Il derby su Marino: narrazioni e contro-narrazioni.

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L’assedio durava da mesi. Non ci fosse stata l’inchiesta di “mafia capitale”, Marino sarebbe stato costretto a dimettersi da tempo. Lo pensano in tanti e lo penso anch’io. Basta rileggersi la rassegna stampa di un anno fa circa, quando il PD (“l’altro PD”) l’aveva già lasciato solo.

Mafia capitale gli ha dato ossigeno, gli ha permesso di deviare l’asse del dibattito pubblico romano dai trasporti, dalle buche, dal decoro, insomma dal governo della città, verso altre questioni. Questioni gravi, che hanno coinvolto anche la sua Giunta, il suo partito nell’Assemblea capitolina, Presidenti di Municipio del PD, il suo responsabile alla trasparenza, ma che – paradossalmente – l’hanno fatto emergere come l’eroe che combatte “il male”. O almeno questa era la sua “narrazione” e in diversi gli hanno creduto e ancora gli credono. D’altronde, il “marziano”, l’uomo senza partito (come scrissi qui), aveva questo vantaggio. E’ stato eletto nel PD, ma si è sempre presentato come un uomo fuori dal PD, fuori dai partiti, fuori dalla politica (“Non è politica. E’ Roma”). Un chirurgo pronto a fare il demiurgo, a curare Roma dai suoi mali e a farla risorgere, una trama perfetta, uno “schema narrativo canonico” (A. Fontana).

La narrazione dell’eroe-chirurgo si basava su alcuni concetti-chiave, fondamentali in tempi di antipolitica dominante e, di converso, di fiducia nella politica sotto zero: trasparenza, onestà, merito. Era questa “la differenza”, ciò che doveva renderlo marziano nei confronti di tutti gli altri, resa credibile dal suo essere più o meno outsider: membro di un partito, ma neanche tanto.

E la “marzianità” fu, senz’altro, una delle ragioni del suo successo elettorale. Così come è stata la ragione che l’ha tenuto a galla dopo “mafia capitale”. E’ evidente, però, che quando punti su quegli asset, l’esposizione agli scivoloni diventa notevole e va maneggiata con cura. Tradotto: se ti presenti come mister trasparenza e, nel pieno delle polemiche su vere o presunte bugie (c’erano sia quelle vere che quelle presunte), vai in TV “armato” di tutte le tue spese di rappresentanza e le metti online, diventa inevitabile la corsa alla “verifica” delle tue dichiarazioni. E quando arrivano 7 smentite in 7 giorni, la frittata è fatta. Con tanto di indagine, a quel punto inevitabile, della Procura e della Corte dei Conti, a peggiorare (anche) il “danno di immagine”.

E l’immagine, oggi, è tutto. Da essa deriva la nostra credibilità. Se l’immagine è infangata, la credibilità è persa. Una volta per tutte, non si recupera più.

Narrazioni e contro-narrazioni, dicevo. La narrazione di Marino è chiara, così come è chiaro il perché sia andata a rotoli. La contro-narrazione è altrettanto chiara: è un bugiardo, un furbetto e per di più incapace.

Entrambe generano dei frame (delle cornici, o delle lenti) attraverso i quali interpretiamo la realtà. Chi crede alla narrazione di Marino, chi è potremmo dire “fidelizzato” al brand Marino, tende a minimizzare le polemiche sugli scontrini, a riconoscere al Sindaco grandi novità moralizzatrici e a puntare sul complotto dei “poteri forti” (tesi che in Italia non manca mai). Chi crede alla contro-narrazione, tende a ritenere falsa e inefficace ogni dichiarazione e ogni scelta di Marino e a considerare gravissimi gli addebiti su pranzi e cene inventati (o presunti tali). Sulla base di questi frame, molte persone che oggi difendono Marino erano pronte a linciare Cota per l’acquisto delle “mutande verdi”, così come molti di quelli che lo condannano hanno chiuso occhi e orecchie su indagati, imputati e condannati serenamente al governo (e in diversi governi).

E’ un derby di emozioni. Uno dei tanti che viviamo quotidianamente sui social network, il terreno di gioco principale su cui i derby hanno luogo. Con Renzi o contro Renzi, con Marino o contro Marino, con Alemanno o contro Alemanno, con Salvini o contro Salvini e via discorrendo. In questi derby sono assenti del tutto: la politica (nel senso dei contenuti di policy proposti o le scelte fatte), la logica, la razionalità, i fatti, il confronto e il dialogo. Tutt’al più una gara a chi non cambia mai idea su nulla. “Rivendichiamo la nostra dose di emozione” (C. Salmon), materiale per il nostro narcisismo collettivo, nient’altro. Il resto è noia.

