Il Paradosso di Cacciari. Soluzione?

Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG

Dirigenti pubblici. Il dito e la Luna

Lo stipendio dei dirigenti pubblici è da diversi anni un argomento succulento su cui concentrare attacchi che schiumano rabbia e su cui riversare un bel po’di odio sociale a buon mercato. Il combinato disposto delle slides di Cottarelli e delle dichiarazioni di Moretti (AD di Ferrovie dello Stato) hanno riportato la questione al centro dell’attenzione. Il problema, a mio avviso, è che come spesso accade in Italia, guardiamo al dito e non alla Luna. Cercherò di spiegare il perchè.

Premessa: in un periodo di “vacche magre”, in cui tutti “stringono la cinghia”, è giusto che la cinghia la stringano tutti, appunto. Quindi, se riteniamo quegli stipendi eccessivi, è bene mettere un tetto. Attenzione però a non concentrare tutta l’attenzione su quel punto, perdendo di vista gli altri, ben più centrali e importanti.

Stando ai dati OCSE, i senior manager dello Stato, quelli che noi chiamiamo “apicali”, hanno effettivamente una retribuzione nettamente più alta rispetto alla media.

Retribuzione dirigenti Senior

Già guardando alle retribuzioni dei dirigenti di seconda fascia il quadro cambia completamente e le retribuzioni diventano tendenzialmente in media.

Retribuzioni dirigenti seconda fascia

 

Oggi leggiamo, sul Sole 24 Ore, che 117.838 persone guadagnano oltre 80 mila euro lordi annui nel pubblico impiego. Su oltre 3 milioni di dipendenti pubblici parliamo di meno del 4% del totale. Inoltre si punta il dito contro il fatto che a Palazzo Chigi non ci sia nessun dipendente sotto i 40 mila euro lordi. Stiamo parlando di 2 mila euro netti al mese circa. Se sul Sole 24 Ore si scrivono queste cose, vuol dire che la “caccia alle streghe” è ufficialmente partita…
Ciò premesso, il problema centrale è quanto guadagnano i dirigenti o se la macchina pubblica sia efficace ed efficiente? Detto in altri termini, se metto un tetto alle retribuzioni dei maganer pubblici (anche delle aziende pubbliche, da cui deriva la reazione di Moretti), a parte “punire” concretamente e simbolicamente i dirigenti, ottengo qualcosa in termini di rendimento della Pubblica Amministrazione?

Ovviamente no. Anzi, al più li demotiverò riducendone la resa. Anzichè guardare al dito, allora, dovremmo guardare alla Luna, finalmente. E la Luna è la performance dell’apparato pubblico, che deriva sicuramente anche dalla qualità e dal lavoro dei dirigenti, ma non solo. Deriva innanzitutto da un’impostazione giuridico-organizzativa ormai obsoleta che arranca sempre più di fronte alle sfide continue e vorticose della società contemporanea e di conseguenza continua a perdere fiducia e legittimazione da parte dei cittadini.
Tra le soluzioni che si prospettano in questi giorni c’è chi sostiene (ad es. oggi Arcuri, AD di Invitalia, su Repubblica) che occorra incrementare la percentuale di retribuzione di risultato, quella cioè legata al raggiungimento degli obiettivi, rispetto alla parte fissa dello stipendio. In linea di massima, nulla quaestio. Ma chi definisce gli obiettivi dei dirigenti e chi ne controlla il raggiungimento? Oggi la valutazione è demandata ad Uffici di Controllo Interno, ossia a colleghi dei dirigenti appartenenti allo stesso ente. Mi pare fin troppo scontato che praticamente tutti raggiungano percentuali bulgare di realizzazione degli obiettivi. Tanto più se quegli obiettivi sono stabiliti in maniera quasi autonoma e soprattutto spesso svincolati dagli obiettivi dei vertici politici. Come è ovvio che sia, tale livellamento pressoché automatico, demotiva i migliori e produce una convergenza verso la demotivazione e la definizione di obiettivi minimi e facilmente raggiungibili.

