Reato di negazionismo. Anzi no.

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Oggi facciamo fact checking

L’altro ieri il Senato ha approvato il DDL noto a tutti per l’introduzione del reato di negazionismo. Diversi quotidiani online hanno titolato così.

Lo stesso sito del Senato riporta questa dicitura:

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E queste sono le parole usate dal Presidente Grasso (magistrato e uomo di legge) nel suo comunicato ufficiale:

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Tutto chiaro quindi: il codice penale presto sarà arricchito di un nuovo reato, quello di negazionismo.

Neanche per idea…

In realtà, il DDL approvato introduce solo un’aggravante per reati già previsti dal 1975 (e modificati nel 2006), ossia pene per:

a) chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga pubblicamente a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

b) chi, in qualsiasi modo, istiga pubblicamente a commettere, o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

c) chi promuove, dirige o prende parte in ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Per tutti costoro, dice il DDL, la pena è aumentata se chi propaganda, istiga o incita pubblicamente lo fa sulla base della negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, contro l’umanità e di guerra.

Ergo, non è previsto alcun reato di negazionismo (e personalmente sono d’accordo: la verità storica non si accerta a colpi di codice penale. Peraltro eravamo tutti #Charlie fino a qualche giorno fa…sarebbe clamoroso perseguire un’opinione) bensì un’aggravante per reati già previsti da 40 anni. Tradotto: se qualcuno scrive su Facebook: “L’olocausto non è mai esistito, ma dovremmo realizzarlo. Perché quella è una razza inferiore e dobbiamo sbarazzarcene”, è perseguibile perché istiga, negando. Se invece scrive: “L’olocausto non è mai esistito, è un’invenzione degli ebrei” non è perseguibile perché nega, ma non istiga.

Eppure…questo DDL passerà (ed è già passato, come si è visto) come il DDL che introduce il reato di negazionismo. Perché la politica preferisce far passare questo messaggio. Anziché prendersi la responsabilità di dire: “Abbiamo preferito l’aggravante al reato, perché due settimane fa eravamo tutti #Charlie e lo rivendichiamo con forza. E perché la storia non si fa nei tribunali”.

Perché lo fa? Perché il politicamente corretto, nella sua schizofrenia, impone di difendere il diritto di satira (e di opinione), ma impone anche il suo contrario, a seconda dei casi. E, quando diventerà legge, questa sottile e voluta disinformazione sarà resa impenetrabile dalle solite fanfare del politicamente corretto.  E (quasi tutti) saranno pubblicamente orgogliosi di aver introdotto il nuovo reato. E privatamente orgogliosi di non averlo fatto. Siamo alle “virtù private” e ai “vizi pubblici”, ribaltando la nota formula di Mandeville.

Perché ho scritto questo post? Per tre ragioni:

1. Quando abbiamo la possibilità di verificare l’attendibilità di una dichiarazione pubblica, facciamolo. “L’ha detto la televisione” come attestato di veridicità lo poteva dire mia nonna, non noi. 

2. Quando il discorso pubblico diventa discorso “da bar dello sport” (e tale è oggi, peraltro aperto 24 ore su 24 grazie ai Social Network), tutto viene sintetizzato e semplificato ad uso dei “clienti del bar”, che saremmo noi. Ma sintetizzare e semplificare non vuol dire modificare o stravolgere. Quello si può accettare dai clienti del bar, non da chi gli fornisce il materiale su cui sparlare… 

3. Perché è ora che la politica torni a prendersi le sue responsabilità e smetterla di dire una cosa e di farne un’altra, giocando sulla buona fede e sull’ignoranza dei clienti dei bar e sfruttando la loro compiacenza. Tornate a essere classe dirigente e non classe “diretta” dai nostri umori! Spiegate perché è meglio l’aggravante del reato. Perché è davvero meglio (almeno per me), eppure non avete il coraggio di rivendicare neanche una posizione condivisibile solo perché è più facile (e comodo) far passare il contrario. E non capite che tutto ciò alimenta un sistema autodistruttivo, incoerente, falso e disinformato che ha una prima grande vittima: proprio la politica, nel pieno della sua “cerimonia cannibale” (cit. Salmon), in cui i politici sono allo stesso tempo i performer e le vittime. “Divorati dal loro stesso divoramento”.

E infatti…è diventata più credibile la parodia di Razzi.

LDG

Se la Panda ha come proprietario un Mulo.