“Votare è comprare una storia. Essere eletto è essere creduto. Governare è mantenere la suspense” (sempre C. Salmon). Chi ha votato per Marino ha comprato quella storia. E’ stato eletto e dunque la storia è stata creduta. Ma oggi la suspense non c’è più perché quella credibilità è andata perduta. Ha perso la “supremazia narrativa” (A. Fontana) e ogni tentativo di recuperarla peggiora inevitabilmente le cose.

Il “prodotto” Marino è scaduto, l’abbiamo già cestinato. Renzi l’aveva capito da tempo: quando fiducia e gradimento dell’opinione pubblica si sedimentano è finita. Non oscilla più, non può più risalire. E con questi colpi finali degli scontrini siamo arrivati al capolinea. D’altronde, al di là dell’ipotesi di peculato, il falso ideologico che avrebbe commesso Marino nelle dichiarazioni sulle spese è un delitto “contro la fede pubblica”. Fosse vero, avrebbe tradito la fiducia dei cittadini. E siccome Marino non è un cittadino diverso dagli altri, per l’opinione pubblica l’ha già tradita prima dell’eventuale processo e dell’accertamento della verità.

Non ci resta che aspettare il prossimo, con una nuova storia  da  venderci e nuovi derby da giocare. Per cestinarlo al primo scivolone e ricominciare daccapo.

LDG

 

 

 

 

 

 

 

La forza e la debolezza dell’uomo senza partito

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Ignazio Marino non molla. Anzi, rilancia. Come i pugili messi all’angolo, ieri alla Festa dell’Unità ha provato a serrare le fila a sinistra, sparando ad alzo zero sulla destra: “tornino nelle fogne da dove sono venuti”, testuale. Sorvolo sulla formula elegante, tipica del “Sindaco di tutti” e di chi ha vissuto (non certo a Roma) gli anni ’70.

Cerco di analizzare in maniera neutra il nuovo posizionamento identitario: per riconquistare i cuori di una sinistra disimpegnata e disillusa. È a tutti noto che il nemico costituisce una categoria importante nella politica, in tutti i regimi, proprio per aumentare la legittimazione interna di chi è al potere. Il problema, nel caso di Marino, è capire quale sia il nemico oggi, visto che sembra diffuso, ben oltre il sistema fognario romano.

La vicenda di Mafia Capitale ha giocato a favore di Ignazio Marino, se la leggiamo dal punto di vista individuale. Era considerato – anche dal suo partito – un Sindaco al capolinea, un gaffeur, uno che non è in grado di governare. Poi è arrivato Pignatone: ha avuto un assessore, 3 consiglieri comunali, un presidente di Municipio, un dirigente e diversi funzionari arrestati o indagati, ma lui – individualmente – ne esce pulito. Anzi, la sua narrazione alza il tiro e il suo mantra è: “Noi stiamo facendo pulizia, con l’aiuto di Pignatone” (“con l’aiuto”, GULP!). Dove il “noi” ovviamente non sta per PD, altrimenti la narrazione salterebbe vista l’implicazione giudiziaria del partito.

Il “noi” significa “io”: l’uomo senza partito. E lì sta la sua forza. Già, perché se anche un giorno dovessero arrestare tutti i consiglieri del PD e tutti gli assessori “politici” (è ammessa ogni forma di scongiuro da parte degli interessati), lui potrebbe ancora sostenere questa linea: “Io sono diverso, quelli non mi hanno mai amato, mi hanno fatto la guerra fin dal primo giorno”. Posizione interessante e del tutto originale. Non ricordo alcun capo di governo – nazionale o locale – così scollegato dalla propria forza politica, anzi addirittura in netta contrapposizione.

Tuttavia, ripeto, dal punto di vista dell’immagine individuale, questa è la sua forza: il partito (in stato confusionale), i circoli (ammaccati dal rapporto di Barca e l’un contro l’altro armati), i mister preferenze (indagati o arrestati), giocano a favore dell’onestà e del “fare pulizia” di Marino. Che poi lo stesso partito, gli stessi circoli e gli stessi mister preferenze gli abbiano portato i voti per vincere (anche con finanziamenti e pacchetti di voti non proprio estranei a “mafia capitale”), poco importa. Una volta che ha vinto, Ignazio si è messo in proprio e chi s’è visto, s’è visto. E nella società dell’immagine, appesa a singoli “eroi” e capri espiatori può anche funzionare. Specie se la narrazione è condita da racconti tipo: “ho rimosso Panzironi dall’AMA, ben prima dell’inchiesta su mafia capitale”. E infatti, Panzironi s’era rimosso da solo, nel 2011, ben prima che Marino potesse anche solo pensare di fare il Sindaco di Roma… Ma vabbè, buttiamola lì, magari qualcuno “ce casca”…

C’è un piccolo particolare però, quello su cui insiste quel rompiscatole di Matteo Renzi (che non mi pare si autocollochi a destra, né mi pare rivendichi un passato “fognario”): oltre a fare “pulizia” (quella la fa Pignatone), toccherebbe governare la Capitale. E lì forse un partito servirebbe.

