I pro e i contro dell’Italicum

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Ora che l’italicum è stato approvato, possiamo tirare le somme e individuare i pro e i contro del nuovo meccanismo elettorale.

PRO

  1. Majority assuring

Come dice Matteo Renzi: “la sera delle elezioni sapremo chi avrà vinto. Chi avrà la maggioranza in Parlamento”. Vero, anche se in realtà questa novità si concretizzerà solo dopo la riforma del Senato, se andrà in porto. È il Senato che storicamente ha visto maggioranze “ballerine”, per via di un vincolo costituzionale. Infatti, alla Camera, anche il famigerato Porcellum garantiva una maggioranza certa alla coalizione (o al partito) vincente. E anche, prima, il Mattarellum. Per cui non è proprio una novità…In ogni caso, è bene che ciò sia stato mantenuto, grazie alla novità (questa si) dell’eventuale ballottaggio che serve a superare i rilievi della Consulta sull’entità del premio di maggioranza.

  1. Il premio di maggioranza al partito

E’ bene anche che si sia passati dal premio alla coalizione a quello al partito vincente. In un’ottica di riduzione del numero dei partiti e di maggiore governabilità questa novità è da considerarsi positiva. Ovviamente, tutto ciò dipende molto da come si strutturerà l’offerta politica. Tradotto: a sinistra c’è già un grande partito, a destra no. Se a destra, per ragioni tattiche, avremo un solo simbolo e una sola lista, ma fittizi, dopo le elezioni il numero dei partiti tornerà ad essere elevato. Esattamente come avvenne negli anni del Mattarellum. Prodi ha vinto elezioni con un solo simbolo, ma con 15 partiti in maggioranza…

  1. Il meccanismo di attribuzione dei seggi

Un’altra nota a favore è senz’altro quella di aver eliminato il cosiddetto “effetto flipper” nell’attribuzione dei seggi. Cioè, è stato modificato il rapporto tra vincolo territoriale e risultati dei partiti, che portava i partiti più piccoli a vedersi assegnati i seggi in collegi in cui non era detto che avessero ottenuto i migliori risultati. In pratica, si premiava il rapporto seggi/popolazione residente e si puniva il rendimento politico dei partiti. Ora non è più così, ed è un’altra novità positiva. Questo problema è ancora presente in altre leggi elettorali, quali quella per le europee dove, ad esempio, Lega Nord e NCD hanno ottenuto seggi in circoscrizioni in cui non sono andati benissimo, solo per ragioni di rappresentanza territoriale.

CONTRO

  1. La soglia di sbarramento al 3%

La soglia di sbarramento al 3% nazionale è troppo debole per fare efficacemente da filtro ai partiti minori. È una scelta contraddittoria rispetto al premio di maggioranza al primo partito. Dunque, una clausola aggiuntiva al sistema elettorale lavora per la riduzione del quadro partitico e l’altra no. Stando alla media dei sondaggi attuali, avremmo 7 partiti in Parlamento, salvo formazioni unitarie – al momento altamente improbabili – a destra.

  1. Le candidature multiple

Dall’effetto flipper dipendeva l’aver mantenuto le pluricandidature (ogni candidato può presentarsi al massimo in 10 collegi). Cioè, non sapendo con certezza dove sarebbero stati eletti, i leader dei partiti minori avrebbero potuto candidarsi in 10 collegi diversi, per poi optare eventualmente per un solo collegio. Ora che il vincolo territoriale (e il conseguente effetto flipper) è saltato, le pluricandidature si sarebbero potute evitare. Non è un grande spettacolo vedere accapigliarsi i candidati arrivati secondi in diversi collegi in attesa che il loro capolista scelga per quale collegio optare e far eleggere così un altro candidato del proprio partito. Così come non è un grande spettacolo vedere qualcuno che si presenta in 10 “territori” diversi. Il famoso “legame col territorio” che pretendiamo in un’ottica “maggioritaria” viene decisamente indebolito.

