I pro e i contro dell’Italicum

Schermata 2015-05-07 alle 10.22.33

Ora che l’italicum è stato approvato, possiamo tirare le somme e individuare i pro e i contro del nuovo meccanismo elettorale.

PRO

  1. Majority assuring

Come dice Matteo Renzi: “la sera delle elezioni sapremo chi avrà vinto. Chi avrà la maggioranza in Parlamento”. Vero, anche se in realtà questa novità si concretizzerà solo dopo la riforma del Senato, se andrà in porto. È il Senato che storicamente ha visto maggioranze “ballerine”, per via di un vincolo costituzionale. Infatti, alla Camera, anche il famigerato Porcellum garantiva una maggioranza certa alla coalizione (o al partito) vincente. E anche, prima, il Mattarellum. Per cui non è proprio una novità…In ogni caso, è bene che ciò sia stato mantenuto, grazie alla novità (questa si) dell’eventuale ballottaggio che serve a superare i rilievi della Consulta sull’entità del premio di maggioranza.

  1. Il premio di maggioranza al partito

E’ bene anche che si sia passati dal premio alla coalizione a quello al partito vincente. In un’ottica di riduzione del numero dei partiti e di maggiore governabilità questa novità è da considerarsi positiva. Ovviamente, tutto ciò dipende molto da come si strutturerà l’offerta politica. Tradotto: a sinistra c’è già un grande partito, a destra no. Se a destra, per ragioni tattiche, avremo un solo simbolo e una sola lista, ma fittizi, dopo le elezioni il numero dei partiti tornerà ad essere elevato. Esattamente come avvenne negli anni del Mattarellum. Prodi ha vinto elezioni con un solo simbolo, ma con 15 partiti in maggioranza…

  1. Il meccanismo di attribuzione dei seggi

Un’altra nota a favore è senz’altro quella di aver eliminato il cosiddetto “effetto flipper” nell’attribuzione dei seggi. Cioè, è stato modificato il rapporto tra vincolo territoriale e risultati dei partiti, che portava i partiti più piccoli a vedersi assegnati i seggi in collegi in cui non era detto che avessero ottenuto i migliori risultati. In pratica, si premiava il rapporto seggi/popolazione residente e si puniva il rendimento politico dei partiti. Ora non è più così, ed è un’altra novità positiva. Questo problema è ancora presente in altre leggi elettorali, quali quella per le europee dove, ad esempio, Lega Nord e NCD hanno ottenuto seggi in circoscrizioni in cui non sono andati benissimo, solo per ragioni di rappresentanza territoriale.

CONTRO

  1. La soglia di sbarramento al 3%

La soglia di sbarramento al 3% nazionale è troppo debole per fare efficacemente da filtro ai partiti minori. È una scelta contraddittoria rispetto al premio di maggioranza al primo partito. Dunque, una clausola aggiuntiva al sistema elettorale lavora per la riduzione del quadro partitico e l’altra no. Stando alla media dei sondaggi attuali, avremmo 7 partiti in Parlamento, salvo formazioni unitarie – al momento altamente improbabili – a destra.

  1. Le candidature multiple

Dall’effetto flipper dipendeva l’aver mantenuto le pluricandidature (ogni candidato può presentarsi al massimo in 10 collegi). Cioè, non sapendo con certezza dove sarebbero stati eletti, i leader dei partiti minori avrebbero potuto candidarsi in 10 collegi diversi, per poi optare eventualmente per un solo collegio. Ora che il vincolo territoriale (e il conseguente effetto flipper) è saltato, le pluricandidature si sarebbero potute evitare. Non è un grande spettacolo vedere accapigliarsi i candidati arrivati secondi in diversi collegi in attesa che il loro capolista scelga per quale collegio optare e far eleggere così un altro candidato del proprio partito. Così come non è un grande spettacolo vedere qualcuno che si presenta in 10 “territori” diversi. Il famoso “legame col territorio” che pretendiamo in un’ottica “maggioritaria” viene decisamente indebolito.