Come servirebbe una giunta di alto livello (che sta perdendo i due “pezzi” più importanti).

Come servirebbe una macchina amministrativa motivata (che viene definita “incompetente e corrotta” in un’intervista su due, sia dal Sindaco che dall’Assessore Sceriffo, Sabella).

Come servirebbe un’opinione pubblica legittimante (sondaggi alla mano siamo molto lontani e certo l’uscita sulle fogne non aiuterà il “Sindaco di tutti”).

Insomma, sulla pars destruens essere senza partito può anche far gioco: “che si sfasci anche tutto, io non sono uomo di nessuno, non ho nessuna corrente, nessuna fondazione politica, di fatto non ho nessun partito”.

Sulla pars costruens però, quella per cui è “incriminato” dal Segretario-Premier, l’essere senza partito non fa gioco proprio per niente.

E quando finiranno l’onda emotiva e la “bolla mediatica” (nel senso che non si parla d’altro) di Mafia Capitale, torneranno di moda le buche, il traffico, i rifiuti, i tombini e le caditoie otturati.

Insomma, ironia della sorte, se sarà ancora Sindaco gli toccherà occuparsi delle fogne. E dubito che riuscirà a sturarle evocandole da un palco…

LDG

 

Sulle pensioni, sto con Renzi.

Un po’ di premesse:

  1. Le sentenze della Corte Costituzionale si rispettano. Altrimenti “salta il banco”, ossia, di fatto, il nostro ordinamento democratico.
  2. La sentenza sulla mancata rivalutazione delle pensioni non “costringe” il governo alla restituzione totale dei 18 miliardi stimati, bensì attacca prevalentemente la mancata proporzionalità del “taglio” e la scarsa adeguatezza della pensione non rivalutata.
  3. L’Italia ha la spesa previdenziale più alta in rapporto al PIL (oltre il 15%) tra i paesi occidentali: circa 250 miliardi di euro annui sui circa 800 totali di spesa pubblica.
  4. Gran parte di quella spesa deriva da una politica previdenziale “folle” e insostenibile dal punto di vista finanziario che è andata avanti indisturbata col sistema “retributivo” fino alla Riforma Dini (e alle 6 successive ulteriori riforme).
  5. La sospensione della rivalutazione delle pensioni per gli anni 2012 e 2013 fu decisa dal governo Monti col decreto “Salva Italia”; ha garantito un risparmio di circa 20 miliardi di euro annui per tre anni ed è stata votata da tutti i partiti allora presenti in Parlamento fuorché Lega e IDV.

Tutto ciò premesso (per dovere di cronaca e per fare chiarezza in questa “cagnara” generale), cosa ha deciso il governo Renzi?

La restituzione, per il 2015 e proporzionale per scaglioni, della mancata rivalutazione a tutte le pensioni sotto i 3200 euro mensili. E una nuova indicizzazione a partire dal 2016.

È un modo per restituire 2 miliardi anziché 18? Si, senza giri di parole.

È dunque una disapplicazione di quanto sancito dalla Consulta? A mio avviso no. I criteri sottolineati dalla sentenza mi sembrano tutti rispettati. Rimborsi proporzionati alle fasce (maggiori per le pensioni più basse, inesistenti per quelle più alte) e dunque adeguatezza dei “mezzi di sussistenza” garantiti ai pensionati meno abbienti (posto che la mancata rivalutazione non ha mai colpito le pensioni inferiori a 1500 euro lorde).

Fa bene il governo a limitarsi a questo rimborso? Assolutamente si. Per tre ragioni:

  1. Non sfora il rapporto Deficit/PIL per il quale siamo sempre a rischio “procedura di infrazione” (ossia multe salate dall’UE, altri miliardi da recuperare chissà dove);
  2. applica di fatto la sentenza, limitandosi a reagire a quanto contestato dalla Corte;
  3. soprattutto, continua a far capire agli italiani che il problema della spesa per pensioni c’è e resta sul tavolo.

Fanno meno bene, invece, tutti coloro che hanno votato il “Salva Italia” ad attaccare Renzi perché non restituisce tutti i 18 miliardi. Il “Salva Italia”, oltre ad aver garantito risparmi per circa 20 miliardi annui per 3 anni, si collocava sulla scia delle riforme Dini, Maroni, eccetera. Riforme sacrosante dal mio punto di vista, perché si sono poste per la prima volta il problema della sostenibilità di lungo periodo del sistema previdenziale e della tutela delle generazioni future (che avranno pensioni ridicole rispetto a quelle delle generazioni precedenti, come si evince dal confronto che segue).

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A tale proposito mi incuriosisce (per esser buoni) la sentenza della Consulta sul fronte dell’adeguatezza: se considera inadeguate quelle pensioni non rivalutate, come considererà quelle che deriveranno dal sistema 100% contributivo? Finirà per dichiarare incostituzionali tutte le riforme? Dovremo cercare centinaia di miliardi di euro per tornare al metodo retributivo e fallire con le tasche gonfie e le dentiere smaglianti?

