#M5S e il voto segreto: il battesimo della politica

L’iter parlamentare della riforma del Senato ci ha rivelato, tra le altre cose, una nuova versione del Movimento 5 Stelle. Una versione che definirei “normalizzata”.

Il (non)partito, col (non)statuto, che porta in Parlamento cittadini e non onorevoli e che non ha leader se non un megafono (magari con un vago accento genovese), sta finalmente rendendosi conto che la politica ha le sue regole di funzionamento. E allora, dapprima ha iniziato a “parlare” con la maggioranza (rigorosamente in streaming per ragioni di “finta” trasparenza) e poi, per metterla in crisi quella maggioranza, ha avviato una vera e propria crociata per il voto segreto al Senato. Avete capito bene, per il voto segreto.

Ma come…non era questa la posizione del M5S sul voto segreto?

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Si, era questa. Almeno quando il voto palese era fondamentale per non rischiare di “salvare” Berlusconi dalla decadenza. Oggi che il “rischio” è quello di impallinare Renzi, il voto segreto va benissimo così. Non c’è nulla di più trasparente del voto segreto! E quell’oscuro, torbido, Presidente Grasso è il nuovo nemico da abbattere perché non vuole concederlo.

Per quanto la contraddizione sia fin troppo evidente, sono personalmente lieto di questa metamorfosi. Anche i “cittadini” stanno finalmente rendendosi conto che quando si fa politica…si fa politica. E che il voto deve essere palese (o segreto) a seconda delle convenienze di chi lo propone. Inutile girarci intorno. 

Peraltro, come già detto per lo streaming, se per trasparenza intendiamo prima di tutto un comportamento sincero degli attori politici, il voto segreto garantisce più trasparenza del voto palese. Non a caso si parla di “franchi tiratori”, non di “falsi tiratori”… Esattamente come la trasparenza è più garantita da una trattativa a porte chiuse e senza diretta streaming. Il voto palese, come un incontro davanti a una telecamera, altera il comportamento e ci fa agire sulla base di ciò che gli altri si attendono da noi. Che siano elettori o gruppi parlamentari.

Semplice e…trasparente. Detto questo, benvenuti, cari “cittadini” del Movimento 5 Stelle, nel mondo della politica. Se lavorate anche alla “successione” del leader (pardon, megafono) potreste anche durare. Intanto darei una “limatina” al concetto di trasparenza: ok all’ accessibilità totale agli atti e ai documenti. Ma processi e comportamenti sono un’altra cosa e spesso più sono visibili, meno sono trasparenti (ossia sinceri), a meno che non si arrivi alle telecamere nascoste… 

LDG

 

 

Le grandi manovre per incollare (inutilmente) i cocci

Oggi sui giornali era un tripudio di analisi e di interviste sul rilancio del centrodestra italiano, galvanizzato dalla recente sentenza di assoluzione di Berlusconi sul caso “Ruby”. Sentenza che, lo dico subito, a mio avviso è stata invece una specie di colpo di grazia per il centrodestra, proprio perché ha ridato ossigeno a un leader che non serve più. Non può più vincere. Rappresenta il passato e il passato è…passato.

Il leader, come ho già detto quicostituisce oggi il fattore più importante nel processo di scelta degli elettori, la “scorciatoia cognitiva” che più di tutte spiega i comportamenti di voto nell’era post-ideologica e nella democrazia fluida/ibrida (cit. Diamanti). Se è così, Berlusconi ha già dato. E se Berlusconi torna in sella, in virtù della sua “leadership mai messa in discussione” (come si sono affrettati a sottolineare in molti), il centrodestra continuerà a vivere un periodo buio molto lungo…

Magari farà solo da federatore, sostengono alcuni. Da padre nobile di una nuova coalizione. Mi chiedo però come possa fare da federatore senza essere anche il leader. E’ il leader che federa, oggi. Tanto più in assenza di idee e programmi condivisi. Già, perché l’altro problemino non da poco è quello della piattaforma programmatica del centrodestra che verrà. Posto infatti che dovrebbe essere aperto a Forza Italia, NCD, Lega, FDI e UDC, come si può sottoscrivere un programma comune in materia di:

– euro/non euro;

– europeismo filo-PPE/euroscetticismo in stile Le Pen;

– politiche dell’immigrazione;

– diritti civili;

– riforme istituzionali (Titolo V in primis, federalismo o Stato unitario?);

– riforma elettorale (preferenze o liste bloccate? soglie alte o basse?).

