Legge elettorale, come siamo messi

Come ho detto in passato in un altro post, siamo l’unica democrazia consolidata in cui la legge elettorale è al vertice dell’agenda politica da decenni. La ragione è semplice: in altri paesi la si sceglie, in un’ottica di sistema e di lungo periodo, per stabilire le regole del gioco; da noi la si sceglie, di volta in volta, per capire se e quanto potrà aiutare (o danneggiare) un partito o una coalizione in termini di seggi. Come potete ben comprendere, i due punti di vista sono molto diversi tra loro. La conseguenza è che altrove c’è una continuità delle leggi elettorali in vigore, mentre da noi c’è una continuità delle riforme elettorali…

Passiamo ora al dibattito corrente, cercando di capire quali siano oggi le opzioni in campo. Allo stato, sembrano essere quattro:

1. La legge derivata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, ossia il Porcellum privato del premio di maggioranza e delle liste bloccate. Ciò significa che, in assenza di un intervento legislativo, si andrebbe a votare con un sistema proporzionale senza premi, che manterrebbe le soglie di sbarramento e introdurrebbe la preferenza unica.

2. Il ritorno del Mattarellum. Grillo e, per certi versi anche Renzi e Forza Italia, insistono per un ritorno al Mattarellum, ossia la legge elettorale utilizzata per le elezioni politiche del 1994, del 1996 e del 2001. Un sistema elettorale misto, che prevede l’assegnazione del 75% dei seggi mediante un sistema maggioritario a turno unico, in collegi uninominali e il restante 25% mediante un sistema proporzionale con liste bloccate.

3. Un Mattarellum modificato, attraverso la trasformazione del 25% di seggi attribuiti col proporzionale in un premio di maggioranza che assegnerebbe il 20% dei seggi alla coalizione (o al partito) più forte e il 5% alla coalizione (o al partito) che arriva seconda.

4. Il Doppio turno di coalizione – noto anche come bozza Violante-D’Alimonte – vale a dire un sistema che assegnerebbe un premio del 55% dei seggi alla coalizione (o al partito) che arriva prima, raggiungendo però almeno il 40% dei voti. Qualora nessuno raggiungesse tale percentuale al primo turno, ci sarebbe un secondo turno tra le prime due coalizioni (o partiti) per superare quella soglia. Prevede inoltre l’introduzione della doppia preferenza di genere al posto delle liste bloccate. Sarebbe in altri termini una correzione del Porcellum in grado di superare le recenti obiezioni della Consulta.

Fin qui, una minima descrizione delle opzioni in campo. Ma cosa succederebbe se si votasse oggi con una di quelle ipotesi in vigore?

L’ipotesi 1, ossia il proporzionale puro con soglie di sbarramento, garantirebbe l’assoluta certezza di ingovernabilità, dato che non avremmo alcuna maggioranza né alla Camera, né al Senato. Quella che vedete è una simulazione della composizione della Camera dei Deputati, sulla base dei risultati dello scorso febbraio:

Schermata 2013-12-19 alle 10.42.01

 

E di questi tempi sinceramente vedo molto male la riproposizione di un nuovo governo di larghe intese…Praticamente impossibile, anche perchè i numeri sarebbero molto diversi da quelli attuali. In pratica, 2 dei 3 grandi partiti (PD, Forza Italia e M5S) dovrebbero fare un governo insieme. Molto complicato…

Con l’ipotesi 2, ossia il Mattarellum nella versione “pura”, quella già utilizzata in passato, potremmo avere – ma non è detto – una maggioranza alla Camera, mentre sicuramente non avremmo alcuna maggioranza al Senato. Per questa ragione, trovo quantomeno curioso che tanto Renzi, quanto Grillo e diversi esponenti di Forza Italia si stiano “lanciando” per tornare al Mattarellum, sapendo che sarebbero poi costretti a inventarsi un governo molto, ma molto, più “inciucista” del governo Letta.

L’ipotesi 3, vale a dire il Mattarellum “dopato” garantirebbe senz’altro una maggioranza alla Camera e una possibile – ma non certa – maggioranza al Senato.