Tornando alla politica, va bene che siamo in campagna elettorale e che quindi quei 5 milioni di pensionati coinvolti dalla sentenza tornano utilissimi a fini propagandistici, ma tutto ha un limite. E se è lecito contestare la formula del “bonus” (una restituzione non è certo un bonus) inventata da Renzi a scopi elettorali, è altrettanto lecito – anzi probabilmente di più – contestare chi oggi chiede il rimborso integrale dopo aver (giustamente) lavorato per decenni alle riforme previdenziali e alla limitazione di una spesa pensionistica gonfiata e insostenibile, sempre per le stesse ragioni: elettorali.

Il “presentismo” impera, per carità. Lungi da me volontà utopistiche di modificare una società senza memoria, senza logica e “tutta pancia”. Tanto più se i mass media (TV in primis), che dovrebbero informarci, ci riservano solo zuffe di “smemorati” utili a creare rabbia, confusione e disinformazione, solleticando l’unica cosa che conta: le emozioni. Ma magari ogni tanto provare a ragionare (e a ricordare) non guasta. Tra un servizio sul tailleur della Boschi, uno sulle felpe di Salvini e un video sui gattini, proviamo a far funzionare i pochi neuroni non ancora anestetizzati…

LDG

I pro e i contro dell’Italicum

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Ora che l’italicum è stato approvato, possiamo tirare le somme e individuare i pro e i contro del nuovo meccanismo elettorale.

PRO

  1. Majority assuring

Come dice Matteo Renzi: “la sera delle elezioni sapremo chi avrà vinto. Chi avrà la maggioranza in Parlamento”. Vero, anche se in realtà questa novità si concretizzerà solo dopo la riforma del Senato, se andrà in porto. È il Senato che storicamente ha visto maggioranze “ballerine”, per via di un vincolo costituzionale. Infatti, alla Camera, anche il famigerato Porcellum garantiva una maggioranza certa alla coalizione (o al partito) vincente. E anche, prima, il Mattarellum. Per cui non è proprio una novità…In ogni caso, è bene che ciò sia stato mantenuto, grazie alla novità (questa si) dell’eventuale ballottaggio che serve a superare i rilievi della Consulta sull’entità del premio di maggioranza.

  1. Il premio di maggioranza al partito

E’ bene anche che si sia passati dal premio alla coalizione a quello al partito vincente. In un’ottica di riduzione del numero dei partiti e di maggiore governabilità questa novità è da considerarsi positiva. Ovviamente, tutto ciò dipende molto da come si strutturerà l’offerta politica. Tradotto: a sinistra c’è già un grande partito, a destra no. Se a destra, per ragioni tattiche, avremo un solo simbolo e una sola lista, ma fittizi, dopo le elezioni il numero dei partiti tornerà ad essere elevato. Esattamente come avvenne negli anni del Mattarellum. Prodi ha vinto elezioni con un solo simbolo, ma con 15 partiti in maggioranza…

  1. Il meccanismo di attribuzione dei seggi

Un’altra nota a favore è senz’altro quella di aver eliminato il cosiddetto “effetto flipper” nell’attribuzione dei seggi. Cioè, è stato modificato il rapporto tra vincolo territoriale e risultati dei partiti, che portava i partiti più piccoli a vedersi assegnati i seggi in collegi in cui non era detto che avessero ottenuto i migliori risultati. In pratica, si premiava il rapporto seggi/popolazione residente e si puniva il rendimento politico dei partiti. Ora non è più così, ed è un’altra novità positiva. Questo problema è ancora presente in altre leggi elettorali, quali quella per le europee dove, ad esempio, Lega Nord e NCD hanno ottenuto seggi in circoscrizioni in cui non sono andati benissimo, solo per ragioni di rappresentanza territoriale.

CONTRO

  1. La soglia di sbarramento al 3%

La soglia di sbarramento al 3% nazionale è troppo debole per fare efficacemente da filtro ai partiti minori. È una scelta contraddittoria rispetto al premio di maggioranza al primo partito. Dunque, una clausola aggiuntiva al sistema elettorale lavora per la riduzione del quadro partitico e l’altra no. Stando alla media dei sondaggi attuali, avremmo 7 partiti in Parlamento, salvo formazioni unitarie – al momento altamente improbabili – a destra.

  1. Le candidature multiple

Dall’effetto flipper dipendeva l’aver mantenuto le pluricandidature (ogni candidato può presentarsi al massimo in 10 collegi). Cioè, non sapendo con certezza dove sarebbero stati eletti, i leader dei partiti minori avrebbero potuto candidarsi in 10 collegi diversi, per poi optare eventualmente per un solo collegio. Ora che il vincolo territoriale (e il conseguente effetto flipper) è saltato, le pluricandidature si sarebbero potute evitare. Non è un grande spettacolo vedere accapigliarsi i candidati arrivati secondi in diversi collegi in attesa che il loro capolista scelga per quale collegio optare e far eleggere così un altro candidato del proprio partito. Così come non è un grande spettacolo vedere qualcuno che si presenta in 10 “territori” diversi. Il famoso “legame col territorio” che pretendiamo in un’ottica “maggioritaria” viene decisamente indebolito.

