Sciogliere o non sciogliere? Riflessioni a margine

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I bookmakers 2.0 si interrogano da giorni sull’ipotesi di scioglimento di Roma Capitale. Le quotazioni sono basse, dato che il governo ha già detto che non scioglierà. Ciononostante, a quanto si apprende dalla stampa, la relazione della commissione prefettizia pare spingesse per sciogliere l’amministrazione capitolina per mafia. Una posizione che non sta in piedi, numeri alla mano, ma che sta in piedi “emozioni” alla mano.

Traduco: Roma Capitale produce mediamente almeno 100 mila determine dirigenziali ogni anno, la maggior parte delle quali riguardano impegni di spesa (contratti con privati). Di queste, circa 70-80 l’anno hanno riguardato le cooperative coinvolte dall’inchiesta “mafia capitale”. Significherebbe sciogliere per mafia un’amministrazione sulla base dello 0,07% degli atti prodotti: 7 ogni 10.000. Oggettivamente non sono numeri tali da far dire che “Roma è in mano alla mafia”. Eppure questa affermazione la leggiamo da mesi  e, non a caso, da un sondaggio recente di Demos risulta che 9 romani su 10 lo pensano davvero. Ecco perché la posizione dello scioglimento sta in piedi “emozioni” alla mano: non si basa su atti e numeri, ma sull’ondata emotiva che plasma l’opinione pubblica (che ormai definirei “emozione pubblica”, mi pare più appropriato).

L’altra tesi a supporto dello scioglimento è quella della continuità politico-amministrativa tra la gestione Alemanno e la gestione Marino relativamente agli affidamenti in favore di Buzzi & co. Ciò non significa che Marino sia coinvolto in prima persona, ovviamente, ma piuttosto che non regge la sua posizione sull’ “argine al malaffare”. Il Sindaco, in sua difesa, ha scelto una linea aggressiva e frontale: “stiamo facendo pulizia, anche grazie a Pignatone”. E ricorda a tutti, per testimoniare questa sua battaglia campale, l’aver fatto dimettere Panzironi dall’AMA ben prima che l’inchiesta fosse resa pubblica, cioè prima di Pignatone. Un’affermazione che per ora ha fruttato una querela da parte di Panzironi, che si è dimesso dall’AMA nel 2011, due anni prima che Marino diventasse Sindaco e, in generale, una posizione che è facilmente smentibile con i numeri. Mettendo a confronto i contratti stipulati dal Dipartimento Politiche Sociali nel 2012 (ultimo anno pieno di Alemanno) e nel 2014 (primo anno pieno di Marino), i dati sono i seguenti (mia elaborazione su dati ufficiali di Roma Capitale):Risorse Buzzi

 

Il Sindaco non è coinvolto direttamente. Gli si imputa al più scarso controllo politico, e lui ha scelto una strategia comunicativa rischiosa per provare a dimostrare il contrario. Personalmente, ne avrei scelta un’altra: posto che né la politica né l’amministrazione hanno a disposizione gli strumenti ispettivi di una Procura, nessuno tra coloro non coinvolti poteva sapere dell’associazione a delinquere. Né i politici, né i dirigenti. Se le cooperative di Buzzi erano in regola in base al Codice degli Appalti, nulla poteva escluderle dai contratti.

Insomma alla formula “stiamo facendo pulizia, anche grazie a Pignatone” avrei preferito “stiamo facendo pulizia grazie a Pignatone”. Certo, nell’era della conoscenza 2.0 (quella usa e getta, fatta di slogan, tweet e frasi a effetto) provare a spiegare questa banalità sarebbe stato visto come un atto di debolezza. Già gli si contesta che non governa, se passa anche che non controlla diventa un problema serio. Tuttavia, se l’alternativa è essere smentito dai fatti forse è peggio, visto che la “credibilità” è ormai l’unica cosa che conta…

