Il pensiero fragile. Breve storia della schiavitù 2.0 | net:politics

Mi permetto di suggerirvi questo post molto interessante di Eugenio Iorio su come il 2.0 sia diventato un tratto culturale in grado di modificare il nostro modo di pensare e di agire. Una sorta di agente di socializzazione secondaria che condiziona in profondità le nostre capacità di analisi e di lettura dei fenomeni.

E’ un post impegnativo, ma vale la pena leggerlo con attenzione. Se mollate dopo poche righe…la tesi del post è tragicamente confermata! :)))

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Il pensiero fragile. Breve storia della schiavitù 2.0 | net:politics.

#M5S, il partito iperpersonale

Dopo Mastrangeli dunque anche la “cittadina” Gambaro ha subito il trattamento dell’epurazione democratica attraverso la rete. Se ad essi sommiamo i casi pre-parlamentari Salsi e Favia, fanno già 4 “eretici” inchiodati dall’inquisizione a 5 Stelle. E sappiamo bene che non finirà qui, anche Pinna e altri sono sulla buona strada. Di questo passo la parabola del M5S si chiuderà con Grillo e Casaleggio che si eliminano a vicenda in una partita di poker on line, chi perde esce e chi vince chiude la porta e butta la chiave.
È davvero impressionante lo iato che si è creato nel M5S tra ciò che è e ciò che pretende di essere. Un movimento che esalta la democrazia diffusa, dal basso, che si vanta di avere un non-statuto e di non avere leader, ma solo “megafoni” e che invece, al primo sospiro para-dissidente fa partire una macchina inquisitoria perfetta che, contando sulla “folla forcaiola”, epura a raffica tutti coloro che provano ad accendere il cervello e a far valere un minimo di spirito critico.
Come è possibile che un movimento che si autodefinisce democratico non accetti neanche una parvenza di dissenso interno? Eppure la democrazia, prima che governo della maggioranza è tutela del dissenso… Ma forse le letture dei libri di teoria democratica non sono state ancora programmate, siamo ancora alla Costituzione e al drafting normativo suppongo.
Eppure queste contestazioni rappresentavano occasioni imperdibili per Grillo e i suoi. Era un modo per dimostrare che loro sono davvero diversi, che accettano il dissenso interno come un fattore di fisiologia democratica e non di patologia autocratica. Invece, in confronto a queste espulsioni, il trattamento subito da Fini dopo la famosa Direzione nazionale del PDL sembra una passeggiata di salute. E tuttavia non è un caso se paragono questi casi a quello del PDL. Come mai tutto questo non succede nel PD, dove invece il dissenso sembra uno sport fin troppo diffuso e dove lo streaming sembra funzionare molto meglio che nel M5S? La ragione è racchiusa in una formula, quella del “partito personale”. Si dice spesso che il PD abbia un problema di leadership ed è vero. Tuttavia, il modello del leader virtuoso è Berlusconi? O Grillo? O Di Pietro? Sono leader pro tempore di partiti consolidati – come Obama, Blair o Cameron – o sono piuttosto i veri e propri padroni dei rispettivi partiti? Bersani, ma prima di lui altri come Cirino Pomicino ad esempio, sottolineano da tempo questa anomalia – che in realtà in letteratura è emersa anche prima, si veda ad esempio “Il partito personale”, di Mauro Calise. Senz’altro è anomalo il PD che cambia un leader all’anno, ma è decisamente più “normale” rispetto a partiti che nascono ed eventualmente muoiono seguendo la parabola del proprio leader, che resta tale per vent’anni o più, a prescindere dalle vittorie o dalle sconfitte elettorali, e che quando viene meno porta con sè l’intero partito.
Forse dovremmo chiederci più spesso come mai in America i due grandi partiti si chiamano Democratico e Repubblicano da secoli, nel Regno Unito Conservatore, Laburista, Liberale da secoli, perché in Germania, in Francia o in Spagna esistano ancora i Socialisti, i Cristiano-Democratici, i Popolari… Insomma, i leader cambiano ma i partiti e le tradizioni politiche restano. Mentre da noi, la Seconda Repubblica, ad eccezione del PD e della Lega Nord – con qualche difficoltà – è segnata sempre più da leader che creano e disfano partiti, da Berlusconi a Grillo, passando per Di Pietro, Ingroia, Monti, lo stesso Fini (se si prende come esempio la parabola di FLI).
Insomma, anche il M5S paga, all’ennesima potenza, la sua natura “personalistica” e dunque inevitabilmente leaderistica. È un movimento che ha raccolto un consenso enorme in pochissimo tempo, approfittando di un gigantesco bacino di elettori delusi, ma lo ha fatto senza strutturarsi minimamente, confidando in un leader mediaticamente efficacissimo e nell’ottimistica previsione secondo cui la rete potesse compensare l’organizzazione di partito. Ne è venuto fuori il partito più personale di tutti, in cui il “portavoce” costituisce in realtà molto di più di un segretario o di un presidente. Egli è il partito. Punto. È lui che catalizza il consenso ed è lui che detta le regole interne, anche modificandole a suo piacimento. Di questo passo il M5S si disintegrerà in Parlamento e perderà quasi tutto il suo consenso a livello elettorale. Rischia di essere la meteora delle meteore, l’emblema di una società e di una politica senza punti di riferimento, che si aggrappa al primo fenomeno di successo, per poi abbandonarlo nel tempo di un hashtag…