  1. Preferenze e capilista bloccati

Resto poco convinto sulla scelta finale. Il mix tra 100 capilista bloccati (per partito) e il resto eletti con le preferenze è un chiaro segnale di indecisione che “puzza” da lontano. Come dire, “noi leader di partito preferiremmo le liste bloccate, ma siccome per anni abbiamo contestato i nominati del Porcellum, abbiamo dovuto aprire, in parte, alle preferenze”. Queste ultime, peraltro, sono state “incriminate” delle peggiori nefandezze negli ultimi mesi (voto di scambio, incentivo alla corruzione, ecc.) proprio per rafforzare la scelta delle liste bloccate. Se è così però mi chiedo: come mai le preferenze sono il male assoluto quando si vota per il Parlamento e poi le utilizziamo per le europee, le regionali, le comunali e le circoscrizionali? Forse dovremmo iniziare a occuparci seriamente della selezione della classe dirigente da parte dei partiti, anziché prendercela di volta in volta con le preferenze e le liste bloccate.

  1. La parità di genere tra i candidati

A proposito di selezione della classe dirigente, una notazione sulla “parità di genere”, spesso sbandierata come un grande successo dall’attuale maggioranza: il numero di candidati complessivo di ciascun partito sarà perfettamente pari tra uomini e donne. Se la parità di genere è un principio positivo e irrinunciabile, è sicuramente un ottimo risultato. Personalmente, tuttavia, gradirei una rappresentanza di valore, a prescindere dal sesso. Meglio un uomo in più in Parlamento perché merita, che una donna in più perché donna.

  1. Il metodo della riforma

Il “contro” più importante di tutti, a mio avviso, resta legato al metodo in cui si fanno le riforme elettorali in questo paese. Se guardiamo alle altre democrazie consolidate, ci rendiamo conto che i loro sistemi elettorali sono stabili da decenni, se non da secoli, in alcuni casi. In Italia, la legge elettorale è sempre “in bilico” e questa è la sesta riforma in 90 anni, una ogni 15 anni in media. Ciò denota chiaramente che “non sappiamo dove vogliamo andare”, non abbiamo un modello di democrazia in mente tale da riflettersi anche nelle regole della competizione elettorale. Siamo stati proporzionalisti convinti in anni in cui era necessario esserlo (ma si arrivò comunque alla “legge truffa” in quegli stessi anni), maggioritaristi convinti nella prima fase della seconda Repubblica (Mattarellum) e maggioritaristi a metà in quest’ultima fase (Porcellum e Italicum). Questo andamento ondivago dipende dal fatto che la politica non si pone il problema di lungo periodo di come configurare l’assetto democratico del paese, bensì quello di breve periodo di come vincere le elezioni successive (o di come sopravvivere alle elezioni successive, nel caso dei partiti minori). Questa logica non porta a nulla, se non a riforme continue. Aspettiamoci che si riapra il dibattito elettorale immediatamente. Se mai si è chiuso. Resto convinto che l’unica riforma duratura può derivare da un’Assemblea costituente che lavori su indicazioni di massima dei partiti. E sono convinto che da un’ipotetica Assemblea costituente, oggi, al posto dell’Italicum avremmo un doppio turno di collegio, come in Francia…

LDG 

Legge elettorale, come siamo messi

Come ho detto in passato in un altro post, siamo l’unica democrazia consolidata in cui la legge elettorale è al vertice dell’agenda politica da decenni. La ragione è semplice: in altri paesi la si sceglie, in un’ottica di sistema e di lungo periodo, per stabilire le regole del gioco; da noi la si sceglie, di volta in volta, per capire se e quanto potrà aiutare (o danneggiare) un partito o una coalizione in termini di seggi. Come potete ben comprendere, i due punti di vista sono molto diversi tra loro. La conseguenza è che altrove c’è una continuità delle leggi elettorali in vigore, mentre da noi c’è una continuità delle riforme elettorali…

Passiamo ora al dibattito corrente, cercando di capire quali siano oggi le opzioni in campo. Allo stato, sembrano essere quattro:

1. La legge derivata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, ossia il Porcellum privato del premio di maggioranza e delle liste bloccate. Ciò significa che, in assenza di un intervento legislativo, si andrebbe a votare con un sistema proporzionale senza premi, che manterrebbe le soglie di sbarramento e introdurrebbe la preferenza unica.