Ma oggi si apre un altro capitolo della vicenda. Ora la linea dura sembra quella di rimuovere i dirigenti corrotti, di nominare un city manager (avviso pubblico già pubblicato) e insomma di spostare l’asse della vicenda sul fronte amministrativo. Sono loro che decidono e firmano gli impegni di spesa. Dunque, in ultima istanza sono loro i veri responsabili dello sfascio. E infatti, saranno loro, di fatto, ad essere rimossi (quelli coinvolti direttamente) o commissariati (gli altri), per riportare l’ente alla “normalità amministrativa”. Questo è un capitolo enorme che chiama in causa i rapporti tra politica e amministrazione, prassi amministrative illecite ma tollerate (vedi il caso delle infinite proroghe), buona fede e mala fede dei singoli, ecc. Commissariare può anche funzionare nel breve periodo, ma nel lungo? Cosa succederà domani con la nuova amministrazione senza magistrati, prefetto e governo col fiato sul collo? Finiranno le proroghe? I dirigenti saranno davvero autonomi nelle scelte degli strumenti? E i politici si limiteranno a indicare gli obiettivi? Al di là di “mafia capitale” questi sono problemi atavici dell’amministrazione italiana (non solo romana), con evidenti implicazioni culturali diffuse. Vada pure per la toppa, ma è ora di lavorare seriamente sul buco. Possibilmente con la testa e non con la pancia…

LDG

 

 

 

La forza e la debolezza dell’uomo senza partito

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Ignazio Marino non molla. Anzi, rilancia. Come i pugili messi all’angolo, ieri alla Festa dell’Unità ha provato a serrare le fila a sinistra, sparando ad alzo zero sulla destra: “tornino nelle fogne da dove sono venuti”, testuale. Sorvolo sulla formula elegante, tipica del “Sindaco di tutti” e di chi ha vissuto (non certo a Roma) gli anni ’70.

Cerco di analizzare in maniera neutra il nuovo posizionamento identitario: per riconquistare i cuori di una sinistra disimpegnata e disillusa. È a tutti noto che il nemico costituisce una categoria importante nella politica, in tutti i regimi, proprio per aumentare la legittimazione interna di chi è al potere. Il problema, nel caso di Marino, è capire quale sia il nemico oggi, visto che sembra diffuso, ben oltre il sistema fognario romano.

La vicenda di Mafia Capitale ha giocato a favore di Ignazio Marino, se la leggiamo dal punto di vista individuale. Era considerato – anche dal suo partito – un Sindaco al capolinea, un gaffeur, uno che non è in grado di governare. Poi è arrivato Pignatone: ha avuto un assessore, 3 consiglieri comunali, un presidente di Municipio, un dirigente e diversi funzionari arrestati o indagati, ma lui – individualmente – ne esce pulito. Anzi, la sua narrazione alza il tiro e il suo mantra è: “Noi stiamo facendo pulizia, con l’aiuto di Pignatone” (“con l’aiuto”, GULP!). Dove il “noi” ovviamente non sta per PD, altrimenti la narrazione salterebbe vista l’implicazione giudiziaria del partito.

Il “noi” significa “io”: l’uomo senza partito. E lì sta la sua forza. Già, perché se anche un giorno dovessero arrestare tutti i consiglieri del PD e tutti gli assessori “politici” (è ammessa ogni forma di scongiuro da parte degli interessati), lui potrebbe ancora sostenere questa linea: “Io sono diverso, quelli non mi hanno mai amato, mi hanno fatto la guerra fin dal primo giorno”. Posizione interessante e del tutto originale. Non ricordo alcun capo di governo – nazionale o locale – così scollegato dalla propria forza politica, anzi addirittura in netta contrapposizione.

Tuttavia, ripeto, dal punto di vista dell’immagine individuale, questa è la sua forza: il partito (in stato confusionale), i circoli (ammaccati dal rapporto di Barca e l’un contro l’altro armati), i mister preferenze (indagati o arrestati), giocano a favore dell’onestà e del “fare pulizia” di Marino. Che poi lo stesso partito, gli stessi circoli e gli stessi mister preferenze gli abbiano portato i voti per vincere (anche con finanziamenti e pacchetti di voti non proprio estranei a “mafia capitale”), poco importa. Una volta che ha vinto, Ignazio si è messo in proprio e chi s’è visto, s’è visto. E nella società dell’immagine, appesa a singoli “eroi” e capri espiatori può anche funzionare. Specie se la narrazione è condita da racconti tipo: “ho rimosso Panzironi dall’AMA, ben prima dell’inchiesta su mafia capitale”. E infatti, Panzironi s’era rimosso da solo, nel 2011, ben prima che Marino potesse anche solo pensare di fare il Sindaco di Roma… Ma vabbè, buttiamola lì, magari qualcuno “ce casca”…

C’è un piccolo particolare però, quello su cui insiste quel rompiscatole di Matteo Renzi (che non mi pare si autocollochi a destra, né mi pare rivendichi un passato “fognario”): oltre a fare “pulizia” (quella la fa Pignatone), toccherebbe governare la Capitale. E lì forse un partito servirebbe.