P.S. Ogni tanto lo chiamo Movimento, giusto perché si è autodenominato così, ma per me un’organizzazione che compete alle elezioni per la gestione diretta del potere è un partito politico, che si chiami movimento, popolo, lega… Allo stesso modo, tutti i deputati e senatori sono anche cittadini, ma una volta eletti in parlamento, che ci piaccia o no, sono deputati e senatori… E ogni tentativo di differenziarsi anche dal punto di vista terminologico mi pare solo una grottesca parodia della neolingua orwelliana.

LDG

La rete e gli insulti. Fisiologia o patologia?

L’uscita di Bersani sui “fascisti del web” ha aperto un dibattito sul fenomeno della rete (specie dei social network) visto come uno sfogatoio senza regole in cui ognuno si sente libero di dire ciò che pensa, anzi ciò che sente salire dalle viscere…

E’ sorprendente tutto ciò? A mio avviso per niente, per varie ragioni. La prima è che, come ho scritto ieri in risposta a un tweet di Stefano Epifani, insultare da dietro un monitor di un pc o di uno smartphone è molto comodo, oltre che vile. Quale che sia la reazione dell’interlocutore, non si rischia l’aggressione fisica… E questo è già un bel vantaggio. A ciò si aggiunga che spesso gli “insultatori” professionisti usano profili anonimi, con nickname e foto fasulli, il che facilita ancor di più l’operazione sfogatoio no limits.

C’è poi da considerare che la rete permette a tutti di insultare “pubblicamente”, per cui offre il vantaggio del mezzo di comunicazione di massa aperto a tutti, non più solo ai professionisti della comunicazione. Siamo tutti operatori della comunicazione su Twitter o Facebook e non tutti si pongono il problema della “deontologia professionale”, diciamo…

Poi c’è la “tipicità” italiana, che non è da meno. Non voglio dire che all’estero sui social media ci siano solo dibattiti educati e competenti, ma da noi c’è probabilmente una punta di rissosità e di divisività in più. D’altronde siamo o non siamo il paese dei Guelfi e dei Ghibellini, il paese che ha affondato il bipolarismo dopo pochi anni di liti e di insulti appunto… il paese dei “furbi” che parcheggiano in doppia fila e si incazzano pure se provi a di loro qualcosa. Il paese in cui la doppia morale vale più che altrove: sono tutti evasori, raccomandati, incivili…tranne me!

Insomma, gli insulti in rete sono abbastanza fisiologici a mio avviso, il che non vuol dire certo che li condivida. Anzi, personalmente cerco di fare una sorta di “battaglia di civiltà”, specie come responsabile del profilo Twitter di Roma Capitale dove – vi assicuro – arriva di tutto… E devo dire che spesso, se si affronta questi atteggiamenti “viscerali” con educazione, competenza e autoironia li si spiazza a tal punto da riportarli alla ragione. La lotta a colpi di bile porta solo alla radicalizzazione degli scontri verbali, in cui non vince nessuno e si finisce nel grottesco. Se uno dei due “dialoganti” usa la testa invece, la partita si vince facile.Il cervello sarà sempre più forte del fegato, non c’è niente da fare…

LDG