  1. Preferenze e capilista bloccati

Resto poco convinto sulla scelta finale. Il mix tra 100 capilista bloccati (per partito) e il resto eletti con le preferenze è un chiaro segnale di indecisione che “puzza” da lontano. Come dire, “noi leader di partito preferiremmo le liste bloccate, ma siccome per anni abbiamo contestato i nominati del Porcellum, abbiamo dovuto aprire, in parte, alle preferenze”. Queste ultime, peraltro, sono state “incriminate” delle peggiori nefandezze negli ultimi mesi (voto di scambio, incentivo alla corruzione, ecc.) proprio per rafforzare la scelta delle liste bloccate. Se è così però mi chiedo: come mai le preferenze sono il male assoluto quando si vota per il Parlamento e poi le utilizziamo per le europee, le regionali, le comunali e le circoscrizionali? Forse dovremmo iniziare a occuparci seriamente della selezione della classe dirigente da parte dei partiti, anziché prendercela di volta in volta con le preferenze e le liste bloccate.

  1. La parità di genere tra i candidati

A proposito di selezione della classe dirigente, una notazione sulla “parità di genere”, spesso sbandierata come un grande successo dall’attuale maggioranza: il numero di candidati complessivo di ciascun partito sarà perfettamente pari tra uomini e donne. Se la parità di genere è un principio positivo e irrinunciabile, è sicuramente un ottimo risultato. Personalmente, tuttavia, gradirei una rappresentanza di valore, a prescindere dal sesso. Meglio un uomo in più in Parlamento perché merita, che una donna in più perché donna.

  1. Il metodo della riforma

Il “contro” più importante di tutti, a mio avviso, resta legato al metodo in cui si fanno le riforme elettorali in questo paese. Se guardiamo alle altre democrazie consolidate, ci rendiamo conto che i loro sistemi elettorali sono stabili da decenni, se non da secoli, in alcuni casi. In Italia, la legge elettorale è sempre “in bilico” e questa è la sesta riforma in 90 anni, una ogni 15 anni in media. Ciò denota chiaramente che “non sappiamo dove vogliamo andare”, non abbiamo un modello di democrazia in mente tale da riflettersi anche nelle regole della competizione elettorale. Siamo stati proporzionalisti convinti in anni in cui era necessario esserlo (ma si arrivò comunque alla “legge truffa” in quegli stessi anni), maggioritaristi convinti nella prima fase della seconda Repubblica (Mattarellum) e maggioritaristi a metà in quest’ultima fase (Porcellum e Italicum). Questo andamento ondivago dipende dal fatto che la politica non si pone il problema di lungo periodo di come configurare l’assetto democratico del paese, bensì quello di breve periodo di come vincere le elezioni successive (o di come sopravvivere alle elezioni successive, nel caso dei partiti minori). Questa logica non porta a nulla, se non a riforme continue. Aspettiamoci che si riapra il dibattito elettorale immediatamente. Se mai si è chiuso. Resto convinto che l’unica riforma duratura può derivare da un’Assemblea costituente che lavori su indicazioni di massima dei partiti. E sono convinto che da un’ipotetica Assemblea costituente, oggi, al posto dell’Italicum avremmo un doppio turno di collegio, come in Francia…

LDG 

Renzi e le maggioranze “usa e getta”

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Il capolavoro “Mattarella” è riuscito proprio bene al Presidente del Consiglio.

In un colpo solo ha infatti:

1. ricompattato il PD, facendo piangere di commozione e di gratitudine la sua minoranza interna;

2. frantumato Forza Italia, uscita a brandelli con tanto di pubblico “volo di stracci” in Transatlantico;

3. disgregato NCD, diviso fra siciliani sorridenti e “resto del mondo” intento a mollare tutte le cariche prima che la nave affondi;

4. relegato M5S sul solito tetto: a sondare la base e votare un candidato senza speranza, mentre sotto al tetto si faceva politica.

5. piazzato un uomo, 75enne, democristiano ed emblema della Prima Repubblica (identikit perfetto del rottamabile) al Quirinale, ricevendo una quantità di elogi e apprezzamenti che neanche Maradona dopo il gol contro l’Inghilterra.