Come servirebbe una giunta di alto livello (che sta perdendo i due “pezzi” più importanti).

Come servirebbe una macchina amministrativa motivata (che viene definita “incompetente e corrotta” in un’intervista su due, sia dal Sindaco che dall’Assessore Sceriffo, Sabella).

Come servirebbe un’opinione pubblica legittimante (sondaggi alla mano siamo molto lontani e certo l’uscita sulle fogne non aiuterà il “Sindaco di tutti”).

Insomma, sulla pars destruens essere senza partito può anche far gioco: “che si sfasci anche tutto, io non sono uomo di nessuno, non ho nessuna corrente, nessuna fondazione politica, di fatto non ho nessun partito”.

Sulla pars costruens però, quella per cui è “incriminato” dal Segretario-Premier, l’essere senza partito non fa gioco proprio per niente.

E quando finiranno l’onda emotiva e la “bolla mediatica” (nel senso che non si parla d’altro) di Mafia Capitale, torneranno di moda le buche, il traffico, i rifiuti, i tombini e le caditoie otturati.

Insomma, ironia della sorte, se sarà ancora Sindaco gli toccherà occuparsi delle fogne. E dubito che riuscirà a sturarle evocandole da un palco…

LDG

 

Gli “eroi” individuali e la catastrofe collettiva – GLI STATI GENERALI

Una riflessione “sistemica” su come (non) usciremo dalla catastrofe. Anzi…

GLI “EROI” INDIVIDUALI E LA CATASTROFE COLLETTIVA – GLI STATI GENERALI.

I pro e i contro dell’Italicum

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Ora che l’italicum è stato approvato, possiamo tirare le somme e individuare i pro e i contro del nuovo meccanismo elettorale.

PRO

  1. Majority assuring

Come dice Matteo Renzi: “la sera delle elezioni sapremo chi avrà vinto. Chi avrà la maggioranza in Parlamento”. Vero, anche se in realtà questa novità si concretizzerà solo dopo la riforma del Senato, se andrà in porto. È il Senato che storicamente ha visto maggioranze “ballerine”, per via di un vincolo costituzionale. Infatti, alla Camera, anche il famigerato Porcellum garantiva una maggioranza certa alla coalizione (o al partito) vincente. E anche, prima, il Mattarellum. Per cui non è proprio una novità…In ogni caso, è bene che ciò sia stato mantenuto, grazie alla novità (questa si) dell’eventuale ballottaggio che serve a superare i rilievi della Consulta sull’entità del premio di maggioranza.

  1. Il premio di maggioranza al partito

E’ bene anche che si sia passati dal premio alla coalizione a quello al partito vincente. In un’ottica di riduzione del numero dei partiti e di maggiore governabilità questa novità è da considerarsi positiva. Ovviamente, tutto ciò dipende molto da come si strutturerà l’offerta politica. Tradotto: a sinistra c’è già un grande partito, a destra no. Se a destra, per ragioni tattiche, avremo un solo simbolo e una sola lista, ma fittizi, dopo le elezioni il numero dei partiti tornerà ad essere elevato. Esattamente come avvenne negli anni del Mattarellum. Prodi ha vinto elezioni con un solo simbolo, ma con 15 partiti in maggioranza…

  1. Il meccanismo di attribuzione dei seggi

Un’altra nota a favore è senz’altro quella di aver eliminato il cosiddetto “effetto flipper” nell’attribuzione dei seggi. Cioè, è stato modificato il rapporto tra vincolo territoriale e risultati dei partiti, che portava i partiti più piccoli a vedersi assegnati i seggi in collegi in cui non era detto che avessero ottenuto i migliori risultati. In pratica, si premiava il rapporto seggi/popolazione residente e si puniva il rendimento politico dei partiti. Ora non è più così, ed è un’altra novità positiva. Questo problema è ancora presente in altre leggi elettorali, quali quella per le europee dove, ad esempio, Lega Nord e NCD hanno ottenuto seggi in circoscrizioni in cui non sono andati benissimo, solo per ragioni di rappresentanza territoriale.