A tale proposito, sarei curioso di sapere quante delle promesse presentate nelle slides di Renzi siano finite tra gli obiettivi dei dirigenti competenti. Questo è un problema serissimo, a mio avviso una buona parte della Luna… Al di là dell’eterna lotta tra modelli di dirigenza pubblica, tra chi tifa per lo spoil system e chi per il modello “weberiano”, ossia tra chi tifa per rapporti del tutto fiduciari con i vertici politici a tutela dell’efficacia e della rispondenza e chi per dirigenti a tempo intederminato selezionati via concorso pubblico a tutela della legalità e della competenza, resta un problema a monte: come si traducono le priorità politiche in atti amministrativi, in tempi rapidi e garantendo il massimo impatto? Ossia, ad esempio, come evitare che dopo aver approvato decine di leggi di riforma ci si ritrovi senza centinaia di decreti attuativi? Personalmente, nella mia esperienza da dirigente pubblico, mi sono ritrovato varie volte a dovermi occupare di iniziative non contemplate fra i miei obiettivi, ma richiestemi di volta in volta dal mio vertice politico. Ed essendo io di nomina fiduciaria, non ho avuto problemi a farle diventare anche mie priorità, “dimenticandomi” momentaneamente dei miei obiettivi formalmente individuati nel PEG (Piano Esecutivo di Gestione). Ma se fossi stato un dirigente a tempo indeterminato, ossia tutelato dalle norme e vincolato ai miei obiettivi, avrei fatto lo stesso? Probabilmente no…E l’unica sanzione sarebbe stata l’eventuale spostamento ad altro incarico ma sicuramente di pari livello retributivo.
C’è poi un evidente problema di competenze/formazione. Il manager pubblico deve essere un esperto di organizzazione, prima di tutto un motivatore di risorse interne, possibilmente con competenze specifiche nel settore in cui è chiamato ad operare. Da noi è ancora prevalentemente il giurista, spesso addirittura un magistrato amministrativo o contabile, utile a tenere rapporti tra controllori e controllati (con TAR, Consiglio di Stato e Corte dei Conti per capirci) e con scarse competenze di settore.
Serve dunque un salto di qualità culturale, da cui possono derivare scelte utili e virtuose. Trasparenza, valutazione e merito non devono essere solo una sezione dei siti istituzionali per fare le pulci agli stipendi o agli assenteisti. Devono essere la bussola che guida le riforme e le scelte politiche. Ciò significa che i dirigenti devono essere sempre più manager e meno burocrati, sempre più competenti e meno “amici”, sempre più premiati (se bravi) ma meno tutelati. E ovviamente, a cascata, anche le tutele dei dipendenti devono ridursi a fronte di incentivi selettivi per chi lavora bene, altrimenti si precarizza il capo, lasciando la “squadra” nel pantano dell’egualitarismo demotivante di oggi.

Se non affrontiamo in maniera radicale queste cose, continueremo a “giocare coi soldatini” (che si chiamino tornelli o tetti alle retribuzioni) e ad azzannare il dito (cit. Giliberto Capano) mentre la Luna starà sempre lì, in beata solitudine…

LDG

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

#BossiFini. E’ ripartito il Festival della disinformazione

Dopo i tragici fatti di Lampedusa, la legge Bossi-Fini è diventata immediatamente il capro espiatorio “lava coscienze”, la scorciatoia cognitiva alla quale addossare le colpe della tragedia senza particolari sforzi di analisi o di strategia. In questi casi serve sempre un “nemico ideologico” a cui affibbiare tutto il male del mondo e, sulla scia dell’onda emotiva generata dalle centinaia di vittime, quella legge “razzista”, “liberticida”, “discriminatoria” e chi più ne ha più ne metta, era un obiettivo alla portata di mano.

Rimando ai miei post precedenti per la ricostruzione di quei giorni. Oggi mi occuperò solo dell’ultima follia, quella innescata dai media nostrani dopo l’approvazione della mozione congiunta del Parlamento europeo a Strasburgo, mercoledì pomeriggio. Il nuovo trip nasce da un’Ansa quanto meno sui generis, che recita quanto segue:

(ANSA) – STRASBURGO, 23 OTT – Il Parlamento Ue ha approvato oggi una risoluzione bipartisan sui flussi di migranti nel Mediterraneo dopo la tragedia di Lampedusa in cui si chiede tra l’altro di “modificare o rivedere eventuali normative che infliggono sanzioni a chi presta assistenza in mare”, un implicito riferimento alla legge Bossi-Fini.

