Il Paradosso di Cacciari. Soluzione?

Schermata 2014-09-30 alle 19.36.27Ieri, simultaneamente alla “drammatica” Direzione del PD, andava in onda una grottesca (e gustosa) puntata di “Otto e mezzo”. Grottesca perché caratterizzata da una totale incomunicabilità tra i due ospiti principali, Massimo Cacciari e Pina Picierno. In parole povere, permettetemi la metafora presa in prestito dal linguaggio della briscola o del tresette: a domanda di Cacciari “a coppe”, Picierno ha risposto “a bastoni” per tutta la trasmissione. Con punte alquanto esilaranti di cabarettismo involontario qua e là. Il problema, a mio avviso, è che l’incomunicabilità non era affatto colmabile, nel senso che, scusate se brutalizzo, temo che Picierno non abbia letteralmente capito le domande/provocazioni di Massimo Cacciari. O meglio, non aveva le categorie per “sintonizzarsi” (il che forse è più grave).  

In sintesi, Cacciari ha posto tale quesito/dilemma: “Cosa ha in testa Renzi, considerato che sta sbandierando a mo’ di simbolo l’abolizione dell’art. 18, emblema della politica del lavoro “berlusconiana”, e che tale scelta sta causando una rottura profondissima col mondo sindacale?” Come fa a definirsi un leader socialdemocratico (vantandosi di aver portato il PD all’interno del PSE) se poi sbandiera politiche simboliche storicamente ascrivibili al centrodestra italiano?” Insomma, “cosa si cela dietro questo paradosso?”. Pina Picierno, come detto, non ha neanche provato a rispondere, negando tutto e dicendo che “il PD si preoccupa solo dei lavoratori italiani” (come se gli altri partiti e tutti i sindacati puntassero a raggiungere il 100% di disoccupazione…) per la felicità di Cacciari che, tra un “porca puttana” e l’altro, ha dovuto dire “mi tocca dare ragione a D’Alema, per una volta nella vita”.

Ma, insomma, al di là delle non-risposte di ieri, il paradosso di Cacciari è fin troppo evidente e la sua domanda merita un serio approfondimento. Anche perché, come ho già scritto altre volte, l’art. 18 è solo l’ultimo dei simboli “di destra” (leggasi: percepito come di destra) cavalcati da Renzi. Il suo “rapporto” burrascoso col pubblico impiego (storico bacino elettorale della sinistra e “nemico” acerrimo di Brunetta), con la RAI (nemica giurata di Berlusconi per anni, e dunque anch’essa enclave della sinistra nell’immaginario collettivo) con i sindacati (già prima dell’art. 18, ritenuti tra i padri fondatori della “palude” e della conservazione), con la “Costituzione più bella del mondo” (!) non sono proprio tipici di un leader socialdemocratico italiano (o europeo). Eppure, individuando in queste categorie e in questi simboli i “nemici del popolo” che hanno bloccato la modernizzazione del paese, Renzi ha già stravinto un’elezione, raggiungendo il fatidico 40,8%. Allora, Cacciari si chiede: “Fin dove vuole spingersi?” “Vuole arrivare a svuotare la sinistra e a prendersi tutti i voti del centrodestra? Ma è sicuro che quest’operazione sia fattibile e a saldo positivo?”.

Io provo a rispondere così, in base alla situazione attuale, che è cangiante più che mai, sia chiaro. Renzi è un leader postmoderno, ossia prima di tutto postideologico, che va oltre ogni appartenenza. Ieri nel suo intervento in Direzione ha rivendicato nel giro di 2 minuti l’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo e di essere un cattolico-liberale. Non gliene frega niente delle collocazioni e delle autocollocazioni di partiti ed elettori, semplicemente perché ha capito che non frega nulla di tutto ciò agli italiani in primis. Ha capito che, per i suoi concittadini, destra e sinistra pari sono: valgono zero per quanto hanno dimostrato in questi anni. Dunque, egli si limita a fiutare i “nemici del popolo” da abbattere e a costruire una narrazione positiva, dinamica e vincente per abbatterli, alimentando al contempo il “sogno” e la speranza del paese.

Non credo affatto si stia ponendo il problema che si pone Cacciari (se non sullo sfondo del suo disegno), anche perché a mio avviso in questo momento quel paradosso è un problema più per il centrodestra che per Renzi. Io ho lavorato per anni ai programmi e ai documenti di partito di AN, poi PDL, fino a NCD e Fratelli d’Italia. Ebbene, come ho detto direttamente ad alcuni esponenti di rilievo del centrodestra attuale, io oggi non saprei cosa suggerire per un programma di centrodestra: tutti i cavalli di battaglia “storici” (ad eccezione di immigrati/sicurezza e in parte UE/euro) sono stati occupati da Renzi e su quella base programmatica il PD ha raggiunto un risultato trionfale. Di fatto, è la rivoluzione liberale promessa e mai mantenuta da Berlusconi, condita da simboli anticasta qua e là e portata avanti da una generazione politica tutta nuova. Un cocktail vincente, indubbiamente.

Se questo tirare troppo la corda porterà a una scissione nel PD, alla quale potrebbe non corrispondere un pari travaso di voti dal centrodestra è difficile dirlo ad oggi. Certo è che Renzi sta “marchiando” tutte le battaglie popolari, ossia tutto ciò di cui si discute da anni senza realizzarlo, in maniera tale che tali battaglie non siano più percepite come di destra o di sinistra. Tutt’al più come battaglie di Renzi e di Berlusconi, con la differenza che il secondo dei due le ha già perse tutte…

Ergo, lui ha ben poco da perdere, può solo migliorare lo score del predecessore.

