Questa fu LA telefonata di #Berlusconi

Sta destando scalpore e “rumore” una telefonata “rubata” in cui Berlusconi fa congetture delle sue su Napolitano.

Ma, dopo che nel 2009, da Presidente del Consiglio (non da Senatore “semplice”), arrivò a sostenere in diretta TV (dunque in pubblico) che il Presidente della Repubblica (organo di garanzia) non aveva interferito a suo favore sulla Corte Costituzionale (altro organo di garanzia) relativamente al Lodo Alfano…Ci possiamo scandalizzare per questa telefonata rubata?

Per chi volesse rinfrescarsi la memoria, clicchi quaggiù…

Porta a Porta Chiamata di Berlusconi da Vespa “No al Lodo Alfano” 09 10 09 – YouTube.

#Marina chi?

Mi sono espresso varie volte sui “partiti personali”, tendenza infausta della politica italiana recente. Per partiti personali intendo quelli che nascono e muoiono con il loro leader, quelli cioè che non hanno un fondamento culturale, valoriale e organizzativo, bensì, al limite, un fondamento carismatico e leaderistico. Ovviamente quando si pensa a questo tipo di partito, il primo pensiero corre a Berlusconi e alle sue creature, che si chiamino Forza Italia o PDL. Tuttavia, purtroppo, i casi sono molteplici. Cosa è l’IDV senza Di Pietro? E Scelta Civica senza Monti? E, al di là della retorica della democrazia orizzontale e dal basso, cosa è il Movimento 5 Stelle senza Grillo? Sarebbero mai nati questi partiti senza questi leader? E, soprattutto, sopravviverebbero alla fine dei loro fondatori?

La politica si è personalizzata e – di conseguenza leaderizzata – in tutto il mondo, anche a causa della sua mediatizzazione e spettacolarizzazione. Obama è un grande leader carismatico-mediatico. A suo modo lo è stato anche Sarkozy e prima ancora Tony Blair. Ma c’è una bella differenza tra quei leader e i nostri leader. Loro sono nati politicamente in partiti strutturati, a loro preesistenti e che a loro sono sopravvissuti e sopravviveranno. Questo è fisiologico nella democrazia dei partiti. Diventa patologico quando un partito nasce e muore con un leader. E’ quello che trasforma un partito politico in un fan club…

Personalmente ho etichettato spesso il PDL come un fan club. D’altronde, se c’è un popolo che sostiene l’innocenza a prescindere e dunque l’impunità del suo leader (senza neanche provare a leggere mezza sentenza) cos’è se non un enorme fan club? Il problema che sta rendendo ancora più sui generis il caso del fan club PDL negli ultimi giorni, è la vicenda “Marina Berlusconi”. Vicenda che farebbe fare un salto di qualità al partito, che da personale/patrimoniale diventerebbe anche familiare/ereditario. Un modo evidentemente molto democratico per selezionare il leader…

La cosa più imbarazzante, però, è che a fronte di un silenzio perpetuo della leader in pectore, c’è già un bel coro di sostenitori all’interno del PDL circa questa ipotesi. Dunque, una generazione politica che è in campo in alcuni casi da 20 anni è pronta ad accettare serenamente questa “successione”, senza che Marina abbia alcun precedente e alcuna esperienza politica. La tesi a sostegno della “candidatura” di Marina Berlusconi è che anche i Bush e i Kennedy erano famiglie impegnate in politica. Se possibile, tale lettura peggiora le cose. George W. Bush fa politica dal 1978 e i Kennedy (J.F., Bob e Ted) hanno iniziato a fare politica tutti insieme tra fine anni ’50 e inizi anni’60. In che modo, dunque, le loro vicende siano comparabili a quella di Silvio Berlusconi che fa politica da 20 anni e di sua figlia che non l’ha mai fatta è un mistero… Peraltro si stanno paragonando anche due sistemi tra loro molto, forse troppo diversi. Gli USA nella letteratura politologica erano definiti un “no party system”, ossia un sistema senza partiti, per evidenziare il ruolo debole e intermittente dei partiti stessi nel sistema politico americano. L’Italia era definita “partitocrazia”, per evidenziare il contrario, ossia che tutto passava attraverso i partiti, a fronte di una debolezza storica e strutturale dello Stato. Dunque, già il solo confrontare due sistemi di partito tra loro antitetici risulta quantomeno ardito.