Evidentemente, l’inviato Ansa, anche per rendere più notiziabile l’avvenimento in Italia, ha deciso di non riportare semplicemente la notizia dell’approvazione della mozione, bensì di aggiungerci una sua interpretazione, del tutto arbitraria e totalmente errata, che ha immediatamente generato 24 ore di caos disinformativo in Italia. Da quel momento, infatti, è partito il festival dell’imprecisione e quasi tutti i quotidiani – online e cartacei del giorno dopo – hanno preso per buona quella interpretazione e hanno ripreso, con gusto, l’impallinamento della Bossi-Fini.

Proverò, come sempre inutilmente, a far capire come stanno realmente le cose.

Nel testo della mozione ci sono solo due riferimenti espliciti all’Italia e sono di plauso, per l’avvio dell’operazione Mare Nostrum” e per gli sforzi compiuti a Lampedusa.

La parte della risoluzione che mirerebbe implicitamente a colpire la Bossi-Fini, invece, è palesemente diretta ad altri Stati membri e all’UE che deve rivedere la Direttiva 2002/90. Non può essere diretta alla nostra legge sull’immigrazione semplicemente perchè essa prevede, sin dal 1998, che “non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno” (art. 12, comma 2 del T.U. sull’immigrazione). Viceversa, la Direttiva direttamente chiamata in causa lascia margine di discrezionalità agli Stati membri sul punto. Dunque, qualche Stato membro avrà deciso di sanzionare anche i soccorsi, ma non certo noi…

Questo nuovo “trip” nasce dal fatto che, dopo il disastro di Lampedusa, in diverse trasmissioni di approfondimento (un parolone in questo caso…) ci si lamentava del fatto che, a causa della Bossi-Fini, i soccorritori di Lampedusa avevano paura di essere condannati per favoreggiamento all’immigrazione clandestina. E nessuno, ripeto nessuno, ha obiettato che le cose non stanno affatto così. Non solo non è reato soccorrere, è reato non soccorrere…Ahimé, anche dopo l’approvazione della mozione di mercoledì è passata quella linea, al punto che ancora oggi Bonanni, su Repubblica, sostiene che il Parlamento “ha chiesto l’abolizione della Bossi-Fini là dove considera un reato il soccorso in mare degli immigrati irregolari”. D’altronde, Repubblica ha raccolto oltre 100 mila firme per far abolire la Bossi-Fini a causa del reato di immigrazione clandestina, ignorando che quel reato é stato introdotto 7 anni dopo…

Ma tutto questo era talmente prevedibile che lo scorso 11 ottobre mi ero permesso di fare questa previsione, su Facebook…

 

FB Lampedusa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cos’altro dire…Io ero a Strasburgo in quei giorni, quella mozione l’ho vista crescere e approvare. E per fortuna ho visto, da parte del Parlamento europeo, un approccio realistico e non improntato su battaglie ideologiche e disinformative che invece, ahimè, continuano a dominare il dibattito pubblico in Italia.

Studiate, vi prego. L’informazione non si fa copiando un’agenzia…

LDG

 

Abolita la Bossi Fini! No, un pezzo…anzi niente

Prometto che tra qualche giorno mi placo…un altro po’ di pazienza.

La nuova puntata della telenovela “Bossi Fini” ha visto, ieri notte, l’approvazione in Commissione al Senato di un emendamento per abolire l’art. 10 bis del T.U. sulla disciplina della condizione giuridica dello straniero (d.lgs 286/1998). Qualche giorno fa ho scritto che la legislazione italiana in materia di immigrazione è sempre stata “necessitata”, ossia motivata da fattori esterni, spesso traumatici. E noi, che siamo un paese tradizionalista, non potevamo farci scappare quest’occasione per ribadire il concetto: guai ad affrontare un problema complesso con competenza, senza clamore e senza ideologismi! Viva le bandiere, viva il “tempo reale” e viva l’improvvisazione!!! Quasi quasi arrivava prima il tweet dell’emendamento…