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Il Panda-Gate iniziò subito, fu quasi simultaneo all’elezione di Ignazio Marino. Il quale, dimessosi da Senatore, ha continuato a parcheggiare la sua utilitaria negli spazi concessi al Senato della Repubblica. Ma allora la “luna di miele” era appena iniziata, il marziano aveva il vento in poppa, e nessuno fece caso a questo privilegio alquanto “fastidioso”, per quanto riconosciutogli dal Prefetto. Dopo oltre un anno dalla sua elezione, però, quei rompiscatole del NCD romano hanno deciso di tornare sull’argomento, con tanto di flashmob e video virali che hanno risollevato il caso. Pochi giorni dopo, giustamente, il privilegio (durato fin troppo) è stato spazzato via. Ma dietro a quella rampante Panda “rosso Ferrari” si nascondeva ben altro…Già, perché quando era parcheggiata abusava degli spazi del Senato, quando era in movimento abusava di un permesso per la ZTL non rinnovato. E oggi, a quanto pare, risulta parcheggiata da giorni in divieto di sosta (altre rogne in arrivo). Una specie di simbolo del male. Non a caso, qualcuno su Twitter ha suggerito a Marino di metterla in vendita su subito.it.

E sono così sbucate 9 multe non pagate per attraversamento varchi ZTL. Anzi 4 mai notificate, altre 4 sparite nel nulla. Dell’ultima non abbiamo notizia perché il ritrovamento è troppo “fresco”. Il problema di queste multe non è solo di immagine (un Sindaco che non paga le multe nella sua città è abbastanza grave e fa abbastanza incazzare chi le paga. L’exemplum…), ma addirittura di decadenza per legge, in quanto un Sindaco non può avere pendenze con il Comune che amministra.

Dunque, il Panda-Gate diventa inevitabilmente un problema serio. Nulla, però, in confronto a ciò che è diventato dopo che il Sindaco “de’ coccio” ha deciso, come sempre, di andare avanti come un mulo nella difesa della sua posizione di infallibile Dr. House. Lui non sbaglia MAI, ergo le multe non le paga. E allora si è avvitato in una spirale di brutte figure e di fughe da giornalisti e contestatori che è culminata in una denuncia ai Carabinieri per hackeraggio perché qualcuno del suo “cerchio magico (?)” gli ha portato due stampate diverse in cui compare e scompare il suo permesso retroattivo (fattispecie che non esiste, come documentato dagli addetti ai lavori). Per poi scoprire che le due stampate derivano da come si imposta la query, ossia da quali filtri di ricerca si inseriscono nel modulo dell’Agenzia della Mobilità… Roba da cabaret, non da Carabinieri.

Il problema, che non riguarda solo Marino, ma che con Ignazio raggiunge il suo acme, è che spesso la strada virtuosa da seguire per mettere a tacere le polemiche e addirittura ribaltare il clima d’opinione, è la più semplice. Non serve lambiccarsi immaginando chissà quali strategie che spesso finiscono per peggiorare le cose, prolungando l’agonia. Se il Sindaco avesse detto: “Chiedo scusa alle romane e ai romani (formula politically correct immancabile che “je piace tanto”), ma pur avendo diritto al permesso ho dimenticato di rinnovarlo (oppure “ci siamo dimenticati il rinnovo d’ufficio”). Pagherò immediatamente le multe”, avrebbe chiuso la vicenda in pochi minuti, ne sarebbe venuto fuori elegantemente e avrebbe anche potuto rinfacciare all’opposizione di essere “senza altri argomenti”.

E invece…ne è venuto fuori un triplo salto mortale carpiato, conclusosi ieri sera con una formula terrificante: “attacco politico nato da una mera dimenticanza degli uffici competenti”. Tradotto: “io ho diritto alla ZTL, non pagherò mai quelle multe, mi invento il permesso retroattivo e anche se guidava qualcun altro me ne frego del danno erariale che causo al mio Comune; tutto questo è una montatura bella e buona e se proprio qualcuno ha sbagliato è qualche burocrate fannullone…non certo io, che non sbaglio MAI”.

Ecco, come dire, se queste strategie derivano da guru e consulenti vari, siamo messi male. Se invece, come credo, in più persone gli hanno detto di pagare subito e di evitare altre rogne, e lui è andato avanti sul suo piano inclinato verso l’autodistruzione… Beh, caro Sindaco, dire che te le cerchi è dir poco.

LDG

 

Il Paradosso di Cacciari. Soluzione?

Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG

#Italicum e il bidone della spazzatura

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Scusate il titolo un po’ “terra terra” (per quanto riecheggi “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” 🙂 ) , in realtà le mie intenzioni sono un po’ più nobili di quel che sembra.