Idem per l’ipotesi 4, vale a dire il doppio turno di coalizione.

La ragione per cui anche le ipotesi 3 e 4 non ci possono dare garanzie certe sul Senato è sempre la stessa e vi rimando a questo mio post di gennaio per approfondirla.

Tirando le fila: se si va a votare con l’ipotesi 1 o 2, siamo fregati. E’ del tutto inutile, anzi controproducente. Perderemmo tempo, bruceremmo 400 milioni di euro per votare, non avremmo alcuna maggioranza dopo le elezioni, dovremmo eleggere anche un nuovo Presidente della Repubblica e rischieremmo di arrivare al semestre di Presidenza UE senza governo, oltre che senza alcun dossier preparato adeguatamente. Sarebbe un’ecatombe.

Se si va a votare con le ipotesi 3 e 4, mettendo mano alla Costituzione (abolendo il Senato, oppure privandolo della funzione di attribuire la fiducia al governo, o anche semplicemente eliminando la formula “è eletto su base regionale” dalla Carta Costituzionale), allora avremo maggioranze certe.

Ma questo significa dover fare una riforma elettorale e una costituzionale. Avranno la pazienza di attendere Berlusconi, Grillo e Renzi? O preferiranno spingere per votare – inutilmente – di corsa?

LDG

L’elettore viscerale

Lo diciamo da tempo, ma ogni giorno abbiamo conferme in merito: oggi i cittadini, se votano, non votano con la testa, bensì con la pancia. Per pancia non intendo dire che gli atteggiamenti populistici/estremistici siano sempre quelli più efficaci, altrimenti la Lega Nord sarebbe primo partito da tempo… Intendo piuttosto dire che con la fine delle ideologie e di conseguenza del “voto di appartenenza/ideologico” e con una difficoltà estrema nel districarsi e nel distinguere tra le offerte politiche dei partiti (cosa vuol dire oggi essere di destra o di sinistra in Italia?), gli elettori finiscono per votare una persona (un leader) in base a quello che trasmette, non un partito o la sua piattaforma programmatica.

Se proviamo a chiedere ai renziani di elencarci 5 proposte programmatiche di Renzi probabilmente non ne troveremo nessuno in grado di rispondere. Idem per Berlusconi e per Grillo. Tutt’al più questi tre leader verranno associati a una parola chiave: Renzi al cambiamento/rinnovamento; Grillo al “tutti a casa”; Berlusconi alla “libertà” (intesa in senso mooooolto ampio), alla lotta ai comunisti (veri o presunti) o alla riduzione delle tasse.

La verità è che ciò che conta non è ciò che dicono i leader, ma quello che suscitano. E’ tutto qui, molto semplice. E lo suscitano con il linguaggio in senso lato, non solo verbale. Possono trasmettere emozioni con un giubbino di pelle, con battute efficaci, con finte lacrime su un palco, con urla e parole ‘da bar’ in una piazza, spolverando una sedia in diretta TV…Ciò che dicono o promettono e la possibilità di mantenere quelle promesse non conta affatto, anche perché non c’é modo di verificarlo: la matematica in politica è un’opinione e non esiste alcun organo terzo in grado di certificare se una promessa è mantenuta o meno. Conta, dunque, quanto riescono ad arrivarci nella “pancia” appunto, suscitando positività, ottimismo oppure rabbia, rancore, vendetta e tutti gli istinti primordiali possibili e immaginabili.

In questo Berlusconi è un maestro, essendo l’uomo-marketing per eccellenza. Se c’è un’eredità forte, un ‘berlusconismo” evidente, è proprio questo, ossia che ha cambiato la politica italiana adattandola ai mutamenti sociali, alla “sociologia del consumo” potremmo dire. Si vota un brand e quel brand oggi è incarnato da una persona. Conseguentemente quella persona, se vuole ottenere tanti voti, deve essere “trattato” esattamente alla stregua di un brand commerciale. Loghi, bandiere, musica, stile “pop”, battute, presenza incessante sui media, ‘call to action’ con parole d’ordine mobilitanti, campagna elettorale permanente, presenza e presidio dei Social Network, sondaggi usati come strumenti di marketing prima che di analisi… Questa è la politica oggi, tutto il resto é noia, facciamocene una ragione. E non uso “noia” solo per citare il Califfo, la uso perché sono convinto che sia davvero così: cosa rappresentano Monti, Casini, Fini o D’Alema per l’elettore medio non identificato? Noia…

