«Solo con governi stabili il Paese sarà credibile» – Il Sole 24 ORE

Intervista a Luciano Violante con qualche spunto interessante, tipo l’ipotesi di prevedere le preferenze all’interno del listino corto nella nuova legge elettorale e l’ipotesi di un’Assemblea Costituente per la modifica della forma di governo.

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«Solo con governi stabili il Paese sarà credibile» – Il Sole 24 ORE.

Berlusconi-Monti: come la penso

Partiamo dalla dichiarazione di Monti al Wall Street Journal. La tesi è che, in base a una simulazione econometrica, oggi lo spread, senza le scelte di policy effettuate dal Governo in carica, sarebbe intorno ai 1200 punti, vale a dire che saremmo all’incirca in “condizioni greche”. Sarà vero? Chi lo sa, le simulazioni non sono una scienza esatta, per definizione. Quel che è certo è che Monti dovrebbe mordersi la lingua ogni tanto, o quantomeno tenere in considerazione la maliziosità della stampa – italiana ed estera. Per come la penso io, però, è altrettanto vero che il governo Berlusconi non era affatto nelle condizioni di “addomesticare” i mercati e di conseguenza lo spread. E non per ragioni legate alla persona, ai suoi vizi, usi e costumi discutibili e chiacchierati, bensì per ragioni politiche, solo ed esclusivamente politiche. Se c’è qualcuno a cui non può “fregare di meno” dei festini e delle olgettine, quelli sono i mercati. A questi ultimi interessa che l’Italia sia un paese finanziariamente solido e per esserlo aveva (ed ha) bisogno di una serie di riforme strutturali che il governo Berlusconi non era in grado di fare. Se dopo il decreto “salva Italia”, la riforma delle pensioni, la riforma del mercato del lavoro e la spending review lo spread balla ancora tra i 4 e i 500 punti è un fattore aggravante, non certo una consolazione. Mi spiego meglio: non esiste un tetto allo spread, la Grecia è intorno ai 3 mila punti se non sbaglio. Dunque se è vero che anche con il governo Monti siamo arrivati sopra i 500 punti, è altrettanto vero che con un governo non in grado di approvare quelle riforme oggi saremmo ben oltre, poco importa se a 1000 o a 1200 punti. Questo non significa che questo esecutivo sia intoccabile o che non sbagli un colpo. A mio avviso, ad esempio, è debolissimo sia sul fronte della ripresa/sviluppo, sia su quello dei tagli alla spesa dove si può fare molto di più e in modalità “non lineare”. Significa però che con un governo non in grado di portare a casa alcuna delle riforme decise negli ultimi 9 mesi oggi staremmo molto, ma molto peggio. Ed è grottesco raccontarsi che il governo Berlusconi abbia fatto un gesto di responsabilità facendo un passo indietro per favorire il governo Monti. Quella maggioranza era finita, non aveva più i numeri: gli Scilipoti, i De Gregorio, i Calearo e i Cesario erano finiti. Se la crisi è stata extraparlamentare è stato solo per una scelta di Berlusconi per evitare di essere sfiduciato in Parlamento. Inutile girarci intorno, questi sono elementi fin troppo evidenti.

Ciò premesso, la scadenza naturale della Legislatura si avvicina e questa insolita maggioranza scalpita. Il governo Monti è decisamente impopolare nelle sue scelte e ogni occasione è buona per i due partiti maggiori che lo sostengono per “smarcarsi” e segnare una differenza – sebbene più simbolica che reale, dato che, sia Pd che Pdl, continuano a votare ogni provvedimento (o comunque a non mettere mai in minoranza il governo). E’ una fase molto delicata, nella quale i due partiti più rappresentativi di sinistra e di destra cercano di darsi una “facciata” popolare mentre votano provvedimenti impopolari. Così come fingono di farsi la guerra mentre lavorano a una riforma elettorale per sopravvivere bene e senza lasciare lo scettro per intero all’avversario. Vedremo come andrà a finire, ma questo sottile equilibrio non può durare a lungo, prima o poi dovranno gettare la maschera: o stanno con Monti – sulla scia di Casini – sostenendo che non c’è alternativa a questo governo, a questa maggioranza e a questa linea politica, o “staccano la spina” e decidono di andare alle elezioni prendendosi la responsabilità di “salvare l’Italia”. Io continuo a pensare che prevarrà la prima ipotesi, non vedo cuor di leoni, né grandi statisti all’orizzonte. Vedo piuttosto speculatori politici che a mio avviso oggi non incantano nessuno, o quasi.

LDG

CHICAGO BLOG » Nasce “Fermare il declino”: l’interpretazione autentica

Ho appena “postato” il manifesto di “fermare il declino” definendolo come la “zampata” di Oscar Giannino & Co. Ed ecco, qualche minuto dopo, “l’interpretazione autentica” del manifesto proprio a firma di Giannino…

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CHICAGO BLOG » Nasce “Fermare il declino”: l’interpretazione autentica.

Fermare il Declino.it, la “zampata” di Oscar Giannino & Co.