Mi fermo qui ma potrei andare avanti, l’elenco sarebbe molto lungo. E da quest’elenco se ne esce solo se passa la linea di un leader nuovo, che vinca una selezione interna. Era forse nel programma del PD o del centrosinistra la guerra ai sindacati o alla dirigenza pubblica? Direi proprio di no… Ma un leader legittimato dalle primarie, scaltro e brillante, ha capito quali sono i “nemici (percepiti) del popolo” e ha imposto quella linea. E’ il leader che fa il programma, oggi. Perché è lui che fa sintesi. Come la faceva Berlusconi un tempo. Ma quel tempo è finito e in realtà lo sanno tutti.

La verità è che ormai nel centrodestra italiano è in corso una battaglia per la sopravvivenza. Individuale, non di gruppo. E in un partito (o una coalizione, se passa l’Italicum come è concepito oggi) padronale, la sopravvivenza è garantita da Berlusconi. C’è una classe dirigente delegittimata (quasi) per intero che tira a campare per ragioni ormai personali prima che politiche. Vincere o perdere conta relativamente: primum vivereossia prima qualche altro anno da parlamentare grazie alle liste bloccate e al posto in lista garantito dalla fedeltà (servilismo?) al leader, poi viene tutto il resto, se c’è un resto…

Sarò brutale, ma lo scenario mi pare esattamente questo. Ad eccezione di alcune posizioni esplicite (e ammirevoli) sul “ciclo finito” di Silvio, la posizione dominante è quella lì: attendista e a garanzia del proprio sedere. Dell’Italia che verrà  ai nostri eroi frega poco o niente.

Serve una scossa forte e credibile. Un outsider vero. Il “famoso” Renzi di destra. L’alternativa (molto triste) è sperare che il Renzi di sinistra (?) fallisca e di conseguenza tornare competitivi per incapacità altrui. Essere di nuovo lì, malgrado tutto…

LDG

 

 

 

 

Lo streaming, ossia il paradosso della trasparenza

Chi si è imbattuto durante i suoi studi in corsi di sociologia, antropologia, metodologia della ricerca sociale et similia dovrebbe aver incontrato un concetto, semplice quanto intuitivo, che si chiama “paradosso dell’osservatore“. Cosa ci dice questo concetto? Semplicemente che ogni individuo, se sa di essere osservato, si comporta in modo diverso dal solito, altera il proprio comportamento. E come lo altera? In base al ruolo che assume. E cos’è un ruolo in sociologia? L’insieme dei comportamenti, degli obblighi e delle aspettative che ci attendiamo da un individuo che ricopre una determinata posizione.

Voi direte: che scoperta…lo sanno tutti che è così. Beh, non mi pare, visto che tutti chiedono lo streaming… O meglio, come per tutti i concetti chiave della sociologia ci rendiamo conto della loro veridicità solo quando qualcuno ce li fa notare. Quando qualcuno ci fa capire come e quanto la nostra realtà sia socialmente costruita e i nostri comportamenti siano costantemente determinati da norme e ruoli sociali.

Tradotto: se sono Matteo Renzi e so di essere davanti a una telecamera dirò le cose che il mio “popolo” si aspetta da me. Se sono Luigi Di Maio dirò le cose che il mio “popolo” si aspetta da me. Né Renzi, né Di Maio, né tanto meno Beppe Grillo saranno mai “trasparenti” (ossia sinceri) in una diretta streaming. A porte chiuse invece si, perché viene meno il ruolo, ossia le aspettative altrui sul loro comportamento.

Ergo: se vogliamo trasparenza, le trattative facciamole a porte chiuse.

Ecco a voi il “Paradosso della trasparenza”: nelle trattative, chiudere le porte e spegnere le telecamere.

LDG

La nuova destra: cosa serve?

