Il Paradosso di Cacciari. Soluzione?

Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG

A #inonda va in scena la fantapolitica (vintage)

Chi mi conosce, conosce anche il mio passato. Chi non mi conosce troverà alcune tracce nelle pagine autobiografiche di questo blog. Per dirla in breve, sono stato molto vicino a Gianfranco Fini negli anni di FareFuturo, ho scritto (con altri) la mozione di scioglimento di AN per aderire al PDL. Ho scritto anche 6 programmi elettorali per elezioni cruciali del centrodestra. E ho lavorato gomito a gomito con diversi esponenti importanti del centrodestra italiano per anni. Ma soprattutto, nel periodo in cui è esistita la Fondazione FareFuturo, ho creduto in quel progetto. Ho creduto in una destra diversa: moderna, europea, laica, riformatrice. Ha vinto quell’altra, anzi quelle altre: quella populista e quella servile (o padronale, se vista dall’alto in basso).

Oggi quella “vittoria” genera mostri. Letteralmente. Ossia, mi ritrovo a guardare In Onda su La 7 e le mie orecchie (incredule) sentono Toti e Fini parlare di un possibile incontro tra Fini e Berlusconi per rilanciare il centrodestra. Tradotto: mentre Renzi rivolta la politica italiana facendo sparire le “cariatidi” del suo partito dalla scena pubblica e impone (giustamente e insieme al M5S) un rinnovamento totale ai partiti italiani, dall’altra parte siamo ancora a Fini e Berlusconi.  Fini, che non ha un partito (e neanche un voto). E Berlusconi che un partito ce l’ha ma ha perso, in 6 anni, 9 milioni di voti (ossia, coi tassi di partecipazione attuali, l’equivalente di un partito che prende il 35%!).

Non so come andrà a finire questa storia della coalizione alternativa a Renzi. Ma di certo è iniziata molto male. Con lo sguardo rivolto al passato e con i protagonisti di un’era politica fa. Se proseguirà su questa linea, auguro a Renzi il ventennio che gli spetta. Che detto da me, vale almeno un quarantennio…

LDG

 

 

#Grillo: meglio pochi, ma…proni

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Non c’è nulla di sorprendente nell’espulsione dei 4 Senatori del M5S. Era tutto già scritto…e già accaduto peraltro, non solo in Parlamento (da Favia e Salsi in poi, per intenderci, passando per Gambaro, Mastrangeli, De Pin, Labriola, ecc.). Il partito dei “cittadini” e della democrazia diretta ha una curiosa concezione del dissenso interno, oserei dire che non ce l’ha proprio. Ma ripeto nulla di sorprendente perchè stanno emergendo quei “difetti genetici” più volte evidenziati che non potevano restare sottotraccia a lungo.

Il difetto più importante è legato al rapporto tra il partito (si autodefinisce “movimento” ma io lo chiamerò partito perchè chi compete alle elezioni per la gestione diretta del potere è un partito, punto) e il leader. Ed è un problema genetico perchè riguarda esattamente la genesi del M5S. Come nasce il M5S? Nasce su iniziativa di Beppe Grillo che, potendo contare su risorse proprie e un blog che vanta da anni numerosi visitatori, tra un “vaffa” e l’altro è riuscito – con la compartecipazione di Casaleggio – a cavalcare un malcontento crescente e dilagante, al punto da poter canalizzarlo in un nuovo contenitore politico.

Un partito però, specie se arriva a rappresentare oltre 8 milioni di elettori, è un’organizzazione complessa. E non esiste al mondo alcuna organizzazione complessa in grado di sopravvivere senza regole, ruoli e responsabilità chiari. Per capirci, il non statuto può essere una buona trovata di marketing per far credere a qualcuno che i membri siano tutti alla pari, ma diventa nei fatti l’apripista per l’anarchia interna all’organizzazione. O per la monarchia/diarchia se ci sono 1/2 attori più forti degli altri. E infatti il M5S si muove tra questi estremi: quello del caos e quello del partito padronale in cui il leader, che non ha formalmente alcun ruolo né nel partito né nelle istituzioni, diventa colui che va a discutere col capo dello Stato e col capo del governo e, se qualcuno che siede in Parlamento prova a dirgli che forse avrebbe dovuto tenere un’altra linea, si permette dal divano di casa sua di lanciare una scomunica ai dissenzienti.