2. Il ritorno del Mattarellum. Grillo e, per certi versi anche Renzi e Forza Italia, insistono per un ritorno al Mattarellum, ossia la legge elettorale utilizzata per le elezioni politiche del 1994, del 1996 e del 2001. Un sistema elettorale misto, che prevede l’assegnazione del 75% dei seggi mediante un sistema maggioritario a turno unico, in collegi uninominali e il restante 25% mediante un sistema proporzionale con liste bloccate.

3. Un Mattarellum modificato, attraverso la trasformazione del 25% di seggi attribuiti col proporzionale in un premio di maggioranza che assegnerebbe il 20% dei seggi alla coalizione (o al partito) più forte e il 5% alla coalizione (o al partito) che arriva seconda.

4. Il Doppio turno di coalizione – noto anche come bozza Violante-D’Alimonte – vale a dire un sistema che assegnerebbe un premio del 55% dei seggi alla coalizione (o al partito) che arriva prima, raggiungendo però almeno il 40% dei voti. Qualora nessuno raggiungesse tale percentuale al primo turno, ci sarebbe un secondo turno tra le prime due coalizioni (o partiti) per superare quella soglia. Prevede inoltre l’introduzione della doppia preferenza di genere al posto delle liste bloccate. Sarebbe in altri termini una correzione del Porcellum in grado di superare le recenti obiezioni della Consulta.

Fin qui, una minima descrizione delle opzioni in campo. Ma cosa succederebbe se si votasse oggi con una di quelle ipotesi in vigore?

L’ipotesi 1, ossia il proporzionale puro con soglie di sbarramento, garantirebbe l’assoluta certezza di ingovernabilità, dato che non avremmo alcuna maggioranza né alla Camera, né al Senato. Quella che vedete è una simulazione della composizione della Camera dei Deputati, sulla base dei risultati dello scorso febbraio:

Schermata 2013-12-19 alle 10.42.01

 

E di questi tempi sinceramente vedo molto male la riproposizione di un nuovo governo di larghe intese…Praticamente impossibile, anche perchè i numeri sarebbero molto diversi da quelli attuali. In pratica, 2 dei 3 grandi partiti (PD, Forza Italia e M5S) dovrebbero fare un governo insieme. Molto complicato…

Con l’ipotesi 2, ossia il Mattarellum nella versione “pura”, quella già utilizzata in passato, potremmo avere – ma non è detto – una maggioranza alla Camera, mentre sicuramente non avremmo alcuna maggioranza al Senato. Per questa ragione, trovo quantomeno curioso che tanto Renzi, quanto Grillo e diversi esponenti di Forza Italia si stiano “lanciando” per tornare al Mattarellum, sapendo che sarebbero poi costretti a inventarsi un governo molto, ma molto, più “inciucista” del governo Letta.

L’ipotesi 3, vale a dire il Mattarellum “dopato” garantirebbe senz’altro una maggioranza alla Camera e una possibile – ma non certa – maggioranza al Senato.

Idem per l’ipotesi 4, vale a dire il doppio turno di coalizione.

La ragione per cui anche le ipotesi 3 e 4 non ci possono dare garanzie certe sul Senato è sempre la stessa e vi rimando a questo mio post di gennaio per approfondirla.