La cosa più stupefacente di tutta questa vicenda però, a mio avviso, è la seguente. Tutti gli psicodrammi altrui si sono verificati per una semplicissima ragione, che non è quella individuata, fra gli altri da Claudio Petruccioli che dice, in sintesi: “hanno scoperto che Renzi è anche intelligente”. No, quello secondo me era già evidente. La ragione è che non avevano capito – e forse non hanno ancora capito – la logica di fondo, il modus operandi di Matteo Renzi. Che è peraltro molto semplice: Matteo individua un problema e opera di conseguenza, con intelligenza certo, ma abbandonando tutte le categorie novecentesche che ancora utilizzano i suoi (presunti) avversari.

Qual era il vero problema di questa elezione per Renzi? Non fare la fine di Bersani coi 101. Per di più con un Parlamento formatosi prima della sua vittoria alle primarie. Era un’occasione ghiottissima per impallinarlo. Soluzione: candidato a cui la minoranza PD non può dire “no”, obbligo di voto palese nella riunione (in streaming) dei grandi elettori e minacce esplicite, tipo “il PD non avrà altri candidati”. Risultato: voto compatto del PD (e pure di SEL).

Qual era il problema dell’italicum? Far passare una legge indigesta a parte del suo partito e a SEL. Soluzione: negoziare con Berlusconi e NCD.

Qual era il problema del jobs act? Vedi alla voce italicum.

Qual era il problema delle elezioni alla Consulta e al CSM? Trovare un nome condiviso con Forza Italia, che non avrebbe ridato voce al M5S, ampiamente sulle barricate contro Violante. Soluzione: aprire al M5S e fargli scegliere il membro del CSM.

Cosa ci dice tutto ciò? Che Renzi in meno di un anno ha già utilizzato 4 maggioranze diverse: una per governare, una per le riforme, una per le elezioni di competenza parlamentare dei magistrati, una per le elezioni del Presidente della Repubblica. Eppure ancora ieri in NCD e in Forza Italia si chiedevano, basiti, se l’elezione di Mattarella significhi un cambio di maggioranza per le politiche del governo. Ovvio che no. Significa semplicemente che, in virtù dei suoi numeri e, soprattutto, in virtù dell’assenza totale di ogni ancoraggio ideologico-valoriale e programmatico, Renzi si muove come un leader assoluto, nel senso etimologico del termine: absolutus, sciolto da ogni vincolo. Prende voti dove può, a seconda del problema che gli si para davanti. Con la stessa scioltezza con cui passa da Tsipras a Mattarella, da Nietzsche a La Pira, da Mandela a Steve Jobs.E’ l’homo eligens di Bauman, o l’uomo flessibile di Sennett. Fa shopping. O zapping. Come fanno tutti in un supermercato, o davanti alla TV, o quando scaricano un’app, o quando decidono se “dare l’amicizia” a qualcuno su FB. Ogni nuovo problema, presenta nuove soluzioni, del tutto indipendenti dalle precedenti. E magari anche del tutto incoerenti. Ma ogni problema e ogni soluzione hanno vita a sé. Dunque, porsi il problema della coerenza non ha più senso (se mai ne avesse avuto in politica). 

E’ questa la sua forza. Risoluto, rapido, spregiudicato…sradicato. Chi non ha radici, non ha zavorre supera, velocissimo e senza ostacoli, tutte le tappe del reality show della politica che viviamo ogni giorno sui media (vecchi e nuovi). Chi si ferma a pensare se sia di destra o di sinistra, se stia “con noi” o “contro di noi”, se sia leale o “infedele”, perde solo tempo e va dritto dritto in nomination. E al (tele)voto Matteo non si batte. 

E’ una logica cinica? Immorale? Manipolatrice? Incoerente? Senza certezze e punti fermi? Probabilmente si. Ma la politica è mai stata altro? E, soprattutto, la società è altro? Noi siamo altro?

LDG

 

Qualche osservazione sulla “Leopolda Blu”

svegliailcdxFino all’ultimo sono stato indeciso: “ha senso partecipare a un evento in cui si cerca di resuscitare un morto?“. Questo era il mio dubbio ricorrente. Poi, alla fine, ho deciso di andare a vedere se è possibile avviare un “effetto Frankenstein” nel centrodestra italiano. E dunque ho partecipato, volutamente da osservatore (senza intervenire), a “Sveglia il centrodestra“.

