Le grandi manovre per incollare (inutilmente) i cocci

Oggi sui giornali era un tripudio di analisi e di interviste sul rilancio del centrodestra italiano, galvanizzato dalla recente sentenza di assoluzione di Berlusconi sul caso “Ruby”. Sentenza che, lo dico subito, a mio avviso è stata invece una specie di colpo di grazia per il centrodestra, proprio perché ha ridato ossigeno a un leader che non serve più. Non può più vincere. Rappresenta il passato e il passato è…passato.

Il leader, come ho già detto quicostituisce oggi il fattore più importante nel processo di scelta degli elettori, la “scorciatoia cognitiva” che più di tutte spiega i comportamenti di voto nell’era post-ideologica e nella democrazia fluida/ibrida (cit. Diamanti). Se è così, Berlusconi ha già dato. E se Berlusconi torna in sella, in virtù della sua “leadership mai messa in discussione” (come si sono affrettati a sottolineare in molti), il centrodestra continuerà a vivere un periodo buio molto lungo…

Magari farà solo da federatore, sostengono alcuni. Da padre nobile di una nuova coalizione. Mi chiedo però come possa fare da federatore senza essere anche il leader. E’ il leader che federa, oggi. Tanto più in assenza di idee e programmi condivisi. Già, perché l’altro problemino non da poco è quello della piattaforma programmatica del centrodestra che verrà. Posto infatti che dovrebbe essere aperto a Forza Italia, NCD, Lega, FDI e UDC, come si può sottoscrivere un programma comune in materia di:

– euro/non euro;

– europeismo filo-PPE/euroscetticismo in stile Le Pen;

– politiche dell’immigrazione;

– diritti civili;

– riforme istituzionali (Titolo V in primis, federalismo o Stato unitario?);

– riforma elettorale (preferenze o liste bloccate? soglie alte o basse?).

Mi fermo qui ma potrei andare avanti, l’elenco sarebbe molto lungo. E da quest’elenco se ne esce solo se passa la linea di un leader nuovo, che vinca una selezione interna. Era forse nel programma del PD o del centrosinistra la guerra ai sindacati o alla dirigenza pubblica? Direi proprio di no… Ma un leader legittimato dalle primarie, scaltro e brillante, ha capito quali sono i “nemici (percepiti) del popolo” e ha imposto quella linea. E’ il leader che fa il programma, oggi. Perché è lui che fa sintesi. Come la faceva Berlusconi un tempo. Ma quel tempo è finito e in realtà lo sanno tutti.

La verità è che ormai nel centrodestra italiano è in corso una battaglia per la sopravvivenza. Individuale, non di gruppo. E in un partito (o una coalizione, se passa l’Italicum come è concepito oggi) padronale, la sopravvivenza è garantita da Berlusconi. C’è una classe dirigente delegittimata (quasi) per intero che tira a campare per ragioni ormai personali prima che politiche. Vincere o perdere conta relativamente: primum vivereossia prima qualche altro anno da parlamentare grazie alle liste bloccate e al posto in lista garantito dalla fedeltà (servilismo?) al leader, poi viene tutto il resto, se c’è un resto…

Sarò brutale, ma lo scenario mi pare esattamente questo. Ad eccezione di alcune posizioni esplicite (e ammirevoli) sul “ciclo finito” di Silvio, la posizione dominante è quella lì: attendista e a garanzia del proprio sedere. Dell’Italia che verrà  ai nostri eroi frega poco o niente.

Serve una scossa forte e credibile. Un outsider vero. Il “famoso” Renzi di destra. L’alternativa (molto triste) è sperare che il Renzi di sinistra (?) fallisca e di conseguenza tornare competitivi per incapacità altrui. Essere di nuovo lì, malgrado tutto…

LDG

 

 

 

 

Lo streaming, ossia il paradosso della trasparenza

Chi si è imbattuto durante i suoi studi in corsi di sociologia, antropologia, metodologia della ricerca sociale et similia dovrebbe aver incontrato un concetto, semplice quanto intuitivo, che si chiama “paradosso dell’osservatore“. Cosa ci dice questo concetto? Semplicemente che ogni individuo, se sa di essere osservato, si comporta in modo diverso dal solito, altera il proprio comportamento. E come lo altera? In base al ruolo che assume. E cos’è un ruolo in sociologia? L’insieme dei comportamenti, degli obblighi e delle aspettative che ci attendiamo da un individuo che ricopre una determinata posizione.

Voi direte: che scoperta…lo sanno tutti che è così. Beh, non mi pare, visto che tutti chiedono lo streaming… O meglio, come per tutti i concetti chiave della sociologia ci rendiamo conto della loro veridicità solo quando qualcuno ce li fa notare. Quando qualcuno ci fa capire come e quanto la nostra realtà sia socialmente costruita e i nostri comportamenti siano costantemente determinati da norme e ruoli sociali.