CONTRO

  1. La soglia di sbarramento al 3%

La soglia di sbarramento al 3% nazionale è troppo debole per fare efficacemente da filtro ai partiti minori. È una scelta contraddittoria rispetto al premio di maggioranza al primo partito. Dunque, una clausola aggiuntiva al sistema elettorale lavora per la riduzione del quadro partitico e l’altra no. Stando alla media dei sondaggi attuali, avremmo 7 partiti in Parlamento, salvo formazioni unitarie – al momento altamente improbabili – a destra.

  1. Le candidature multiple

Dall’effetto flipper dipendeva l’aver mantenuto le pluricandidature (ogni candidato può presentarsi al massimo in 10 collegi). Cioè, non sapendo con certezza dove sarebbero stati eletti, i leader dei partiti minori avrebbero potuto candidarsi in 10 collegi diversi, per poi optare eventualmente per un solo collegio. Ora che il vincolo territoriale (e il conseguente effetto flipper) è saltato, le pluricandidature si sarebbero potute evitare. Non è un grande spettacolo vedere accapigliarsi i candidati arrivati secondi in diversi collegi in attesa che il loro capolista scelga per quale collegio optare e far eleggere così un altro candidato del proprio partito. Così come non è un grande spettacolo vedere qualcuno che si presenta in 10 “territori” diversi. Il famoso “legame col territorio” che pretendiamo in un’ottica “maggioritaria” viene decisamente indebolito.

  1. Preferenze e capilista bloccati

Resto poco convinto sulla scelta finale. Il mix tra 100 capilista bloccati (per partito) e il resto eletti con le preferenze è un chiaro segnale di indecisione che “puzza” da lontano. Come dire, “noi leader di partito preferiremmo le liste bloccate, ma siccome per anni abbiamo contestato i nominati del Porcellum, abbiamo dovuto aprire, in parte, alle preferenze”. Queste ultime, peraltro, sono state “incriminate” delle peggiori nefandezze negli ultimi mesi (voto di scambio, incentivo alla corruzione, ecc.) proprio per rafforzare la scelta delle liste bloccate. Se è così però mi chiedo: come mai le preferenze sono il male assoluto quando si vota per il Parlamento e poi le utilizziamo per le europee, le regionali, le comunali e le circoscrizionali? Forse dovremmo iniziare a occuparci seriamente della selezione della classe dirigente da parte dei partiti, anziché prendercela di volta in volta con le preferenze e le liste bloccate.

  1. La parità di genere tra i candidati

A proposito di selezione della classe dirigente, una notazione sulla “parità di genere”, spesso sbandierata come un grande successo dall’attuale maggioranza: il numero di candidati complessivo di ciascun partito sarà perfettamente pari tra uomini e donne. Se la parità di genere è un principio positivo e irrinunciabile, è sicuramente un ottimo risultato. Personalmente, tuttavia, gradirei una rappresentanza di valore, a prescindere dal sesso. Meglio un uomo in più in Parlamento perché merita, che una donna in più perché donna.

  1. Il metodo della riforma

Il “contro” più importante di tutti, a mio avviso, resta legato al metodo in cui si fanno le riforme elettorali in questo paese. Se guardiamo alle altre democrazie consolidate, ci rendiamo conto che i loro sistemi elettorali sono stabili da decenni, se non da secoli, in alcuni casi. In Italia, la legge elettorale è sempre “in bilico” e questa è la sesta riforma in 90 anni, una ogni 15 anni in media. Ciò denota chiaramente che “non sappiamo dove vogliamo andare”, non abbiamo un modello di democrazia in mente tale da riflettersi anche nelle regole della competizione elettorale. Siamo stati proporzionalisti convinti in anni in cui era necessario esserlo (ma si arrivò comunque alla “legge truffa” in quegli stessi anni), maggioritaristi convinti nella prima fase della seconda Repubblica (Mattarellum) e maggioritaristi a metà in quest’ultima fase (Porcellum e Italicum). Questo andamento ondivago dipende dal fatto che la politica non si pone il problema di lungo periodo di come configurare l’assetto democratico del paese, bensì quello di breve periodo di come vincere le elezioni successive (o di come sopravvivere alle elezioni successive, nel caso dei partiti minori). Questa logica non porta a nulla, se non a riforme continue. Aspettiamoci che si riapra il dibattito elettorale immediatamente. Se mai si è chiuso. Resto convinto che l’unica riforma duratura può derivare da un’Assemblea costituente che lavori su indicazioni di massima dei partiti. E sono convinto che da un’ipotetica Assemblea costituente, oggi, al posto dell’Italicum avremmo un doppio turno di collegio, come in Francia…

