Legge elettorale, come siamo messi

Come ho detto in passato in un altro post, siamo l’unica democrazia consolidata in cui la legge elettorale è al vertice dell’agenda politica da decenni. La ragione è semplice: in altri paesi la si sceglie, in un’ottica di sistema e di lungo periodo, per stabilire le regole del gioco; da noi la si sceglie, di volta in volta, per capire se e quanto potrà aiutare (o danneggiare) un partito o una coalizione in termini di seggi. Come potete ben comprendere, i due punti di vista sono molto diversi tra loro. La conseguenza è che altrove c’è una continuità delle leggi elettorali in vigore, mentre da noi c’è una continuità delle riforme elettorali…

Passiamo ora al dibattito corrente, cercando di capire quali siano oggi le opzioni in campo. Allo stato, sembrano essere quattro:

1. La legge derivata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, ossia il Porcellum privato del premio di maggioranza e delle liste bloccate. Ciò significa che, in assenza di un intervento legislativo, si andrebbe a votare con un sistema proporzionale senza premi, che manterrebbe le soglie di sbarramento e introdurrebbe la preferenza unica.

2. Il ritorno del Mattarellum. Grillo e, per certi versi anche Renzi e Forza Italia, insistono per un ritorno al Mattarellum, ossia la legge elettorale utilizzata per le elezioni politiche del 1994, del 1996 e del 2001. Un sistema elettorale misto, che prevede l’assegnazione del 75% dei seggi mediante un sistema maggioritario a turno unico, in collegi uninominali e il restante 25% mediante un sistema proporzionale con liste bloccate.

3. Un Mattarellum modificato, attraverso la trasformazione del 25% di seggi attribuiti col proporzionale in un premio di maggioranza che assegnerebbe il 20% dei seggi alla coalizione (o al partito) più forte e il 5% alla coalizione (o al partito) che arriva seconda.

4. Il Doppio turno di coalizione – noto anche come bozza Violante-D’Alimonte – vale a dire un sistema che assegnerebbe un premio del 55% dei seggi alla coalizione (o al partito) che arriva prima, raggiungendo però almeno il 40% dei voti. Qualora nessuno raggiungesse tale percentuale al primo turno, ci sarebbe un secondo turno tra le prime due coalizioni (o partiti) per superare quella soglia. Prevede inoltre l’introduzione della doppia preferenza di genere al posto delle liste bloccate. Sarebbe in altri termini una correzione del Porcellum in grado di superare le recenti obiezioni della Consulta.

Fin qui, una minima descrizione delle opzioni in campo. Ma cosa succederebbe se si votasse oggi con una di quelle ipotesi in vigore?

L’ipotesi 1, ossia il proporzionale puro con soglie di sbarramento, garantirebbe l’assoluta certezza di ingovernabilità, dato che non avremmo alcuna maggioranza né alla Camera, né al Senato. Quella che vedete è una simulazione della composizione della Camera dei Deputati, sulla base dei risultati dello scorso febbraio:

Schermata 2013-12-19 alle 10.42.01

 

E di questi tempi sinceramente vedo molto male la riproposizione di un nuovo governo di larghe intese…Praticamente impossibile, anche perchè i numeri sarebbero molto diversi da quelli attuali. In pratica, 2 dei 3 grandi partiti (PD, Forza Italia e M5S) dovrebbero fare un governo insieme. Molto complicato…

Con l’ipotesi 2, ossia il Mattarellum nella versione “pura”, quella già utilizzata in passato, potremmo avere – ma non è detto – una maggioranza alla Camera, mentre sicuramente non avremmo alcuna maggioranza al Senato. Per questa ragione, trovo quantomeno curioso che tanto Renzi, quanto Grillo e diversi esponenti di Forza Italia si stiano “lanciando” per tornare al Mattarellum, sapendo che sarebbero poi costretti a inventarsi un governo molto, ma molto, più “inciucista” del governo Letta.

L’ipotesi 3, vale a dire il Mattarellum “dopato” garantirebbe senz’altro una maggioranza alla Camera e una possibile – ma non certa – maggioranza al Senato.

Idem per l’ipotesi 4, vale a dire il doppio turno di coalizione.