  1. Preferenze e capilista bloccati

Resto poco convinto sulla scelta finale. Il mix tra 100 capilista bloccati (per partito) e il resto eletti con le preferenze è un chiaro segnale di indecisione che “puzza” da lontano. Come dire, “noi leader di partito preferiremmo le liste bloccate, ma siccome per anni abbiamo contestato i nominati del Porcellum, abbiamo dovuto aprire, in parte, alle preferenze”. Queste ultime, peraltro, sono state “incriminate” delle peggiori nefandezze negli ultimi mesi (voto di scambio, incentivo alla corruzione, ecc.) proprio per rafforzare la scelta delle liste bloccate. Se è così però mi chiedo: come mai le preferenze sono il male assoluto quando si vota per il Parlamento e poi le utilizziamo per le europee, le regionali, le comunali e le circoscrizionali? Forse dovremmo iniziare a occuparci seriamente della selezione della classe dirigente da parte dei partiti, anziché prendercela di volta in volta con le preferenze e le liste bloccate.

  1. La parità di genere tra i candidati

A proposito di selezione della classe dirigente, una notazione sulla “parità di genere”, spesso sbandierata come un grande successo dall’attuale maggioranza: il numero di candidati complessivo di ciascun partito sarà perfettamente pari tra uomini e donne. Se la parità di genere è un principio positivo e irrinunciabile, è sicuramente un ottimo risultato. Personalmente, tuttavia, gradirei una rappresentanza di valore, a prescindere dal sesso. Meglio un uomo in più in Parlamento perché merita, che una donna in più perché donna.

  1. Il metodo della riforma

Il “contro” più importante di tutti, a mio avviso, resta legato al metodo in cui si fanno le riforme elettorali in questo paese. Se guardiamo alle altre democrazie consolidate, ci rendiamo conto che i loro sistemi elettorali sono stabili da decenni, se non da secoli, in alcuni casi. In Italia, la legge elettorale è sempre “in bilico” e questa è la sesta riforma in 90 anni, una ogni 15 anni in media. Ciò denota chiaramente che “non sappiamo dove vogliamo andare”, non abbiamo un modello di democrazia in mente tale da riflettersi anche nelle regole della competizione elettorale. Siamo stati proporzionalisti convinti in anni in cui era necessario esserlo (ma si arrivò comunque alla “legge truffa” in quegli stessi anni), maggioritaristi convinti nella prima fase della seconda Repubblica (Mattarellum) e maggioritaristi a metà in quest’ultima fase (Porcellum e Italicum). Questo andamento ondivago dipende dal fatto che la politica non si pone il problema di lungo periodo di come configurare l’assetto democratico del paese, bensì quello di breve periodo di come vincere le elezioni successive (o di come sopravvivere alle elezioni successive, nel caso dei partiti minori). Questa logica non porta a nulla, se non a riforme continue. Aspettiamoci che si riapra il dibattito elettorale immediatamente. Se mai si è chiuso. Resto convinto che l’unica riforma duratura può derivare da un’Assemblea costituente che lavori su indicazioni di massima dei partiti. E sono convinto che da un’ipotetica Assemblea costituente, oggi, al posto dell’Italicum avremmo un doppio turno di collegio, come in Francia…

LDG 

#Triton è tra le tendenze su Twitter: Missione compiuta.

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Di politiche di immigrazione e di asilo dell’UE si parla da una vita. Quando entrò in vigore l’accordo di Schengen (e venne integrato nel Trattati di Amsterdam) divenne necessario iniziare a pensarci: le frontiere interne cadevano, quelle esterne diventavano comuni. Tradotto: è almeno dalla fine degli anni ’90 che aspettiamo una politica comunitaria su questi temi.

Ieri Matteo Renzi, alla fine del Consiglio UE straordinario, ha detto: “Per la prima volta c’è una strategia europea. E’ cambiato l’approccio al problema dei migranti”. Sarà vero? Io ho molti dubbi al riguardo.

Intanto cerchiamo di capire com’è finito il vertice dei capi di Stato e di governo di ieri. Vertice che lavorava su un piano di 10 punti stilato dalla Commissione UE pochi giorni prima.

Il successo più “sbandierato” da tutti è l’incremento di risorse per l’operazione Triton, che dovrebbe avere a disposizione circa 120 milioni di euro: l’equivalente del costo di Mare Nostrum. Dunque, almeno su questo fronte, si realizza un minimo di “burden sharing”, cioè di condivisione degli oneri: non pagherà più solo l’Italia.