LDG 

Dateci le preferenze. Levateci un alibi.

italicum porcellumPer anni abbiamo letto e ascoltato di tutto e di più sui “nominati” derivanti dalle liste bloccate del Porcellum. Negli stessi anni abbiamo votato per Circoscrizioni, Comuni, Province, Regioni e Parlamento europeo con il sistema delle preferenze. Per cui ci chiedevamo (e in molti lo fanno anche oggi) come mai le tanto vituperate preferenze andassero bene ovunque tranne per le elezioni del Parlamento.

Ciononostante, anche l’italicum è nato senza preferenze e sta crescendo sulla base del modello che prevede i capolista bloccati  e il voto di preferenza per gli altri (ipotesi che dovrebbe comportare almeno la metà dei futuri Deputati di nuovo “nominati”).

Sinceramente trovo inutile, e anche abbastanza ridicola, la diatriba su cosa sia meglio in assoluto tra collegio uninominale, liste bloccate, preferenze. In un paese in cui la classe politica è reclutata in maniera seria, regolata e meritocratica funzionano tutte e tre le formule. In un paese in cui il reclutamento (e anche il processo di voto) è viziato da innumerevoli variabili “poco edificanti” non funziona nessuna delle tre. Non a caso:

Ai tempi del Mattarellum, con i collegi unoniminali, abbiamo avuto il fenomeno dei “paracadutati”, ossia (ad esempio) candidati vincenti in Sicilia anche se piemontesi, grazie al voto “fedele” al partito (caso emblematico, Di Pietro al Mugello) che faceva letteralmente “scomparire” il candidato dalla percezione degli elettori. Si votava un simbolo. Punto.

Ai tempi del Porcellum abbiamo avuto i Razzi, gli Scilipoti, le “veline” e tutte le “invenzioni” di queste ultime legislature (compresa l’ultima).

Con le preferenze, specie alle Regioni, abbiamo avuto un sacco di indagati e condannati per corruzione, associazione mafiosa e chi più ne ha più ne metta, a causa del “voto di scambio”.

Non ne usciamo. E’ inutile impiccarsi, non è il tipo di collegio/circoscrizione che “ci salverà”. Dobbiamo salvarci da soli, a monte, valutando le condizioni sistemiche attuali.

E su questo, due cose si possono dire.

1. Nell’era dei “partiti personali”,  è “naturale” che la lista bloccata riscuota successo tra i partiti. Ovvio che i leader di partito tifino per la possibilità di scegliersi i parlamentari (anziché farli scegliere agli elettori) ed è altrettanto ovvio che trovino una maggioranza in Parlamento favorevole a tale ipotesi. “Se sono stato eletto già per fedeltà al leader, sarò ricandidato (anzi rinominato) per la stessa ragione”.

Il problema è: vogliamo davvero che si continui su questa china? Ci sta bene che i partiti siano diventati dei “comitati elettorali” del leader di turno (come dice, ad esempio, Cirino Pomicino) o dei “fan club” di una pop star di turno, come preferisco dire io? E che i nostri rappresentanti derivino esclusivamente dalla “fedeltà al leader”? (Categoria assolutamente non politica e, direi, sub-umana, tendenzialmente canina…). 

2. Nell’era post-ideologica, in cui il “voto di appartenenza” (ossia il voto fedele, a prescindere, per un dato partito) non esiste più, il collegio uninominale potrebbe tornare utile perché “costringerebbe” i partiti a candidare personaggi noti, ma anche con una certa reputazione (non il tronista o la velina di turno, insomma) e un certo attaccamento al territorio del collegio. Ci sarebbero grandi difficoltà a “paracadutare”, che so Faraone (o Emiliano) in Emilia-Romagna e a farlo eleggere, tanto per fare un esempio. E’ vero che la scelta dei candidati resterebbe in mano ai leader di partito, ma quanto meno essi dovrebbero fare i conti col candidato unico su un determinato territorio. Difficile far passare “la qualunque”…

Premesso che, ahimè, l’ipotesi del collegio uninominale non è sul tavolo, e premessi tutti gli accorgimenti del caso sulle preferenze (voto di scambio, incentivo alla corruzione, scarso utilizzo da parte degli elettori, ecc.), siamo sicuri che vogliamo continuare sulla strada della democrazia delegata (anziché reppresentativa)? In cui, appunto, deleghiamo alle pop star (perché tali sono, ieri Renzi ha parlato di “personaggi da Talk Show”) il compito di decidere chi ci rappresenterà in virtù di una appartenenza non a un ideale (non esistono più), né a un programma (neanch’essi esistono più, se non sotto forma di singoli annunci da ritwittare qua e là), ma a una persona? 