La verità è che l’evoluzione (sarebbe meglio dire involuzione) della destra italiana ha inanellato una serie di vicende e di episodi che hanno di fatto suggellato e “sigillato” la leadership berlusconiana. In particolar modo, la sua ultima discesa in campo, col partito ai minimi storici e una classe dirigente che osava timidamente parlare di elezioni primarie, ha chiuso definitivamente ogni possibilità di avere un partito “normale”. Da quel momento l’equazione PDL=Berlusconi è diventata inemendabile.

Al di là delle sue vicende e delle sue scelte, in questa fase (per lui) indubbiamente delicata, ciò che più salta all’occhio è il vuoto di idee, di pensiero strategico e di coraggio di una classe politica attaccata ai pantaloni di un promettente 77enne – ora anche pregiudicato per frode fiscale – che continua a monopolizzare non solo la vita del suo partito, ma di fatto a tenere ostaggio un intero paese che, anziché discutere di come uscire dalla crisi e dei provvedimenti dei primi 100 giorni del Governo, non fa altro che interrogarsi sulla sua “agibilità politica”. Agibilità che passa anche dall’eventuale investitura di facciata e per trasmissione ereditaria di Marina Berlusconi.

Per quanto tempo ancora la destra italiana deciderà di essere l’emblema di una “mente servile” collettiva?

LDG

No, Grazia.

Ieri ho scritto un post sul PDL al bivio, per sottolineare come questa fase politica convulsa rischi di sfociare in atteggiamenti e comportamenti borderline con l’eversione. Perché ritengo evidente che mettere seriamente in discussione tre gradi di giudizio della magistratura significhi di fatto delegittimare per intero il nostro ordinamento, il nostro stato di diritto.

Ieri sera, a queste ipotesi teoriche, si è aggiunta la questione della grazia che Brunetta e Schifani vorrebbero chiedere a Napolitano per salvare Berlusconi da questa sentenza a dir loro ad personam e riportare così alla pari le forze politiche in campo.

Lo sappiamo bene – sono 20 anni ormai che lo sappiamo – che da una parte c’è chi ritiene che Silvio sia un perseguitato da una magistratura politicizzata che vuole estrometterlo dalla scena politica e dall’altra c’è chi lo ritiene, alla pari degli altri cittadini, un individuo non al di sopra della legge e che dunque interpreta questa sentenza “semplicemente” come una sentenza di un organo indipendente.

Queste due posizioni oggi sono al limite, la loro polarizzazione si è inevitabilmente radicalizzata ora che è arrivata la prima condanna definitiva. Tuttavia, come dicevo già ieri, la condanna definitiva sposta il livello del contendere fino a raggiungere le fondamenta del nostro Stato, della nostra democrazia.Proprio per tale ragione, ritengo la richiesta della grazia assolutamente irricevibile da parte di Napolitano. Non solo per ragioni procedurali – non sta a Brunetta e Schifani richiederla ed è previsto un iter lungo e dettagliato che non passa per un appuntamento al Quirinale – quanto per ragioni sostanziali di cultura istituzionale e di legittimazione dello Stato. Se, infatti, Napolitano graziasse Berlusconi, di fatto sarebbe un capo di Stato, garante dell’unità nazionale – peraltro anche presidente del CSM – che con un colpo di spugna fa fuori tre gradi di giudizio della magistratura e dunque delegittima agli occhi della comunità nazionale l’intero potere giudiziario, il senso delle regole (che già è molto precario in Italia), l’uguaglianza formale dei cittadini davanti alla legge,  e indirettamente tutto il nostro ordinamento statuale.