Cosa mi è piaciuto:

la partecipazione, continua, attenta e numerosa per circa 8 ore. Una cosa non comune di questi tempi;

l’età media: mi sentivo quasi vecchio lì in mezzo (il promotore ha 25 anni). E va bene così;

il tono “incazzato” degli interventi: nessuno si è risparmiato nell’attribuire le responsabilità alla classe dirigente attuale e passata del centrodestra;

Berlusconi praticamente assente dagli interventi e dal dibattito. Renzi molto presente. Piaccia o no, è un cambio di paradigma. Ed è anche il segnale che con Matteo tocca fare i conti non solo come avversario politico, ma come colui che sta interpretando meglio di altri (o di tutti?) le aspettative dell’elettorato “moderato”. Non tanto quindi come il leader del centrosinistra, ma come colui che sta erodendo il serbatoio di idee (e di voti) del centrodestra;

il diktat, pervenuto dall’alto, agli esponenti di Forza Italia, obbligati a non partecipare. Questo può far solo bene al progetto.

il metodo delle primarie a tutti i livelli, presentato con tanto di modello operativo e di piano finanziario. 

 

Cosa non mi è piaciuto:

la passerella versione “toccata (intervista) e fuga” di pezzi dell’attuale classe dirigente di centrodestra. Che poi ha danneggiato anche mediaticamente l’evento: difficile credere al progetto dei giovani rivoluzionari se poi vedo nei TG le interviste di Lupi, Formigoni, ecc. con tanto di codazzo dietro (composto dagli stessi giovani ribelli). Tanto di cappello a Francesco D’Onofrio che ha seguito tutto l’evento da metà sala senza mai pretendere di dire la sua;

a proposito di visibilità mediatica: avrebbe avuto lo stesso “trattamento” senza i “big” presenti? Se la risposta è “no”, inutile continuare il progetto, è già morto. Se la risposta è “si”, allora serve più coraggio. Personalmente credo che contestare frontalmente l’establishment del centrodestra possa far ottenere visibilità. E con pazienza, continuità e perseveranza si può anche provare a crescere.

il richiamo frequente a un’ennesima “carta dei valori”. Di carte dei valori ne ho lette (e scritte, senza convinzione…) fin troppe. Non hanno mai spostato un voto. Tanto meno ne sposterebbero oggi, in un’era totalmente postideologica e in cui un leader che pesca valori dove e quando vuole schianta quotidianamente ogni parvenza di avversari…E’ una politica più povera? Forse si. E’ la società dei consumi che ce lo impone? Sicuramente si. Chi parte da questo presupposto vince. Chi si ancora al Novecento, sparisce.

Mentre la pars destruens era molto chiara (anche più semplice indubbiamente), la pars costruens è più complicata. Il modello delle primarie va benissimo, così come va benissimo il piano già “pronto” presentato durante l’evento. Però…un ragazzo durante la presentazione ha obiettato: “dove le fai le primarie se i partiti (leggi “Silvio”) non le vogliono fare?”. E già. Ecco perché torno al “coraggio” di cui sopra. Berlusconi ha già dichiarato che presto sarà ricandidabile e chi parla di primarie all’interno di Forza Italia finisce per direttissima al collegio dei probi viri… Chi le fa ‘ste primarie? Tocca ragionare sul dopo Berlusconi. Non nel senso che dobbiamo aspettare che vada a fare il nonno. Ma nel senso che bisogna superarlo, renderlo obsoleto: obbligarlo a fare il nonno per totale ininfluenza politica. Ed è fin troppo evidente che con l’attuale classe dirigente Berlusconi resta lì dov’è. 

Dunque, ricapitolando: il progetto può avere un senso se non viene cannibalizzato da pezzi della classe dirigente attuale e se ragiona seriamente su un centrodestra diverso, totalmente nuovo, sfidando apertamente quello attuale.