La ragione per cui anche le ipotesi 3 e 4 non ci possono dare garanzie certe sul Senato è sempre la stessa e vi rimando a questo mio post di gennaio per approfondirla.

Tirando le fila: se si va a votare con l’ipotesi 1 o 2, siamo fregati. E’ del tutto inutile, anzi controproducente. Perderemmo tempo, bruceremmo 400 milioni di euro per votare, non avremmo alcuna maggioranza dopo le elezioni, dovremmo eleggere anche un nuovo Presidente della Repubblica e rischieremmo di arrivare al semestre di Presidenza UE senza governo, oltre che senza alcun dossier preparato adeguatamente. Sarebbe un’ecatombe.

Se si va a votare con le ipotesi 3 e 4, mettendo mano alla Costituzione (abolendo il Senato, oppure privandolo della funzione di attribuire la fiducia al governo, o anche semplicemente eliminando la formula “è eletto su base regionale” dalla Carta Costituzionale), allora avremo maggioranze certe.

Ma questo significa dover fare una riforma elettorale e una costituzionale. Avranno la pazienza di attendere Berlusconi, Grillo e Renzi? O preferiranno spingere per votare – inutilmente – di corsa?

LDG

A #Berlusconi è mancato il quid

Ieri non abbiamo vissuto una di quelle giornate che riconciliano i cittadini con la politica. Sinceramente credo che in molti ancora si stiano chiedendo cosa sia accaduto, specie all’estero dove si perdono per molto meno quando provano a interpretare le vicende politiche di casa nostra.
Ci sono due letture, tra le altre, che meritano una certa attenzione su ciò che è accaduto ieri. Una, ovviamente, politica, l’altra di comunicazione, o forse propria della commedia dell’arte.
Comincerei da questa seconda lettura, perfettamente incarnata dall’ormai famoso “labiale” di Enrico Letta che alla fine dell’intervento da “testacoda” di Berlusconi dice ridendo: “Grande!” Già, perché oggettivamente non so quanti avrebbero potuto fare con una tale disinvoltura un colpo di teatro simile. Far dimettere i parlamentari e i ministri, definire Letta e Napolitano “assassini politici” e “inaffidabili”, decidere alle ore 12 di votare la sfiducia e poi….votare la fiducia alle ore 13. Per poi, ancora, dichiarare a caldo: “nessuna retromarcia”… Se lo avesse fatto chiunque altro in Italia, avremmo invocato un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Ma da LUI ci aspettiamo di tutto e LUI in questo campo non delude mai.
La lettura politica è più seria, chiaramente. Anche perché il “colpo di teatro” è derivato indubbiamente da una ragione politica, di vera real politik direi. Nel partito personale per eccellenza, quello che ho spesso definito un “fan club” sempre più avvitato sulle vicende (e sulle decisioni) di Berlusconi, accade quello che non ti aspetti. Avviene che il segretario senza quid, definito in questi mesi come “zerbino” nella migliore delle ipotesi, diventa di colpo Spartaco. E le colombe si trasformano in aquile… E quando LUI capisce che il 2 ottobre non sarà come il 14 dicembre, è costretto a fare un’inversione a U da record. Per non arrivare alla conta e palesarsi disarmato, per dare l’impressione che il PDL è un partito unito e che LUI sia ancora il leader. E per avviare un’operazione di recupero dei “dissidenti” che forse questa volta non andrà in porto, se è vero che ieri sera i parlamentari formato colombe erano una sessantina. Se le cose non cambiano, Il re è nudo. Non ha più i numeri per minacciare la maggioranza e il governo e non ha più a disposizione l’arma retorica/simbolica dei “traditori”, dato che alla fine la fiducia l’hanno votata tutti, su sua indicazione. Con buona pace di Sallusti. Se anche trovasse 60 case a Montecarlo svendute a chissà chi e con prezzi di favore, dubito che cambierebbe la situazione…
A Berlusconi stavolta è mancato il quid. Caricato a pallettoni dai falchi, ha tirato la corda fino a farla spezzare, facendo male i conti in Parlamento e sopravvalutando gli automatismi ormai abbastanza logori del suo Fan Club.