Forse dovremmo tutti ragionare, a monte, su cosa sta diventando la politica in Italia. O forse ci va bene così, perché meno decidiamo noi, più sarà facile e autoconsolatorio riempire di insulti le classi dirigenti presenti e future. Senza potere (reale), senza legittimazione democratica, ma sempre su tutti i media a sminuire h24 la loro credibilità rilanciando di promessa in promessa, di utopia in utopia, col volontarismo che sostituisce il potere. E si schianta su una realtà pressoché ingovernabile e che corre alla velocità della luce. Rinnovando la nostra voglia di shopping, che si concretizza nel cestinare tutti i leader (e con essi tutta la classe dirigente “nominata”) e nel cercare “in vetrina” (che sia la TV o uno smartphone) i nuovi leader a cui affidarsi, finché regge il loro “brand”. Sempre meno.

Renzi, “te lo dico da amico”, dacci le preferenze. Almeno avrete un alibi in più e ne toglierete uno a noi. E forse la politica camperà qualche altro anno. In caso contrario, sarete la solita “Ka$ta”, da impallinare h24 sui quotidiani e sui social media dopo ogni “battito d’ala” di qualsivoglia Procura d’Italia.

 

LDG

Renzi e le maggioranze “usa e getta”

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Il capolavoro “Mattarella” è riuscito proprio bene al Presidente del Consiglio.

In un colpo solo ha infatti:

1. ricompattato il PD, facendo piangere di commozione e di gratitudine la sua minoranza interna;

2. frantumato Forza Italia, uscita a brandelli con tanto di pubblico “volo di stracci” in Transatlantico;

3. disgregato NCD, diviso fra siciliani sorridenti e “resto del mondo” intento a mollare tutte le cariche prima che la nave affondi;

4. relegato M5S sul solito tetto: a sondare la base e votare un candidato senza speranza, mentre sotto al tetto si faceva politica.

5. piazzato un uomo, 75enne, democristiano ed emblema della Prima Repubblica (identikit perfetto del rottamabile) al Quirinale, ricevendo una quantità di elogi e apprezzamenti che neanche Maradona dopo il gol contro l’Inghilterra.

La cosa più stupefacente di tutta questa vicenda però, a mio avviso, è la seguente. Tutti gli psicodrammi altrui si sono verificati per una semplicissima ragione, che non è quella individuata, fra gli altri da Claudio Petruccioli che dice, in sintesi: “hanno scoperto che Renzi è anche intelligente”. No, quello secondo me era già evidente. La ragione è che non avevano capito – e forse non hanno ancora capito – la logica di fondo, il modus operandi di Matteo Renzi. Che è peraltro molto semplice: Matteo individua un problema e opera di conseguenza, con intelligenza certo, ma abbandonando tutte le categorie novecentesche che ancora utilizzano i suoi (presunti) avversari.

Qual era il vero problema di questa elezione per Renzi? Non fare la fine di Bersani coi 101. Per di più con un Parlamento formatosi prima della sua vittoria alle primarie. Era un’occasione ghiottissima per impallinarlo. Soluzione: candidato a cui la minoranza PD non può dire “no”, obbligo di voto palese nella riunione (in streaming) dei grandi elettori e minacce esplicite, tipo “il PD non avrà altri candidati”. Risultato: voto compatto del PD (e pure di SEL).

Qual era il problema dell’italicum? Far passare una legge indigesta a parte del suo partito e a SEL. Soluzione: negoziare con Berlusconi e NCD.

Qual era il problema del jobs act? Vedi alla voce italicum.

Qual era il problema delle elezioni alla Consulta e al CSM? Trovare un nome condiviso con Forza Italia, che non avrebbe ridato voce al M5S, ampiamente sulle barricate contro Violante. Soluzione: aprire al M5S e fargli scegliere il membro del CSM.