Tuttavia, è a tutti noto che il coordinamento delle operazioni in mare si è complicato, così come risulta molto più complicato svolgere indagini successive alle tragedie: con imbarcazioni estere, coordinatori stranieri, sede di Frontex a Varsavia…

In ogni caso, ben venga almeno la redistribuzione degli oneri finanziari. Il problema è che il Consiglio di ieri si è fermato lì. Nel senso che tutto il resto è un insieme di “buone intenzioni” e di procedure da mettere in campo in un periodo non proprio brevissimo. Come dire, “Consiglio urgente, ma soluzioni con comodo” (ed eventuali, aggiungerei).

E non è un caso che sia finita così, anzi era prevedibilissimo. Se dal 1997 ad oggi la comunitarizzazione delle politiche di immigrazione e di asilo ha proceduto ad andatura molto lenta ci sarà un perché. E se, ancora oggi, in quelle materie il Consiglio decide all’unanimità dei suoi componenti (cioè 28 governi su 28 devono essere d’accordo), è facile spiegare perché “la montagna abbia partorito un topolino” come scrive oggi Vittorio Emanuele Parsi sul Sole 24 Ore.

Se a ciò aggiungiamo che le posizioni dei singoli Stati membri dell’UE non emergono mai dai verbali delle riunioni del Consiglio, tutto diventa ancor più comprensibile. E qui apriamo il solito capitolo – a me tanto caro – della realtà mediaticamente costruita. 

Perché si è svolto il Consiglio UE ieri? Per risolvere un problema urgente o per far vedere che si vuole risolvere un problema urgente? “La seconda che hai detto” (cit.). Cioè, posto che l’opinione pubblica internazionale è in un triangolo emotivo micidiale – tra immagini di morti in mare, paure di sbarchi di terroristi e una generica paura di un’invasione straniera molto gonfiata nei numeri dall’impatto mediatico – era necessario far vedere che tutt’Europa fosse sensibile al dramma in corso.

Far vedere significa:

– convocare il Consiglio d’urgenza;

– aprirlo col minuto di silenzio;

– introdurlo con parole commoventi di Schulz, Tusk & Co.;

– chiuderlo sbandierando i fondi triplicati per Triton e tutti gli annunci di grandi operazioni (che molto verosimilmente non vedremo mai).

– approvare una dichiarazione pubblica da aprirsi rigorosamente con queste parole (e da far riprendere da tutti i giornali europei): “La situazione nel Mediterraneo è drammatica. L’Unione europea si adopererà con ogni mezzo a sua disposizione per evitare ulteriori perdite di vite umane in mare e per affrontare le cause profonde dell’emergenza umana a cui stiamo assistendo, in cooperazione con i paesi di origine e di transito. La nostra priorità immediata è evitare altre morti in mare“.

Il tutto con una copertura mediatica mostruosa, ovviamente. Il vero segreto del “successo”.

Poi c’è tutta la parte da non far vedere:

– dichiarazione finale da cui non emergono le posizioni dei governi;

– processo istituzionale bloccato dal voto all’unanimità;

– interessi nazionali che prevalgono di gran lunga su quelli dell’Unione: guai a prenderci in carico i rifugiati altrui…;

– incapacità manifesta di agire, specie in questi settori, in situazioni di emergenza.

Lo spettacolo è andato in scena, dunque. La foto di rito, come sempre, è stata fatta. Preceduta dall’immancabile minuto di silenzio. Fiumi di parole di vicinanza, commozione e solidarietà sono state spese. #Triton è nella top ten tra le tendenze di Twitter. Per oggi è davvero tutto ok.

La classe politica europea ha fatto il suo dovere: quello di mettersi in posa per le foto, rilasciare interviste e sparare comunicati stampa a raffica con faccia contrita e grande commozione.

Ora non resta che attendere i prossimi naufragi. Con la certezza che, se non ci fossero le telecamere a immortalarli, non avremmo neanche Consigli straordinari da convocare.

LDG

Dateci le preferenze. Levateci un alibi.

italicum porcellumPer anni abbiamo letto e ascoltato di tutto e di più sui “nominati” derivanti dalle liste bloccate del Porcellum. Negli stessi anni abbiamo votato per Circoscrizioni, Comuni, Province, Regioni e Parlamento europeo con il sistema delle preferenze. Per cui ci chiedevamo (e in molti lo fanno anche oggi) come mai le tanto vituperate preferenze andassero bene ovunque tranne per le elezioni del Parlamento.

Ciononostante, anche l’italicum è nato senza preferenze e sta crescendo sulla base del modello che prevede i capolista bloccati  e il voto di preferenza per gli altri (ipotesi che dovrebbe comportare almeno la metà dei futuri Deputati di nuovo “nominati”).

