I perchè di #Renzi

Nelle ultimi giorni ho provato a valutare tutte le variabili che aveva di fronte Matteo Renzi, per capire il perché della sua eventuale (ormai reale) decisione di subentrare a Enrico Letta.

Prima di elencarle, due premesse d’obbligo:

a) fedeltà e coerenza non sono categorie della politica;

b) l’ambizione è l’essenza di una carriera politica.

Tutti coloro che parlano di “tradimenti”, “incoerenza” e “ambizione smisurata” non parlano di politica, stanno solo usando tali concetti per fare politica…ma sanno benissimo, specie se politici di professione, di essere tutti incoerenti, infedeli e ambiziosissimi…   

Ciò premesso, ecco in sintesi quattro “perché” che mi hanno fatto giungere alla conclusione che in realtà Renzi non avesse altra scelta. 

1. sostenere, controvoglia e a mo’ di grillo parlante, un governo con la fiducia ormai al 21% (più bassa di quella di Prodi, Berlusconi o Monti nella fase terminale), con avversari in crescita e facilitati da un’opposizione comodissima. Fare opposizione a un governo in cui non crede più nessuno è molto semplice…Peraltro, con un atteggiamento obbligato di pungolo continuo nei confronti di Letta per oltre un anno, Renzi avrebbe creato un’immagine perversa, simile al Fini dei controcanti verso il governo Berlusconi. In quel caso alla fine si arrivò alla rottura, ai “tradimenti” e alle pugnalate. Meglio “pugnalare” subito e comandare il gioco a quel punto.

2. I tempi della politica, dei media e della società sono cambiati. E per di più la crisi impone rapidità decisionale. Renzi è l’incarnazione di queste logiche: è l’emblema della rapidità e del “tempo reale”. Non poteva attendere oltre un anno, si sarebbe consumato, non sarebbe più stato Renzi.

3. Sondaggi alla mano la spinta propulsiva post-primarie è già in fase calante. Viceversa, si segnala una crescita recente di Forza Italia, M5S, ma anche di forze minori come la Lega. Ed è presumibile che nella campagna per le europee tali partiti continuino a crescere, proprio sfruttando il loro ruolo di opposizione al governo Letta tacciato di essere troppo passivo nei confronti dei diktat europei. E l’Europa ormai è il capro espiatorio più utile e remunerativo in termini di consensi. Meglio allora provare a timonarla questa nave, tanto più nella prospettiva del semestre di presidenza dell’UE che può essere l’occasione per dimostrare, con i fatti e non a parole, che qualcosa si può cambiare e che l’Italia può tornare ad avere il ruolo che le spetta nell’Unione.

4. I tempi delle riforme, necessarie per tornare al voto, non erano controllati da Renzi. Tra legge elettorale, riforma del Senato e del Titolo V era pressoché impossibile farcela in un anno, anche perché nessuno in Parlamento aveva davvero interesse a votare tra un anno. Sarebbe stato un campo minato continuo, di veti incrociati di chi, votando nel 2015, avrebbe detto “addio” alla sua carriera politica. E in questo momento in Parlamento, anche in maggioranza, direi che di casi del genere ce ne sono un bel po’…

Dunque, l’eterna promessa della politica italiana avrebbe avrebbe rischiato, attendendo un altro anno (o forse più), di non avere mai la sua chance di governare. Si sarebbe rosolato a fuoco lento e avrebbe contribuito suo malgrado ad alimentare i motori già caldi degli avversari politici.

Certo, l’operazione di ieri non è il massimo della trasparenza, dell’innovazione, della lealtà, della coerenza (#enricostaisereno e #coerenzi sono ormai due tormentoni, ma mi sono già espresso su queste “false categorie”). E secondo molti è anche una mossa sbagliata. Io dico, invece, che Renzi non avesse altra scelta. Aveva iniziato a mettere in conto una possibile sconfitta, che sarebbe stata sempre più probabile col passare del tempo. E perdere senza giocarsela, sarebbe stato davvero il colmo. 

Dunque, ha deciso di giocarsela. Con tutti i limiti e le contraddizioni del caso. Ma almeno ora è padrone del suo destino. Ha davanti la prospettiva di poter governare per 4 anni e di fare le riforme più importanti per l’Italia. Tra mille difficoltà, certo, perché nella palude c’è già entrato da ieri sera visti i veti incrociati immediati dei possibili partner di coalizione. Ma ce lo vedete Matteo Renzi ad attendere chissà quanto per poter provare a vincere, mordendosi la lingua mentre Berlusconi e Grillo si divertono a impallinare il governo Letta quotidianamente? Io no. E al suo posto avrei fatto lo stesso. Anche perché in politica le occasioni si sfruttano sempre, non è detto che ce ne siano altre. 

