze. Un’ipotesi che pare gradita anche all’UDC, mentre il PD è tornato – almeno stando alle parole del suo Segretario – ad arroccarsi sul doppio turno. Doppio turno che potrebbe prevalere a questo punto solo nel caso in cui si procedesse anche con la modifica costituzionale della forma di governo in senso semipresidenzialista, ipotesi altamente improbabile.

Dunque, ricapitolando, la buona notizia è che finalmente si discuterà di riforma elettorale nella sua sede naturale, ossia in Parlamento anziché in incontri semiclandestini tra gli esperti, gli sherpa e i segretari dei partiti attualmente in maggioranza. La brutta notizia è che siamo all’anno zero…L’accordo sembra essere lontanissimo.

Intanto Beppe Grillo, forse preoccupato dalla stagnazione/recessione dei consensi al Movimento 5 Stelle ha ripreso a sparare: ”L’attuale fregola per modificare la legge elettorale deriva dalla paura di mollare le poltrone, e forse anche il governo. Con il ”porcellum’, del quale per tutta una legislatura non e’ fregato nulla a nessuno, il M5S potrebbe ottenere il premio di maggioranza”. Spara a salve – per ottenere il premio di maggioranza col porcellum dovrebbe battere tutti gli altri partiti e tutte le eventuali coalizioni – ma intanto spara…magari nella “palude” altrui riesce a pescare qualche altro simpatizzante…