Le ultime elezioni europee hanno certificato che la destra che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni è morta e sepolta. Berlusconi è al capolinea per varie ragioni. E’ un “marchio” usurato, da troppo tempo sul mercato e senza alcun “aggiornamento disponibile”. Ripete a mo’ di disco rotto le stesse cose da 20 anni. Della rivoluzione liberale promessa non si vede neanche l’ombra: restano solo nemici ideologici, dai comunisti ai magistrati, utili solo ad allungare l’agonia di una morte (politica) lenta e inesorabile. Ciò che più sorprende è che Mr. marketing, l’uomo delle televisioni e della pubblicità, non abbia fiutato in anticipo ciò che stava per accadere. Ossia che la crisi economica e i fallimenti della politica stavano per cambiare completamente le domande dei cittadini, che Grillo stava per scardinare le logiche, le aspettative e le priorità del “vecchio” sistema politico e che Renzi stava per prendere il suo (di Berlusconi) posto come leader “pop, in grado di attrarre (anche) elettori di centrodestra, dando vita a una piattaforma politica liquida, assolutamente “catch all“, pigliatutto (in termini programmatici)  e tutti (in termini elettorali).

Già, perché l’abilità di Renzi è stata proprio questa: attaccare il pubblico impiego, i sindacati e la Rai – nemici storici di Berlusconi e bacini elettorali tradizionali della sinistra – e stravincere le elezioni. Come ha fatto? Semplice, è andato “oltre” ogni steccato simil-ideologico.  Ha capito, come ha scritto Ilvo Diamanti, che gli elettori non sono più né fedeli (come nella prima Repubblica), né abitudinari (come nella Seconda): sono assolutamente “liberi”. Oggi scelgono. Prima di tutto se andare a votare. Poi per chi votare, magari all’ultimo momento, con la scheda elettorale davanti e la matita in mano.

Ciò significa che il mercato elettorale (italiano, ma non solo) è giustamente postmoderno, tanto quanto la società. Niente ideologie, niente blocchi sociali, niente abitudini di voto familiari o tradizionali. Nessuna certezza e fine dei fattori predittivi di lungo periodo. Oggi il voto si spiega (quasi) esclusivamente con fattori di breve. Perché è la nostra vita che viaggia sul breve periodo, la nostra quotidianità, la nostra società. E di conseguenza anche la politica finisce per essere fatta soprattutto “di istinti e di istanti” (cit. Eichberg e Mellone).

Allora ciò che serve è capire gli istinti e sfruttare gli istanti.

Capire gli istinti, come ha fatto perfettamente Matteo Renzi individuando tutte le esigenze, cerebrali e soprattutto viscerali, degli elettori, sintetizzabili in tre R: ricambio (o rottamazione), riforme, risparmio (di denaro pubblico). Dietro le quali si celano i “mostri” da abbattere che in una narrazione vincente sono sempre necessari per far trionfare l’eroe: vecchia classe politica (D’Alema, Veltroni, Bindi letteralmente spariti dalle TV e dal dibattito pubblico) vs. ricambio, P.A. e sindacati che “bloccano” il paese vs. riforme, RAI che sperpera denaro pubblico in base a logiche clientelari e partitocratiche vs risparmio. Ecco i “nuovi” nemici di Renzi. Non più Berlusconi, che non essendo più centrale nell’agone politico, non riesce più a compattare neanche i “suoi” elettori storici. Senza Berlusconi al centro del dibattito, la sinistra ha stravinto e la destra ha straperso. Se di sinistra e destra ha ancora senso parlare…

Ma istinti e nemici sono solo le premesse del messaggio. Per veicolarlo e renderlo vincente serve un buon “emittente”. Credibile e attrattivo. Serve un leader, abile nella logica degli istanti: Matteo Renzi, appunto. Battutista, rapido, brillante, spregiudicato, decisionista, simpatico ed empatico, tagliente come una lama tanto in TV quanto su Twitter… E’ l’idealtipo del leader postmoderno. Identità fluida, niente radici o incrostazioni ideologiche, programmi e progetti on demand, plasmabili appunto in base agli istinti del momento e grande capacità comunicativa. 