Tradotto: se sono Matteo Renzi e so di essere davanti a una telecamera dirò le cose che il mio “popolo” si aspetta da me. Se sono Luigi Di Maio dirò le cose che il mio “popolo” si aspetta da me. Né Renzi, né Di Maio, né tanto meno Beppe Grillo saranno mai “trasparenti” (ossia sinceri) in una diretta streaming. A porte chiuse invece si, perché viene meno il ruolo, ossia le aspettative altrui sul loro comportamento.

Ergo: se vogliamo trasparenza, le trattative facciamole a porte chiuse.

Ecco a voi il “Paradosso della trasparenza”: nelle trattative, chiudere le porte e spegnere le telecamere.

LDG

La nuova destra: cosa serve?

Le ultime elezioni europee hanno certificato che la destra che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni è morta e sepolta. Berlusconi è al capolinea per varie ragioni. E’ un “marchio” usurato, da troppo tempo sul mercato e senza alcun “aggiornamento disponibile”. Ripete a mo’ di disco rotto le stesse cose da 20 anni. Della rivoluzione liberale promessa non si vede neanche l’ombra: restano solo nemici ideologici, dai comunisti ai magistrati, utili solo ad allungare l’agonia di una morte (politica) lenta e inesorabile. Ciò che più sorprende è che Mr. marketing, l’uomo delle televisioni e della pubblicità, non abbia fiutato in anticipo ciò che stava per accadere. Ossia che la crisi economica e i fallimenti della politica stavano per cambiare completamente le domande dei cittadini, che Grillo stava per scardinare le logiche, le aspettative e le priorità del “vecchio” sistema politico e che Renzi stava per prendere il suo (di Berlusconi) posto come leader “pop, in grado di attrarre (anche) elettori di centrodestra, dando vita a una piattaforma politica liquida, assolutamente “catch all“, pigliatutto (in termini programmatici)  e tutti (in termini elettorali).

Già, perché l’abilità di Renzi è stata proprio questa: attaccare il pubblico impiego, i sindacati e la Rai – nemici storici di Berlusconi e bacini elettorali tradizionali della sinistra – e stravincere le elezioni. Come ha fatto? Semplice, è andato “oltre” ogni steccato simil-ideologico.  Ha capito, come ha scritto Ilvo Diamanti, che gli elettori non sono più né fedeli (come nella prima Repubblica), né abitudinari (come nella Seconda): sono assolutamente “liberi”. Oggi scelgono. Prima di tutto se andare a votare. Poi per chi votare, magari all’ultimo momento, con la scheda elettorale davanti e la matita in mano.

Ciò significa che il mercato elettorale (italiano, ma non solo) è giustamente postmoderno, tanto quanto la società. Niente ideologie, niente blocchi sociali, niente abitudini di voto familiari o tradizionali. Nessuna certezza e fine dei fattori predittivi di lungo periodo. Oggi il voto si spiega (quasi) esclusivamente con fattori di breve. Perché è la nostra vita che viaggia sul breve periodo, la nostra quotidianità, la nostra società. E di conseguenza anche la politica finisce per essere fatta soprattutto “di istinti e di istanti” (cit. Eichberg e Mellone).

Allora ciò che serve è capire gli istinti e sfruttare gli istanti.

Capire gli istinti, come ha fatto perfettamente Matteo Renzi individuando tutte le esigenze, cerebrali e soprattutto viscerali, degli elettori, sintetizzabili in tre R: ricambio (o rottamazione), riforme, risparmio (di denaro pubblico). Dietro le quali si celano i “mostri” da abbattere che in una narrazione vincente sono sempre necessari per far trionfare l’eroe: vecchia classe politica (D’Alema, Veltroni, Bindi letteralmente spariti dalle TV e dal dibattito pubblico) vs. ricambio, P.A. e sindacati che “bloccano” il paese vs. riforme, RAI che sperpera denaro pubblico in base a logiche clientelari e partitocratiche vs risparmio. Ecco i “nuovi” nemici di Renzi. Non più Berlusconi, che non essendo più centrale nell’agone politico, non riesce più a compattare neanche i “suoi” elettori storici. Senza Berlusconi al centro del dibattito, la sinistra ha stravinto e la destra ha straperso. Se di sinistra e destra ha ancora senso parlare…

Ma istinti e nemici sono solo le premesse del messaggio. Per veicolarlo e renderlo vincente serve un buon “emittente”. Credibile e attrattivo. Serve un leader, abile nella logica degli istanti: Matteo Renzi, appunto. Battutista, rapido, brillante, spregiudicato, decisionista, simpatico ed empatico, tagliente come una lama tanto in TV quanto su Twitter… E’ l’idealtipo del leader postmoderno. Identità fluida, niente radici o incrostazioni ideologiche, programmi e progetti on demand, plasmabili appunto in base agli istinti del momento e grande capacità comunicativa. 

