Se la Panda ha come proprietario un Mulo.

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Il Panda-Gate iniziò subito, fu quasi simultaneo all’elezione di Ignazio Marino. Il quale, dimessosi da Senatore, ha continuato a parcheggiare la sua utilitaria negli spazi concessi al Senato della Repubblica. Ma allora la “luna di miele” era appena iniziata, il marziano aveva il vento in poppa, e nessuno fece caso a questo privilegio alquanto “fastidioso”, per quanto riconosciutogli dal Prefetto. Dopo oltre un anno dalla sua elezione, però, quei rompiscatole del NCD romano hanno deciso di tornare sull’argomento, con tanto di flashmob e video virali che hanno risollevato il caso. Pochi giorni dopo, giustamente, il privilegio (durato fin troppo) è stato spazzato via. Ma dietro a quella rampante Panda “rosso Ferrari” si nascondeva ben altro…Già, perché quando era parcheggiata abusava degli spazi del Senato, quando era in movimento abusava di un permesso per la ZTL non rinnovato. E oggi, a quanto pare, risulta parcheggiata da giorni in divieto di sosta (altre rogne in arrivo). Una specie di simbolo del male. Non a caso, qualcuno su Twitter ha suggerito a Marino di metterla in vendita su subito.it.

E sono così sbucate 9 multe non pagate per attraversamento varchi ZTL. Anzi 4 mai notificate, altre 4 sparite nel nulla. Dell’ultima non abbiamo notizia perché il ritrovamento è troppo “fresco”. Il problema di queste multe non è solo di immagine (un Sindaco che non paga le multe nella sua città è abbastanza grave e fa abbastanza incazzare chi le paga. L’exemplum…), ma addirittura di decadenza per legge, in quanto un Sindaco non può avere pendenze con il Comune che amministra.

Dunque, il Panda-Gate diventa inevitabilmente un problema serio. Nulla, però, in confronto a ciò che è diventato dopo che il Sindaco “de’ coccio” ha deciso, come sempre, di andare avanti come un mulo nella difesa della sua posizione di infallibile Dr. House. Lui non sbaglia MAI, ergo le multe non le paga. E allora si è avvitato in una spirale di brutte figure e di fughe da giornalisti e contestatori che è culminata in una denuncia ai Carabinieri per hackeraggio perché qualcuno del suo “cerchio magico (?)” gli ha portato due stampate diverse in cui compare e scompare il suo permesso retroattivo (fattispecie che non esiste, come documentato dagli addetti ai lavori). Per poi scoprire che le due stampate derivano da come si imposta la query, ossia da quali filtri di ricerca si inseriscono nel modulo dell’Agenzia della Mobilità… Roba da cabaret, non da Carabinieri.

Il problema, che non riguarda solo Marino, ma che con Ignazio raggiunge il suo acme, è che spesso la strada virtuosa da seguire per mettere a tacere le polemiche e addirittura ribaltare il clima d’opinione, è la più semplice. Non serve lambiccarsi immaginando chissà quali strategie che spesso finiscono per peggiorare le cose, prolungando l’agonia. Se il Sindaco avesse detto: “Chiedo scusa alle romane e ai romani (formula politically correct immancabile che “je piace tanto”), ma pur avendo diritto al permesso ho dimenticato di rinnovarlo (oppure “ci siamo dimenticati il rinnovo d’ufficio”). Pagherò immediatamente le multe”, avrebbe chiuso la vicenda in pochi minuti, ne sarebbe venuto fuori elegantemente e avrebbe anche potuto rinfacciare all’opposizione di essere “senza altri argomenti”.

E invece…ne è venuto fuori un triplo salto mortale carpiato, conclusosi ieri sera con una formula terrificante: “attacco politico nato da una mera dimenticanza degli uffici competenti”. Tradotto: “io ho diritto alla ZTL, non pagherò mai quelle multe, mi invento il permesso retroattivo e anche se guidava qualcun altro me ne frego del danno erariale che causo al mio Comune; tutto questo è una montatura bella e buona e se proprio qualcuno ha sbagliato è qualche burocrate fannullone…non certo io, che non sbaglio MAI”.

Ecco, come dire, se queste strategie derivano da guru e consulenti vari, siamo messi male. Se invece, come credo, in più persone gli hanno detto di pagare subito e di evitare altre rogne, e lui è andato avanti sul suo piano inclinato verso l’autodistruzione… Beh, caro Sindaco, dire che te le cerchi è dir poco.