Ho letto, a difesa di questa decisione, teorie vaneggianti del tipo: qual è la differenza con Civati che rischia l’espulsione dal PD? Provo a chiarire le differenze, sperando sia utile a chi ha perso la bussola. Il PD ha votato in direzione nazionale, organo previsto dallo Statuto del partito, una mozione per sfiduciare di fatto il governo Letta e sostituirlo con un nuovo governo Renzi. Civati non condivide questa linea, ma è stata presa a maggioranza dal partito, sulla base delle sue regole interne: se Civati non avesse votato la fiducia al governo guidato dal segretario del suo partito non sarebbe stato espulso, semplicemente se ne sarebbe andato. E probabilmente se ne andrà. Per evidenti dissonanze politiche. Dunque, ricapitolando: nel PD esiste uno Statuto. Nello Statuto è previsto l’organismo della Direzione nazionale per prendere le decisioni-chiave. In Direzione nazionale (sempre trasmesse in diretta streaming e non quando lo decide il capo) si è votata una mozione e Civati si è trovato in minoranza. Nessuno processerà o espellerà Civati per questo, semplicemente Civati ha tratto le conclusioni di essere in un partito di cui non condivide più la linea e probabilmente andrà via. Nel M5S non esiste uno Statuto, non esiste un organismo nazionale in cui si prendono le decisioni, al punto che, mentre i parlamentari si riuniscono per decidere sulle consultazioni o sulle espulsioni dal gruppo dei colleghi, il loro capo da Genova lancia a loro insaputa consultazioni online (che decide a suo piacimento quando fare e quando no e le fa sul suo blog personale…) di fatto delegittimando ogni loro decisione e per un’opinione differente 4 Senatori vengono espulsi. Un’opinione, non una scelta politica: quei 4 non hanno votato la fiducia a Renzi e non ne avevano alcuna intenzione…La loro colpa inemendabile è aver pensato che Grillo abbia tenuto una linea sbagliata durante le consultazioni.

Ora, cari amici del M5S, io non scrivo queste cose per farvi cambiare idea sul vostro movimento, né tantomeno per provare  a farvi votare per altri partiti. Vi chiedo solo di aprire gli occhi. Di chiedere a voi stessi se questo è il partito democratico per eccellenza che difendete a tutto spiano. Per aiutare questa operazione di maieutica vi racconto una vicenda tutta mia, per chi non mi conosce. Io sono stato vicino ad Alleanza Nazionale per anni, almeno dal 1998, fino al giorno in cui si è sciolta. Peraltro ho scritto mio malgrado buona parte della mozione di scioglimento. Nonostante le perplessità ho anche creduto inizialmente nel progetto del PDL, ma penso di non scrivere una sola cosa in favore di Berlusconi da almeno 15 anni… Perché una cosa sono le idee, un’altra le persone.  Difendere Grillo anche quando è indifendibile – e cioè molto spesso – non fa onore a nessuno e soprattuto non fa bene al vostro movimento. Io, nonostante tutto, credo ancora in un altro centrodestra e continuo a lavorare per questo. Mi auguro che anche voi lavoriate per un altro Movimento 5 Stelle perchè quello di oggi, a esser buoni, è un mix tra un Fan Club e una setta.

LDG

#Italicum: quando il marketing è di successo

Dopo la chiusura dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, il giovane Matteo (mi piace chiamarlo così, essendo mio coetaneo)  ha scritto su Facebook: “mai più larghe intese grazie al ballottaggio, mai più potere di ricatto dei piccoli partiti, mai più inciuci alle spalle degli elettori, mai più mega circoscrizioni. Con l’intesa sulla legge elettorale, nonostante i professionisti della critica, il passo avanti è enorme. Dopo anni di melina, in qualche settimana si passa dalle parole ai fatti”. Mentre scrivo, il post ha ottenuto circa 9 mila mi piace, di un popolo entusiasta che, all’italiana, si aggrappa all’ “uomo nuovo” e crede fideisticamente a ogni cosa egli dica.