Cosa ci dice tutto ciò? Che Renzi in meno di un anno ha già utilizzato 4 maggioranze diverse: una per governare, una per le riforme, una per le elezioni di competenza parlamentare dei magistrati, una per le elezioni del Presidente della Repubblica. Eppure ancora ieri in NCD e in Forza Italia si chiedevano, basiti, se l’elezione di Mattarella significhi un cambio di maggioranza per le politiche del governo. Ovvio che no. Significa semplicemente che, in virtù dei suoi numeri e, soprattutto, in virtù dell’assenza totale di ogni ancoraggio ideologico-valoriale e programmatico, Renzi si muove come un leader assoluto, nel senso etimologico del termine: absolutus, sciolto da ogni vincolo. Prende voti dove può, a seconda del problema che gli si para davanti. Con la stessa scioltezza con cui passa da Tsipras a Mattarella, da Nietzsche a La Pira, da Mandela a Steve Jobs.E’ l’homo eligens di Bauman, o l’uomo flessibile di Sennett. Fa shopping. O zapping. Come fanno tutti in un supermercato, o davanti alla TV, o quando scaricano un’app, o quando decidono se “dare l’amicizia” a qualcuno su FB. Ogni nuovo problema, presenta nuove soluzioni, del tutto indipendenti dalle precedenti. E magari anche del tutto incoerenti. Ma ogni problema e ogni soluzione hanno vita a sé. Dunque, porsi il problema della coerenza non ha più senso (se mai ne avesse avuto in politica). 

E’ questa la sua forza. Risoluto, rapido, spregiudicato…sradicato. Chi non ha radici, non ha zavorre supera, velocissimo e senza ostacoli, tutte le tappe del reality show della politica che viviamo ogni giorno sui media (vecchi e nuovi). Chi si ferma a pensare se sia di destra o di sinistra, se stia “con noi” o “contro di noi”, se sia leale o “infedele”, perde solo tempo e va dritto dritto in nomination. E al (tele)voto Matteo non si batte. 

E’ una logica cinica? Immorale? Manipolatrice? Incoerente? Senza certezze e punti fermi? Probabilmente si. Ma la politica è mai stata altro? E, soprattutto, la società è altro? Noi siamo altro?

LDG

 

La realtà contro Renzi? Siamo noi (lui compreso)

Schermata 2014-12-18 alle 10.41.46È ormai opinione diffusa, e largamente condivisa, quella per cui l’unico avversario di Matteo Renzi sia “la realtà” (copyright, vado a memoria, di Pietrangelo Buttafuoco). Ha un senso sostenere che l’avversario di Renzi è la realtà? A mio avviso si, ma forse non per le ragioni più “intuitive”.

“Si”, nel senso che, come i dati dimostrano, la fiducia e il gradimento nel premier sono già in netto calo. E si presume che tale calo sia dovuto al gap tra le aspettative create e le “cose fatte”. Ma su questo tornerò, perché credo sia un fattore largamente sovrastimato…

“Si” anche perché tutti gli altri partiti oggi sono lontani dai numeri del PD(R): solo la Lega è in forte crescita, ma si tratta di una crescita non in grado, al momento, di creare problemi a Renzi, neanche in un’eventuale (ma non semplice da costituire) coalizione di centrodestra. E dunque non c’è un avversario politico in grado di competere realmente, se non appunto “la realtà”.

Tuttavia, credo ci sia un altro “si”, il “si” più importante di tutti. E anche il più meritevole di attenzione. Siamo sicuri che la realtà intesa come “fatti” e “dati oggettivi” sia in grado di far perdere consenso a qualcuno? Chi certifica i dati oggettivi in Italia? Chi di noi sa se la P.A. ha pagato tutti i debiti ai fornitori (vicenda per cui né Renzi né Vespa hanno fatto il famoso pellegrinaggio lo scorso 21 settembre)? Chi di noi è in grado di dire se sul lavoro stiamo peggiorando (record di disoccupazione dal 1977) o migliorando (400 mila nuove assunzioni in pochi mesi)? Chi di noi può attribuire con certezza precise responsabilità all’attuale governo, sapendo che ci sono ancora oltre 400 decreti attuativi da varare, alcuni dei quali addirittura relativi a norme approvate dal governo Monti? Sostengo da tempo che, in politica, anche la matematica è un’opinione. E, in un paese di tifosi quale è il nostro, tale tesi si rafforza. Dunque, non è la realtà che crea (o modifica) le opinioni, bensì è l’opinione dominante a “creare la realtà”, numeri e matematica compresi. Parafrasando Berger e Luckman viviamo una realtà socialmente (e mediaticamente) costruita.