Se ne parlava da tempo e la prima mossa è arrivata. Oscar Giannino, insieme a un nutrito gruppo di autorevoli esponenti del pensiero liberale e liberista, hanno fatto la prima mossa.

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Fermare il Declino.

Perchè il Porcellum è una porcata (articolo pubblicato 3 anni fa…)

Ripropongo un articolo pubblicato 3 anni fa su FFwebmagazine perchè ritengo sia ancora – e purtroppo – tremendamente attuale…

In attesa di capire gli sviluppi di questa travagliata fase parlamentare, nel dibattito politico e giornalistico si è affacciata prepotentemente – come ormai fa da decenni – la questione della legge elettorale. Un argomento sempre di attualità, si potrebbe dire, se non fosse in realtà un tema che l’opinione pubblica ignora del tutto, delegando la scelta (e il dibattito annesso) ai suoi rappresentanti. A dire il vero, se gli elettori si fossero un minimo appassionati alla Legge Calderoli (definita una “porcata” dal suo estensore e, da lì, “porcellum” da Giovanni Sartori), forse oggi avremmo un altro sistema elettorale. Ma così non è stato, come conferma la bassa partecipazione ai referendum del 2009 che cercavano quantomeno di “limitarne i danni”.

Eppure gli elettori dovrebbero chiedersi se sia giusto votare per un partito in collegi plurinominali ma senza la possibilità di scegliere tra più candidati, con l’eventualità, peraltro, che il proprio candidato preferito (se figura nella lista dei nominati) rischi di non essere eletto per una scelta in seconda battuta del suo capolista, o se sia giusto che la coalizione vincente anche di un solo voto (e magari col 30% dei consensi) abbia diritto al 55% dei seggi alla Camera, o ancora se abbia un senso che al Senato ogni volta che andiamo a votare si profili una quasi certa ingovernabilità a causa della ripartizione dei seggi su base regionale e non nazionale (problema questo non dovuto alla Legge Calderoli, bensì alla nostra Costituzione che forse sul punto andrebbe modificata).

Il Porcellum fu votato a maggioranza, l’allora opposizione di centrosinistra votò contro, perché nacque col chiaro intento di limitare i danni – per il centrodestra – della sconfitta nelle elezioni del 2006. Premesso che una maggioranza è libera di approvare una legge elettorale senza il consenso dell’opposizione, sulle regole del gioco – come insegnano tutti i manuali e tutti i testi del pensiero democratico – sarebbe bene avere un consenso unanime (o quasi). Fatto sta che il Porcellum è stato eccezionale per il centrodestra, avendo prodotto nel 2006 un governo di coalizione che a un certo punto contava 14 partiti e che si reggeva sui Senatori a vita, con una fine anticipata e ingloriosa facilmente prevedibile.

Ma in questa sede non ci interessano tanto gli esiti politici che quella legge ha prodotto, quanto la “tollerabilità” di alcune sue previsioni già accennate in precedenza. La prima nota dolente è senz’altro quella delle liste bloccate. In un sistema politico in cui le elezioni primarie sono più rare di un quadrifoglio e, quando ci sono, spesso sono o fittizie o con un esito ampiamente prevedibile, scegliere il meccanismo delle liste bloccate significa dare ai vertici dei partiti la totale facoltà non di candidare, ma di decidere preventivamente chi verrà eletto e chi no. Perché con questo sistema elettorale in cui si sa in anticipo quanti seggi spettano alla coalizione e ai partiti, il calcolo è davvero semplice e pone pochi problemi di preveggenza. Insomma gli elettori votano per un contenitore, che poi l’elettore siciliano si ritrovi in lista un certo numero di candidati lombardi o piemontesi non è un problema che lo riguardi. Evidentemente altrove non c’era posto.

La seconda nota dolente è quella delle candidature multiple. La legge Calderoli prevede che una stessa persona si possa candidare anche in tutte le 26 circoscrizioni plurinominali. L’obiezione dell’elettore ingenuo è: certo, se io vedo come capolista il mio leader di partito sono più motivato nell’andare a votare. La contro obiezione però è che quel capolista, dopo il voto, deve scegliere una sola circoscrizione di appartenenza (un leader per quanto brillante non può essere ubiquo) e da quella scelta dipendono 26 candidati in bilico che sperano (o meglio negoziano e spingono) perché il suo capolista scelga una circoscrizione diversa dalla loro. Ciò significa, in altri termini, che i vertici di partito scelgono in totale autonomia due volte quali parlamentari imporci, prima definendo le posizioni nelle liste bloccate, poi col gioco delle rinunce nelle varie circoscrizioni.