Non entro nel merito della questione “fedeltà”, “traditori”, “pugnalatori alle spalle”, “ingrati”, “sciacalli” e quant’altro per la semplice ragione che stiamo parlando di politica e non del rapporto tra Berlusconi e Dudù, unico soggetto da cui Silvio può pretendere fedeltà… Né entro nel merito della questione “efficacia del Governo”. Ieri la questione di fiducia non riguardava Enrico Letta, bensì Silvio Berlusconi, ed è stato sfiduciato. Quella di ieri è stata una giornata importante per il centrodestra italiano che, forse, ha aperto una nuova stagione. Almeno me lo auguro…

LDG

#Marina chi?

Mi sono espresso varie volte sui “partiti personali”, tendenza infausta della politica italiana recente. Per partiti personali intendo quelli che nascono e muoiono con il loro leader, quelli cioè che non hanno un fondamento culturale, valoriale e organizzativo, bensì, al limite, un fondamento carismatico e leaderistico. Ovviamente quando si pensa a questo tipo di partito, il primo pensiero corre a Berlusconi e alle sue creature, che si chiamino Forza Italia o PDL. Tuttavia, purtroppo, i casi sono molteplici. Cosa è l’IDV senza Di Pietro? E Scelta Civica senza Monti? E, al di là della retorica della democrazia orizzontale e dal basso, cosa è il Movimento 5 Stelle senza Grillo? Sarebbero mai nati questi partiti senza questi leader? E, soprattutto, sopravviverebbero alla fine dei loro fondatori?

La politica si è personalizzata e – di conseguenza leaderizzata – in tutto il mondo, anche a causa della sua mediatizzazione e spettacolarizzazione. Obama è un grande leader carismatico-mediatico. A suo modo lo è stato anche Sarkozy e prima ancora Tony Blair. Ma c’è una bella differenza tra quei leader e i nostri leader. Loro sono nati politicamente in partiti strutturati, a loro preesistenti e che a loro sono sopravvissuti e sopravviveranno. Questo è fisiologico nella democrazia dei partiti. Diventa patologico quando un partito nasce e muore con un leader. E’ quello che trasforma un partito politico in un fan club…

Personalmente ho etichettato spesso il PDL come un fan club. D’altronde, se c’è un popolo che sostiene l’innocenza a prescindere e dunque l’impunità del suo leader (senza neanche provare a leggere mezza sentenza) cos’è se non un enorme fan club? Il problema che sta rendendo ancora più sui generis il caso del fan club PDL negli ultimi giorni, è la vicenda “Marina Berlusconi”. Vicenda che farebbe fare un salto di qualità al partito, che da personale/patrimoniale diventerebbe anche familiare/ereditario. Un modo evidentemente molto democratico per selezionare il leader…

La cosa più imbarazzante, però, è che a fronte di un silenzio perpetuo della leader in pectore, c’è già un bel coro di sostenitori all’interno del PDL circa questa ipotesi. Dunque, una generazione politica che è in campo in alcuni casi da 20 anni è pronta ad accettare serenamente questa “successione”, senza che Marina abbia alcun precedente e alcuna esperienza politica. La tesi a sostegno della “candidatura” di Marina Berlusconi è che anche i Bush e i Kennedy erano famiglie impegnate in politica. Se possibile, tale lettura peggiora le cose. George W. Bush fa politica dal 1978 e i Kennedy (J.F., Bob e Ted) hanno iniziato a fare politica tutti insieme tra fine anni ’50 e inizi anni’60. In che modo, dunque, le loro vicende siano comparabili a quella di Silvio Berlusconi che fa politica da 20 anni e di sua figlia che non l’ha mai fatta è un mistero… Peraltro si stanno paragonando anche due sistemi tra loro molto, forse troppo diversi. Gli USA nella letteratura politologica erano definiti un “no party system”, ossia un sistema senza partiti, per evidenziare il ruolo debole e intermittente dei partiti stessi nel sistema politico americano. L’Italia era definita “partitocrazia”, per evidenziare il contrario, ossia che tutto passava attraverso i partiti, a fronte di una debolezza storica e strutturale dello Stato. Dunque, già il solo confrontare due sistemi di partito tra loro antitetici risulta quantomeno ardito.