E allora, nel giro di una notte, senza che ne fosse informato probabilmente neanche il Premier (di sicuro non lo era il Ministro dell’Interno che dovrebbe avere una certa voce in capitolo…), si avvia, in tutta fretta e senza valutare le conseguenze, un percorso di riforma della legge sull’immigrazione e della gestione dei richiedenti asilo. Questo secondo aspetto è davvero clamoroso, anche se ovviamente ha meno visibilità sui media perché la lettera scarlatta è stata affibbiata al reato di immigrazione clandestina e tutto il resto passa in secondo piano. La questione del diritto di asilo è molto interessante perché è da oltre 15 anni che si cerca di legiferare in materia, ma a destra come a sinistra, si è sempre preferito glissare per evitare che l’Italia diventasse un paese di richiamo non solo dei migranti che si spostano per ragioni economiche, ma anche dei richiedenti asilo. Non è un caso se l’Italia ogni anno ospita un numero di rifugiati molto inferiore rispetto a Germania, Francia o Regno Unito. Semplicemente perché in quei paesi c’è da decenni una legislazione compiuta, che li tratta meglio… Addirittura, la Germania di fatto impose in Europa le direttive che hanno messo fine al cosiddetto asylum shopping, ossia alla possibilità di entrare in un Paese ma chiedere asilo in un altro. Proprio per evitare che le nostre frontiere “groviera” diventassero un loro problema anche sul fronte dei richiedenti asilo.

Ma torniamo al reato di clandestinità. Dopo giorni in cui esso ha rappresentato l’emblema della Bossi Fini, ieri qualcuno ha iniziato curiosamente a scoprire che in realtà con la Bossi Fini non c’entra nulla. Mentana si è corretto durante il TG, Repubblica e Corriere hanno finalmente scritto nei propri articoli che è stato introdotto nel 2009 (e non nel 2002). Insomma, nella confusione generale ha iniziato a farsi strada, zitto zitto, un pezzo di verità. Con qualche chicca niente male a dire il vero, tipo quella di Repubblica, dove si legge che tale reato sarebbe stato “introdotto dalla legge 94 del 2009 in materia di pubblica sicurezza, a modifica della legge 286 del 1998, la cosiddetta Bossi-Fini“. Addirittura, secondo Repubblica, la Bossi Fini alla fine è stata approvata dal governo Prodi nel 1998…Ha del clamoroso tutto ciò!!! 

La verità è che nell’isteria collettiva si perdono di vista anche le cose più semplici e si naufraga nell’ignoranza… E, molto semplicemente, il reato di immigrazione clandestina, approvato nel pacchetto sicurezza del 2009, ha aggiunto al T.U. sull’immigrazione un articolo, il 10 bis. E il T.U. altro non è che la Legge Turco Napolitano (quella sì è del 1998), modificata in parte dalla Bossi Fini nel 2002 e in parte appunto dal pacchetto sicurezza nel 2009. Dunque, se proprio si volesse usare la (il)logica fin qui dominante nel dibattito pubblico, si potrebbe sinterizzare così, usando le parole scelte da Repubblica per un’inutile e sbagliata raccolta di firme (sfido i 50 mila firmatari a trovare l’art. 10 bis nel testo della Bossi Fini..): stanno per abolire il reato di immigrazione clandestina, una norma indegna della legge Turco Napolitano

Ora attendo con ansia le reazioni dell’Europa. Perché se è vero che sulla scia dell’onda emotiva ieri a Strasburgo è stato dato avvio ad una serie di “aiuti” all’Italia, è anche vero che ci hanno sempre considerati un problema per via degli scarsi controlli, non per via del reato di clandestinità (non a caso previsto anche in Germania, Francia e Regno Unito). E, sempre nell’ignoranza generale, ricordo che qualche giorno fa è stato citato un rapporto di Christopher Chope del Consiglio Europeo, presentato sui nostri giornali come un duro colpo alla “Bossi Fini” e dunque come una sorta di “manifesto umanitario” contro una norma simil-nazista. E invece, curiosamente, quel rapporto dice sì che la nostra legislazione è insufficiente, ma perché la reputa debole nel controllo delle frontiere e dei flussi… Guarda un po’… Ma l’Europa può stare tranquilla, ora risolveremo tutto abolendo il reato di clandestinità.  Tutto cambierà e avremo un controllo delle frontiere da fare invidia al mondo!