E il leader oggi è tutto. Lo dimostrano decine di ricerche e di rilevazioni pre e post voto. Non è il partito che crea il leader e determina il suo programma. E’ il leader che crea il programma (on demand) e plasma il partito. Ciò non significa che siamo destinati ai “partiti personali”, che nascono e muoiono con i propri leader. Anzi, quei partiti sono ancora più deboli proprio perché non prevedono un ricambio, una “successione”. Scelta Civica, Futuro e Libertà, Italia dei Valori e la stessa Forza Italia cosa sarebbero/sono senza Monti, Fini, Di Pietro e Berlusconi? Niente… Il PD ha il doppio vantaggio, oggi, di essere l’unico partito “non personale” (nel senso che esisteva prima di Renzi e presumibilmente esisterà anche dopo) e di aver l’unico leader in grado di attrarre consensi in lungo e in largo. Come accade in quasi tutto l’Occidente dove i leader contano (Obama, Blair, Sarkozy, Aznar, Merkel…) ma i partiti sono quelli storici. I partiti personali che nascono dalla volontà di leader occasionali durano il tempo di un tweet…

Il fatto che il leader sia tutto è una verità incontestabile oggi. Non sto dando un giudizio di valore, ma un giudizio di fatto, un’analisi neutra. Diciamo la verità, se la stessa proposta viene lanciata da Renzi, D’Alema, Schifani, Berlusconi e Larussa avrà lo stesso appeal e la stessa credibilità? No. Oppure: le cose dette da Fini sabato scorso sono sbagliate o infondate? A mio avviso per nulla. Ma hanno avuto un grande risalto e avranno una conseguenza politica? No, perché le ha dette Fini. Ossia un “emittente” ritenuto ormai privo di credibilità a priori. Oggi in politica trionfa un errore logico: la fallacia ad personam. Non giudichiamo la proposta, o meglio la giudichiamo in base a chi la propone. E’ con questo dato di fatto che tocca fare i conti, ci piaccia o no.

Tutto ciò premesso, che prospettive ha la destra italiana per tornare competitiva? Senza un nuovo leader, direi nessuna. E sottolineo “nuovo” e “leader”. Nuovo nel senso che se non del tutto sconosciuto, quanto meno deve essere percepito come “non contaminato” dalla classe politica degli ultimi 20 anni. Altrimenti è “scaduto”, come uno yogurt. Non merita neanche un minimo di attenzione (come è successo per Fini ieri, ad esempio). Leader nel senso che deve essere un catalizzatore di consenso, un valore aggiunto per il partito (o la coalizione) e non deve apparire come un “burattino” guidato da altri (da Arcore in particolare).

Se questa è la conditio sine qua non, al momento non c’è via di scampo. Ci si può scervellare per mesi per individuare una “nuova” quanto inutile piattaforma programmatica o una formula organizzativa più o meno originale (federazione, coalizione, ecc.). Non serviranno a niente. Oggi il brand è il leader. E dalla sua “brand reputation” deriva tutto il resto. Dal suo rapporto col “pubblico”, immediato e diretto. Invertendo l’ordine dei fattori, ossia provando a costruire prima il partito o il programma, il risultato cambia. Inesorabilmente. 

Allora ben vengano Leopolde Blu, i brainstorming su valori non negoziabili, neoliberismo e neocomunitarismo, europeismo o euroscetticismo. Ma (politicamente) non serviranno a nulla. Saranno un minimo e misero “rumore” di fondo che non cambierà di una virgola il consenso e l’attrattività del centrodestra italiano. Politicamente serve fare tabula rasa. Ricominciare da zero, individuando un metodo democratico e meritocratico nella speranza che dal nuovo metodo emerga un nuovo leader. Da solo, senza sponsor o accordi sottobanco che lo indebolirebbero immediatamente.

Serve un Renzi di destra, si. Nuovo e spregiudicato, che sfidi tutta la nomenklatura attuale del centrodestra, a partire da Berlusconi. Oggi non c’è è vero. Allora si provi almeno a creare l’habitat, l’insieme delle precondizioni affinché possa nascere. Ma perché ciò accada serve un enorme passo indietro di buona parte dei “big” del centrodestra attuale. Ci sarà questo passo indietro? Io dico di no…E allora, palude sia. 