Cerchiamo di capire meglio cosa sia l’Italicum ultima versione. Partiamo da una riflessione a grandi linee, che affido a una tabella:

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Le caratteristiche generali della nuova legge elettorale sono identiche a quelle del Porcellum. Stessa formula (quoziente naturale e recupero dei più alti resti), liste bloccate ancora lì, clausole di sbarramento, premio di maggioranza, candidature multiple. Rispetto tutte le interpretazioni per carità, ma di fatto questa legge deriva innegabilmente da quella di Calderoli. O meglio è un Porcellum modificato, con alcune novità, che definirei “limature”, alcune delle quali decisamente indotte dalla recente sentenza della Corte Costituzionale:

1. il premio di maggioranza ora ha una soglia minima di voti per essere attribuito: 37%. In caso contrario scatta il secondo turno per l’attribuzione del premio.

2. le liste sono più corte di prima (da 3 a 6 nomi, a fronte anche di oltre 40 nomi col Porcellum).

3. le soglie di sbarramento sono state alzate per limitare ulteriormente l’ingresso in Parlamento dei cd. “partitini”.

4. le candidature multiple saranno limitate a 4-5 circoscrizioni, non a tutte come era nella legge precedente.

5. (e questa non è una limatura ma una novità importante) anche il Senato avrà un riparto dei seggi nazionale anziché regionale come avveniva con la legge di Calderoli.

La verità è che questa legge ha una sola grande novità, che è proprio il riparto nazionale dei seggi al Senato. E’ solo quella la novità che può garantire la governabilità tanto attesa. In tanti dimenticano, infatti, che alla Camera il centrosinistra di Prodi nel 2006 ebbe una maggioranza bulgara con 23 mila voti di scarto e che Bersani un anno fa ha avuto la stessa maggioranza bulgara con 100 mila voti di vantaggio. Con la nuova legge, paradossalmente, Renzi vincendo al ballottaggio avrebbe 327 seggi a fronte dei 340 di Prodi e Bersani/Letta… così, per la precisione.

E’ sempre stato il Senato il problema, per via della ripartizione regionale dei seggi. Superato questo scoglio (che, ricordo, fu introdotto per volere di Ciampi che nel Porcellum sentiva puzza di violazione dell’art. 57 Cost.), la fine delle larghe intese dovrebbe essere assicurata, sempre che il Senato non dia risultati diversi rispetto alla Camera (come avvenne nel 2006). In quel caso, il “mai più larghe intese” di Renzi andrebbe immediatamente a farsi benedire… E sempre che la Corte Costituzionale non decida che la frase “Il Senato è eletto su base regionale” prevista dall’art. 57 non sia stata violata. Altrimenti la frittata è fatta, di nuovo.

Ma Renzi scommette che il Senato non sarà più decisivo per i prossimi governi, perché supereremo il bicameralismo perfetto. Io sono meno convinto, visto che ciò implica una riforma costituzionale che porterebbe con sè parecchi mesi di lavoro. In ogni caso, la svolta per la fine delle larghe intese è tutta lì. E mi auguro che vada in porto.

Chiudo dicendo che questa era forse l’unica legge possibile a questo punto, lo so bene. Non vivo sulla Luna e frequento la politica da parecchi anni per cui conosco certe logiche e certe dinamiche. Ma presentare una “limatina” del Porcellum piena zeppa di norme “ad partitum” (le liste bloccate e le soglie di sbarramento alzate per Forza Italia, il doppio turno per il PD, le candidature multiple per NCD, i collegi piccoli per tutti i grandi partiti così da predeterminare almeno 400 seggi…) come la nuova legge “salva Italia”, ecco mi pare troppo.