Eppure è proprio invocando la democrazia che parte del PDL sta affilando le armi, sostenendo che questa sentenza ad personam colpisce il leader di 10 milioni di italiani. Il problema a questo punto è definitorio, concettuale. La democrazia dei moderni – la nostra – è governo del popolo, certo. Ma tutti gli studiosi occidentali più illustri, da Schumpeter a Sartori, sottolineano giustamente che la democrazia va definita ribaltando l’ottica classica che parte dal significato etimologico di “governo del popolo”, una definizione che ha sempre creato – secondo Schumpeter – problemi di operazionalizzazione del concetto. Il problema apparentemente si potrebbe risolvere “con relativa facilità se fossimo disposti a rinunciare all’idea di un “governo di popolo” e a sostituire quella di un “governo approvato dal popolo”. Questa definizione sembra godere a proprio vantaggio di tutti gli argomenti possibili. E tuttavia, non possiamo accettarla. La storia abbonda di autocrazie dei gratia o dittatoriali, di monarchie di tipo non-autocratico, di oligarchie aristocratiche e plutocratiche che ottennero normalmente l’appoggio totale e spesso entusiastico di una maggioranza schiacciante del popolo” (Schumpeter). In altri termini, se basiamo la definizione di “democrazia” solo sulla legittimazione popolare di un leader, o di un’élite al potere, facciamo diventare democratici anche tutti i regimi autoritari e totalitari che dovessero nascere sull’onda del consenso (vedi Hitler e Mussolini ad esempio).

Non è un caso che l’art. 1 della nostra Costituzione afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La democrazia ha bisogno di regole fondanti, sono quelle che fanno la differenza. E le regole devono essere accettate da tutti, altrimenti si diventa anti-sistema, eversivi appunto. Sempre Schumpeter sostiene che “il metodo democratico può funzionare senza attriti solo se tutti i gruppi che veramente contano in una nazione sono disposti ad accettare qualunque provvedimento legislativo  e tutti gli ordini esecutivi emessi da autorità giuridicamente competenti. Il governo democratico funziona in modo soddisfacente solo se tutti gli interessi importanti sono praticamente unanimi nell’attaccamento non soltanto al paese, ma anche ai princìpi strutturali della società. Ogni qualvolta tali princìpi sono revocati in dubbio o sorgono problemi da cui la nazione è divisa in campi ostili, la democrazia funziona in svantaggio. E può addirittura cessar di funzionare quando siano in gioco interessi e ideali intorno a cui il popolo rifiuta di scendere a patti”.

Ecco qual è il rischio che si corre tirando troppo la corda. Che si sgretoli il collante, l’humus democratico che tiene in piedi la nostra casa comune. Ed ecco perché trovo grottesco il solo pensare alla richiesta di grazia per Berlusconi, che chiuderebbe (?) 20 anni di battaglia politico-istituzionale, salvando una persona e sgretolando le colonne portanti dello Stato e della comunità nazionale. Anche se quella persona dovesse avere il consenso di 30 milioni di italiani, la Cassazione è “Cassazione”. Altrimenti si rimette in gioco tutto, ma proprio tutto…
LDG

Il PDL al bivio

Il PDL è a un bivio. Serio e drammatico. Per ora sembra prevalere la logica e il sangue freddo e questo mi rasserena. Il timore che la riunione di ieri sera a Palazzo Grazioli potesse portare a scelte di fatto eversive era più che mai fondato. Sulla scia della rabbia, della frustrazione e dello “spirito di servizio” (o “servile”) di alcuni falchetti, poteva davvero succedere di tutto. Per fortuna, ad oggi, forse anche per convenienza – meglio stare al governo in questi casi – non è accaduto nulla di irreparabile.

Ma è chiaro che, se alle dichiarazioni stereotipate sulla persecuzione giudiziaria di Berlusconi dovessero accompagnarsi manifestazioni eclatanti che si ribellano alla sentenza della Cassazione, si aprirebbe un vulnus simbolicamente molto grave per la nostra democrazia. Finché si sostiene la persecuzione di un uomo libero e si sostiene una lotta anche a colpi di leggi di riforma discutibili, ma improntate da una convinzione persecutoria, ci può stare. Ma ribellarsi a una sentenza passata in giudicato dopo i tre gradi di giudizio aprirebbe un altro fronte, ben più grave. Più grave anche della telefonata di Berlusconi premier in diretta a Porta a Porta che lamentava la scarsa incidenza politica di Napolitano sulla Corte Costituzionale relativamente al “lodo Alfano”: in pratica il capo del governo che lamenta una debole commistione tra i due poteri di garanzia del nostro sistema istituzionale… Ricordo che cambiai canale per la vergogna…

Mettere seriamente in discussione questa sentenza significherebbe mettere in discussione l’intero ordinamento italiano, le nostre regole, la nostra costituzione, il nostro Stato, la nostra democrazia. Sarebbe, né più né meno, un atto eversivo figlio di vent’anni di battaglia politico-mediatica, spesso borderline con l’eversione, ma che tutto sommato fino ad ora non ha mai tracimato.