Sinceramente trovo inutile, e anche abbastanza ridicola, la diatriba su cosa sia meglio in assoluto tra collegio uninominale, liste bloccate, preferenze. In un paese in cui la classe politica è reclutata in maniera seria, regolata e meritocratica funzionano tutte e tre le formule. In un paese in cui il reclutamento (e anche il processo di voto) è viziato da innumerevoli variabili “poco edificanti” non funziona nessuna delle tre. Non a caso:

Ai tempi del Mattarellum, con i collegi unoniminali, abbiamo avuto il fenomeno dei “paracadutati”, ossia (ad esempio) candidati vincenti in Sicilia anche se piemontesi, grazie al voto “fedele” al partito (caso emblematico, Di Pietro al Mugello) che faceva letteralmente “scomparire” il candidato dalla percezione degli elettori. Si votava un simbolo. Punto.

Ai tempi del Porcellum abbiamo avuto i Razzi, gli Scilipoti, le “veline” e tutte le “invenzioni” di queste ultime legislature (compresa l’ultima).

Con le preferenze, specie alle Regioni, abbiamo avuto un sacco di indagati e condannati per corruzione, associazione mafiosa e chi più ne ha più ne metta, a causa del “voto di scambio”.

Non ne usciamo. E’ inutile impiccarsi, non è il tipo di collegio/circoscrizione che “ci salverà”. Dobbiamo salvarci da soli, a monte, valutando le condizioni sistemiche attuali.

E su questo, due cose si possono dire.

1. Nell’era dei “partiti personali”,  è “naturale” che la lista bloccata riscuota successo tra i partiti. Ovvio che i leader di partito tifino per la possibilità di scegliersi i parlamentari (anziché farli scegliere agli elettori) ed è altrettanto ovvio che trovino una maggioranza in Parlamento favorevole a tale ipotesi. “Se sono stato eletto già per fedeltà al leader, sarò ricandidato (anzi rinominato) per la stessa ragione”.

Il problema è: vogliamo davvero che si continui su questa china? Ci sta bene che i partiti siano diventati dei “comitati elettorali” del leader di turno (come dice, ad esempio, Cirino Pomicino) o dei “fan club” di una pop star di turno, come preferisco dire io? E che i nostri rappresentanti derivino esclusivamente dalla “fedeltà al leader”? (Categoria assolutamente non politica e, direi, sub-umana, tendenzialmente canina…). 

2. Nell’era post-ideologica, in cui il “voto di appartenenza” (ossia il voto fedele, a prescindere, per un dato partito) non esiste più, il collegio uninominale potrebbe tornare utile perché “costringerebbe” i partiti a candidare personaggi noti, ma anche con una certa reputazione (non il tronista o la velina di turno, insomma) e un certo attaccamento al territorio del collegio. Ci sarebbero grandi difficoltà a “paracadutare”, che so Faraone (o Emiliano) in Emilia-Romagna e a farlo eleggere, tanto per fare un esempio. E’ vero che la scelta dei candidati resterebbe in mano ai leader di partito, ma quanto meno essi dovrebbero fare i conti col candidato unico su un determinato territorio. Difficile far passare “la qualunque”…

Premesso che, ahimè, l’ipotesi del collegio uninominale non è sul tavolo, e premessi tutti gli accorgimenti del caso sulle preferenze (voto di scambio, incentivo alla corruzione, scarso utilizzo da parte degli elettori, ecc.), siamo sicuri che vogliamo continuare sulla strada della democrazia delegata (anziché reppresentativa)? In cui, appunto, deleghiamo alle pop star (perché tali sono, ieri Renzi ha parlato di “personaggi da Talk Show”) il compito di decidere chi ci rappresenterà in virtù di una appartenenza non a un ideale (non esistono più), né a un programma (neanch’essi esistono più, se non sotto forma di singoli annunci da ritwittare qua e là), ma a una persona? 

Forse dovremmo tutti ragionare, a monte, su cosa sta diventando la politica in Italia. O forse ci va bene così, perché meno decidiamo noi, più sarà facile e autoconsolatorio riempire di insulti le classi dirigenti presenti e future. Senza potere (reale), senza legittimazione democratica, ma sempre su tutti i media a sminuire h24 la loro credibilità rilanciando di promessa in promessa, di utopia in utopia, col volontarismo che sostituisce il potere. E si schianta su una realtà pressoché ingovernabile e che corre alla velocità della luce. Rinnovando la nostra voglia di shopping, che si concretizza nel cestinare tutti i leader (e con essi tutta la classe dirigente “nominata”) e nel cercare “in vetrina” (che sia la TV o uno smartphone) i nuovi leader a cui affidarsi, finché regge il loro “brand”. Sempre meno.

Renzi, “te lo dico da amico”, dacci le preferenze. Almeno avrete un alibi in più e ne toglierete uno a noi. E forse la politica camperà qualche altro anno. In caso contrario, sarete la solita “Ka$ta”, da impallinare h24 sui quotidiani e sui social media dopo ogni “battito d’ala” di qualsivoglia Procura d’Italia.