Ma complimenti al marketing… ce stavo quasi a crede’

LDG

Il punto sull’#Italicum: pro, contro e dubbi

L’Italicum è in pista. Anche se manca qualche dettaglio non proprio secondario per farlo partire, tipo quanti sono i collegi plurinominali e che ampiezza hanno. Si sa che oscilleranno tra 3 e 6 seggi, ma non si sa quanti e quali sono quelli da 3, quali quelli da 4, ecc.

I PRO:

1. Abolisce le candidature multiple. Anche se ho scritto, con Michele De Vitis, diversi saggi sul punto e dunque mi toglie un argomento su cui lavorare (!), è ovvio che impedire ai capolista di essere candidati ovunque, permettendo loro ex post di scegliere il collegio nel quale essere eletti , è una buona novità. Riduce anche i “giochetti” intrapartitici per cui, a elezioni finite si decideva la sorte di diversi candidati “in bilico”. Ne sa qualcosa il mio amico Maurizio Castro che nel 2006 fu fatto fuori dal Senato per questa ragione (nota personale).

2. Prevede il doppio turno di coalizione. E, proponendo la ripartizione dei seggi nazionale anche al Senato (col porcellum ripartizione e premi erano regionali), garantisce che il sistema sia “majority assuring”, ossia che chi vince abbia la maggioranza. A dire il vero, potrebbe accadere che una coalizione vinca alla Camera e una al Senato (nel 2006 successe, ad esempio). Per cui diciamo che è “majority assuring” per ogni singola Camera. Sempre in attesa che il Senato venga riformato e diventi ininfluente…

3. Non so se è proprio un bene, garantisce la rappresentanza di genere. Dico “non so se è un bene” perché personalmente sono contrario alle affirmative actions che finiscono per discriminare al contrario. Ma non voglio aprire un capitolo complesso sulle cd. “quote rosa”. Dico che si dovrebbero candidare i migliori, a prescindere dal genere. Certo, senza barriere all’ingresso per le donne, ovvio. 

I CONTRO (E I DUBBI DI COSTITUZIONALITA’):

1. Personalmente non sono né per le liste bloccate, né per le preferenze. O meglio, ritengo che siano strumenti “neutri” che diventano “diabolici” solo per l’utilizzo che se ne fa. D’altronde, sulle preferenze si porta spesso come esempio negativo il caso Fiorito, sulle liste bloccate la Minetti e, aggiungo, sui collegi uninominali Di Pietro (molisano) eletto al Mugello (uno dei cosiddetti candidati paracadutati). Insomma, non è un problema legato allo strumento è un problema legato al paese e al suo senso delle regole, del merito e del fair play. Tuttavia, il dubbio serio che ho è che la sentenza della Corte non abbia mai detto “vanno bene le liste bloccate corte”. Ha detto che le liste bloccate di fatto privano l’elettore della possibilità di scegliere e che nel mondo non esistono casi di liste bloccate lunghe quanto quelle del porcellum. Non ha aggiunto altro…I dubbi restano.

2. Anche sul premio di maggioranza nutro seri dubbi. La Corte ha detto che non deve essere troppo distorsivo, ossia che non deve premiare eccessivamente in termini di seggi chi lo ottiene. Bene, facciamo un’ipotesi non del tutto inverosimile: Vince il centrodestra col 35,1% dei voti per cui ha diritto al premio. I partiti ottengono le seguenti percentuali:

Forza Italia: 20%

NCD: 4,9%

LEGA: 4,1%

FDI: 3,5%

Altri: 2,6%

In questo caso, l’unico partito sopra la soglia del 5% è Forza Italia, la quale grazie anche ai voti dei partiti sotto soglia prenderebbe il 53% dei seggi col 20% dei voti. Ben oltre ogni caso visto e vissuto col porcellum. Non so sinceramente cosa direbbe la Corte…

3. Come ha giustamente messo in luce oggi Piercamillo Falasca, con la ripartizione nazionale dei seggi, ma con i collegi plurinominali piccoli, diventa abbastanza prevedibile in anticipo la distribuzione dei seggi per i partiti. Più precisamente, se i collegi plurinominali saranno intorno a 120, è molto probabile che tutti i capolista dei 3 grandi partiti sapranno in anticipo di essere eletti. Per il gioco dei coefficienti questa previsione potrebbe non essere perfetta al 100%, ma ci andrebbe molto vicino…Questo avrebbe come effetto perverso, insieme alle liste bloccate, un’ulteriore riduzione della possibilità di incidere da parte degli elettori. In democrazia il voto deve essere “libero e decisivo”, qui si rischia di compromettere entrambe queste caratteristiche.