LDG

 

Rowling scrive un giallo sotto pseudonimo: flop fino alla rivelazione, poi boom di ordini – Repubblica.it

Quando il brand è il “produttore” e non il “prodotto”… Vicenda interessante, non sorprendente, ma che indubbiamente fa molto riflettere sull’ipermondo in vetrina che viviamo quotidianamente. Oggi la credibilità, l’appeal, la popolarità dell’emittente di un messaggio vale molto più del messaggio stesso. Il logica si definirebbe “fallacia ad personam”, ma tant’è… Facciamocene una ragione…

Leggi su:

Rowling scrive un giallo sotto pseudonimo: flop fino alla rivelazione, poi boom di ordini – Repubblica.it.

Solita rettifica per Repubblica..

Cari amici del blog, lo scorso 28 dicembre, nella rubrica “I lettori denunciano” di Repubblica Roma vi era la lettera di Valter Benigni che recitava testualmente:

“Per connettersi alla rete wi-fi di Roma è necessario inserire una serie infinita di dati come nome e cognome, luogo e data di nascita, indirizzo di residenza, numero di telefono e, poi, trascrivere il codice e chiamare dal numero indicato. Il servizio è solo per numeri italiani quindi i turisti non possono usufruirne. Impariamo dalla Turchia dove, già nel 2010, tutti i mezzi e locali pubblici avevano wi-fi gratuita, veloce e immediata”.

Il titolo scelto dal quotidiano per tale denuncia è: “Lenta e inaccessibile agli stranieri, così fallisce la nuova rete wi-fi”.

Bene, invito tutti coloro che leggeranno questo post a provare a registrarsi e a verificare se la “nuova rete wi-fi”, ossia quella di Roma Capitale, richiede tutti quei dati per l’iscrizione…E, una volta che vi sarete registrati, vi invito a valutare la velocità della connessione. Scoprirete così che Valter Benigni non si riferiva al nostro servizio “DigitRoma”, bensì a Provincia wi-fi. Ipotesi che evidentemente non è minimamente balenata nella mente di chi ha voluto dare quel titolo alla lettera di “denuncia” del cittadino…

Sempre per amore di verità, ci tengo a precisare che:

1. La registrazione al nostro servizio richiede solo: nome, cognome, numero di telefono e email.

2. Per i turisti, entro il mese di gennaio attiveremo delle one time password che permetteranno loro di accedere liberamente al nostro servizio wi-fi senza dover acquistare una SIM di un operatore italiano (la legge ci impone di identificare coloro che accedono al wi-fi pubblico, ecco perché praticamente tutte le amministrazioni che hanno attivato wi-fi pubblici in Italia chiedono una SIM di operatore italiano, dato che i nostri operatori identificano mediante documento l’acquirente).

3. La velocità della nostra connessione è molto elevata perché abbiamo scelto di installare i nostri hotspot sulle nostre sedi tutte dotate di banda larga, dai 100 MB in su.

Ovviamente quanto scritto in questo post è stato inviato anche alla redazione romana de’ La Repubblica, ma come sempre le mie rettifiche restano gelosamente custodite nelle caselle email di coloro che le ricevono…

Confidando sempre nella buona fede e nella correttezza dei nostri mezzi di informazione, vi ringrazio per l’attenzione.

LDG

Il mio stipendio d’oro. Chiarimenti per Repubblica e dintorni

Cari amici del blog, mi scuso in anticipo se oggi parlerò (anche) di me, ma credo di farlo per una giusta causa che va ben oltre il sottoscritto. Oggi Daniele Autieri su Repubblica scrive un articolo intitolato “Comune di Roma, stipendi d’oro per altri sette dirigenti”. Sono un po’ di giorni, a dire il vero, che Autieri è impegnato in una “lotta contro gli sprechi” incentrata sugli stipendi dei dirigenti di Roma Capitale. Mercoledì, ad esempio, ha rilevato che Roma spende per dirigenti il triplo di Milano. Dando per buone le cifre complessive, ha ovviamente omesso il piccolo particolare che il territorio amministrato da Roma Capitale è 9 volte quello di Milano… Sempre mercoledì scorso ha anche rilevato che ben 13 (in realtà sono di più, lo scoprirà se mi leggerà) dirigenti(su 280) di Roma guadagnano più di 130 mila euro lordi l’anno, omettendo anche in questo caso che nella “virtuosa” Milano almeno 17 (su 132)  manager (contati da me) guadagnano più di 130 mila euro. Oggi, terza puntata della saga, scopre “altri sette dirigenti” con stipendi d’oro. Premesso che non sono “altri” per niente perchè quei sette – compreso il sottoscritto – ci sono dal 2008 e rientrano pienamente nei suoi conteggi precedenti (le delibere citate erano solo un prolungamento di contratto fino a fine mandato), mi soffermerò un po’ sullo “stipendio d’oro”, anche perché è almeno il terzo caso in cui finisco tra gli “uomini d’oro” (L’Espresso, 2009), fra i “contratti d’oro” (L‘Espresso, 2012) e oggi appunto fra gli “stipendi d’oro” di Roma Capitale.