LDG

 

 

 

 

 

Democratellum: Cosa farei al posto del #M5S

Le delegazioni del Pd e del M5S si sono confrontate sulla legge elettorale. L’hanno fatto in streaming, come vuole ormai la prassi. Dirò due cose al volo sull’utilità dello streaming che per me, nelle trattative, è tutto fuorché trasparenza. Al più è rappresentazione (teatrale) come avviene ogni qual volta ci si trovi di fronte a una telecamera. Il comportamento è tutto fuorché sincero. Se c’è la telecamera, il mio primo obiettivo è comportarmi come gli altri (in particolare i miei elettori) vogliono che io mi comporti. Tattica o marketing dunque, non trasparenza. Reality e non realtà. Per come la vedo io, le trattative si fanno a porte chiuse. Poi si rendono pubblici gli esiti. Accesso agli atti, non voyeurismo da Grande Fratello. In politica non tutto può essere trasparente, mettiamocelo in testa. Talvolta perchè sarebbe pericoloso (immaginate la diretta streaming di una riunione dei servizi segreti, o del Consiglio Supremo della Difesa, o di qualunque trattativa diplomatica), talaltra perché genererebbe l’effetto inverso, come nel caso di questi streaming fasulli che servono solo a gonfiarsi il petto e a far vedere agli italiani chi è più bravo a vendere la sua “merce”. Trattare con posizioni radicalizzate a causa della telecamera è di per sé un controsenso. Tornerò sull’argomento, intanto vi rimando a questo articolo di Tommaso Ederoclite di ieri sera.

Scusate il “fuoripista” sullo streaming e andiamo alla trattativa. Renzi ha detto di essere possibilista sulle preferenze (ma evidentemente non ha gradito, anzi non aveva neanche capito, il sistema doppio con preferenza negativa che impatta sul risultato dei partiti), ma di non voler rinunciare alla governabilità, affermando – giustamente – che il sistema proposto dal M5S non la garantisce. Effettivamente, nonostante una buona sovrarappresentazione dei partiti più grandi a causa dell’attribuzione dei seggi in collegi tendenzialmente “medio-piccoli”, il sistema M5S non garantisce una maggioranza certa a chi vince. Cosa che era assicurata dal Porcellum e che è mantenuta dall’Italicum grazie al premio che deriva dal superamento del 37% o dalla vittoria dell’eventuale ballottaggio. Detto brutalmente: col Porcellum e con l’Italicum chi arriva primo ha una maggioranza certa, con il “democratellum” non è detto che ciò accada. Per succedere, chi vince deve prendere una marea di voti.

A dimostrazione di ciò, ho simulato un’elezione della Camera sulla base dei risultati delle europee, al solo scopo di verificare come si comporta il sistema elettorale, ossia quanto “filtra” nella trasformazione dai voti in seggi. Nella simulazione ho ipotizzato che i voti dei partiti siano influenzati dalle preferenze negative allo stesso modo (altrimenti la simulazione semplicemente non si potrebbe fare. Ci vorrebbe uno stregone…).

In una prima versione, il M5S aveva proposto un sistema che aveva come formula il metodo d’Hondt. Con quel metodo il risultato sarebbe stato il seguente.

Simulazione M5S d'Hondt

 

Il Pd avrebbe una sovrarappresentazione cospicua, passando dal 40,8% di voti al 47,3% di seggi, ma ancora lontana dalla maggioranza parlamentare. Nella versione presentata alla Camera, il metodo d’Hondt è stato sostituito da un altro metodo del divisore che incrementa la sovrarappresentazione per i partiti maggiori. Con tale metodo, il risultato sarebbe il seguente.

Simulazione M5S divisore corretto

 

In questo caso il Pd arriverebbe a 307 seggi, a soli 3 seggi dalla maggioranza assoluta (il computo è fatto su 618 seggi e non su 630 perchè sono esclusi i seggi che derivano dal voto degli italiani all’estero per i quali si adotta un altro sistema). Dunque, il Partito democratico arriverebbe al 49,7%, a un pelo dal 50% + 1 dei seggi necessari per governare da solo. In compenso, tale sistema ridimensionerebbe seriamente i partiti minori. Ad esempio, NCD col 4,4% dei voti arriverebbe all’1,9% dei seggi col metodo d’Hondt e all’1,8% col metodo del divisore corretto. SEL addirittura oscillerebbe tra l’1% e lo 0,6% dei seggi. 