LDG

Salviamo la Costituzione, cambiandola.

Come è noto, le Costituzioni nel mondo si dividono in “rigide” e “flessibili”, a seconda della facilità con cui è possibile riformarle. La nostra, secondo alcuni, è al di fuori di queste categorie: è semplicemente immodificabile. Un totem inemendabile. Una sorta di “dieci comandamenti” in salsa contemporanea.

Il leader di questo movimento dei “guardiani della Costituzione” è Stefano Rodotà. Il “quasi” Presidente della Repubblica, noto giurista, pur di non far toccare a nessuno il cimelio è arrivato a sostenere, durante Servizio Pubblico di giovedì scorso, che il numero dei parlamentari e le modifiche al bicameralismo perfetto si possono fare per legge ordinaria. Roba che se l’avesse detto Calderoli sarebbe venuto giù lo studio televisivo dalle risate… In pratica, pur di non mettere mano alla Costituzione, è meglio violarla. Complimenti…un’ottima presentazione per l’eventuale prossimo Presidente della Repubblica.

L’altra tesi di Rodotà a supporto di questo conservatorismo istituzionale è che un eventuale passaggio dalla forma di governo parlamentare a quella presidenziale (o semipresidenziale) agevolerebbe la transizione verso un regime autoritario. Perché, non c’è niente da fare, è sempre quello il problema. Non aver chiuso i conti col passato, vivere e far rivivere il fantasma del ventennio fascista tutti i giorni nella retorica e nel dibattito politico, tenere viva una guerra civile strisciante, sempre pronta ad usi e strumentalizzazioni elettorali, è il vero problema della nostra cultura politica.

Ora, premesso che, ovviamente, una democrazia presidenziale non equivale a un regime autoritario, né è più propensa a diventarlo (anzi, è più probabile che vi si arrivi con una democrazia parlamentare che non funziona e che porti a invocare l’uomo solo al comando), possibile che vi sia chi non si rende conto che il nostro sistema non funziona più? Non decide, non produce politiche efficaci, ha tempi e procedure biblici, genera “inciuci”, trasformismi, corruzione…il tutto con un’inevitabile crisi di legittimità che è arrivata a cifre impressionanti: se va bene il 7-8% degli italiani ha fiducia nel Parlamento e il 4-5% dei partiti. I due fondamenti della democrazia parlamentare sono considerati “il problema” e non la soluzione dei problemi. Questa era, grosso modo, la situazione della Repubblica di Weimar, a proposito di possibili derive autoritarie…

Evidentemente c’è a chi sta bene tutto questo. Io preferirei una “democrazia decidente”, che rinunci al bicameralismo perfetto (caso unico al mondo tra le democrazie consolidate), che riduca il numero dei parlamentari, che adotti una forma di governo presidenziale o almeno con un capo del governo con poteri reali, che rimetta mano al Titolo V (a proposito, nel 2001 non ho visto tutti questi guardiani, quando si è deciso di ingolfare la Corte Costituzionale di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni e si è impantanato il sistema di governo multilivello del paese), che adotti una legge elettorale in grado di ristabilire il principio della rappresentanza verso gli elettori e non verso chi nomina i parlamentari e di favorire aggregazioni e riduzione del numero dei partiti.

Lo so, sono un temibilissimo sovversivo.

LDG

 

American Spirit

No, non sto facendo pubblicità a una marca di sigarette. Parlerò di immigrazione, ma anche di capacità di competere nel mondo globalizzato. E non parlerò di Calderoli e dei suoi oranghi, bensì di Obama e della sua Immigration Reform.

Ieri sera mi ha molto colpito un tweet della Casa Bianca, il seguente:

USA Tweet

Un tweet del genere non può lasciare indifferente alcun italiano, diciamo la verità. C’è mai stato – e mai ci sarà – un governo nostrano in grado di scrivere una cosa del genere? “I migliori studenti del mondo potranno restare qui e contribuire a far crescere la nostra economia”. Tutt’al più un nostro governo potrebbe proporre di chiudere le frontiere, anche in uscita, per evitare la fuga dei cervelli…

E’ impressionante l’abisso culturale e di mentalità che c’è tra quel tweet e la nostra cultura politica, specie quella della classe di governo a dire il vero. La riforma proposta da Obama – non ancora approvata, ma ritengo che passerà – oltre a prevedere un numero di visti per studenti universitari stranieri triplicato e l’abolizione delle quote per i dottorandi e per chi si è laureato negli USA (per questi ultimi è previsto addirittura il visto permanente), contempla addirittura la concessione della cittadinanza – dopo 10 anni di residenza – agli 11 milioni e mezzo di immigrati irregolari attuali. E il bello è che con le tasse pagate dall’emersione di tali lavoratori sommersi Obama stima di ridurre il debito pubblico di oltre 850 miliardi di dollari in 20 anni. Più in generale, si stima una crescita del PIL pari a 1400 miliardi di dollari in 20 anni grazie a questa riforma.