Il bidone della spazzatura, oltre ad essere l’oggetto che tutti conosciamo, è anche una metafora nella letteratura politologica. Per meglio dire è una delle metafore utilizzate per descrivere uno dei modelli decisionali più fortunati nella teoria delle organizzazioni, il garbage can model per l’appunto. Come vedete, sto volando un po’ più in alto di Malagrotta e dintorni…

Cosa dice questo modello? Dice (brutalizzando, i miei colleghi capiranno…) che nelle organizzazioni complesse le decisioni, anziché essere prese applicando criteri razionali, logici e lineari (come di solito pensiamo e ci aspettiamo che avvenga), sono assunte in maniera più o meno casuale. E ciò avviene perché attori, problemi e soluzioni sono estratti (o buttati dentro al processo decisionale) a caso, come fossimo di fronte a un bidone della spazzatura (quello dell’indifferenziata aggiungerei).

Tutto ciò genera un percorso più o meno imprevedibile che, se giunge a una decisione finale, spesso vi riesce solo per il fattore tempo. Ossia, a un certo punto una decisione va presa e vince quella sul tavolo nel momento X. 

Questo modello, apparentemente “disfattista” riguardo alle potenzialità razionali umane, rappresenta a mio avviso il miglior modello in assoluto in termini descrittivi (lo dico per esperienza, di organizzazioni complesse, specie “politico-istituzionali” ne ho frequentate). Tradotto: se vogliamo sapere come dovremmo prendere decisioni (modello prescrittivo) non dobbiamo affidarci al garbage can model. Ma se vogliamo sapere come vengono prese realmente le decisioni (modello descrittivo), quella teoria funziona, eccome.

Prendiamo il caso dell’Italicum. C’è un problema: la Corte Costituzionale di fatto obbliga le forze politiche a rimettere mano alla legge elettorale, pena la paralisi perenne. Da quel problema ne derivano altri: quale legge elettorale dovremmo scegliere? In base a quali criteri? Governabilità o rappresentatività? Chi ha il compito (istituzionale) di mettervi mano cerca alleanze per modificarla e si siedono al tavolo diversi partecipanti, di maggioranza e di opposizione. Anche alcuni tecnici (D’Alimonte ad esempio, ma non solo). Ma che ruolo hanno queste persone? Sono tutti sempre presenti agli incontri e sempre così decisivi? A giudicare da ciò che trapela dalle interviste direi di no. Il processo dunque è aperto, più o meno casuale, con partecipanti variabili e molti dei quali “di parte”.

E allora abbiamo una prima tappa che oscilla tra il modello spagnolo e quello tedesco. Poi sembra prevalere lo spagnolo. Poi si passa ad un Porcellum con alcune limature dettate dalla Corte Costituzionale. Poi si stabiliscono tre soglie 37%, 8% e 4,5% che oggi sembrano andare verso due soglie 40% e (forse) 4%. Poi si scelgono le liste bloccate, che oggi sembrano andare verso le preferenze, salvo i capolista. Eccetera, eccetera…

Perché si passa dal 37% al 40%? Perché prima i sondaggi davano PD e centrodestra vicini a quella soglia. Poi però ci sono state le europee….e il PD al 40,8% ha fatto “alzare” la soglia. Perché c’è chi vuole mettere mano alle soglie di sbarramento? Perché  prima i sondaggi davano NCD oltre il 5%, poi ci sono state le europee… Perché si vogliono miscelare liste bloccate e preferenze? Perché Silvio vuole le liste bloccate per controllare le candidature (e premiare la fedeltà di chi ha creduto che Ruby fosse la nipote di Mubarak), ma il “resto del mondo” vuole le preferenze…

Risultato: in pochi mesi l’ipotesi di legge elettorale è cambiata decine di volte, perché sono cambiati (ovviamente) i problemi, gli attori e le soluzioni. Pare sia intenzione della maggioranza arrivare all’approvazione entro fine anno. Bene, a fine anno sapremo quale sarà la nuova legge elettorale, in base agli ultimi sondaggi, a come si riorganizzerà il centrodestra, a come reagirà l’opinione pubblica, a quali barricate farà l’opposizione, a quali spifferi arriveranno dalla Consulta, a quanto (e come) interverrà il Quirinale, ecc. ecc. Solo il fattore tempo ci darà una legge elettorale, l’ultima sopravvissuta sul tavolo dei riformatori. Che sia la migliore non è detto affatto... Sarà il risultato (casuale) di un processo decisionale complesso, con attori variabili e di parte. 