La cosa interessante è che Renzi si è detto disponibile a ragionare sul sistema M5S riducendo ulteriormente l’ampiezza dei collegi, ossia il numero dei seggi che essi assegnano. Perché, ad esempio, Roma e provincia nella formulazione attuale del M5S ne assegnerebbero 42 e per il premier tale numero allunga troppo le liste. Vero, ma riducendo ulteriormente l’ampiezza dei collegi si uccidono letteralmente i partiti minori. Probabilmente si garantisce anche la governabilità, sovrarappresentando enormemente i partiti maggiori. Quello che Renzi non ha considerato è che è vero che nell’Italicum i collegi sono più piccoli, ma l’attribuzione dei seggi è su base nazionale, non di collegio. Nel sistema M5S no…e questo comporta che, rimpicciolendo i collegi, di fatto non prenderebbe alcun seggio alcun partito che non sia in grado di arrivare a percentuali elevate in un singolo collegio. Il che, per capirci, favorirebbe la Lega o SVP a scapito di NCD, SEL o FDI, ossia di tutti quei partiti che hanno pochi voti e non concentrati sul territorio. Ciò significa che se M5S accettasse la sfida, metterebbe Renzi in seria in difficoltà. Avrebbe un sistema con liste corte, preferenze e probabile governabilità. Renzi sarebbe servito. NCD no…Forza Italia neanche per la contrarietà alle preferenze. Reggerebbe l’asse delle riforme? E il governo? Chissà…

Solitamente non sono tenero col M5S, ma ho apprezzato il cambio di rotta. Da “setta dei giusti” si sta trasformando pian piano in un partito politico. Siede ai tavoli non (solo) per dimostrare la sua presunta superiorità antropologica, ma per trattare. Bene. A questo punto però vada fino in fondo. Se insiste su liste corte, preferenze e attribuzione dei seggi a livello di collegio…magari qualche grattacapo lo crea. E a quel punto se il premier si tira indietro M5S può tornare a “tuonare”, la specialità della casa….

LDG

#Italicum. Un buon compromesso?


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L’Italicum passa indenne il vaglio della Camera, superando alcune “mine” piazzate qua e là su diverse questioni sensibili. In particolare, quote rosa e introduzione del voto di preferenza. Al Senato le insidie si ripresenteranno e saranno anche più difficili da superare, sia per i numeri delle forze politiche a Palazzo Madama, sia perché l’emendamento che proporrà la doppia preferenza di genere (come avviene già per le elezioni comunali) potrebbe riscuotere un successo bipartisan tale da essere approvato. In quel caso, però, considerando che il “patto” Renzi-Berlusconi non prevede né quote né preferenze, potrebbe saltare tutto, per volere del leader di Forza Italia. E sarebbe un bel problema… Perchè salterebbero tutti gli accordi sulle riforme e si avvicinerebbe seriamente il momento delle elezioni, a quel punto o col Consultellum per entrambe le Camere, o con l’Italicum solo alla Camera e il Consultellum al Senato. In ogni caso, sarebbe un’ecatombe: avremmo un paese con la certezza di essere senza governo e con le forze politiche quanto mai divise e l’un contro l’altra armata. Col solo Grillo a far cassa…dato che il capo dei 5 Stelle guida un edge fund che scommette sullo sfascio dei partiti “tradizionali”.

Ma questo lo vedremo. Intanto, com’è la legge elettorale approvata alla Camera?

Oggi D’Alimonte la definisce “un buon compromesso con qualche difetto di troppo”. Una lettura realistica, ma forse anche un po’ buonista. Che sia un compromesso non c’è dubbio, tutto è frutto di un’alchimia complessa tra le volontà divergenti dei partiti:

1. il doppio turno di coalizione con eventuale ballottaggio al secondo turno è frutto del volere di Renzi e del PD. Ma serve a chiunque arrivi primo per avere un vincitore certo. Ecco perché anche Berlusconi l’ha accettato;

2. la soglia del 37% per avere il premio di maggioranza al primo turno è decisa in ultima istanza da Berlusconi, sondaggi alla mano. Renzi vorrebbe una soglia più alta perché avrebbe più probabilità di vincere al secondo turno, sempre sondaggi alla mano. Il primo tifava per un 35%, il secondo per il 40%. Ergo…37%.

3. la soglia del 4,5% per i partiti coalizzati è decisa da Berlusconi, ancora una volta sondaggi alla mano. Nella speranza di avere una coalizione molto ampia, in grado di superare il 37%, ma di avere tanti partitini utili a portare voti, ma a portare seggi solo a Forza Italia. Il sogno, infatti, è vincere con la sola Forza Italia sopra il 4,5%. Tutti i seggi sarebbero suoi, avrebbe un governo monopartitico grazie ai portatori d’acqua dei partiti minori (NCD, FDI, LEGA, ecc.). Stando ai sondaggi attuali tale ipotesi non sarebbe affatto improbabile. Ovviamente, ciò esclude l’ipotesi di nuove liste unitarie dei partiti minori che potrebbero nascere da qui al momento del voto, proprio per superare il 4,5%. Tuttavia, stando alle posizioni attuali, non è facile immaginare Lega e Fratelli d’Italia uniti sotto uno stesso simbolo. Idem per NCD e Lega e lo stesso dicasi per NCD e Fratelli d’Italia: i primi europeisti e saldamente nel PPE, i secondi euroscettici e dichiaratamente fuori dall’area del PPE. L’unica ipotesi di fusione praticabile è tra NCD, UDC e PPI, ma non so quanto valore aggiunto genererebbe…