 

Qui però sorgono i problemi più seri:

– che ci piaccia o no, senza leader oggi non si va da nessuna parte. Ergo, serve un leader e ovviamente non uno qualunque. Il leader oggi è il brand, la cifra del partito. Spesso determina vita e morte del partito stesso. Dopo Renzi, per certi versi i partiti sono diventati tutti “personali”, forse anche il PD. E anche i partiti “nascenti” lo sono. Italia Unica è un “prodotto” di Passera. Se Della Valle scende in politica, scende Della Valle, non un’idea, né un gruppo… Parliamo di Passera e Della Valle, ben noti al pubblico e pieni di risorse. E prenderebbero probabilmente lo zero virgola qualcosa percento. Meditare…

Serve un programma: dopo che Renzi ha attaccato pubblico impiego, sindacati, RAI, amministrazioni sprecone, magistrati “fannulloni”,ripropone in salsa “80 euro” il bonus bebè di Berlusconi, sta per abolire l’art. 18 e per abbattere finalmente l’IRAP… come ci si differenzia? E’ un caso che oggi gli unici che riescono ad avere visibilità sono costretti a spingere su posizioni estreme, a destra come a sinistra? Renzi è indiscutibilmente “pigliatutto” e questo crea enormi problemi di collocazione politico/programmatica. C’è uno spazio tra Renzi e Salvini? Se c’è, a mio avviso, è minimo. 

Concludendo, vanno benissimo il fermento e la buona volontà. Così come è giusto che si provi a fare qualcosa per smuovere la palude e far sentire la propria voce e la propria presenza in un popolo totalmente atrofizzato e anestetizzato. Ma gli ostacoli sono enormi e fin troppo evidenti. Uno si chiama Berlusconi, un altro Renzi e un altro “società dei consumi” (la madre dei primi due). 

LDG

 

 

 

 

 

 

Il Paradosso di Cacciari. Soluzione?

Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG

#Italicum e il bidone della spazzatura

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Scusate il titolo un po’ “terra terra” (per quanto riecheggi “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” 🙂 ) , in realtà le mie intenzioni sono un po’ più nobili di quel che sembra.

Il bidone della spazzatura, oltre ad essere l’oggetto che tutti conosciamo, è anche una metafora nella letteratura politologica. Per meglio dire è una delle metafore utilizzate per descrivere uno dei modelli decisionali più fortunati nella teoria delle organizzazioni, il garbage can model per l’appunto. Come vedete, sto volando un po’ più in alto di Malagrotta e dintorni…

Cosa dice questo modello? Dice (brutalizzando, i miei colleghi capiranno…) che nelle organizzazioni complesse le decisioni, anziché essere prese applicando criteri razionali, logici e lineari (come di solito pensiamo e ci aspettiamo che avvenga), sono assunte in maniera più o meno casuale. E ciò avviene perché attori, problemi e soluzioni sono estratti (o buttati dentro al processo decisionale) a caso, come fossimo di fronte a un bidone della spazzatura (quello dell’indifferenziata aggiungerei).

Tutto ciò genera un percorso più o meno imprevedibile che, se giunge a una decisione finale, spesso vi riesce solo per il fattore tempo. Ossia, a un certo punto una decisione va presa e vince quella sul tavolo nel momento X. 

Questo modello, apparentemente “disfattista” riguardo alle potenzialità razionali umane, rappresenta a mio avviso il miglior modello in assoluto in termini descrittivi (lo dico per esperienza, di organizzazioni complesse, specie “politico-istituzionali” ne ho frequentate). Tradotto: se vogliamo sapere come dovremmo prendere decisioni (modello prescrittivo) non dobbiamo affidarci al garbage can model. Ma se vogliamo sapere come vengono prese realmente le decisioni (modello descrittivo), quella teoria funziona, eccome.