La verità è che l’evoluzione (sarebbe meglio dire involuzione) della destra italiana ha inanellato una serie di vicende e di episodi che hanno di fatto suggellato e “sigillato” la leadership berlusconiana. In particolar modo, la sua ultima discesa in campo, col partito ai minimi storici e una classe dirigente che osava timidamente parlare di elezioni primarie, ha chiuso definitivamente ogni possibilità di avere un partito “normale”. Da quel momento l’equazione PDL=Berlusconi è diventata inemendabile.

Al di là delle sue vicende e delle sue scelte, in questa fase (per lui) indubbiamente delicata, ciò che più salta all’occhio è il vuoto di idee, di pensiero strategico e di coraggio di una classe politica attaccata ai pantaloni di un promettente 77enne – ora anche pregiudicato per frode fiscale – che continua a monopolizzare non solo la vita del suo partito, ma di fatto a tenere ostaggio un intero paese che, anziché discutere di come uscire dalla crisi e dei provvedimenti dei primi 100 giorni del Governo, non fa altro che interrogarsi sulla sua “agibilità politica”. Agibilità che passa anche dall’eventuale investitura di facciata e per trasmissione ereditaria di Marina Berlusconi.

Per quanto tempo ancora la destra italiana deciderà di essere l’emblema di una “mente servile” collettiva?

LDG

Riecco Forza Italia: un’occasione per la destra (l’altra)

Dunque, Forza Italia sembra a un passo dalla riedizione. Incuranti dell’effetto “minestra riscaldata”, i falchi (ossia gli animatori del “Berlusconi fan club”) spingono per il remake di un partito nato 20 anni fa e sciolto 5 anni fa. I ritorni non sono sempre felici, anzi spesso sono tristi, quando non patetici. Forza Italia è stato un brand di successo, non c’è dubbio. Ma era un’altra Italia, e anche un altro partito. Forza Italia nasce in una fase di transizione appena iniziata, con un enorme bacino elettorale a disposizione (a causa del crollo di DC,PSI, ecc. post tangentopoli), con un leader 55enne simbolo del self-made man di successo e con un impianto culturale di fondo molto chiaro: fare la rivoluzione liberale in Italia. Non a caso, ad orbitare nella Forza Italia delle origini c’erano Colletti, Baget Bozzo, Urbani, Martino, Marzano, Scognamiglio, il “primo” Tremonti, a suo modo Antiseri, Pera, ecc. ecc.   Da notare inoltre che eravamo nell’era Mattarellum, in cui i voti occorreva prenderli sul territorio in collegi uninominali (per 3/4 dei seggi) e dunque il rapporto col leader del partito era più “normale” rispetto all’attuale sottomissione servile.

Cosa sarebbe invece la Forza Italia di oggi? Un brand usurato, con un leader che va verso gli 80 anni, che ha una serie di rogne giudiziarie pressoché interminabile, che non ha fatto neanche un’unghia della rivoluzione liberale che ancora promette come un disco rotto – e che infatti ha perso 6 milioni di voti in 5 anni, non facilmente recuperabili. In più, da 8 anni al posto del Mattarellum votiamo col Porcellum, un sistema che ha reso i leader dei “partiti personali” autentici “padroni” della vita e della morte (politica) dei loro colleghi/subordinati/servi. E non è un caso che ai nomi fatti prima se ne sono sostituiti ben altri e con ben altre caratteristiche. Diciamo la verità, i falchi sono tutt’altro che falchi, io direi che tendono verso una corte di sanguisughe.

Insomma, non nutro grandi speranze in Forza Italia Bis. Ma nutro qualche speranza in ciò che la ri-nascita di Forza Italia può generare nell’area di destra dello spazio politico italiano.  Gli elettori cosiddetti moderati (detesto questo termine, politicamente per me insignificante) sono sempre stati maggioritari in Italia. Probabilmente lo sono ancora oggi. Ma molti di loro, nei giorni delle elezioni, preferiscono restare comodamente a casa. Alcuni hanno provato con Grillo, nello scorso febbraio – le analisi dei flussi hanno dimostrato che solo a Roma ben 130 mila voti sono passati dal Pdl al M5S – ma il fenomeno grillino è già in ampio reflusso. Neanche Grillo li scomoda da casa ormai. Ce la farà Forza Italia nella nuova versione? Ho molti dubbi…