LDG

 

(Dis)lessico della politica: il partito radicato sul territorio

Schermata 2014-08-03 alle 12.05.19Oggi inauguro una specie di rubrica sul mio blog. Ho deciso di chiamarla “(Dis)lessico della politica“. Non è un’autovalutazione dell’autore (!), piuttosto sarà una raccolta di (mie) valutazioni su alcune parole o concetti-chiave usati a sproposito, vuoti o assolutamente fuori tempo massimo nella retorica politica.

Del “fuori tempo massimo” fa parte a mio avviso la formula magica del “partito radicato sul territorio”. Bella per carità, affascinante. Ma novecentesca fino al midollo e decisamente obsoleta. Oggi va molto di moda nel centrodestra, specie tra chi è erede di AN o della DC, meno ovviamente tra i “berlusconiani” che riconoscono come “territorio” tutt’al più Palazzo Grazioli e il giardino di Arcore. Ebbene, pare proprio che questa formula magica sia il segreto per andare “oltre Berlusconi”. Basta col “partito leggero”, col leader che instaura un rapporto diretto e im-mediato con gli elettori. Ci vuole un partito serio, strutturato, pesante. Una macchina da guerra che torni sul territorio. Come erano la DC, o il PCI, o la SPD. “Erano”, appunto. Erano. Quando la politica mobilitava le masse, indottrinandole sulla base delle grandi meta-narrazioni (ideologie) e “vendendo” loro un mondo migliore: più giusto, più equo, più libero, più sicuro (a seconda dei partiti). 

Poi però le meta-narrazioni sono svanite…da un bel po’. E c’è stato tal Silvio Berlusconi che per 20 anni ha fatto il bello e il cattivo tempo, usando l’ideologia solo per continuare a tener vivo il “nemico comunista”, ma diventando egli stesso l’argomento del contendere in campagna elettorale: con me o contro di me, la “scelta di campo”. Insomma se c’è qualcuno che il territorio l’ha volutamente dimenticato e snobbato è proprio quella parte politica che oggi rivendica la sua importanza. 

E dunque, territorio a tutto spiano! E’ lì la chiave. Berlusconi ha esaurito il suo compito di consensus-builder, non funziona più. Torniamo nelle piazze, armiamoci di megafono, magari riempiamo di nuovo le città di “sezioni” di partito e la vittoria sarà nostra!

Evidente, quasi lapalissiano: nell’era dei partiti personali, del digitale, dei social media, dei personal device, della leaderizzazione della politica, del marketing personalizzato, insomma dell’individualizzazione a tutto campo. Ma, soprattutto, nel momento in cui dall’altra parte hanno capito quanto conta il leader…la chiave è tornare ai partiti di massa. Peccato che la massa sia diventata un po’ magrolina…e anche parecchio incazzata. 

Trovo assolutamente geniale pensare di radicare i partiti sul territorio nel momento in cui la fiducia per i partiti è intorno al 2%. Nel momento in cui se provano a fare una raccolta firme non arrivano a portare ai banchetti neanche i parenti di secondo grado. E se mettono un gazebo per strada la gente lo evita come la peste…”Oddio, che so’ politici? Che palle. Attraversa va…”. Questo pensa oggi “il territorio”… e quando va a votare, si vede benissimo. Ancor di più quando non va a votare…

Eppure quel 2% parla chiaro, non è difficile interpretarlo. Come parla chiaro il 55-60% di fiducia in Renzi. Non nel PD…in Renzi. Al punto che ormai Ilvo Diamanti lo chiama PDR (Partito Democratico Renziano). Evidentemente è un leader radicato sul territorio. Non c’è altra soluzione…

La verità è che serve un nuovo leader e una nuova classe dirigente. Di cui drammaticamente non si vede neanche l’ombra. E allora si cercano alternative improbabili, tipo radicamento su un territorio che non c’è più o carte dei valori (di cui non frega nulla a nessuno). Tutto per restare a galla, confidando che Renzi finisca contro un muro e che gli italiani, come sempre, dimentichino…

LDG

Morire democristiani per non morire berlusconiani

Ieri Il Giornale ha pubblicato la tanto attesa (?) lettera del “federatore” Berlusconi a tutte “le forze alternative alla sinistra” – come se ci fosse ancora una sinistra in Italia. La missiva, lunga e piena di parole ponderate per non offendere nessuno, diceva in sintesi questo: rimettiamoci insieme, anche se “fra noi ci sono delle differenze, anche significative, di linguaggio, di metodo e di contenuti” e anche se di “leadership, candidature, liste, organigrammi,contenuti specifici, linguaggi e insediamenti elettorali” parleremo dopo.