 

LDG

Renzi e le maggioranze “usa e getta”

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Il capolavoro “Mattarella” è riuscito proprio bene al Presidente del Consiglio.

In un colpo solo ha infatti:

1. ricompattato il PD, facendo piangere di commozione e di gratitudine la sua minoranza interna;

2. frantumato Forza Italia, uscita a brandelli con tanto di pubblico “volo di stracci” in Transatlantico;

3. disgregato NCD, diviso fra siciliani sorridenti e “resto del mondo” intento a mollare tutte le cariche prima che la nave affondi;

4. relegato M5S sul solito tetto: a sondare la base e votare un candidato senza speranza, mentre sotto al tetto si faceva politica.

5. piazzato un uomo, 75enne, democristiano ed emblema della Prima Repubblica (identikit perfetto del rottamabile) al Quirinale, ricevendo una quantità di elogi e apprezzamenti che neanche Maradona dopo il gol contro l’Inghilterra.

La cosa più stupefacente di tutta questa vicenda però, a mio avviso, è la seguente. Tutti gli psicodrammi altrui si sono verificati per una semplicissima ragione, che non è quella individuata, fra gli altri da Claudio Petruccioli che dice, in sintesi: “hanno scoperto che Renzi è anche intelligente”. No, quello secondo me era già evidente. La ragione è che non avevano capito – e forse non hanno ancora capito – la logica di fondo, il modus operandi di Matteo Renzi. Che è peraltro molto semplice: Matteo individua un problema e opera di conseguenza, con intelligenza certo, ma abbandonando tutte le categorie novecentesche che ancora utilizzano i suoi (presunti) avversari.

Qual era il vero problema di questa elezione per Renzi? Non fare la fine di Bersani coi 101. Per di più con un Parlamento formatosi prima della sua vittoria alle primarie. Era un’occasione ghiottissima per impallinarlo. Soluzione: candidato a cui la minoranza PD non può dire “no”, obbligo di voto palese nella riunione (in streaming) dei grandi elettori e minacce esplicite, tipo “il PD non avrà altri candidati”. Risultato: voto compatto del PD (e pure di SEL).

Qual era il problema dell’italicum? Far passare una legge indigesta a parte del suo partito e a SEL. Soluzione: negoziare con Berlusconi e NCD.

Qual era il problema del jobs act? Vedi alla voce italicum.

Qual era il problema delle elezioni alla Consulta e al CSM? Trovare un nome condiviso con Forza Italia, che non avrebbe ridato voce al M5S, ampiamente sulle barricate contro Violante. Soluzione: aprire al M5S e fargli scegliere il membro del CSM.

Cosa ci dice tutto ciò? Che Renzi in meno di un anno ha già utilizzato 4 maggioranze diverse: una per governare, una per le riforme, una per le elezioni di competenza parlamentare dei magistrati, una per le elezioni del Presidente della Repubblica. Eppure ancora ieri in NCD e in Forza Italia si chiedevano, basiti, se l’elezione di Mattarella significhi un cambio di maggioranza per le politiche del governo. Ovvio che no. Significa semplicemente che, in virtù dei suoi numeri e, soprattutto, in virtù dell’assenza totale di ogni ancoraggio ideologico-valoriale e programmatico, Renzi si muove come un leader assoluto, nel senso etimologico del termine: absolutus, sciolto da ogni vincolo. Prende voti dove può, a seconda del problema che gli si para davanti. Con la stessa scioltezza con cui passa da Tsipras a Mattarella, da Nietzsche a La Pira, da Mandela a Steve Jobs.E’ l’homo eligens di Bauman, o l’uomo flessibile di Sennett. Fa shopping. O zapping. Come fanno tutti in un supermercato, o davanti alla TV, o quando scaricano un’app, o quando decidono se “dare l’amicizia” a qualcuno su FB. Ogni nuovo problema, presenta nuove soluzioni, del tutto indipendenti dalle precedenti. E magari anche del tutto incoerenti. Ma ogni problema e ogni soluzione hanno vita a sé. Dunque, porsi il problema della coerenza non ha più senso (se mai ne avesse avuto in politica). 

E’ questa la sua forza. Risoluto, rapido, spregiudicato…sradicato. Chi non ha radici, non ha zavorre supera, velocissimo e senza ostacoli, tutte le tappe del reality show della politica che viviamo ogni giorno sui media (vecchi e nuovi). Chi si ferma a pensare se sia di destra o di sinistra, se stia “con noi” o “contro di noi”, se sia leale o “infedele”, perde solo tempo e va dritto dritto in nomination. E al (tele)voto Matteo non si batte. 

E’ una logica cinica? Immorale? Manipolatrice? Incoerente? Senza certezze e punti fermi? Probabilmente si. Ma la politica è mai stata altro? E, soprattutto, la società è altro? Noi siamo altro?

LDG