4. Le liste bloccate sono espressamente volute da Berlusconi, che da leader padronale di un partito proprietario vuole decidere, in base a criteri di fedeltà personale (prima che di convergenza o lealtà politica) chi merita di entrare in Parlamento. Ovviamente però le liste bloccate sotto sotto piacciono a tutti i segretari/leader di partito. Vedremo come si selezioneranno i parlamentari di domani. Il PD farà le primarie, si presume. Grillo forse riproporrà le parlamentarie, forse no. Non si sa. Gli altri, vedremo.

5. l’esclusione delle norme sulla parità di genere è un altro tassello voluto da Berlusconi. Tanto decide lui quante e quali donne candidare, senza vincoli numerici. Teniamo presente che, se salterà il Senato – nel senso che non sarà più elettivo – ci saranno centinaia di parlamentari da ricollocare. Parecchi sono uomini…questo spiega le barricate alle quote rosa dopo anni di retorica pro quote. Col paradosso ulteriore che le quote rosa intanto potrebbero entrare nella legge elettorale per le europee…Sarebbe un capolavoro. 

6. Le candidature multiple sono una necessità dei partiti minori, in particolare richieste da Alfano e da NCD. Ma a causa del sistema elettorale, a dire il vero. Alfano non teme il proprio successo elettorale individuale rispetto agli altri candidati di NCD. Teme che, a causa dell’algoritmo del sistema, rischierebbe di non entrare in Parlamento pur prendendo più voti di tutti nel suo partito. Il che può seriamente accadere… Dunque ha preteso e ottenuto 8 possibili multicandidature in collegi diversi. Anche quello potrebbe non garantirgli l’elezione, ma almeno aumenta le possibilità che chi prenda più voti finisca dentro…E’ un problema di equità del sistema, oggettivamente. Stiamo per approvare una legge elettorale con un algoritmo che in molti casi selezionerà i candidati vincitori di seggio praticamente a caso, #sapevatelo. Questo per me è il più grande difetto dell’Italicum, tecnicamente parlando. Ma perché questo problema non si pone per i partiti maggiori? Perché di fatto praticamente tutti i capolista di PD, Forza Italia e Movimento 5 Stelle avranno la certezza di essere eletti. Parliamo di almeno 360 seggi sicuri (se i collegi saranno 120. Ma potrebbero essere di più, anche 140. In tal caso i seggi sicuri saranno 420). Ciò significa che, paradossalmente, i partiti maggiori potrebbero usare le multicandidature per i secondi e terzi in lista, ossia laddove non sono sicuri che scattino i seggi. Una bella macedonia…

Dunque, ricapitolando, è un buon compromesso come dice D’Alimonte? E’ un compromesso. Buono direi di no. Ma se il menu è fisso, allora ce lo dobbiamo far piacere per forza. Resta una grande amarezza a monte. Il sistema elettorale è la regola del gioco per eccellenza. E le regole del gioco si scrivono per durare a lungo, con lo sguardo volto al futuro, avendo in mente il sistema politico di domani. Da noi si continua a ragionare, anche sulle regole del gioco, coi sondaggi in mano e come se si dovesse votare domani per l’ultima volta. Questo spiega perché in certi casi occorrerebbe affidarsi a un’Assemblea Costituente. Ma spiega anche perché la Costituente non la vedremo mai…

LDG

#Grillo: meglio pochi, ma…proni

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Non c’è nulla di sorprendente nell’espulsione dei 4 Senatori del M5S. Era tutto già scritto…e già accaduto peraltro, non solo in Parlamento (da Favia e Salsi in poi, per intenderci, passando per Gambaro, Mastrangeli, De Pin, Labriola, ecc.). Il partito dei “cittadini” e della democrazia diretta ha una curiosa concezione del dissenso interno, oserei dire che non ce l’ha proprio. Ma ripeto nulla di sorprendente perchè stanno emergendo quei “difetti genetici” più volte evidenziati che non potevano restare sottotraccia a lungo.