Torno allora a richiamare il mio post su Alfano e la politica pop, attendendo con curiosità il 7 dicembre perché sarà un primo assaggio del codice di comunicazione del NCD e del suo leader. Ieri intanto, nel confronto PD su SKY, abbiamo visto un’altra buona dimostrazione questa tesi: contenuti e proposte concrete poche, ma Renzi e Civati fantastici battutisti, taglienti, efficaci.

So che forse pretendo la Luna, ma NCD deve trasformare Alfano in una ‘pop star’. E’ quello il quid, non ce ne sono altri…

P.S. La più recente dimostrazione di questo ragionamento è il sondaggio di ieri mattina ad Agorà, post decadenza di Silvio. Non credo servano commenti, parlano i numeri…in attesa del prossimo sondaggio che darà il PD in crescita post confronto su SKY, ovviamente.

Sondaggio Agorà 29 11 2013

LDG

Alfano e la pop-politik

Qui Strasburgo. Oggi il Parlamento europeo ha approvato il Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020, con un budget di quasi 1000 miliardi di euro, il Programma delle Reti Transeuropee, domani sarà il turno della riforma della PAC e di tante altre cosette interessanti e soprattutto molto impattanti per il nostro paese…Ma quotidiani, TG e programmi di approfondimento italiani sembrano non vedere altro che la separazione nel centrodestra, la sfida nel PD e il caso Cancellieri (esclusa la tragedia in Sardegna, ovviamente). Capisco che da queste cose dipendano la tenuta del governo e l’offerta politica presente e futura, ma è vero pure che l’Europa continua a essere per lo più un vessillo utile a schermaglie di posizionamento interno. Per il resto ce ne frega davvero poco…Peccato.

Ciò premesso, mi adeguo e mi infilo nella questione tutta italiana di uno scenario politico da far tremare le vene ai polsi. Già perché, qualcuno l’ha già notato, se è vero che in questa fase il Governo ha apparentemente una maggioranza politica più solida, venendo meno la minaccia “numerica” di Berlusconi e dei falchi, è vero anche che tra breve Letta e la sua compagine avranno un trittico di oppositori davvero niente male. All’ormai “tradizionale” controcanto di Beppe Grillo, infatti, potrebbero aggiungersi quello di Berlusconi – probabilmente dopo la decadenza – e quello di Renzi, dopo le primarie. Tre nomi non proprio di secondo piano, dato che sono di gran lunga i tre leader più abili a produrre consenso. E all’opposizione generare consenso è più semplice, specie in Italia. Non è un caso che nell’era dell’alternanza (la Seconda Repubblica) chi ha governato non ha mai vinto le elezioni successive.

Dunque, tra breve, il Governo avrà l’appoggio di Napolitano, quello “condizionato” dell’Unione Europea che aspetta di capire se la legge di stabilità è davvero di suo gradimento, ma avrà anche i leader dei primi 3 partiti potenzialmente tutti al lavoro per farlo cadere… anche perché quando Berlusconi decadrà dalla carica di Senatore, tutti e 3 i leader saranno fuori dal Parlamento. Una situazione a dir poco kafkiana: il governo delle larghe intese privo dell’appoggio dei leader dei 3 partiti più importanti… Certo, Renzi non potrà esplicitamente porsi contro l’esecutivo, ma la sua posizione “critica” e di pungolo mi pare già oggi fin troppo evidente.

Stando così le cose, il governo è chiamato a fare veri e propri miracoli. Ma anche i miracoli potrebbero non bastare. Perché, parliamoci chiaro, l’efficacia della politica è quella percepita non quella reale. E la differenza la fa la comunicazione. E contro il “tridente” Grillo, Renzi e Berlusconi, Letta e Alfano ad oggi sono pressoché inesistenti, di un altro pianeta direi.