Prendiamo il caso dell’Italicum. C’è un problema: la Corte Costituzionale di fatto obbliga le forze politiche a rimettere mano alla legge elettorale, pena la paralisi perenne. Da quel problema ne derivano altri: quale legge elettorale dovremmo scegliere? In base a quali criteri? Governabilità o rappresentatività? Chi ha il compito (istituzionale) di mettervi mano cerca alleanze per modificarla e si siedono al tavolo diversi partecipanti, di maggioranza e di opposizione. Anche alcuni tecnici (D’Alimonte ad esempio, ma non solo). Ma che ruolo hanno queste persone? Sono tutti sempre presenti agli incontri e sempre così decisivi? A giudicare da ciò che trapela dalle interviste direi di no. Il processo dunque è aperto, più o meno casuale, con partecipanti variabili e molti dei quali “di parte”.

E allora abbiamo una prima tappa che oscilla tra il modello spagnolo e quello tedesco. Poi sembra prevalere lo spagnolo. Poi si passa ad un Porcellum con alcune limature dettate dalla Corte Costituzionale. Poi si stabiliscono tre soglie 37%, 8% e 4,5% che oggi sembrano andare verso due soglie 40% e (forse) 4%. Poi si scelgono le liste bloccate, che oggi sembrano andare verso le preferenze, salvo i capolista. Eccetera, eccetera…

Perché si passa dal 37% al 40%? Perché prima i sondaggi davano PD e centrodestra vicini a quella soglia. Poi però ci sono state le europee….e il PD al 40,8% ha fatto “alzare” la soglia. Perché c’è chi vuole mettere mano alle soglie di sbarramento? Perché  prima i sondaggi davano NCD oltre il 5%, poi ci sono state le europee… Perché si vogliono miscelare liste bloccate e preferenze? Perché Silvio vuole le liste bloccate per controllare le candidature (e premiare la fedeltà di chi ha creduto che Ruby fosse la nipote di Mubarak), ma il “resto del mondo” vuole le preferenze…

Risultato: in pochi mesi l’ipotesi di legge elettorale è cambiata decine di volte, perché sono cambiati (ovviamente) i problemi, gli attori e le soluzioni. Pare sia intenzione della maggioranza arrivare all’approvazione entro fine anno. Bene, a fine anno sapremo quale sarà la nuova legge elettorale, in base agli ultimi sondaggi, a come si riorganizzerà il centrodestra, a come reagirà l’opinione pubblica, a quali barricate farà l’opposizione, a quali spifferi arriveranno dalla Consulta, a quanto (e come) interverrà il Quirinale, ecc. ecc. Solo il fattore tempo ci darà una legge elettorale, l’ultima sopravvissuta sul tavolo dei riformatori. Che sia la migliore non è detto affatto... Sarà il risultato (casuale) di un processo decisionale complesso, con attori variabili e di parte. 

Si decidono così le regole del gioco? No, perché quegli infiniti fattori saranno sempre lì a premere affinché cambino in continuazione. Ma non è un caso se il resto del mondo cambia la legge elettorale una volta ogni 100 anni e noi invece non prendiamo pace da 20 anni a questa parte…Andava “sfilata” dai partiti e messa in mano a un’Assemblea Costituente, o giù di lì. Ma non sarebbe mai stata legittimata a tal punto da cambiare le regole del gioco prescindendo dalle esigenze estemporanee dei partiti. Avrebbe fatto la fine di Cottarelli, per capirci: senza poteri, a urlare al vento…

W il bidone della spazzatura, dunque. W l’indifferenziata.

A proposito…forse non è un caso neanche che siamo tra i paesi più arretrati in fatto di gestione e trattamento dei rifiuti. Ma non voglio “reificare” la metafora, fermiamoci al bidone più nobile…

LDG

#M5S e il voto segreto: il battesimo della politica

L’iter parlamentare della riforma del Senato ci ha rivelato, tra le altre cose, una nuova versione del Movimento 5 Stelle. Una versione che definirei “normalizzata”.

Il (non)partito, col (non)statuto, che porta in Parlamento cittadini e non onorevoli e che non ha leader se non un megafono (magari con un vago accento genovese), sta finalmente rendendosi conto che la politica ha le sue regole di funzionamento. E allora, dapprima ha iniziato a “parlare” con la maggioranza (rigorosamente in streaming per ragioni di “finta” trasparenza) e poi, per metterla in crisi quella maggioranza, ha avviato una vera e propria crociata per il voto segreto al Senato. Avete capito bene, per il voto segreto.