La realtà che si oppone a Renzi, di conseguenza, è soprattutto un’altra. Ed è la stessa realtà che lo ha incoronato “re dei consensi” solo 6 mesi fa. Questa realtà si chiama “società”. Siamo noi: croce e delizia di Renzi, come di qualunque altro premier di questo tempo. Noi, figli della società dei media, dell’immagine e del consumo, tanto quanto lui. Noi che, ipereccitati, scarichiamo l’ultima App per lo smartphone e dopo una settimana…letteralmente la dimentichiamo. Noi che incoroniamo col televoto e a colpi di tweet ogni anno il nuovo fenomeno della musica POP e dopo un mese…lo dimentichiamo. Noi che fibrilliamo sui social network per ogni notizia sensazionale (sarebbe meglio dire per ogni “non notizia generata per produrre sensazione” anziché informazione) per poi il giorno dopo…dimenticare anch’essa.

Ecco, Renzi ha cavalcato questa società, l’ha sovraeccitata a colpi di selfie, Leopolde, annunci, tweet, high five, fotonotizie, storytelling, presenze mirate nei programmi televisivi Pop e individuando tutte le parole chiave (giovani, donne, rottamazione…) e i nemici da abbattere (sindacati, pubblico impiego, RAI, Regioni…) sintonici col “mercato” elettorale.  Nessuno come lui è stato in grado di interpretarla e di vincere grazie alla sua empatia con i cittadini dell’ipermodernità (cit. Barile e Codeluppi). E, non a caso, nel pieno della crisi della politica italiana, ha frantumato tutti gli avversari (politici e antipolitici) raggiungendo il fatidico 40,8%. Lo stesso Renzi, però, la sera del trionfo alle Europee disse, in pratica, questo: “come ci hanno votato, così possono toglierci il voto”. Lo sa, proprio perché è figlio del suo tempo. Ma, pur sapendolo, non è detto che possegga l’antidoto contro tale incantesimo. Perché in realtà oggi quell’antidoto non lo possiede nessuno.

Siamo sempre alla ricerca di qualcosa/qualcuno di “nuovo” perché, come sostiene Bauman, non viviamo più per il momento dell’acquisto, bensì per quello dello scarto. Pronti all’acquisto successivo, con la stessa ipereccitazione di prima. L’importante è che sia qualcosa/qualcuno di “noto” e di Pop, che abbia ricevuto, cioè, l’incoronazione mediatica. Che abbia qualità, meriti e competenze non ci riguarda, perché come ha scritto Umberto Eco due anni fa: la notorietà ha sostituito la reputazione.

Dunque, il nostro premier può essere eventualmente bravo e competente quanto vuole, ma se perde “il tocco”, l’appeal mediatico, la brand perception con la quale ha affascinato milioni di italiani, non ha scampo. E nessuno, oggi, è in grado di mantenere quel gradimento a lungo. Questo circolo vizioso che ci schiaccia su un eterno presente, che è fatto di (il)logica e di sensazioni forti, in cui non esistono più né memoria né futuro, se non quello dei prossimi 5 minuti, e in cui non esiste più reputazione, ma tutt’al più brand reputation, non mi fa propendere per leader duraturi. Se non dopo aver saltato un turno, riposizionandosi grazie al facile oblio dei cittadini/consumatori (come fa Silvio da tempo, o come sta facendo Salvini con la Lega, che come d’incanto è diventato un partito nazionale).

Siamo la società dello scarto. E non credo che Renzi farà eccezione. Qualunque cosa faccia (o non faccia) rischia di essere rottamato anche lui, molto presto. Senza meriti o demeriti specifici, se non quelli per cui avrà fatto il suo tempo. Un tempo necessariamente breve perché avremo bisogno (fisiologico) di fare shopping e di cambiare prodotto (leader al governo) perché risulterà distonico con i gusti e le preferenze di noi consumatori. Se riuscirà ad aggiornare il software in modo da riposizionare il “brand Renzi” (cit. Barile) e da (ri)convincerci di essere “nuovo” e cool, sopravvivrà. Altrimenti dovrà saltare un turno e ripresentarsi al prossimo giro di giostra, quando avremo già dimenticato meriti e demeriti che magari non ha (ma che siamo convinti che abbia).

LDG