Questo mi fa aprire un ulteriore ragionamento proprio su Alfano e sulla nuova “creatura” del centrodestra. Se Alfano vuole garantire una certa tenuta e una crescita del Nuovo Centro Destra (partito bene stando ai primi sondaggi) deve  adeguarsi il più possibile alla realtà della politica “pop”, pop-olare e sempre più anche pop-ulista. E’ una realtà immodificabile, facciamocene una ragione, perché gioca sul nostro essere “pubblico” prima che “popolo” e “consumatori” prima che “cittadini”. E’ un dato antropologico ormai. Se anche il governo riuscisse a fare le riforme attese da 40 anni, semplicemente non sarebbe creduto di fronte al fuoco di fila incrociato dei leader antigovernativi che manipolerebbero ogni informazione a loro piacimento, mediante interpretazioni di parte e roboanti.

Se la politica “pop” è un dato di fatto, il primo passo da compiere per Alfano e i suoi è trovare un nome decente al partito nascente: Nuovo Centro Destra è accattivante quanto un documento del Politburo. Più in generale è necessario adeguare la linea comunicativa del partito e del leader alle esigenze del “pubblico”. Alfano deve diventare, per quanto possibile, simile ai 3 leader che ho menzionato. Non nei contenuti ovvio, (un “responsabile” non può essere simultaneamente “populista”) ma nei codici comunicativi. Deve apparire smart, brillante, battutista, deve incarnare il rinnovamento, la meritocrazia, la partecipazione… E il movimento deve dotarsi di un Brand che funzioni, di una bella piattaforma web partecipativa, di un ottimo Social Media Manager e chi più ne ha più ne metta…Insomma serve tutto ciò che il marketing richiede oggi per le aziende, così come per i partiti… Cambia poco. Non è solo Forza Italia il partito-azienda, tutti lo sono, è un modello inevitabile oggi. Forza Italia lo è di più perché il suo leader è anche un capo azienda e perché la gestione di partito e imprese di famiglia è sempre più promiscua (vedi i casi di Marina, Barbara, Confalonieri, Dell’Utri e addirittura Galliani…). Ma Berlusconi è un caso a parte… Il partito azienda, inteso come un brand da valorizzare e “vendere” a “cittadini-consumatori” resta un modello quanto mai reale.

Probabilmente potremo iniziare a misurare questa attitudine di Alfano durante l’annunciata Convention, che dovrebbe essere il prossimo 7 dicembre. Ecco, non chiedo la Leopolda, o il palco circolare in mezzo alla sala… ma possibilmente neanche la riedizione di un’assemblea nazionale di un partito di massa, stile anni ’70…

LDG

Tra i due comunisti, il Caimano gode

Le elezioni del 26-27 febbraio avevano decretato un vincitore assoluto (Beppe Grillo), un vincitore relativo (Silvio Berlusconi) – che nonostante la perdita di 6 milioni di voti rispetto al 2008 è andato vicinissimo alla vittoria – e uno sconfitto (Pierluigi Bersani) – anzi uno che ha “non vinto”. Tuttavia, il vero capolavoro del “non vincitore” Bersani e della classe dirigente del partito democratico doveva ancora arrivare. Aver perso tra i 10 e i 12 punti percentuali in 3 mesi (a dicembre 2012 il PD viaggiava sopra il 30% e il PDL intorno al 14%) è niente in confronto a ciò che è successo dopo, tra i tentativi di formare il governo di minoranza (o della “non sfiducia”) e l’ecatombe verificatasi negli ultimi 4 giorni per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Dopo quasi due mesi di inseguimento inutile ai grillini – con tanto di insulti e dirette streaming poco edificanti – Bersani e i suoi decidono, nel corso di una drammatica assemblea, di virare la rotta di 180° e di proporre per il Quirinale il candidato più gradito al centrodestra all’interno di una rosa di cinque nomi, Franco Marini. Il cambio repentino di rotta non va giù a una bella fetta del partito, anche – ma non solo – per le modalità con cui è stata messa in opera. L’assemblea – e ancor di più ciò che accadeva fuori dall’assemblea – aveva fatto intuire ciò che sarebbe successo il giorno dopo in Parlamento, ma la realtà ha superato la fantasia: il centrodestra ha votato compatto Marini, mentre il centrosinistra si è spaccato con Vendola e i suoi che hanno votato per Rodotà e il PD che si è rilevato pieno zeppo di franchi tiratori (alcuni dichiarati, vedi i “renziani”) per “ammazzare” la candidatura votata a maggioranza dall’assemblea della sera prima.