Tradotto: tappatevi naso, occhi, orecchie e tutto ciò che vi suggerisce la fantasia…e incolliamo i cocci. Al resto (cioè a tutto) penseremo dopo. Mi pare un ottimo viatico per il centrodestra che verrà. Non sapremo chi sarà il leader (o almeno così dice il leader…), non sapremo quale sarà l’organizzazione, non sapremo quale sarà il programma…ma siamo pronti (Gulp!).

Non proprio casualmente (Silvio si è sempre divertito a rovinare le feste altrui) ieri era anche il giorno dell’Assemblea nazionale di NCD. Alfano, di tutta risposta alla lettera, ha rivendicato la sua scelta di lavorare per creare un nuovo centrodestra (e dunque di “non tornare a Canossa”), ma, per incrementare il peso specifico di un partito che conta poco e che riesce a entrare nei palinsesti prevalentemente quando litiga con Berlusconi, ha lanciato la nuova creatura: la costituente popolare, alternativa al centrodestra populista versione berlusconian-leghista, che partirà da NCD, un pezzo dell’UDC (Casini non sembra convinto), un pezzo di Scelta Civica (lo 0,009% degli elettori italiani presumibilmente) e i popolari di Mario Mauro (il cui elettorato ha un peso specifico inferiore a quello della pietra pomice).  

Non so se ci sia altro da aggiungere sinceramente. Forse no.

Morire berlusconiani o morire democristiani?

Morire, in ogni caso. Su questo non ci piove. 

LDG

 

 

La nuova destra: cosa serve?

Le ultime elezioni europee hanno certificato che la destra che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni è morta e sepolta. Berlusconi è al capolinea per varie ragioni. E’ un “marchio” usurato, da troppo tempo sul mercato e senza alcun “aggiornamento disponibile”. Ripete a mo’ di disco rotto le stesse cose da 20 anni. Della rivoluzione liberale promessa non si vede neanche l’ombra: restano solo nemici ideologici, dai comunisti ai magistrati, utili solo ad allungare l’agonia di una morte (politica) lenta e inesorabile. Ciò che più sorprende è che Mr. marketing, l’uomo delle televisioni e della pubblicità, non abbia fiutato in anticipo ciò che stava per accadere. Ossia che la crisi economica e i fallimenti della politica stavano per cambiare completamente le domande dei cittadini, che Grillo stava per scardinare le logiche, le aspettative e le priorità del “vecchio” sistema politico e che Renzi stava per prendere il suo (di Berlusconi) posto come leader “pop, in grado di attrarre (anche) elettori di centrodestra, dando vita a una piattaforma politica liquida, assolutamente “catch all“, pigliatutto (in termini programmatici)  e tutti (in termini elettorali).

Già, perché l’abilità di Renzi è stata proprio questa: attaccare il pubblico impiego, i sindacati e la Rai – nemici storici di Berlusconi e bacini elettorali tradizionali della sinistra – e stravincere le elezioni. Come ha fatto? Semplice, è andato “oltre” ogni steccato simil-ideologico.  Ha capito, come ha scritto Ilvo Diamanti, che gli elettori non sono più né fedeli (come nella prima Repubblica), né abitudinari (come nella Seconda): sono assolutamente “liberi”. Oggi scelgono. Prima di tutto se andare a votare. Poi per chi votare, magari all’ultimo momento, con la scheda elettorale davanti e la matita in mano.

Ciò significa che il mercato elettorale (italiano, ma non solo) è giustamente postmoderno, tanto quanto la società. Niente ideologie, niente blocchi sociali, niente abitudini di voto familiari o tradizionali. Nessuna certezza e fine dei fattori predittivi di lungo periodo. Oggi il voto si spiega (quasi) esclusivamente con fattori di breve. Perché è la nostra vita che viaggia sul breve periodo, la nostra quotidianità, la nostra società. E di conseguenza anche la politica finisce per essere fatta soprattutto “di istinti e di istanti” (cit. Eichberg e Mellone).

Allora ciò che serve è capire gli istinti e sfruttare gli istanti.

Capire gli istinti, come ha fatto perfettamente Matteo Renzi individuando tutte le esigenze, cerebrali e soprattutto viscerali, degli elettori, sintetizzabili in tre R: ricambio (o rottamazione), riforme, risparmio (di denaro pubblico). Dietro le quali si celano i “mostri” da abbattere che in una narrazione vincente sono sempre necessari per far trionfare l’eroe: vecchia classe politica (D’Alema, Veltroni, Bindi letteralmente spariti dalle TV e dal dibattito pubblico) vs. ricambio, P.A. e sindacati che “bloccano” il paese vs. riforme, RAI che sperpera denaro pubblico in base a logiche clientelari e partitocratiche vs risparmio. Ecco i “nuovi” nemici di Renzi. Non più Berlusconi, che non essendo più centrale nell’agone politico, non riesce più a compattare neanche i “suoi” elettori storici. Senza Berlusconi al centro del dibattito, la sinistra ha stravinto e la destra ha straperso. Se di sinistra e destra ha ancora senso parlare…