Ergo, si apre una voragine potenziale per una nuova destra. Quella destra a cui ho lavorato per anni dietro le quinte e che finora ha prodotto qualche buona idea sul fronte culturale, ma nessun esito politico di rilievo. Ci sono gli ex AN, i fratelli d’Italia, un pezzo di area montiana e UDC, e tanti, tantissimi astenuti da rimotivare e scuotere dalla disaffezione verso la politica. Credo che la ri-fondazione di Forza Italia possa aprire buoni varchi per una destra parallela, europea, moderna e soprattutto senza padroni. Certo, per realizzarla serve tempo, umiltà, strategia, buone idee e facce nuove. Mi sa che chiedo troppo…ma sono un inguaribile ottimista…

LDG

 

E’ davvero mancato Berlusconi ad Alemanno?

Una delle tesi più ricorrenti in fase di analisi a caldo delle elezioni amministrative di Roma è la seguente: Alemanno ha perso anche perchè Berlusconi non ci ha messo la faccia. Premesso che Berlusconi ha chiuso la campagna elettorale del primo turno, ha partecipato alle due cene di finanziamento della campagna elettorale, ha registrato spot audio e video per entrambi i turni elettorali, andiamo a vedere meglio cosa dicono i numeri.

Politiche 2013 Regionali 2013 Amministrative 2013
  Voti % Voti % Voti %
PD 458.637 28,66 426.234 32,28 267.605 26,26
SEL 75.573 4,72 59.824 4,53 63.728 6,25
CD 4.811 0,3 26.078 1,97 14.735 1,44
Altri 98.385 7,46 87.646 8,61
Totale CSX 539.021 33,68 610.521 46,24 433.714 42,56
PDL 299.568 18,72 228.895 17,33 195.749 19,21
FDI 42.544 2,65 45.417 3,43 60.375 5,92
La Destra 26.751 1,67 45.783 3,46 13.256 1,3
Altri 6.086 0,36 53.360 4,06 53.892 5,29
Totale CDX 374.949 23,43 373.455 28,28 323.272 31,72
M5S 436.340 27,27 222.410 16,84 130.635 12,82
Monti/Marchini 155.619 9,72 48.200 3,65 79.607 7,81
1.505.929 94,1 1.254.586 95,01 967.228 94,91
Affluenza 1.639.061 77,34 1.628.992 69,38 1.245.927 52,81

Confrontando i risultati delle elezioni politiche e regionali dello scorso febbraio a quelli del primo turno delle amministrative di Roma è abbastanza evidente il contrario, ossia che la coalizione di centrodestra ha preso oltre 8 punti in più alle elezioni amministrative rispetto alle politiche e oltre 4 punti in più rispetto alle regionali. Il “fenomeno Berlusconi” è stato molto sovradimensionato nell’analisi del voto di febbraio. Se il centrosinistra non è riuscito a vincere le elezioni politiche, mentre è riuscito a vincere regionali e amministrative, ciò è dovuto fondamentalmente al risultato ondivago del Movimento 5 Stelle: primo partito alle elezioni politiche (e fortissimo anche a Roma) e molto ridimensionato alle elezioni regionali e amministrative.

Berlusconi, come scrissi già a suo tempo, è sembrato uno dei vincitori delle elezioni politiche solo a causa di un “effetto ottico”. La verità è che il bacino elettorale del centrodestra si è prosciugato in questi anni. Rispetto al 2008 si è letteralmente dimezzato e Roma non fa eccezione, con o senza Berlusconi in campo.

L’altro effetto ottico invece premia il centrosinistra romano che in realtà non ha incrementato i consensi in questi mesi, è semplicemente riuscito a portare alle urne più elettori e a drenare un minimo di consensi “grillini” con Zingaretti e con Marino (al secondo turno).

Il dato di fondo è chiaro: l’offerta politica non convince in generale. A Roma in particolare metà dell’elettorato non è andato a votare e l’altra metà l’ha fatto probabilmente turandosi il naso. Questo Governo ha una responsabilità enorme, molto più importante di tutte le altre (IMU, IVA, ecc.): rilegittimare la politica e i partiti. Allo stesso modo, PD e PDL dovranno in autunno dar vita a una rigenerazione complessiva e credibile. L’alternativa, visto anche il flop ormai costante del M5S, è che alle prossime elezioni andranno a votare davvero 4 gatti e pure incazzati…

LDG