E il leader oggi è tutto. Lo dimostrano decine di ricerche e di rilevazioni pre e post voto. Non è il partito che crea il leader e determina il suo programma. E’ il leader che crea il programma (on demand) e plasma il partito. Ciò non significa che siamo destinati ai “partiti personali”, che nascono e muoiono con i propri leader. Anzi, quei partiti sono ancora più deboli proprio perché non prevedono un ricambio, una “successione”. Scelta Civica, Futuro e Libertà, Italia dei Valori e la stessa Forza Italia cosa sarebbero/sono senza Monti, Fini, Di Pietro e Berlusconi? Niente… Il PD ha il doppio vantaggio, oggi, di essere l’unico partito “non personale” (nel senso che esisteva prima di Renzi e presumibilmente esisterà anche dopo) e di aver l’unico leader in grado di attrarre consensi in lungo e in largo. Come accade in quasi tutto l’Occidente dove i leader contano (Obama, Blair, Sarkozy, Aznar, Merkel…) ma i partiti sono quelli storici. I partiti personali che nascono dalla volontà di leader occasionali durano il tempo di un tweet…

Il fatto che il leader sia tutto è una verità incontestabile oggi. Non sto dando un giudizio di valore, ma un giudizio di fatto, un’analisi neutra. Diciamo la verità, se la stessa proposta viene lanciata da Renzi, D’Alema, Schifani, Berlusconi e Larussa avrà lo stesso appeal e la stessa credibilità? No. Oppure: le cose dette da Fini sabato scorso sono sbagliate o infondate? A mio avviso per nulla. Ma hanno avuto un grande risalto e avranno una conseguenza politica? No, perché le ha dette Fini. Ossia un “emittente” ritenuto ormai privo di credibilità a priori. Oggi in politica trionfa un errore logico: la fallacia ad personam. Non giudichiamo la proposta, o meglio la giudichiamo in base a chi la propone. E’ con questo dato di fatto che tocca fare i conti, ci piaccia o no.

Tutto ciò premesso, che prospettive ha la destra italiana per tornare competitiva? Senza un nuovo leader, direi nessuna. E sottolineo “nuovo” e “leader”. Nuovo nel senso che se non del tutto sconosciuto, quanto meno deve essere percepito come “non contaminato” dalla classe politica degli ultimi 20 anni. Altrimenti è “scaduto”, come uno yogurt. Non merita neanche un minimo di attenzione (come è successo per Fini ieri, ad esempio). Leader nel senso che deve essere un catalizzatore di consenso, un valore aggiunto per il partito (o la coalizione) e non deve apparire come un “burattino” guidato da altri (da Arcore in particolare).

Se questa è la conditio sine qua non, al momento non c’è via di scampo. Ci si può scervellare per mesi per individuare una “nuova” quanto inutile piattaforma programmatica o una formula organizzativa più o meno originale (federazione, coalizione, ecc.). Non serviranno a niente. Oggi il brand è il leader. E dalla sua “brand reputation” deriva tutto il resto. Dal suo rapporto col “pubblico”, immediato e diretto. Invertendo l’ordine dei fattori, ossia provando a costruire prima il partito o il programma, il risultato cambia. Inesorabilmente. 

Allora ben vengano Leopolde Blu, i brainstorming su valori non negoziabili, neoliberismo e neocomunitarismo, europeismo o euroscetticismo. Ma (politicamente) non serviranno a nulla. Saranno un minimo e misero “rumore” di fondo che non cambierà di una virgola il consenso e l’attrattività del centrodestra italiano. Politicamente serve fare tabula rasa. Ricominciare da zero, individuando un metodo democratico e meritocratico nella speranza che dal nuovo metodo emerga un nuovo leader. Da solo, senza sponsor o accordi sottobanco che lo indebolirebbero immediatamente.

Serve un Renzi di destra, si. Nuovo e spregiudicato, che sfidi tutta la nomenklatura attuale del centrodestra, a partire da Berlusconi. Oggi non c’è è vero. Allora si provi almeno a creare l’habitat, l’insieme delle precondizioni affinché possa nascere. Ma perché ciò accada serve un enorme passo indietro di buona parte dei “big” del centrodestra attuale. Ci sarà questo passo indietro? Io dico di no…E allora, palude sia. 