Ciò che più mi colpisce di questa vicenda è proprio la lettura di fondo che il governo a stelle e strisce propone. Niente paura degli immigrati, specie se “cervelli”. Niente paura anche dei milioni di irregolari al punto da dare loro la cittadinanza: porteranno tanti soldi pubblici, per tutti. E soprattutto, nella competizione globale vince chi innova, chi sfida il mondo arrivando per primo nella società della conoscenza. E per farlo servono soldi (ben vengano 11 milioni di nuovi contribuenti) e competenze/skills (porte aperte ai migliori studenti del mondo).

In Italia, con la legge sulla cittadinanza più difensiva, etnica e retrograda di tutto l’Occidente (grazie alla quale si diventa cittadini solo se si ha un bisnonno italiano o se ci si sposa un/a italiano/a) , la classe politica ancora si interroga sullo ius soli (nonostante da tutti i sondaggi emerga che l’80% degli italiani è favorevole). E al primo tentativo “simbolico” di integrazione con un ministro di colore, ci si è divisi tra insulti razziali (Calderoli style) e bandiere ideologiche (Boldrini style). Tutto è sempre filtrato da una “lente” che però ci incrementa la miopia anzichè ridurla. Quanto invidio il pragmatismo americano in questi casi…Noi moriremo di debito, tasse e recessione, ma barricati a difendere un fortino provinciale, fieramente ignorante (gli investimenti in università, ricerca e sviluppo fanno ridere da anni) e convinti che l’immigrazione sia un “male passeggero” e non una risorsa (peraltro fisiologica ormai. Siamo un paese di immigrati da oltre 30 anni e il numero di stranieri aumenta di anno in anno…quanto durerà questa fase transitoria?). Gli Stati Uniti, invece, saranno pieni di italiani brillanti e continueranno a competere, in un altro mondo, quello che ci avrà espulso perchè obsoleti, vecchi e insignificanti…

W l’Italia!

LDG

La continuità delle riforme elettorali

Ricordo, ormai un po’ a fatica, che l’incipit della mia tesi di laurea era grosso modo il seguente: “fin dagli anni ’20 (del Novecento), i sistemi elettorali sono stati caratterizzati da una stupefacente continuità. Il perché di tale continuità sembra risiedere nel fatto che, col tempo, la legge elettorale – costituzionalizzata o meno – sia divenuta una delle leggi fondamentali di ogni regime politico”. Gli anni ’90 in realtà segnarono una prima importante discontinuità, anche a causa della transizione democratica di tutta l’Europa dell’Est che comportò, tra le altre cose, un fiorire di sperimentazioni elettorali. Il resto del mondo, a parte Italia, Giappone e Nuova Zelanda, rimase fedele alle sue leggi elettorali.

Era il 1999. Da allora, abbiamo avuto tre elezioni con il Mattarellum (sistema misto, con assegnazione seggi per 3/4 maggioritario e per 1/4 proporzionale) e due con il Porcellum (sistema maggioritario di coalizione, con assegnazione proporzionale dei seggi, spesso erroneamente definito come sistema proporzionale…). E nel 2013 come voteremo? Ancora non si sa, forse il Procellum mangerà il panettone, o meglio la colomba. Forse no, e verrà rimpiazzato da un sistema simile che tuttavia abbasserà l’entità del premio di maggioranza e alzerà la soglia di voti per ottenerlo. In ogni caso, ciò che voglio sottolineare è che, a fronte di paesi che non modificano la legge elettorale da decenni, quando non da secoli, noi siamo alla continua ricerca della “formula magica”. Da noi, in altri termini, c’è una “stupefacente continuità di riforme elettorali”…

Il perché è presto detto: la legge elettorale, normalmente, è una legge fondamentale dello Stato. E non può essere altrimenti, visto che è lo strumento che stabilisce come trasformare voti in seggi, e dunque come “pesare” la rappresentanza democratica. In quanto legge fondamentale, implica per definizione una certa continuità, dettata anche dalla storia e dalla cultura politica di un paese. C’è una ragione storico-culturale dietro i sistemi maggioritari dei paesi anglosassoni, così come dietro i sistemi (tendenzialmente) proporzionali dell’Europa continentale (Francia esclusa). Diventa invece una legge “come le altre” se viene interpretata come un modo per incrementare il proprio potere o per minimizzare le sconfitte da un’elezione all’altra. Insomma, avete capito dove voglio andare a parare. Il problema è sempre lo stesso: anche le regole del gioco in Italia sono “di parte”, non c’è niente da fare. Oggi l’obiettivo è far vincere qualcuno, ma non farlo vincere troppo e possibilmente evitando di far esplodere il numero di seggi di qualcun altro… Mi sembra un ragionamento serio, responsabile, di respiro ampio e che sicuramente darà continuità alla nuova legge elettorale. Prepariamoci: se si vota il 7-8 aprile, dal giorno 9 si riparlerà di riforma elettorale….