Le cifre riportate da Autieri non corrispondono affatto allo stipendio lordo annuo come si sostiene nell’articolo. Corrispondono invece alla somma della retribuzione lorda, dei contributi previdenziali e dell’IRAP a carico di Roma Capitale. Detto in altri termini, i 139 mila euro attribuiti dall’articolo al sottoscritto corrispondono ad una retribuzione lorda pari a 96 mila euro annui. E ciò vale per tutti i dirigenti citati nell’articolo ovviamente.

Come è possibile sbagliare in questo modo così marchiano? Ci sono due possibili risposte, una fa salva la buona fede dell’autore, l’altra no. Quella in buona fede mi fa propendere per una lettura veloce delle delibere dalle quali si prende la cifra più alta e si “sbatte il mostro in prima pagina” con uno “stipendio d’oro”, senza valutare se si tratti davvero dello stipendio o meno. Quella in malafede, invece, si basa una lettura attenta delle delibere e una scelta voluta e ponderata di far passare per stipendio ciò che stipendio non è. In entrambi i casi, il risultato non cambia ovviamente…E non cambia neanche nei casi de’ L’Espresso che, pur di gonfiare le cifre, ha riportato il totale cumulato (retribuzione+oneri+IRAP) di tutti gli anni di contratto…Hai visto mai che qualcuno “ci caschi” e possa pensare che io guadagni oltre 600 mila euro l’anno (e vi assicuro che ci sono “cascati” eccome, visto che sono dovuto intervenire in diversi blog a spiegare come stanno davvero le cose…).

Ma la cosa più sorprendente a parer mio è la seguente: il “povero” Brunetta ci ha martellato tutti i giorni con la sua “operazione trasparenza” e ha fatto bene, ottenendo tra l’altro che tutte le PP.AA. abbiano sulla home page del sito una sezione “Trasparenza, valutazione e merito” che evidentemente non viene visualizzata dai PC dei giornalisti locali, i quali ogni volta vanno a spulciarsi centinaia di delibere per ricostruire i nostri stipendi e poi finiscono sistematicamente per “dare i numeri”.  Eppure è molto semplice, bastano due click dalla home page…ma voglio farla ancora più  semplice, vi ci porto io alla tabella riepilogativa delle retribuzioni dei dirigenti di Roma Capitale. Così scopriremo anche – e finalmente – che:

1. gli stipendi non sono quelli riportati dai vari articoli;

2. le retribuzioni dei dirigenti esterni sono ovviamente in linea con quelli dei dirigenti di ruolo, come da CCNL. Anzi ci sono 28 dirigenti di ruolo che hanno uno stipendio più alto del mio, che sono esterno e “stimato da Alemanno”(cito Autieri);

3. di conseguenza se il mio stipendio è davvero d’oro, lo è per tutti i dirigenti del comparto Regioni-Enti Locali d’Italia, qualche decina di migliaia di persone…

Ah dimenticavo, su quella tabella c’è scritto che io guadagno 129 mila euro lordi l’anno, non i 96 mila che ho menzionato prima, per la semplice ragione che intanto sono passato da dirigente di U.O. a direttore di un Dipartimento. Evidentemente ad Autieri era sfuggita la delibera del 22 settembre 2010 altrimenti avrebbe potuto scrivere – sbagliando – che anch’io ho una retribuzione annua di 170 mila euro…

LDG

 

P.S. Daniele Autieri nel suo pezzo cita anche il mio blog e dice che sono “amante della verità” interpretando il mio motto “Quid est veritas”. Sono ben felice che sia mio lettore e spero che leggerà anche questo post, proprio per amore della trasparenza e della verità.