Si decidono così le regole del gioco? No, perché quegli infiniti fattori saranno sempre lì a premere affinché cambino in continuazione. Ma non è un caso se il resto del mondo cambia la legge elettorale una volta ogni 100 anni e noi invece non prendiamo pace da 20 anni a questa parte…Andava “sfilata” dai partiti e messa in mano a un’Assemblea Costituente, o giù di lì. Ma non sarebbe mai stata legittimata a tal punto da cambiare le regole del gioco prescindendo dalle esigenze estemporanee dei partiti. Avrebbe fatto la fine di Cottarelli, per capirci: senza poteri, a urlare al vento…

W il bidone della spazzatura, dunque. W l’indifferenziata.

A proposito…forse non è un caso neanche che siamo tra i paesi più arretrati in fatto di gestione e trattamento dei rifiuti. Ma non voglio “reificare” la metafora, fermiamoci al bidone più nobile…

LDG

#M5S e il voto segreto: il battesimo della politica

L’iter parlamentare della riforma del Senato ci ha rivelato, tra le altre cose, una nuova versione del Movimento 5 Stelle. Una versione che definirei “normalizzata”.

Il (non)partito, col (non)statuto, che porta in Parlamento cittadini e non onorevoli e che non ha leader se non un megafono (magari con un vago accento genovese), sta finalmente rendendosi conto che la politica ha le sue regole di funzionamento. E allora, dapprima ha iniziato a “parlare” con la maggioranza (rigorosamente in streaming per ragioni di “finta” trasparenza) e poi, per metterla in crisi quella maggioranza, ha avviato una vera e propria crociata per il voto segreto al Senato. Avete capito bene, per il voto segreto.

Ma come…non era questa la posizione del M5S sul voto segreto?

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Si, era questa. Almeno quando il voto palese era fondamentale per non rischiare di “salvare” Berlusconi dalla decadenza. Oggi che il “rischio” è quello di impallinare Renzi, il voto segreto va benissimo così. Non c’è nulla di più trasparente del voto segreto! E quell’oscuro, torbido, Presidente Grasso è il nuovo nemico da abbattere perché non vuole concederlo.

Per quanto la contraddizione sia fin troppo evidente, sono personalmente lieto di questa metamorfosi. Anche i “cittadini” stanno finalmente rendendosi conto che quando si fa politica…si fa politica. E che il voto deve essere palese (o segreto) a seconda delle convenienze di chi lo propone. Inutile girarci intorno. 

Peraltro, come già detto per lo streaming, se per trasparenza intendiamo prima di tutto un comportamento sincero degli attori politici, il voto segreto garantisce più trasparenza del voto palese. Non a caso si parla di “franchi tiratori”, non di “falsi tiratori”… Esattamente come la trasparenza è più garantita da una trattativa a porte chiuse e senza diretta streaming. Il voto palese, come un incontro davanti a una telecamera, altera il comportamento e ci fa agire sulla base di ciò che gli altri si attendono da noi. Che siano elettori o gruppi parlamentari.

Semplice e…trasparente. Detto questo, benvenuti, cari “cittadini” del Movimento 5 Stelle, nel mondo della politica. Se lavorate anche alla “successione” del leader (pardon, megafono) potreste anche durare. Intanto darei una “limatina” al concetto di trasparenza: ok all’ accessibilità totale agli atti e ai documenti. Ma processi e comportamenti sono un’altra cosa e spesso più sono visibili, meno sono trasparenti (ossia sinceri), a meno che non si arrivi alle telecamere nascoste… 

LDG

 

 

A #inonda va in scena la fantapolitica (vintage)

Chi mi conosce, conosce anche il mio passato. Chi non mi conosce troverà alcune tracce nelle pagine autobiografiche di questo blog. Per dirla in breve, sono stato molto vicino a Gianfranco Fini negli anni di FareFuturo, ho scritto (con altri) la mozione di scioglimento di AN per aderire al PDL. Ho scritto anche 6 programmi elettorali per elezioni cruciali del centrodestra. E ho lavorato gomito a gomito con diversi esponenti importanti del centrodestra italiano per anni. Ma soprattutto, nel periodo in cui è esistita la Fondazione FareFuturo, ho creduto in quel progetto. Ho creduto in una destra diversa: moderna, europea, laica, riformatrice. Ha vinto quell’altra, anzi quelle altre: quella populista e quella servile (o padronale, se vista dall’alto in basso).