Mi auguro che si continui a restare nei limiti delle proteste verbali, ma nel rispetto della sentenza. Perché se si vuole andare oltre, coerentemente con le premesse, le conseguenze sarebbero inevitabilmente rivoluzionarie. E non mi pare proprio il caso…

LDG

 

 

Ma l’Italia snobba questa sentenza

Diciamo la verità, non è così sorprendente che a piazza Cavour (su cui affaccia il palazzo della Corte di Cassazione) in questi giorni non ci sia affatto fermento, ad esclusione dei giornalisti giustamente accampati in attesa di una sentenza comunque importante. Io sono convinto che l’Italia sia ormai ben oltre il ventennio berlusconiano. Il PDL ha perso oltre 6 milioni di voti alle ultime elezioni politiche e nelle elezioni amministrative e regionali non è andato meglio. I problemi seri che attanagliano il paese ormai da anni sono prevalenti rispetto a un’offerta politica che non riesce a rinnovarsi e a intercettare le domande dell’elettorato, né a fornire risposte concrete e in tempi rapidi. L’impressione che ho è che questa sentenza sia importante solo per la classe politica e poco o per nulla per i cittadini che, Berlusconi o non Berlusconi, aspettano qualcuno che sia in grado finalmente di risolvere problemi strutturali quantomai gravi e brucianti. Infatti, tutte le discussioni relative all’esito della sentenza vertono sulla tenuta della maggioranza e del governo, sulle conseguenze sul PDL (o su Forza Italia?) e sul congresso del PD. Per carità, tutte cose fondamentali per governare un paese, dato che c’è di mezzo una probabile rivoluzione del sistema dei partiti e una possibile riforma elettorale, da cui derivano i governi di domani. Ma i cittadini non partecipano. Osservano, delusi e disillusi, uno scenario sempre più autoreferenziale che proprio non riesce a uscire dalla campana di vetro in cui si è infilato da diversi anni.
Personalmente non ho idea di cosa deciderà la Cassazione, né delle conseguenze politiche di questa sentenza. Quello che mi auguro, credo in linea con quasi tutti gli italiani, è che si chiuda finalmente una pagina e se ne apra un’altra, totalmente nuova. Da una parte e dall’altra. Una pagina che veda la fine dei partiti personali, degli effetti annuncio mai seguiti da politiche concrete, del circuito politico-mediatico autoreferenziale che perde di vista i problemi seri del paese e pensa solo a monitorare h24 agenzie e rassegne stampa. In poche parole, auspico la fine del presentismo e dell’individualismo come filosofia di vita della politica. Perché senza un “noi” continueremo ad essere un insieme scoordinato di tanti “io” che si guardano allo specchio, quando non allo specchietto retrovisore… E una giustapposizione di tanti ego ipertrofici non è una nazione, né mai lo sarà…

LDG

Processo L’Aquila, condannati tutti i membri della commissione «Grandi rischi» – Corriere.it

Una sentenza storica che cambierà radicalmente la gestione delle emergenze e il rapporto tra la scienza e l’amministrazione in Italia.

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Processo lAquila, condannati tutti i membri della commissione «Grandi rischi» – Corriere.it.

Riflessioni a caldo sulla sentenza del Consiglio di Stato sulla “privatizzazione” di ACEA

Premetto che non entrerò nel merito della scelta di vendere o meno parte delle azioni ACEA detenute da Roma Capitale. Non è opportuno che io lo faccia e non credo sia di particolare interesse il mio pensiero in merito…Le mie riflessioni saranno invece incentrate su ciò che deriva in termini procedurali e, in senso lato, democratici dalla sentenza di ieri del Consiglio di Stato che ha, di fatto, bloccato la procedura di autorizzazione a vendere il 21% delle quote ACEA in possesso di Roma Capitale, sostenendo che per approvare la delibera occorra discutere e votare tutti e 30 mila gli ordini del giorno presentati in Assemblea Capitolina.