Il difetto più importante è legato al rapporto tra il partito (si autodefinisce “movimento” ma io lo chiamerò partito perchè chi compete alle elezioni per la gestione diretta del potere è un partito, punto) e il leader. Ed è un problema genetico perchè riguarda esattamente la genesi del M5S. Come nasce il M5S? Nasce su iniziativa di Beppe Grillo che, potendo contare su risorse proprie e un blog che vanta da anni numerosi visitatori, tra un “vaffa” e l’altro è riuscito – con la compartecipazione di Casaleggio – a cavalcare un malcontento crescente e dilagante, al punto da poter canalizzarlo in un nuovo contenitore politico.

Un partito però, specie se arriva a rappresentare oltre 8 milioni di elettori, è un’organizzazione complessa. E non esiste al mondo alcuna organizzazione complessa in grado di sopravvivere senza regole, ruoli e responsabilità chiari. Per capirci, il non statuto può essere una buona trovata di marketing per far credere a qualcuno che i membri siano tutti alla pari, ma diventa nei fatti l’apripista per l’anarchia interna all’organizzazione. O per la monarchia/diarchia se ci sono 1/2 attori più forti degli altri. E infatti il M5S si muove tra questi estremi: quello del caos e quello del partito padronale in cui il leader, che non ha formalmente alcun ruolo né nel partito né nelle istituzioni, diventa colui che va a discutere col capo dello Stato e col capo del governo e, se qualcuno che siede in Parlamento prova a dirgli che forse avrebbe dovuto tenere un’altra linea, si permette dal divano di casa sua di lanciare una scomunica ai dissenzienti.

Ho letto, a difesa di questa decisione, teorie vaneggianti del tipo: qual è la differenza con Civati che rischia l’espulsione dal PD? Provo a chiarire le differenze, sperando sia utile a chi ha perso la bussola. Il PD ha votato in direzione nazionale, organo previsto dallo Statuto del partito, una mozione per sfiduciare di fatto il governo Letta e sostituirlo con un nuovo governo Renzi. Civati non condivide questa linea, ma è stata presa a maggioranza dal partito, sulla base delle sue regole interne: se Civati non avesse votato la fiducia al governo guidato dal segretario del suo partito non sarebbe stato espulso, semplicemente se ne sarebbe andato. E probabilmente se ne andrà. Per evidenti dissonanze politiche. Dunque, ricapitolando: nel PD esiste uno Statuto. Nello Statuto è previsto l’organismo della Direzione nazionale per prendere le decisioni-chiave. In Direzione nazionale (sempre trasmesse in diretta streaming e non quando lo decide il capo) si è votata una mozione e Civati si è trovato in minoranza. Nessuno processerà o espellerà Civati per questo, semplicemente Civati ha tratto le conclusioni di essere in un partito di cui non condivide più la linea e probabilmente andrà via. Nel M5S non esiste uno Statuto, non esiste un organismo nazionale in cui si prendono le decisioni, al punto che, mentre i parlamentari si riuniscono per decidere sulle consultazioni o sulle espulsioni dal gruppo dei colleghi, il loro capo da Genova lancia a loro insaputa consultazioni online (che decide a suo piacimento quando fare e quando no e le fa sul suo blog personale…) di fatto delegittimando ogni loro decisione e per un’opinione differente 4 Senatori vengono espulsi. Un’opinione, non una scelta politica: quei 4 non hanno votato la fiducia a Renzi e non ne avevano alcuna intenzione…La loro colpa inemendabile è aver pensato che Grillo abbia tenuto una linea sbagliata durante le consultazioni.

Ora, cari amici del M5S, io non scrivo queste cose per farvi cambiare idea sul vostro movimento, né tantomeno per provare  a farvi votare per altri partiti. Vi chiedo solo di aprire gli occhi. Di chiedere a voi stessi se questo è il partito democratico per eccellenza che difendete a tutto spiano. Per aiutare questa operazione di maieutica vi racconto una vicenda tutta mia, per chi non mi conosce. Io sono stato vicino ad Alleanza Nazionale per anni, almeno dal 1998, fino al giorno in cui si è sciolta. Peraltro ho scritto mio malgrado buona parte della mozione di scioglimento. Nonostante le perplessità ho anche creduto inizialmente nel progetto del PDL, ma penso di non scrivere una sola cosa in favore di Berlusconi da almeno 15 anni… Perché una cosa sono le idee, un’altra le persone.  Difendere Grillo anche quando è indifendibile – e cioè molto spesso – non fa onore a nessuno e soprattuto non fa bene al vostro movimento. Io, nonostante tutto, credo ancora in un altro centrodestra e continuo a lavorare per questo. Mi auguro che anche voi lavoriate per un altro Movimento 5 Stelle perchè quello di oggi, a esser buoni, è un mix tra un Fan Club e una setta.