4. In base alla bozza dell’Italicum, come detto, anche il Senato è eletto su base nazionale. Nel 2005 la bozza del porcellum fu modificata in seguito ai rilievi di Ciampi, spinto soprattutto da Barbera e Bassanini, che sottolinearono il seguente passaggio dell’art. 57 della Costituzione: “il Senato è eletto su base regionale”. Dunque, eventualmente, siamo alla terza questione di incostituzionalità potenziale…

Mi rendo conto che stiamo ragionando su una bozza e soprattutto che non stiamo lavorando sul sistema ottimale per il paese, ma su un sistema frutto di un accordo tattico tra le forze in campo. Ma i dubbi restano, eccome. E il problema di fondo è proprio che (anche) questo sistema deriva da ragionamenti tattici, non da prospettive di sistema. E quando si mettono insieme i cocci il risultato è spesso, se non sempre, un “papocchio”.

LDG

Cos’è l’Italicum: la legge elettorale #renziberlusconi

Porcellum e porcellinum

Dopo giorni e giorni passati a scervellarci su come avrebbe impattato il sistema elettorale spagnolo sul sistema dei partiti italiani, ieri notte abbiamo scoperto che di “spagnolo” nell’accordo tra Renzi e Berlusconi c’è davvero poco. In pratica solo le liste bloccate corte. Tutto il resto è perfettamente in salsa italica, anzi in salsa suina italica, dato che di fatto è venuta fuori una variante del Porcellum.

Per spiegarlo, allora, facciamo prima a partire dal suino padre, quello “ammaccato” dalla sentenza della Corte Costituzionale. Il Porcellum prevedeva, per l’elezione della Camera, un sistema maggioritario di coalizione, con riparto dei seggi proporzionale. Tradotto: la coalizione (o il partito) che arriva primo a livello di voti nazionali ottiene il 55% dei seggi. Gli altri ottengono i seggi rimanenti (45%) in proporzione ai voti ottenuti. Non ottengono seggi però i partiti che non hanno superato il 4% a livello nazionale (se corrono da soli) o il 2% (se fanno parte di una coalizione). Le liste sono bloccate e “lunghe” nel senso che l’Italia è divisa in circoscrizioni grandi, che assegnano molti seggi, e dunque i candidati sono tanti, in alcuni casi oltre 40.

Queste due caratteristiche (premio di maggioranza e liste bloccate) sono state parzialmente bocciate dalla Consulta in questi termini:

1. il premio di maggioranza è stato ritenuto potenzialmente illimitato e dunque troppo distorsivo, ossia: non è accettabile che un partito (o una coalizione) ottenga il 55% dei seggi solo perché arriva primo. Per ottenerli deve prendere comunque un’alta percentuale di voti.

2. le liste bloccate “lunghe” non garantiscono che l’elettore conosca i candidati e dunque di fatto i partiti impongono ogni scelta ai cittadini.

Sulla base di queste osservazioni, ieri sera è nato il Porcellinum, ossia il suino figlio che prevede:

1. il premio di maggioranza del 20% dei seggi al partito (o alla coalizione) che ottiene almeno il 35% dei voti nazionali.

2. Liste bloccate “corte” in seguito a una divisione del territorio nazionale in più circoscrizioni che assegneranno pochi seggi.

Oltre a questi due “correttivi” dettati dalla Consulta, si è deciso di alzare le soglie di sbarramento: dal 4% all’8% nazionale per chi corre da solo e dal 2% al 5% per chi partecipa al voto all’interno di una coalizione. La motivazione è stata spiegata da Renzi e Berlusconi varie volte: limitare il potere di ricatto dei “partitini”. 