La terza nota dolente è il premio di maggioranza che di fatto trasforma un sistema elettorale proporzionale in un sistema elettorale maggioritario di lista, con riparto proporzionale peraltro modificato dal premio di maggioranza e dalle clausole di sbarramento. La nostra è l’unica legge elettorale per le elezioni politiche che preveda un premio di maggioranza in tutta Europa. E ricordo che i precedenti nella nostra storia non furono proprio edificanti: la legge Acerbo del 1923 e la cosiddetta (non a caso) “legge truffa” del 1953. Se poi, a causa del vincolo costituzionale, nonostante il premio di maggioranza il Senato resta un terno al lotto, davvero risulta poco comprensibile l’alterazione della proporzionalità degli esiti elettorali (con coalizioni sovradimensionate o sottodimensionate nei seggi e partiti minori fuori dal Parlamento) per garantire una probabile (non) governabilità.

Insomma, il Porcellum è stata un’operazione politica che ha generato esiti fin troppo positivi per chi l’ha approvata. Oggi però i cittadini – che fanno sempre più fatica a recarsi alle urne – gradirebbero una legge elettorale in cui le loro scelte tornino ad essere importanti e in cui i partiti – mai così sfiduciati dall’opinione pubblica – facciano un passo indietro nella gestione monopolistica e preconfezionata della rappresentanza. Anche perché con questo sistema si è perso del tutto il rapporto col collegio. Di fatto i nostri Parlamentari per essere rieletti non devono essere leali e responsabili verso gli elettori, bensì verso chi li mette in lista nominandoli. In altri termini, il Porcellum ribalta la logica della rappresentanza, l’accountability: il territorio, l’insieme delle circoscrizioni coi loro elettori, è solo un contenitore qualsiasi; evasa la pratica elettorale, gli “eletti” tornano ad essere responsabili solo nei confronti di chi li ha nominati.

Questa doveva essere la Legislatura delle riforme, addirittura una Legislatura costituente. Ad oggi in realtà sembra piuttosto una Legislatura in versione dead man walking. Ma se riuscisse almeno a mettere mano alla legge elettorale una riforma vera l’avrebbe fatta. Per le altre, probabilmente ci tocca confidare nella prossima.

Tutto nelle mani del PD

In questa fase, il Partito Democratico è decisamente l’ago della bilancia nello scenario politico italiano. E’ il primo partito, corteggiato da sinistra – un po’ più esplicitamente da Vendola, tra un insulto e un ammiccamento da Di Pietro – ma il suo Segretario ha da poco dichiarato che lui preferisce guardare all’alleanza con i moderati. D’altronde nella foto di Vasto era palesemente il soggetto più imbarazzato, quasi quasi avrebbe messo una mano a coprire l’obiettivo dei fotografi. Guardare ai moderati sarebbe un vantaggio per due ragioni: 1. le coalizioni sbilanciate a sinistra si sono rivelate negli anni scorsi poco stabili quando chiamate a governare. E oggi alcune posizioni ipergarantiste à la Vendola potrebbero rivelarsi insostenibili per il sistema-paese; 2. corteggiare il centro politico significa provare a sfilare l’unico potenziale alleato di un certo peso per il Pdl, data la crisi di consenso della Lega.

Questi però sono ragionamenti tattici, che non considerano la situazione assolutamente sui generis nella quale ci troviamo. Una crisi di rappresentanza senza precedenti, una fiducia nei partiti ai minimi storici, metà dell’elettorato che non va a votare. E un partito (o meglio un movimento) che erode consenso ogni giorno ai partiti tradizionali in virtù della sua “diversità”, del suo essere outsider, un soggetto nuovo e innovativo in uno scenario impaludato, che sa di vecchio, di casta e di “lontano dai cittadini”. Ovviamente mi riferisco a Grillo e al Movimento 5 Stelle.

Se queste sono le premesse, le conseguenze devono necessariamente andare oltre i tatticismi mirati esclusivamente alle prossime elezioni. Bisogna ripensare l’assetto istituzionale del nostro paese, garantirgli finalmente esecutivi efficaci e legittimati dal voto popolare. Insomma, bisogna prendere sul serio la proposta di riforma semipresidenziale lanciata da Alfano e Berlusconi poche settimane fa. Le primarie del Pd e del Pdl in autunno sono una buona prima mossa e sarebbero perfettamente in linea con la scelta di un candidato Presidente, anzichè con un candidato premier di partito all’interno di coalizioni ancora da definire. Non è un caso che le primarie sono tradizionalmente associate a sistemi presidenziali, quello statunitense in primis.

Bersani, dunque, ha davanti a sè due opzioni: 1. prepararsi alle prossime elezioni in un difficile equilibrio tra moderati e progressisti, snobbando la proposta di riforma semipresidenziale e dedicandosi a come vincere le prossime elezioni e – soprattutto – a come governare il paese; 2. mettere da parte i tatticismi e abbracciare l’ipotesi di modifica della forma di governo, cominciando a pensare in grande, anche per se stesso. Potrebbe essere il prossimo Presidente della Repubblica, di una Repubblica semipresidenziale però. Possibile che nel Pd siano ancora schiavi di antichi retaggi per cui un sistema con un Presidente forte sia l’anticamera dell’autoritarismo? Mi auguro proprio di no, anche perchè è una paura storicamente infondata. E’ dal parlamentarismo, anzi dall’assemblearismo, che derivano più facilmente regimi autoritari. Stiamo a vedere…