LDG

 

 

 

 

 

Democratellum: Cosa farei al posto del #M5S

Le delegazioni del Pd e del M5S si sono confrontate sulla legge elettorale. L’hanno fatto in streaming, come vuole ormai la prassi. Dirò due cose al volo sull’utilità dello streaming che per me, nelle trattative, è tutto fuorché trasparenza. Al più è rappresentazione (teatrale) come avviene ogni qual volta ci si trovi di fronte a una telecamera. Il comportamento è tutto fuorché sincero. Se c’è la telecamera, il mio primo obiettivo è comportarmi come gli altri (in particolare i miei elettori) vogliono che io mi comporti. Tattica o marketing dunque, non trasparenza. Reality e non realtà. Per come la vedo io, le trattative si fanno a porte chiuse. Poi si rendono pubblici gli esiti. Accesso agli atti, non voyeurismo da Grande Fratello. In politica non tutto può essere trasparente, mettiamocelo in testa. Talvolta perchè sarebbe pericoloso (immaginate la diretta streaming di una riunione dei servizi segreti, o del Consiglio Supremo della Difesa, o di qualunque trattativa diplomatica), talaltra perché genererebbe l’effetto inverso, come nel caso di questi streaming fasulli che servono solo a gonfiarsi il petto e a far vedere agli italiani chi è più bravo a vendere la sua “merce”. Trattare con posizioni radicalizzate a causa della telecamera è di per sé un controsenso. Tornerò sull’argomento, intanto vi rimando a questo articolo di Tommaso Ederoclite di ieri sera.

Scusate il “fuoripista” sullo streaming e andiamo alla trattativa. Renzi ha detto di essere possibilista sulle preferenze (ma evidentemente non ha gradito, anzi non aveva neanche capito, il sistema doppio con preferenza negativa che impatta sul risultato dei partiti), ma di non voler rinunciare alla governabilità, affermando – giustamente – che il sistema proposto dal M5S non la garantisce. Effettivamente, nonostante una buona sovrarappresentazione dei partiti più grandi a causa dell’attribuzione dei seggi in collegi tendenzialmente “medio-piccoli”, il sistema M5S non garantisce una maggioranza certa a chi vince. Cosa che era assicurata dal Porcellum e che è mantenuta dall’Italicum grazie al premio che deriva dal superamento del 37% o dalla vittoria dell’eventuale ballottaggio. Detto brutalmente: col Porcellum e con l’Italicum chi arriva primo ha una maggioranza certa, con il “democratellum” non è detto che ciò accada. Per succedere, chi vince deve prendere una marea di voti.

A dimostrazione di ciò, ho simulato un’elezione della Camera sulla base dei risultati delle europee, al solo scopo di verificare come si comporta il sistema elettorale, ossia quanto “filtra” nella trasformazione dai voti in seggi. Nella simulazione ho ipotizzato che i voti dei partiti siano influenzati dalle preferenze negative allo stesso modo (altrimenti la simulazione semplicemente non si potrebbe fare. Ci vorrebbe uno stregone…).

In una prima versione, il M5S aveva proposto un sistema che aveva come formula il metodo d’Hondt. Con quel metodo il risultato sarebbe stato il seguente.

Simulazione M5S d'Hondt

 

Il Pd avrebbe una sovrarappresentazione cospicua, passando dal 40,8% di voti al 47,3% di seggi, ma ancora lontana dalla maggioranza parlamentare. Nella versione presentata alla Camera, il metodo d’Hondt è stato sostituito da un altro metodo del divisore che incrementa la sovrarappresentazione per i partiti maggiori. Con tale metodo, il risultato sarebbe il seguente.

Simulazione M5S divisore corretto

 

In questo caso il Pd arriverebbe a 307 seggi, a soli 3 seggi dalla maggioranza assoluta (il computo è fatto su 618 seggi e non su 630 perchè sono esclusi i seggi che derivano dal voto degli italiani all’estero per i quali si adotta un altro sistema). Dunque, il Partito democratico arriverebbe al 49,7%, a un pelo dal 50% + 1 dei seggi necessari per governare da solo. In compenso, tale sistema ridimensionerebbe seriamente i partiti minori. Ad esempio, NCD col 4,4% dei voti arriverebbe all’1,9% dei seggi col metodo d’Hondt e all’1,8% col metodo del divisore corretto. SEL addirittura oscillerebbe tra l’1% e lo 0,6% dei seggi. 