Oggi quella “vittoria” genera mostri. Letteralmente. Ossia, mi ritrovo a guardare In Onda su La 7 e le mie orecchie (incredule) sentono Toti e Fini parlare di un possibile incontro tra Fini e Berlusconi per rilanciare il centrodestra. Tradotto: mentre Renzi rivolta la politica italiana facendo sparire le “cariatidi” del suo partito dalla scena pubblica e impone (giustamente e insieme al M5S) un rinnovamento totale ai partiti italiani, dall’altra parte siamo ancora a Fini e Berlusconi.  Fini, che non ha un partito (e neanche un voto). E Berlusconi che un partito ce l’ha ma ha perso, in 6 anni, 9 milioni di voti (ossia, coi tassi di partecipazione attuali, l’equivalente di un partito che prende il 35%!).

Non so come andrà a finire questa storia della coalizione alternativa a Renzi. Ma di certo è iniziata molto male. Con lo sguardo rivolto al passato e con i protagonisti di un’era politica fa. Se proseguirà su questa linea, auguro a Renzi il ventennio che gli spetta. Che detto da me, vale almeno un quarantennio…

LDG

 

 

Le grandi manovre per incollare (inutilmente) i cocci

Oggi sui giornali era un tripudio di analisi e di interviste sul rilancio del centrodestra italiano, galvanizzato dalla recente sentenza di assoluzione di Berlusconi sul caso “Ruby”. Sentenza che, lo dico subito, a mio avviso è stata invece una specie di colpo di grazia per il centrodestra, proprio perché ha ridato ossigeno a un leader che non serve più. Non può più vincere. Rappresenta il passato e il passato è…passato.

Il leader, come ho già detto quicostituisce oggi il fattore più importante nel processo di scelta degli elettori, la “scorciatoia cognitiva” che più di tutte spiega i comportamenti di voto nell’era post-ideologica e nella democrazia fluida/ibrida (cit. Diamanti). Se è così, Berlusconi ha già dato. E se Berlusconi torna in sella, in virtù della sua “leadership mai messa in discussione” (come si sono affrettati a sottolineare in molti), il centrodestra continuerà a vivere un periodo buio molto lungo…

Magari farà solo da federatore, sostengono alcuni. Da padre nobile di una nuova coalizione. Mi chiedo però come possa fare da federatore senza essere anche il leader. E’ il leader che federa, oggi. Tanto più in assenza di idee e programmi condivisi. Già, perché l’altro problemino non da poco è quello della piattaforma programmatica del centrodestra che verrà. Posto infatti che dovrebbe essere aperto a Forza Italia, NCD, Lega, FDI e UDC, come si può sottoscrivere un programma comune in materia di:

– euro/non euro;

– europeismo filo-PPE/euroscetticismo in stile Le Pen;

– politiche dell’immigrazione;

– diritti civili;

– riforme istituzionali (Titolo V in primis, federalismo o Stato unitario?);

– riforma elettorale (preferenze o liste bloccate? soglie alte o basse?).

Mi fermo qui ma potrei andare avanti, l’elenco sarebbe molto lungo. E da quest’elenco se ne esce solo se passa la linea di un leader nuovo, che vinca una selezione interna. Era forse nel programma del PD o del centrosinistra la guerra ai sindacati o alla dirigenza pubblica? Direi proprio di no… Ma un leader legittimato dalle primarie, scaltro e brillante, ha capito quali sono i “nemici (percepiti) del popolo” e ha imposto quella linea. E’ il leader che fa il programma, oggi. Perché è lui che fa sintesi. Come la faceva Berlusconi un tempo. Ma quel tempo è finito e in realtà lo sanno tutti.

La verità è che ormai nel centrodestra italiano è in corso una battaglia per la sopravvivenza. Individuale, non di gruppo. E in un partito (o una coalizione, se passa l’Italicum come è concepito oggi) padronale, la sopravvivenza è garantita da Berlusconi. C’è una classe dirigente delegittimata (quasi) per intero che tira a campare per ragioni ormai personali prima che politiche. Vincere o perdere conta relativamente: primum vivereossia prima qualche altro anno da parlamentare grazie alle liste bloccate e al posto in lista garantito dalla fedeltà (servilismo?) al leader, poi viene tutto il resto, se c’è un resto…

Sarò brutale, ma lo scenario mi pare esattamente questo. Ad eccezione di alcune posizioni esplicite (e ammirevoli) sul “ciclo finito” di Silvio, la posizione dominante è quella lì: attendista e a garanzia del proprio sedere. Dell’Italia che verrà  ai nostri eroi frega poco o niente.

Serve una scossa forte e credibile. Un outsider vero. Il “famoso” Renzi di destra. L’alternativa (molto triste) è sperare che il Renzi di sinistra (?) fallisca e di conseguenza tornare competitivi per incapacità altrui. Essere di nuovo lì, malgrado tutto…

LDG