Lo schiaffone arriva duro, tocca correre ai ripari: basta inseguire Grillo e dunque no a Rodotà – altro candidato col DNA di centrosinistra – basta inseguire Berlusconi, nonostante Marini sia uno dei fondatori del PD; meglio fare un nome che compatti il partito: Romano Prodi, l’uomo dell’Ulivo, dell’Unione e che ha dato i natali al Partito Democratico. Scelta approvata per acclamazione in assemblea e puntualmente impallinata nuovamente all’atto del voto segreto da circa 100 rappresentanti del partito di Bersani.

A quel punto, la coalizione maggioritaria non aveva più nomi possibili, li avrebbe bruciati tutti..Erano rimaste due sole alternative: convergere su Rodotà, in netto ritardo e comunque col rischio di bruciare anche lui e di aprire un nuovo fronte con Grillo e la sua comprovata inattendibilità come partner di un eventuale maggioranza; provare a convincere Napolitano a farsi rieleggere per mettere una toppa a questo enorme pasticcio. E’ andata in porto la seconda opzione, col paradosso che nel corso dell’ultima votazione abbiamo avuto un ballottaggio tra due comunisti storici e autentici – Napolitano e Rodotà – e un solo vero vincitore, l’anticomunista per definizione, colui che votò contro Napolitano 7 anni fa e che oggi può brindare a suon di sondaggi trionfanti di aver tritato il suo principale avversario politico: Silvio Berlusconi.

Risultato: oggi il PDL è nettamente il primo partito nei sondaggi e il PD – per dirla à la Bersani – è un “non partito”…

 

LDG

Monti, dal Loden al Wow

Italiano: Mario Monti
Italiano: Mario Monti (Photo credit: Wikipedia)

Mario Monti ha imboccato la via social e l’ha fatto lasciando il segno.

Prima con un profilo Twitter segnato da un “giallo”, con un fake che aveva addirittura simulato l’icona dell’account verificato.

Poi facendo incetta di follower, pur senza seguire nessun altro account. Alcuni dissero: “solo lui e il Papa hanno un profilo senza following”.

In seguito è nata la piattaforma: peragendamonti.it. Design contemporaneo, linguaggio semplice e diretto, “gamification” per incrementare l’engagement, ossia la capacità di aumentare la partecipazione, virtuale e reale, dei seguaci.

Infine, stamattina, la tanto attesa Q/A (Question/Answer) con gli utenti di Twitter: l’ex premier, senza loden ma in giacca e cravatta, si è messo alla scrivania e ha risposto alle domande provenienti dalla rete. A dire il vero, sembra abbia risposto a 14 domande su circa 2000 e si è trattato per di più di risposte generiche ed evasive – ma Twitter non aiuta a dare risposte dettagliate, dato il limite di caratteri.

La mia impressione generale, tuttavia, è che si stia forzando un po’ la mano. Ieri sera Monti ha detto a “Otto e mezzo” che non è suo costume fare comizi in piazza e che probabilmente non ne farà. Ecco, a occhio e croce, direi che risulta poco credibile anche questa versione social. Ho come l’impressione che il suo staff, indubbiamente competente in materia, stia cercando di trasformare il “professore” in un blogger di grido nel giro di pochi giorni. Attenzione, i risultati in termini di “marketing politico” non sono niente male, se consideriamo che a fronte delle 14 risposte su Twitter sono arrivati circa 25 mila follower in un giorno. E anche la piattaforma è fatta molto bene – mi sono iscritto appositamente per testarla. Tuttavia, il web e i social media sono cartine di tornasole, è difficile mentire o improvvisarsi. E diventano premianti solo se ognuno appare autentico, se stesso.