Ma come…non era questa la posizione del M5S sul voto segreto?

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Si, era questa. Almeno quando il voto palese era fondamentale per non rischiare di “salvare” Berlusconi dalla decadenza. Oggi che il “rischio” è quello di impallinare Renzi, il voto segreto va benissimo così. Non c’è nulla di più trasparente del voto segreto! E quell’oscuro, torbido, Presidente Grasso è il nuovo nemico da abbattere perché non vuole concederlo.

Per quanto la contraddizione sia fin troppo evidente, sono personalmente lieto di questa metamorfosi. Anche i “cittadini” stanno finalmente rendendosi conto che quando si fa politica…si fa politica. E che il voto deve essere palese (o segreto) a seconda delle convenienze di chi lo propone. Inutile girarci intorno. 

Peraltro, come già detto per lo streaming, se per trasparenza intendiamo prima di tutto un comportamento sincero degli attori politici, il voto segreto garantisce più trasparenza del voto palese. Non a caso si parla di “franchi tiratori”, non di “falsi tiratori”… Esattamente come la trasparenza è più garantita da una trattativa a porte chiuse e senza diretta streaming. Il voto palese, come un incontro davanti a una telecamera, altera il comportamento e ci fa agire sulla base di ciò che gli altri si attendono da noi. Che siano elettori o gruppi parlamentari.

Semplice e…trasparente. Detto questo, benvenuti, cari “cittadini” del Movimento 5 Stelle, nel mondo della politica. Se lavorate anche alla “successione” del leader (pardon, megafono) potreste anche durare. Intanto darei una “limatina” al concetto di trasparenza: ok all’ accessibilità totale agli atti e ai documenti. Ma processi e comportamenti sono un’altra cosa e spesso più sono visibili, meno sono trasparenti (ossia sinceri), a meno che non si arrivi alle telecamere nascoste… 

LDG

 

 

Morire democristiani per non morire berlusconiani

Ieri Il Giornale ha pubblicato la tanto attesa (?) lettera del “federatore” Berlusconi a tutte “le forze alternative alla sinistra” – come se ci fosse ancora una sinistra in Italia. La missiva, lunga e piena di parole ponderate per non offendere nessuno, diceva in sintesi questo: rimettiamoci insieme, anche se “fra noi ci sono delle differenze, anche significative, di linguaggio, di metodo e di contenuti” e anche se di “leadership, candidature, liste, organigrammi,contenuti specifici, linguaggi e insediamenti elettorali” parleremo dopo.

Tradotto: tappatevi naso, occhi, orecchie e tutto ciò che vi suggerisce la fantasia…e incolliamo i cocci. Al resto (cioè a tutto) penseremo dopo. Mi pare un ottimo viatico per il centrodestra che verrà. Non sapremo chi sarà il leader (o almeno così dice il leader…), non sapremo quale sarà l’organizzazione, non sapremo quale sarà il programma…ma siamo pronti (Gulp!).

Non proprio casualmente (Silvio si è sempre divertito a rovinare le feste altrui) ieri era anche il giorno dell’Assemblea nazionale di NCD. Alfano, di tutta risposta alla lettera, ha rivendicato la sua scelta di lavorare per creare un nuovo centrodestra (e dunque di “non tornare a Canossa”), ma, per incrementare il peso specifico di un partito che conta poco e che riesce a entrare nei palinsesti prevalentemente quando litiga con Berlusconi, ha lanciato la nuova creatura: la costituente popolare, alternativa al centrodestra populista versione berlusconian-leghista, che partirà da NCD, un pezzo dell’UDC (Casini non sembra convinto), un pezzo di Scelta Civica (lo 0,009% degli elettori italiani presumibilmente) e i popolari di Mario Mauro (il cui elettorato ha un peso specifico inferiore a quello della pietra pomice).  

Non so se ci sia altro da aggiungere sinceramente. Forse no.

Morire berlusconiani o morire democristiani?

Morire, in ogni caso. Su questo non ci piove. 

LDG