Come è noto, la proposta di delibera n. 32 relativa alla cosiddetta “privatizzazione” di ACEA ha stabilito un record assoluto di emendamenti e ordini del giorno nella storia di Roma Capitale e del Comune di Roma: un totale di oltre 100 mila proposte. Inutile sottolineare che quando si arriva a questi numeri l’aspetto ostruzionistico è assolutamente dominante e tutto sommato è stato anche rivendicato dalle opposizioni, con tutte le modalità possibili… Ora, il problema che si pone dopo la sentenza di ieri, in punta di diritto e di teoria democratica, è il seguente: le opposizioni hanno senz’altro il diritto di usare tutti gli strumenti a loro disposizione per contrastare la linea politica della maggioranza. Dove finisce però questo diritto? Può contemplare anche l’opzione di impedire alla maggioranza di decidere? Evidentemente no, altrimenti si ribalta la logica della democrazia rappresentativa, si passa dalla temuta “tirannia della maggioranza” di Tocqueville ad una paradossale “tirannia della minoranza” (che in Italia poi tanto paradossale non è, visto che sono sempre piccoli gruppi a paralizzare il paese e a trasformarlo nel regno dei veto players e delle “non decisioni”).

Con la sentenza di ieri, il Consiglio di Stato ha di fatto sancito il diritto all’ostruzionismo, per lo meno nei Comuni. O meglio, ha detto: la procedura scelta dalla maggioranza per aggirare l’ostruzionismo è illegittima. Ritenta, cara maggioranza, sarai più fortunata (o forse no…). Intendiamoci, non è tanto un problema della Magistratura Amministrativa, è piuttosto un problema di norme nazionali, di Testo Unico degli Enti Locali, di forma di governo dei Comuni. Mi spiego meglio: in Parlamento le tecniche ostruzionistiche sono state tutte legittimamente ridimensionate, specie negli ultimi venti anni, con l’introduzione dello strumento del maxiemendamento, del contingentamento dei tempi per gli interventi in Aula, della questione di fiducia che fa decadere tutti gli ordini del giorno, e così via. Questo significa che il Parlamento, organo rappresentativo e democratico per eccellenza, ha potuto ridurre – senza contraccolpi né politici, né  mediatici, né giudiziari – l’ambito di intervento della minoranza per evitare che l’opposizione si trasformi in paladina della paralisi legislativa.

Ciò però ci pone di fronte al seguente il paradosso: un Sindaco, che non dipende dalla sua maggioranza, nel senso che ha la fiducia implicita dal momento dell’elezione fino ad eventuale approvazione di una mozione di sfiducia, è più vulnerabile del governo nazionale che, pur dipendendo dal momento dell’insediamento dalla fiducia parlamentare, ha a disposizione diversi mezzi, tra cui appunto la “questione di fiducia” per accelerare l’iter legislativo. Pertanto, l’apparente vantaggio della figura del Sindaco rispetto a quella del Presidente del Consiglio diventa in questi casi uno svantaggio assoluto perchè non ha modo di intervenire sui tempi e sull’iter dell’Aula e deve subirne – da ieri con una fonte autorevole in più a decretarlo e spero non a incentivarlo – anche gli eventuali atteggiamenti ostruzionistici.

Oggi Repubblica ha pubblicato un’intervista all’avvocato Pellegrino (colui che ha presentato il ricorso al Consiglio di Stato in merito alla delibera su ACEA) il quale sostiene che, grazie a questa sentenza, “sono salve le regole basilari dei sistemi democratici”…Siamo proprio sicuri che sia così? Che la democrazia preveda il diritto all’ostruzionismo, alla tirannia della minoranza e alla “non decisione”? Io non ne sarei così convinto…Ma a questo punto non è più un problema interpretativo, bensì normativo e politico. Una questione nazionale e non più locale.

LDG