Ma istinti e nemici sono solo le premesse del messaggio. Per veicolarlo e renderlo vincente serve un buon “emittente”. Credibile e attrattivo. Serve un leader, abile nella logica degli istanti: Matteo Renzi, appunto. Battutista, rapido, brillante, spregiudicato, decisionista, simpatico ed empatico, tagliente come una lama tanto in TV quanto su Twitter… E’ l’idealtipo del leader postmoderno. Identità fluida, niente radici o incrostazioni ideologiche, programmi e progetti on demand, plasmabili appunto in base agli istinti del momento e grande capacità comunicativa. 

E il leader oggi è tutto. Lo dimostrano decine di ricerche e di rilevazioni pre e post voto. Non è il partito che crea il leader e determina il suo programma. E’ il leader che crea il programma (on demand) e plasma il partito. Ciò non significa che siamo destinati ai “partiti personali”, che nascono e muoiono con i propri leader. Anzi, quei partiti sono ancora più deboli proprio perché non prevedono un ricambio, una “successione”. Scelta Civica, Futuro e Libertà, Italia dei Valori e la stessa Forza Italia cosa sarebbero/sono senza Monti, Fini, Di Pietro e Berlusconi? Niente… Il PD ha il doppio vantaggio, oggi, di essere l’unico partito “non personale” (nel senso che esisteva prima di Renzi e presumibilmente esisterà anche dopo) e di aver l’unico leader in grado di attrarre consensi in lungo e in largo. Come accade in quasi tutto l’Occidente dove i leader contano (Obama, Blair, Sarkozy, Aznar, Merkel…) ma i partiti sono quelli storici. I partiti personali che nascono dalla volontà di leader occasionali durano il tempo di un tweet…

Il fatto che il leader sia tutto è una verità incontestabile oggi. Non sto dando un giudizio di valore, ma un giudizio di fatto, un’analisi neutra. Diciamo la verità, se la stessa proposta viene lanciata da Renzi, D’Alema, Schifani, Berlusconi e Larussa avrà lo stesso appeal e la stessa credibilità? No. Oppure: le cose dette da Fini sabato scorso sono sbagliate o infondate? A mio avviso per nulla. Ma hanno avuto un grande risalto e avranno una conseguenza politica? No, perché le ha dette Fini. Ossia un “emittente” ritenuto ormai privo di credibilità a priori. Oggi in politica trionfa un errore logico: la fallacia ad personam. Non giudichiamo la proposta, o meglio la giudichiamo in base a chi la propone. E’ con questo dato di fatto che tocca fare i conti, ci piaccia o no.

Tutto ciò premesso, che prospettive ha la destra italiana per tornare competitiva? Senza un nuovo leader, direi nessuna. E sottolineo “nuovo” e “leader”. Nuovo nel senso che se non del tutto sconosciuto, quanto meno deve essere percepito come “non contaminato” dalla classe politica degli ultimi 20 anni. Altrimenti è “scaduto”, come uno yogurt. Non merita neanche un minimo di attenzione (come è successo per Fini ieri, ad esempio). Leader nel senso che deve essere un catalizzatore di consenso, un valore aggiunto per il partito (o la coalizione) e non deve apparire come un “burattino” guidato da altri (da Arcore in particolare).

Se questa è la conditio sine qua non, al momento non c’è via di scampo. Ci si può scervellare per mesi per individuare una “nuova” quanto inutile piattaforma programmatica o una formula organizzativa più o meno originale (federazione, coalizione, ecc.). Non serviranno a niente. Oggi il brand è il leader. E dalla sua “brand reputation” deriva tutto il resto. Dal suo rapporto col “pubblico”, immediato e diretto. Invertendo l’ordine dei fattori, ossia provando a costruire prima il partito o il programma, il risultato cambia. Inesorabilmente. 

Allora ben vengano Leopolde Blu, i brainstorming su valori non negoziabili, neoliberismo e neocomunitarismo, europeismo o euroscetticismo. Ma (politicamente) non serviranno a nulla. Saranno un minimo e misero “rumore” di fondo che non cambierà di una virgola il consenso e l’attrattività del centrodestra italiano. Politicamente serve fare tabula rasa. Ricominciare da zero, individuando un metodo democratico e meritocratico nella speranza che dal nuovo metodo emerga un nuovo leader. Da solo, senza sponsor o accordi sottobanco che lo indebolirebbero immediatamente.