Tirando le fila: se si va a votare con l’ipotesi 1 o 2, siamo fregati. E’ del tutto inutile, anzi controproducente. Perderemmo tempo, bruceremmo 400 milioni di euro per votare, non avremmo alcuna maggioranza dopo le elezioni, dovremmo eleggere anche un nuovo Presidente della Repubblica e rischieremmo di arrivare al semestre di Presidenza UE senza governo, oltre che senza alcun dossier preparato adeguatamente. Sarebbe un’ecatombe.

Se si va a votare con le ipotesi 3 e 4, mettendo mano alla Costituzione (abolendo il Senato, oppure privandolo della funzione di attribuire la fiducia al governo, o anche semplicemente eliminando la formula “è eletto su base regionale” dalla Carta Costituzionale), allora avremo maggioranze certe.

Ma questo significa dover fare una riforma elettorale e una costituzionale. Avranno la pazienza di attendere Berlusconi, Grillo e Renzi? O preferiranno spingere per votare – inutilmente – di corsa?

LDG

Un ebook al giorno: La matematica della democrazia

Stampa

L’argomento dell’ebook di oggi è da addetti ai lavori e mi rendo conto anche un po’ pesante per chi non è appassionato alla materia: qual è il metodo migliore per scegliere un candidato (o un’opzione)? La maggior parte degli individui ritiene che una formula vale l’altra e che tutto sommato vince sempre “chi arriva primo”. Forse è una fortuna che la si pensi così… Perchè in realtà Szpiro, l’autore del testo, dimostra, rendendo semplice una materia molto ostica e facendo un excursus che va da Platone ai giorni nostri, che tutti i meccanismi di voto sono manipolabili e presentano dei paradossi. Non a caso il premio Nobel K. Arrow parlò di “teorema dell’impossibilità democratica”. In pratica ci sono solo due metodi decisionali matematicamente ineccepibili per decidere in democrazia: 1. l’unanimità; 2. la maggioranza semplice in presenza di due sole opzioni. Ma quanto sono probabili questi due scenari nella realtà…?

Buona lettura:

Bollati Boringhieri Editore.

Volatile e tripolare: il nuovo sistema partitico italiano « CISE :: Centro Italiano Studi Elettorali

I miei amici (e colleghi) del CISE (Centro Italiano di Studi Elettorali) sono già in fase avanzata di analisi del voto del 24-25 febbraio.

Il testo è in parte per addetti ai lavori, ma ciò che emerge è chiaro per tutti:

1. Il nostro sistema partitico è “tripolare” (Fig. 1).

2. Il tanto vituperato Procellum, accusato di non garantire la governabilità, ha in realtà distorto enormemente i risultati in favore della coalizione vincente. D’altronde avere il 55% di seggi alla Camera con il 29% dei voti parla chiaro. Ma anche al Senato Italia Bene Comune ha il 40% di seggi a fronte di un 30% di voti cumulati a livello nazionale… (Fig. 5)

3. L’Italia non è più il paese del “voto fedele”. Ma questa transizione è stata fatta “all’italiana”, ossia col botto. Ben 4 elettori su 10 hanno cambiato partito, un’enormità…(Fig. 6)

Per leggere l’analisi, vai su:

Volatile e tripolare: il nuovo sistema partitico italiano « CISE :: Centro Italiano Studi Elettorali.

Cicchitto e le liste bloccate. Ma un po’ di autocritica mai?