La cosa interessante è che Renzi si è detto disponibile a ragionare sul sistema M5S riducendo ulteriormente l’ampiezza dei collegi, ossia il numero dei seggi che essi assegnano. Perché, ad esempio, Roma e provincia nella formulazione attuale del M5S ne assegnerebbero 42 e per il premier tale numero allunga troppo le liste. Vero, ma riducendo ulteriormente l’ampiezza dei collegi si uccidono letteralmente i partiti minori. Probabilmente si garantisce anche la governabilità, sovrarappresentando enormemente i partiti maggiori. Quello che Renzi non ha considerato è che è vero che nell’Italicum i collegi sono più piccoli, ma l’attribuzione dei seggi è su base nazionale, non di collegio. Nel sistema M5S no…e questo comporta che, rimpicciolendo i collegi, di fatto non prenderebbe alcun seggio alcun partito che non sia in grado di arrivare a percentuali elevate in un singolo collegio. Il che, per capirci, favorirebbe la Lega o SVP a scapito di NCD, SEL o FDI, ossia di tutti quei partiti che hanno pochi voti e non concentrati sul territorio. Ciò significa che se M5S accettasse la sfida, metterebbe Renzi in seria in difficoltà. Avrebbe un sistema con liste corte, preferenze e probabile governabilità. Renzi sarebbe servito. NCD no…Forza Italia neanche per la contrarietà alle preferenze. Reggerebbe l’asse delle riforme? E il governo? Chissà…

Solitamente non sono tenero col M5S, ma ho apprezzato il cambio di rotta. Da “setta dei giusti” si sta trasformando pian piano in un partito politico. Siede ai tavoli non (solo) per dimostrare la sua presunta superiorità antropologica, ma per trattare. Bene. A questo punto però vada fino in fondo. Se insiste su liste corte, preferenze e attribuzione dei seggi a livello di collegio…magari qualche grattacapo lo crea. E a quel punto se il premier si tira indietro M5S può tornare a “tuonare”, la specialità della casa….

LDG

#Mose: “(Non) facciamo una legge…”

Ogni qual volta che in Italia qualcosa non va, la risposta della nostra classe politica (e non solo) è un coro unanime: “dobbiamo fare una legge”. Come se fare le leggi avesse il potere taumaturgico di risolvere tutti i problemi a mo’ di bacchetta magica. Credete che l’attuale Codice degli Appalti non sia nato dalle stesse esigenze e con gli stessi obiettivi? Ossia quelli di garantire trasparenza e legalità? Ovviamente si. E altrettanto ovviamente delinea processi di gare pubbliche talmente complessi e farraginosi che spesso le grandi opere vengono affidate “in deroga”…senza gara, spalancando le porte a fenomeni corruttivi, che in ogni caso sarebbero presenti anche mediante procedure apparentemente impeccabili.

Una volta provai a spiegare il nostro sistema di concorsi pubblici a un mio collega accademico americano. La risposta fu raggelante: “Come potete credere a una simile ipocrisia? Complicate inutilmente le procedure per far finta di azzerare i limiti e le debolezze umane. Che sono ineliminabili…” Per intenderci, negli USA quando un’Università cerca un docente pubblica l’avviso, valuta i CV e fa un colloquio. E sceglie colui che è ritenuto il migliore, perché, per sopravvivere, alle università americane servono i migliori…

In Italia, siamo consapevoli del problema, ma dalla premessa non deriva una conseguenza logica. Consci che l’uomo è fallibile, corruttibile e avido (e che l’Italia in particolar modo non brilla per senso civico diffuso…), proviamo a ingabbiarlo con le procedure, ammantandole di presunta oggettività. Ma non esiste LA procedura oggettiva in assoluto. E il risultato è sempre lo stesso: norme sistematicamente aggirate e violate. E noi, imperterriti, anziché cambiare strategia continuiamo a produrre leggi su leggi perché, che diavolo, prima o poi troveremo quella giusta…! E così facendo produciamo l’effetto perverso per cui diamo ulteriori appigli a tutti gli avvocati difensori dei presunti corruttori e corrotti che portano i processi fino alla prescrizione…