Con sincera tristezza,

LDG

 

Legge elettorale. La base è un testo di Calderoli – Repubblica.it

Gira che ti rigira….siamo tornati a Calderoli, padre orgoglioso del Porcellum…

Leggi su:

Al Senato si tenta l’intesa La base è un testo di Calderoli – Repubblica.it.

Il punto di non ritorno, oltre l’antipolitica

Se si potesse misurare il tasso di antipolitica, in pochi oggi avrebbero dubbi: siamo giunti all’apice, al punto di non ritorno oltre il quale c’è l’entropia. E l’entropia in politica non reca con sè buone conseguenze, che siano rivoluzioni, guerre civili, regimi autoritari et similia. Questa premessa, volutamente provocatoria, si basa su un dato di fatto evidente. Mentre il paese è nel pieno di una crisi totale – economica, finanziaria, occupazionale e, più in generale, di rendimento sistemico – la nostra classe politica continua a dare il peggio di sè. E non mi riferisco solo alla drammatica vicenda della Regione Lazio, che ha indubbiamente dato un ulteriore spintone verso il baratro alla legittimazione – ormai prossima allo zero – dei partiti e delle istituzioni rappresentative. Mi riferisco al fatto che, anche dopo questa settimana di “passione”, sono ben poche le voci, da destra a sinistra, che si sono levate per dire: rifondiamo tutto, rigeneriamo la politica perché abbiamo toccato il fondo. Si continua a parlare di alleanze, di giochi di palazzo, di competizioni intrapartitiche e intracoalizionali, di legge elettorale (senza giungere neanche a una bozza condivisa). Ma sembra sfuggire il dato di fondo: di queste cose alla maggior parte degli italiani non importa più nulla. Se qualcuno oggi parla di congressi, correnti, componenti, alleanze, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, faide, regolamenti di conti e non parla di rinnovamento, ricambio della classe dirigente, merito, primarie, riduzione cospicua dei finanziamenti dei partiti, riduzione del numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali e delle loro indennità, legge anticorruzione ecc.ecc. vuol dire che semplicemente vive in una torre d’avorio autoreferenziale che tutt’al più si contorna di giornalisti e non di cittadini-elettori. Questi ultimi sono stanchi, indignati e ben oltre il limite della sopportazione. Ieri ho dato un’occhiata a “Quinta Colonna” e ho sentito letteralmente di tutto: operai pronti a fare a cambio con “i politici”, persone che ritengono che lo stipendio giusto per un parlamentare sia di 1200 euro al mese, altri ancora che sarebbero pronti ad abolire l’indennità e quindi ad azzerare la politica come professione…Siamo oltre le “lagne” qualunquiste dell’ “è tutto un magna magna”, “il più pulito c’ha la rogna”, “so’ tutti uguali e tutti ladri”. Queste frasi, per lo meno io, le ho sempre sentite, ma oggi sono un vero e proprio tormentone che, a differenza del passato, non produce indifferenza o rassegnazione. Genera rancore, risentimento e rabbia. Se una volta la “doppia morale” degli italiani li portava a condannare in pubblico certi atteggiamenti, ma a ricercarli assiduamente – e a invidiarli – in privato, oggi prevale lo sdegno e la tolleranza zero. E’ così difficile capirlo? E’ così difficile rendersi conto di aver toccato il fondo e che non c’è più nulla da aggiustare o da puntellare, ma solo da buttar giù e ricostruire? Chi crede nella politica e la vive come una missione al servizio della collettività faccia un passo avanti perché questo è il suo momento, la sua destiny call. Chi crede ancora che fare politica significhi fare soldi e gestire potere faccia un passo indietro, perché l’effetto dell’anestesia è finito e il malato è molto incazzato…

LDG

Monti: vedo la fine della crisi meno corporazioni, più lavoro – Repubblica.it

Il testo integrale del discorso di Monti al Meeting di Rimini. Ovviamente l’unico passaggio che ha fatto notizia è quello sui “furbi”, ma questo è un problema “sistemico”, sono i mass media a decidere “qual è la notizia”…Chi ha tempo, lo legga tutto, è ora di tornare a leggere e a prendersi il tempo per riflettere.

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Monti: vedo la fine della crisi meno corporazioni, più lavoro – Repubblica.it.