In un’intervista di qualche giorno fa sul Mattino, Fabrizio Cicchitto ha difeso le liste bloccate sostenendo che senza queste ultime  “una serie di parlamentari di alto livello non sarebbero entrati o non entrerebbero più in Parlamento”. Una frase che forse non ha creato lo scalpore che merita, ma che va analizzata in profondità. Il primo impatto per il lettore/elettore medio è: ma se sono parlamentari di alto livello perché hanno bisogno delle liste bloccate? Non sono in grado di prendere i voti da soli, sfruttando le loro capacità? La domanda è legittima, la risposta però non è così scontata. Se infatti non c’è dubbio sul fatto che le liste bloccate abbiano portato in Parlamento e nelle assemblee regionali diversi rappresentanti non proprio “qualificati” (il caso più noto e popolare è quello di Nicole Minetti, ma è decisamente in buona compagnia), è altrettanto vero che quello stesso strumento ha avuto anche utilizzi più meritevoli e meritocratici da parte di alcuni partiti. E a tale proposito, mi chiedo: Gaetano Quagliariello, Stefano Ceccanti, Salvatore Vassallo – tre miei colleghi che personalmente stimo e reputo tra i migliori parlamentari attualmente in carica – sarebbero entrati comunque in Parlamento senza la lista bloccata? Probabilmente no. Sono tutti e tre studiosi della politica, esperti e competenti, ma non hanno fatto la “gavetta” e non hanno un consenso – né una popolarità – tale da prendere “vagonate” di voti in una sfida a colpi di preferenze o in un collegio uninominale. E questo è un  loro limite o è un problema sistemico? Qui sta la questione chiave. Poniamoci queste domande: è così automatico che gli elettori diano i propri voti ai “migliori”? E soprattutto sarebbero in grado di stabilire chi sono i migliori? E ancora, in base a quali parametri gli elettori stabilirebbero chi sia il migliore? Competenza? rigore morale? biografia? curriculum? utilità personale? Di fatto, forse involontariamente, Cicchitto ha riaperto la questione elitista. Ha detto, implicitamente, che esistono comportamenti di voto “clientelari” in cui si premia il candidato in base a quello che può promettere ai singoli elettori bramosi di scambiare voti con favori, così come esistono comportamenti di voto “populistici/carismatici” in cui conta la popolarità e la visibilità del candidato, così come ancora esistono comportamenti di voto “tradizionali” per cui si è sempre votato per un candidato e non si cambia la via vecchia per la nuova…Poi certo esistono anche gli elettori preparati, che studiano, si informano e danno il proprio voto al candidato che reputano più competente e più utile all’interesse generale. Ma quanti sono coloro che affrontano una campagna elettorale con un tale spirito e una tale forza di volontà? Dunque, la questione tirata in ballo da Cicchitto non è di lana caprina. E non è un caso che, in effetti, in tutte le democrazie occidentali che utilizzano sistemi proporzionali le liste siano bloccate. Oggi però, in Italia, parlare di liste bloccate sa inevitabilmente di “casta”, di rappresentanza rovesciata con persone nominate che rispondono solo al leader anziché agli elettori. E sa anche di “veline” scelte per rappresentare gli italiani solo per le loro qualità estetiche…Al contrario, si è tornato a parlare di preferenze, una variante che 20 anni fa è stata liquidata come fosse il demonio. Insomma, caro Fabrizio, hai colto un punto vero e importante, ma serviva anche un po’ di autocritica. Se le liste bloccate fossero state usate diversamente dai partiti, puntando sui Quagliariello anziché sulle Minetti (per restare in ambito PDL) , non credo che oggi si urlerebbe allo scandalo nel riproporle. E forse ci saremmo tenuti anche il Porcellum… Ora invece attendiamo una riforma elettorale ibrida, a mio avviso peggiorativa, che probabilmente non darà un governo stabile al paese se non nella formula della grande coalizione. Mi auguro solo che nelle prossime liste bloccate questa volta ci finiscano le persone giuste e che i curricula sul tavolo di Silvio non siano book fotografici…In caso contrario, la fiducia nei partiti e nel Parlamento rischierà davvero di raggiungere livelli da numeri negativi.

LDG

Con il premio al primo partito obbligati ad alleanze post-voto – Il Sole 24 ORE

Segnalo questo articolo di Roberto D’Alimonte, al solito molto chiaro e lucido nell’analisi. Aggiungo che la sua analisi è molto allineata al mio articolo di ieri (https://digregorioblog.com/2012/08/25/riforma-elettorale-un-netto-passo-indietro/).

Leggi su:

Con il premio al primo partito obbligati ad alleanze post-voto – Il Sole 24 ORE.