Il problema è culturale, non normativo. Facciamocene una ragione. E la cultura si cambia con processi lunghi, ma anche con incentivi e disincentivi che funzionino. Allora se c’è una cosa da fare è ridurre le leggi, non farne altre. Ma soprattutto far sì che la “certezza del diritto” non sia una farsa. Riformiamo la giustizia, dandole tempi certi e rapidi, a partire proprio dalla delegificazione. E facciamo in modo che le sentenze vengano rispettate. Possibilmente riduciamo anche i confini del  settore pubblico che viaggia su logiche clientelari e predatorie. Se le grandi università americane scelgono i migliori è anche perché sono quasi tutte private (ad eccezione di Berkeley). Un’impresa privata non sceglie un “amico di Tizio” se è una capra…Un’impresa pubblica si, tanto non fallisce, paga Pantalone…

Riforma della giustizia e liberalizzazioni. Così si combatte la corruzione. Per me. E peraltro si depotenzia anche il ruolo della Magistratura come “protagonista” dell’agone politico: se dall’avviso di garanzia alla sentenza non passano 10 anni ma 2, nessun magistrato con velleità politiche avrà più l’arma dell’avviso di garanzia “a orologeria”…

Rifare il Codice degli Appalti sarà l’ennesimo, inutile, effetto annuncio.

LDG

Dirigenti pubblici. Il dito e la Luna

Lo stipendio dei dirigenti pubblici è da diversi anni un argomento succulento su cui concentrare attacchi che schiumano rabbia e su cui riversare un bel po’di odio sociale a buon mercato. Il combinato disposto delle slides di Cottarelli e delle dichiarazioni di Moretti (AD di Ferrovie dello Stato) hanno riportato la questione al centro dell’attenzione. Il problema, a mio avviso, è che come spesso accade in Italia, guardiamo al dito e non alla Luna. Cercherò di spiegare il perchè.

Premessa: in un periodo di “vacche magre”, in cui tutti “stringono la cinghia”, è giusto che la cinghia la stringano tutti, appunto. Quindi, se riteniamo quegli stipendi eccessivi, è bene mettere un tetto. Attenzione però a non concentrare tutta l’attenzione su quel punto, perdendo di vista gli altri, ben più centrali e importanti.

Stando ai dati OCSE, i senior manager dello Stato, quelli che noi chiamiamo “apicali”, hanno effettivamente una retribuzione nettamente più alta rispetto alla media.

Retribuzione dirigenti Senior

Già guardando alle retribuzioni dei dirigenti di seconda fascia il quadro cambia completamente e le retribuzioni diventano tendenzialmente in media.

Retribuzioni dirigenti seconda fascia

 

Oggi leggiamo, sul Sole 24 Ore, che 117.838 persone guadagnano oltre 80 mila euro lordi annui nel pubblico impiego. Su oltre 3 milioni di dipendenti pubblici parliamo di meno del 4% del totale. Inoltre si punta il dito contro il fatto che a Palazzo Chigi non ci sia nessun dipendente sotto i 40 mila euro lordi. Stiamo parlando di 2 mila euro netti al mese circa. Se sul Sole 24 Ore si scrivono queste cose, vuol dire che la “caccia alle streghe” è ufficialmente partita…
Ciò premesso, il problema centrale è quanto guadagnano i dirigenti o se la macchina pubblica sia efficace ed efficiente? Detto in altri termini, se metto un tetto alle retribuzioni dei maganer pubblici (anche delle aziende pubbliche, da cui deriva la reazione di Moretti), a parte “punire” concretamente e simbolicamente i dirigenti, ottengo qualcosa in termini di rendimento della Pubblica Amministrazione?