Non è un caso che più che le 14 risposte oggi abbiano fatto parlare le faccine e il WOW di sorpresa dopo che @senatoremonti ha superato i 100 mila follower. Hanno fatto discutere perchè sono sembrate, appunto, forzature. Monti non è Renzi, nè Grillo, attenzione a provare a trasformarlo in un guru del web in pochi giorni, potrebbe diventare un boomerang e fargli perdere parte della sua “inarrivabile” credibilità. La sua arma migliore…

LDG

 

 

Il Pantheon di #csxfactor

Il dibattito su SKY dei “fantastici 5” candidati alle primarie del centrosinistra è stato indubbiamente un evento, arricchito – e non è la prima volta – da un esilarante “tweetstorm”, una valanga di cinguettii alla quale ho partecipato anch’io, divertendomi parecchio. E’ stato un evento mediatico più che politico, non c’è dubbio. Tempi super contingentati, poche possibilità di argomentare, occhi puntati sul sudore di Vendola e sullo smartphone del (presunto) teleguidato Renzi, grande attesa per il factchecking a fine puntata che in sintesi ci ha detto che c’era poco da controllare: praticamente nessuno ha osato snocciolare dati e numeri…

Poi, sul finale, arriva finalmente una domanda che non può eludere la politica, l’identità, la stella polare dei candidati: “diteci due nomi che inserireste nel Pantheon della sinistra”. Ho pensato: “qui non scappano, in un minuto e mezzo hai voglia ad elencare nomi e simboli della storia della sinistra”. Certo, dubitavo sulla possibilità di sentire i nomi di Gramsci e Togliatti, men che meno di Marx e Lenin, ma almeno, che ne so Berlinguer e Napolitano – per ragioni diverse – me li sarei aspettati. E invece…comincia Bersani con un folgorante Papa Giovanni e chiude Vendola con un Carinal Martini da lasciarmi senza fiato.  La Puppato con il suo “Nilde Iotti” si sarà sentita seriamente fuori posto, “alienata” avrebbe detto Marx (che probabilmente a questo punto si aspetta di essere nel Pantheon di Storace).

Per carità, ben vengano i “superamenti”, le disincrostazioni ideologiche, gli strappi con un passato ingombrante e, oggi, penalizzante. Ma un Papa e un cardinale nel Pantheon di due ex (neanche tanto) comunisti non mi sa nè di moderno, nè di postideologico, nè tanto meno di autentico. A questo punto, se proprio dovevano mentire ed essendo nello studio di X Factor, avrei preferito dicessero Morgan e Fiorello…o forse anche Oscar Giannetto…

LDG

Tanto rumore per…Monti?

Manca pochissimo alle elezioni regionali in Sicilia, attese da molti osservatori come una specie di “big bang” della politica italiana. C’è chi si aspetta che a partire da lunedì si chiariranno diverse cose circa l’offerta politica che vedremo schierata tra 6 mesi alle elezioni politiche. Personalmente non credo che le elezioni siciliane avranno questo effetto, anche perchè chiunque la spunti, lo farà con una legittimazione popolare ampiamente al di sotto del 50%, anzi ampiamente al di sotto del 40%… Insomma, non sarà un esito tale da far ricompattare squadre oggi allo sbando e in balia degli eventi.

Piuttosto, i veri “big bang” potrebbero essere quelli delle primarie di coalizione del centrosinistra e del PDL.

Partiamo dal centrosinistra. Intorno alle primarie PD/SEL sta accadendo davvero di tutto. Innanzitutto ci saranno due candidati del PD grazie alla giusta, e a mio avviso inevitabile, apertura di Bersani nei confronti dello sfidante Renzi. Poi c’è tutta la questione delle regole su cui non entro nemmeno dato il clamore che suscita ogni giorno. Ma, a monte, la cosa più curiosa è che si svolgano primarie di coalizione senza sapere se le coalizioni ci saranno… visto che la bozza di legge elettorale ad oggi in esame le spazzerebbe via, o quantomeno le renderebbe superflue prima del voto. Infine, in Italia continuiamo a scegliere candidati premier pur non eleggendo direttamente il premier. Ma questa è una curiosità tutta mia che serve solo per dire una volta di più che siamo un paese sui generis…non si riesce a ritoccare la forma di governo parlamentare, ma poi si fa di tutto per aggirarla nei fatti: tipicamente italiano…In ogni caso, chiunque vinca tra Renzi e Bersani, le conseguenze non saranno indolori per il partito, generando ulteriori smottamenti nelle intenzioni di voto degli italiani.