Dunque, di spagnolo non c’è nulla, se non le liste bloccate corte. Che però in Spagna sono collegate a un riparto circoscrizionale dei seggi, mentre noi (per ora) abbiamo scelto il riparto nazionale. Di italiano, invece, c’è tanto, forse troppo, perché come sempre ci complichiamo la vita da soli. Mi domando infatti: se uno dei problemi (per me il problema dei problemi) è quello di garantire maggioranze certe e governabilità, perché non si è scelto il doppio turno di coalizione (o “Sindaco d’Italia”) che prevedeva la certezza del premio grazie al secondo turno e invece si è scelto un sistema in cui il premio è eventuale? Certo, il sistema con le soglie alte (incluso quella per il premio) favorirà le aggregazioni, ma la certezza del premio a priori non c’è.

Insomma, se Renzi voleva giustamente sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni, questo sistema potrebbe non bastare. 

Aggiungo: ieri si è parlato del Senato solo nei termini – corretti per carità – del superamento del bicameralismo paritario, in base al quale il problema dell’elezione del Senato diventerebbe secondaria. Ma questo implica una riforma costituzionale. Se dovessimo andare al voto prima – cosa non certo improbabile – i premi di maggioranza sarebbero regionali. Ergo, per avere una maggioranza certa al Senato occorrerà vincere  superando il 35% in quasi tutte le regioni. Altro che maggioranze certe…

Sorvolo sulle liste bloccate, considerate il “male assoluto” per anni, il simbolo della casta, dei nominati e della corruzione e che oggi miracolosamente sono tornate “vergini”… Ma questa è una storia infinita. Anche le preferenze sono state considerate il motore della corruzione politica. Non è un problema di sistema elettorale, ma di cultura politica e prima ancora civica. Un problema italiano. 

LDG

Berlusconi e il Mattarellum: qualcuno non ha capito

Oggi diversi articoli, in particolare Ugo Magri su La Stampa, riportano un’interpretazione a mio avviso errata della seguente frase di Berlusconi:

“Con il premio del 15% abbiamo la fiducia di conquistare da soli la maggioranza in Parlamento”.

Secondo Magri questo significa che a Berlusconi va bene anche il Mattarellum perché nella versione proposta da Renzi, anch’esso (come il modello spagnolo) prevede un premio del 15%. In realtà, a mio avviso, tale interpretazione è errata. Se Berlusconi davvero avesse qualche speranza di vincere preferirebbe il doppio turno di coalizione (Sindaco d’Italia) che garantisce il 60% di seggi e dunque una maggioranza certa (almeno alla Camera).

La verità è che Berlusconi ha due priorità in mente:

1. sa di perdere e pertanto spinge verso il modello che farebbe “non vincere” chi arriva primo.

2. vuole azzerare Alfano e NCD.

Queste due priorità portano verso il modello spagnolo. A meno che davvero, pur di ammazzare Alfano, non voglia andare “da solo” anche in caso si scelga il Mattarellum. In quel caso, da parte sua ci sarebbe un enorme errore prospettico.

Infatti, l’ultima volta che si è votato col Mattarellum, Forza Italia era primo partito nelle seguenti circoscrizioni:

Piemonte 2, Lombardia 1, Lombardia 2, Lombardia 3, Veneto 1, Veneto 2, Lazio 2, Abruzzo, Molise, Campania 1, Campania 2, Puglia, Sicilia 1, Sicilia 2 e Sardegna.

Nel 2013, il PDL (dunque prima della scissione con NCD) era primo partito nelle seguenti circoscrizioni:

Lazio 2, Campania 1, Campania 2, Puglia e Calabria.

E stiamo parlando di uno scenario pre-Renzi, pre-scissione con Alfano e pre-decadenza.

Se Berlusconi crede di poter vincere in numerosi collegi uninominali andando da solo vuol dire che ha perso del tutto lucidità e capacità di analisi. Più probabile che qualcuno abbia interpretato male quel 15% mettendoci dentro anche una preferenza per il Mattarellum che non sta né in cielo né in terra.

Ribadisco quanto detto ieri, per Silvio esiste solo lo spagnolo.

LDG