Ovviamente no. Anzi, al più li demotiverò riducendone la resa. Anzichè guardare al dito, allora, dovremmo guardare alla Luna, finalmente. E la Luna è la performance dell’apparato pubblico, che deriva sicuramente anche dalla qualità e dal lavoro dei dirigenti, ma non solo. Deriva innanzitutto da un’impostazione giuridico-organizzativa ormai obsoleta che arranca sempre più di fronte alle sfide continue e vorticose della società contemporanea e di conseguenza continua a perdere fiducia e legittimazione da parte dei cittadini.
Tra le soluzioni che si prospettano in questi giorni c’è chi sostiene (ad es. oggi Arcuri, AD di Invitalia, su Repubblica) che occorra incrementare la percentuale di retribuzione di risultato, quella cioè legata al raggiungimento degli obiettivi, rispetto alla parte fissa dello stipendio. In linea di massima, nulla quaestio. Ma chi definisce gli obiettivi dei dirigenti e chi ne controlla il raggiungimento? Oggi la valutazione è demandata ad Uffici di Controllo Interno, ossia a colleghi dei dirigenti appartenenti allo stesso ente. Mi pare fin troppo scontato che praticamente tutti raggiungano percentuali bulgare di realizzazione degli obiettivi. Tanto più se quegli obiettivi sono stabiliti in maniera quasi autonoma e soprattutto spesso svincolati dagli obiettivi dei vertici politici. Come è ovvio che sia, tale livellamento pressoché automatico, demotiva i migliori e produce una convergenza verso la demotivazione e la definizione di obiettivi minimi e facilmente raggiungibili.

A tale proposito, sarei curioso di sapere quante delle promesse presentate nelle slides di Renzi siano finite tra gli obiettivi dei dirigenti competenti. Questo è un problema serissimo, a mio avviso una buona parte della Luna… Al di là dell’eterna lotta tra modelli di dirigenza pubblica, tra chi tifa per lo spoil system e chi per il modello “weberiano”, ossia tra chi tifa per rapporti del tutto fiduciari con i vertici politici a tutela dell’efficacia e della rispondenza e chi per dirigenti a tempo intederminato selezionati via concorso pubblico a tutela della legalità e della competenza, resta un problema a monte: come si traducono le priorità politiche in atti amministrativi, in tempi rapidi e garantendo il massimo impatto? Ossia, ad esempio, come evitare che dopo aver approvato decine di leggi di riforma ci si ritrovi senza centinaia di decreti attuativi? Personalmente, nella mia esperienza da dirigente pubblico, mi sono ritrovato varie volte a dovermi occupare di iniziative non contemplate fra i miei obiettivi, ma richiestemi di volta in volta dal mio vertice politico. Ed essendo io di nomina fiduciaria, non ho avuto problemi a farle diventare anche mie priorità, “dimenticandomi” momentaneamente dei miei obiettivi formalmente individuati nel PEG (Piano Esecutivo di Gestione). Ma se fossi stato un dirigente a tempo indeterminato, ossia tutelato dalle norme e vincolato ai miei obiettivi, avrei fatto lo stesso? Probabilmente no…E l’unica sanzione sarebbe stata l’eventuale spostamento ad altro incarico ma sicuramente di pari livello retributivo.
C’è poi un evidente problema di competenze/formazione. Il manager pubblico deve essere un esperto di organizzazione, prima di tutto un motivatore di risorse interne, possibilmente con competenze specifiche nel settore in cui è chiamato ad operare. Da noi è ancora prevalentemente il giurista, spesso addirittura un magistrato amministrativo o contabile, utile a tenere rapporti tra controllori e controllati (con TAR, Consiglio di Stato e Corte dei Conti per capirci) e con scarse competenze di settore.
Serve dunque un salto di qualità culturale, da cui possono derivare scelte utili e virtuose. Trasparenza, valutazione e merito non devono essere solo una sezione dei siti istituzionali per fare le pulci agli stipendi o agli assenteisti. Devono essere la bussola che guida le riforme e le scelte politiche. Ciò significa che i dirigenti devono essere sempre più manager e meno burocrati, sempre più competenti e meno “amici”, sempre più premiati (se bravi) ma meno tutelati. E ovviamente, a cascata, anche le tutele dei dipendenti devono ridursi a fronte di incentivi selettivi per chi lavora bene, altrimenti si precarizza il capo, lasciando la “squadra” nel pantano dell’egualitarismo demotivante di oggi.

Se non affrontiamo in maniera radicale queste cose, continueremo a “giocare coi soldatini” (che si chiamino tornelli o tetti alle retribuzioni) e ad azzannare il dito (cit. Giliberto Capano) mentre la Luna starà sempre lì, in beata solitudine…

LDG