Al di fuori del PD, ci si muove parecchio ma a mo’ di criceto nella ruota, non si fa un passo avanti da nessuna parte, fuorché forse nel PDL,  che dopo aver dato sfoggio per mesi della sua anarchia generalizzata, ha finalmente la possibilità di diventare un partito “normale”, in seguito al passo indietro di Silvio. Ora la palla è in mano ad Alfano. I suoi sfidanti, ad oggi (Santanché, Galan, Mussolini), non sono assolutamente in grado di metterne in discussione la leadership. Tuttavia, se Angelino non inizierà a lavorare seriamente sulla piattaforma programmatica e, di conseguenza, sull’allargamento della coalizione al centro, i malumori potrebbero crescere e far scaturire nuove candidature alternative con un peso specifico superiore (Crosetto e soprattuto Alemanno, in primis).

L’UDC direi che continua a giocare solo per rimanere nella maggioranza e riproporre il governo Monti. La Lista per l’Italia non ha riscosso alcun successo anche perchè eventualmente i papabili candidati di quella lista non vogliono fregiarsi del simbolo dello scudo crociato e avere come “leader” di partito la giovane  new entry Pierferdinando Casini…Eventualmente è da Italia Futura e da Fermare il declino che ci si può attendere qualche novità sul fronte del centrodestra ed è lì che potrebbe nascere la Lista per l’Italia che ha in mente Casini. Ma anche loro stentano a decollare, un po’ perchè non hanno ancora le idee chiare, un po’ perchè ancora non hanno mezzi e visibilità paragonabili ai partiti “tradizionali”. Anche se ieri Montezemolo una mossa l’ha fatta, con la conseguenza però di far “incazzare” Oscar Giannino. Insomma forse è già una “falsa partenza”.

L’IDV e FLI navigano a vista dopo essere stati scaricati dai rispettivi partner e i sondaggi recenti non li premiano. Fini sta addirittura pensando all’ipotesi di candidarsi alle primarie del PDL. Può sembrare una mossa folle, ma per uscire da quel 2-3% dei sondaggi potrebbe anche essere un’ipotesi.

La vera incognita resta Grillo e il suo M5S. In quel caso si che le elezioni siciliane potrebbero dare enormi sorprese. La Sicilia è tradizionalmente una roccaforte dei partiti storici ed è l’emblema del Sud conservatore che fino ad oggi non ha dato alcuna chance a Beppe Grillo. Gli indizi però questa volta fanno presagire ben altro. E se il M5S dovesse andare in doppia cifra anche in Sicilia, mi aspetto un’impennata seria del suo gradimento anche nel resto d’Italia.

Per concludere, diamo un’occhiata all’oggi provando a prevedere il domani. Ho comparato tutti i sondaggi del mese di ottobre pubblicati sul sito del governo, sondaggipoliticoelettorali.it. Sono 15 rilevazioni di 7 istituti diversi.

Le percentuali medie dei principali partiti sono le seguenti:

PD: 27,3%

M5S: 17,1%

PDL: 15,7%

UDC: 6,4%

Lega: 5,6%

IDV: 5,5%

SEL: 5,4%

FLI: 2,8%

LD: 2,6%

FDS: 2,3%

LD è La Destra, FDS è la Federazione della Sinistra.

In prospettiva questi dati ci dicono due cose: con la legge elettorale attuale non ci sarebbe alcuna maggioranza al Senato. Con la proposta Malan – bozza di riforma elettorale attualmente in esame – non ci sarebbe alcuna maggioranza neanche alla Camera.

E dunque?  Tanto rumore per….Monti?

LDG