LDG

I perchè di #Renzi

Nelle ultimi giorni ho provato a valutare tutte le variabili che aveva di fronte Matteo Renzi, per capire il perché della sua eventuale (ormai reale) decisione di subentrare a Enrico Letta.

Prima di elencarle, due premesse d’obbligo:

a) fedeltà e coerenza non sono categorie della politica;

b) l’ambizione è l’essenza di una carriera politica.

Tutti coloro che parlano di “tradimenti”, “incoerenza” e “ambizione smisurata” non parlano di politica, stanno solo usando tali concetti per fare politica…ma sanno benissimo, specie se politici di professione, di essere tutti incoerenti, infedeli e ambiziosissimi…   

Ciò premesso, ecco in sintesi quattro “perché” che mi hanno fatto giungere alla conclusione che in realtà Renzi non avesse altra scelta. 

1. sostenere, controvoglia e a mo’ di grillo parlante, un governo con la fiducia ormai al 21% (più bassa di quella di Prodi, Berlusconi o Monti nella fase terminale), con avversari in crescita e facilitati da un’opposizione comodissima. Fare opposizione a un governo in cui non crede più nessuno è molto semplice…Peraltro, con un atteggiamento obbligato di pungolo continuo nei confronti di Letta per oltre un anno, Renzi avrebbe creato un’immagine perversa, simile al Fini dei controcanti verso il governo Berlusconi. In quel caso alla fine si arrivò alla rottura, ai “tradimenti” e alle pugnalate. Meglio “pugnalare” subito e comandare il gioco a quel punto.

2. I tempi della politica, dei media e della società sono cambiati. E per di più la crisi impone rapidità decisionale. Renzi è l’incarnazione di queste logiche: è l’emblema della rapidità e del “tempo reale”. Non poteva attendere oltre un anno, si sarebbe consumato, non sarebbe più stato Renzi.

3. Sondaggi alla mano la spinta propulsiva post-primarie è già in fase calante. Viceversa, si segnala una crescita recente di Forza Italia, M5S, ma anche di forze minori come la Lega. Ed è presumibile che nella campagna per le europee tali partiti continuino a crescere, proprio sfruttando il loro ruolo di opposizione al governo Letta tacciato di essere troppo passivo nei confronti dei diktat europei. E l’Europa ormai è il capro espiatorio più utile e remunerativo in termini di consensi. Meglio allora provare a timonarla questa nave, tanto più nella prospettiva del semestre di presidenza dell’UE che può essere l’occasione per dimostrare, con i fatti e non a parole, che qualcosa si può cambiare e che l’Italia può tornare ad avere il ruolo che le spetta nell’Unione.

4. I tempi delle riforme, necessarie per tornare al voto, non erano controllati da Renzi. Tra legge elettorale, riforma del Senato e del Titolo V era pressoché impossibile farcela in un anno, anche perché nessuno in Parlamento aveva davvero interesse a votare tra un anno. Sarebbe stato un campo minato continuo, di veti incrociati di chi, votando nel 2015, avrebbe detto “addio” alla sua carriera politica. E in questo momento in Parlamento, anche in maggioranza, direi che di casi del genere ce ne sono un bel po’…

Dunque, l’eterna promessa della politica italiana avrebbe avrebbe rischiato, attendendo un altro anno (o forse più), di non avere mai la sua chance di governare. Si sarebbe rosolato a fuoco lento e avrebbe contribuito suo malgrado ad alimentare i motori già caldi degli avversari politici.

Certo, l’operazione di ieri non è il massimo della trasparenza, dell’innovazione, della lealtà, della coerenza (#enricostaisereno e #coerenzi sono ormai due tormentoni, ma mi sono già espresso su queste “false categorie”). E secondo molti è anche una mossa sbagliata. Io dico, invece, che Renzi non avesse altra scelta. Aveva iniziato a mettere in conto una possibile sconfitta, che sarebbe stata sempre più probabile col passare del tempo. E perdere senza giocarsela, sarebbe stato davvero il colmo. 

Dunque, ha deciso di giocarsela. Con tutti i limiti e le contraddizioni del caso. Ma almeno ora è padrone del suo destino. Ha davanti la prospettiva di poter governare per 4 anni e di fare le riforme più importanti per l’Italia. Tra mille difficoltà, certo, perché nella palude c’è già entrato da ieri sera visti i veti incrociati immediati dei possibili partner di coalizione. Ma ce lo vedete Matteo Renzi ad attendere chissà quanto per poter provare a vincere, mordendosi la lingua mentre Berlusconi e Grillo si divertono a impallinare il governo Letta quotidianamente? Io no. E al suo posto avrei fatto lo stesso. Anche perché in politica le occasioni si sfruttano sempre, non è detto che ce ne siano altre. 

LDG