Serve un Renzi di destra, si. Nuovo e spregiudicato, che sfidi tutta la nomenklatura attuale del centrodestra, a partire da Berlusconi. Oggi non c’è è vero. Allora si provi almeno a creare l’habitat, l’insieme delle precondizioni affinché possa nascere. Ma perché ciò accada serve un enorme passo indietro di buona parte dei “big” del centrodestra attuale. Ci sarà questo passo indietro? Io dico di no…E allora, palude sia. 

LDG

 

 

 

 

 

L’elettore viscerale

Lo diciamo da tempo, ma ogni giorno abbiamo conferme in merito: oggi i cittadini, se votano, non votano con la testa, bensì con la pancia. Per pancia non intendo dire che gli atteggiamenti populistici/estremistici siano sempre quelli più efficaci, altrimenti la Lega Nord sarebbe primo partito da tempo… Intendo piuttosto dire che con la fine delle ideologie e di conseguenza del “voto di appartenenza/ideologico” e con una difficoltà estrema nel districarsi e nel distinguere tra le offerte politiche dei partiti (cosa vuol dire oggi essere di destra o di sinistra in Italia?), gli elettori finiscono per votare una persona (un leader) in base a quello che trasmette, non un partito o la sua piattaforma programmatica.

Se proviamo a chiedere ai renziani di elencarci 5 proposte programmatiche di Renzi probabilmente non ne troveremo nessuno in grado di rispondere. Idem per Berlusconi e per Grillo. Tutt’al più questi tre leader verranno associati a una parola chiave: Renzi al cambiamento/rinnovamento; Grillo al “tutti a casa”; Berlusconi alla “libertà” (intesa in senso mooooolto ampio), alla lotta ai comunisti (veri o presunti) o alla riduzione delle tasse.

La verità è che ciò che conta non è ciò che dicono i leader, ma quello che suscitano. E’ tutto qui, molto semplice. E lo suscitano con il linguaggio in senso lato, non solo verbale. Possono trasmettere emozioni con un giubbino di pelle, con battute efficaci, con finte lacrime su un palco, con urla e parole ‘da bar’ in una piazza, spolverando una sedia in diretta TV…Ciò che dicono o promettono e la possibilità di mantenere quelle promesse non conta affatto, anche perché non c’é modo di verificarlo: la matematica in politica è un’opinione e non esiste alcun organo terzo in grado di certificare se una promessa è mantenuta o meno. Conta, dunque, quanto riescono ad arrivarci nella “pancia” appunto, suscitando positività, ottimismo oppure rabbia, rancore, vendetta e tutti gli istinti primordiali possibili e immaginabili.

In questo Berlusconi è un maestro, essendo l’uomo-marketing per eccellenza. Se c’è un’eredità forte, un ‘berlusconismo” evidente, è proprio questo, ossia che ha cambiato la politica italiana adattandola ai mutamenti sociali, alla “sociologia del consumo” potremmo dire. Si vota un brand e quel brand oggi è incarnato da una persona. Conseguentemente quella persona, se vuole ottenere tanti voti, deve essere “trattato” esattamente alla stregua di un brand commerciale. Loghi, bandiere, musica, stile “pop”, battute, presenza incessante sui media, ‘call to action’ con parole d’ordine mobilitanti, campagna elettorale permanente, presenza e presidio dei Social Network, sondaggi usati come strumenti di marketing prima che di analisi… Questa è la politica oggi, tutto il resto é noia, facciamocene una ragione. E non uso “noia” solo per citare il Califfo, la uso perché sono convinto che sia davvero così: cosa rappresentano Monti, Casini, Fini o D’Alema per l’elettore medio non identificato? Noia…

Torno allora a richiamare il mio post su Alfano e la politica pop, attendendo con curiosità il 7 dicembre perché sarà un primo assaggio del codice di comunicazione del NCD e del suo leader. Ieri intanto, nel confronto PD su SKY, abbiamo visto un’altra buona dimostrazione questa tesi: contenuti e proposte concrete poche, ma Renzi e Civati fantastici battutisti, taglienti, efficaci.

So che forse pretendo la Luna, ma NCD deve trasformare Alfano in una ‘pop star’. E’ quello il quid, non ce ne sono altri…

P.S. La più recente dimostrazione di questo ragionamento è il sondaggio di ieri mattina ad Agorà, post decadenza di Silvio. Non credo servano commenti, parlano i numeri…in attesa del prossimo sondaggio che darà il PD in crescita post confronto su SKY, ovviamente.

Sondaggio Agorà 29 11 2013

LDG