LDG

#Italicum e il bidone della spazzatura

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Scusate il titolo un po’ “terra terra” (per quanto riecheggi “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” 🙂 ) , in realtà le mie intenzioni sono un po’ più nobili di quel che sembra.

Il bidone della spazzatura, oltre ad essere l’oggetto che tutti conosciamo, è anche una metafora nella letteratura politologica. Per meglio dire è una delle metafore utilizzate per descrivere uno dei modelli decisionali più fortunati nella teoria delle organizzazioni, il garbage can model per l’appunto. Come vedete, sto volando un po’ più in alto di Malagrotta e dintorni…

Cosa dice questo modello? Dice (brutalizzando, i miei colleghi capiranno…) che nelle organizzazioni complesse le decisioni, anziché essere prese applicando criteri razionali, logici e lineari (come di solito pensiamo e ci aspettiamo che avvenga), sono assunte in maniera più o meno casuale. E ciò avviene perché attori, problemi e soluzioni sono estratti (o buttati dentro al processo decisionale) a caso, come fossimo di fronte a un bidone della spazzatura (quello dell’indifferenziata aggiungerei).

Tutto ciò genera un percorso più o meno imprevedibile che, se giunge a una decisione finale, spesso vi riesce solo per il fattore tempo. Ossia, a un certo punto una decisione va presa e vince quella sul tavolo nel momento X. 

Questo modello, apparentemente “disfattista” riguardo alle potenzialità razionali umane, rappresenta a mio avviso il miglior modello in assoluto in termini descrittivi (lo dico per esperienza, di organizzazioni complesse, specie “politico-istituzionali” ne ho frequentate). Tradotto: se vogliamo sapere come dovremmo prendere decisioni (modello prescrittivo) non dobbiamo affidarci al garbage can model. Ma se vogliamo sapere come vengono prese realmente le decisioni (modello descrittivo), quella teoria funziona, eccome.

Prendiamo il caso dell’Italicum. C’è un problema: la Corte Costituzionale di fatto obbliga le forze politiche a rimettere mano alla legge elettorale, pena la paralisi perenne. Da quel problema ne derivano altri: quale legge elettorale dovremmo scegliere? In base a quali criteri? Governabilità o rappresentatività? Chi ha il compito (istituzionale) di mettervi mano cerca alleanze per modificarla e si siedono al tavolo diversi partecipanti, di maggioranza e di opposizione. Anche alcuni tecnici (D’Alimonte ad esempio, ma non solo). Ma che ruolo hanno queste persone? Sono tutti sempre presenti agli incontri e sempre così decisivi? A giudicare da ciò che trapela dalle interviste direi di no. Il processo dunque è aperto, più o meno casuale, con partecipanti variabili e molti dei quali “di parte”.

E allora abbiamo una prima tappa che oscilla tra il modello spagnolo e quello tedesco. Poi sembra prevalere lo spagnolo. Poi si passa ad un Porcellum con alcune limature dettate dalla Corte Costituzionale. Poi si stabiliscono tre soglie 37%, 8% e 4,5% che oggi sembrano andare verso due soglie 40% e (forse) 4%. Poi si scelgono le liste bloccate, che oggi sembrano andare verso le preferenze, salvo i capolista. Eccetera, eccetera…

Perché si passa dal 37% al 40%? Perché prima i sondaggi davano PD e centrodestra vicini a quella soglia. Poi però ci sono state le europee….e il PD al 40,8% ha fatto “alzare” la soglia. Perché c’è chi vuole mettere mano alle soglie di sbarramento? Perché  prima i sondaggi davano NCD oltre il 5%, poi ci sono state le europee… Perché si vogliono miscelare liste bloccate e preferenze? Perché Silvio vuole le liste bloccate per controllare le candidature (e premiare la fedeltà di chi ha creduto che Ruby fosse la nipote di Mubarak), ma il “resto del mondo” vuole le preferenze…

Risultato: in pochi mesi l’ipotesi di legge elettorale è cambiata decine di volte, perché sono cambiati (ovviamente) i problemi, gli attori e le soluzioni. Pare sia intenzione della maggioranza arrivare all’approvazione entro fine anno. Bene, a fine anno sapremo quale sarà la nuova legge elettorale, in base agli ultimi sondaggi, a come si riorganizzerà il centrodestra, a come reagirà l’opinione pubblica, a quali barricate farà l’opposizione, a quali spifferi arriveranno dalla Consulta, a quanto (e come) interverrà il Quirinale, ecc. ecc. Solo il fattore tempo ci darà una legge elettorale, l’ultima sopravvissuta sul tavolo dei riformatori. Che sia la migliore non è detto affatto... Sarà il risultato (casuale) di un processo decisionale complesso, con attori variabili e di parte. 

Si decidono così le regole del gioco? No, perché quegli infiniti fattori saranno sempre lì a premere affinché cambino in continuazione. Ma non è un caso se il resto del mondo cambia la legge elettorale una volta ogni 100 anni e noi invece non prendiamo pace da 20 anni a questa parte…Andava “sfilata” dai partiti e messa in mano a un’Assemblea Costituente, o giù di lì. Ma non sarebbe mai stata legittimata a tal punto da cambiare le regole del gioco prescindendo dalle esigenze estemporanee dei partiti. Avrebbe fatto la fine di Cottarelli, per capirci: senza poteri, a urlare al vento…

W il bidone della spazzatura, dunque. W l’indifferenziata.

A proposito…forse non è un caso neanche che siamo tra i paesi più arretrati in fatto di gestione e trattamento dei rifiuti. Ma non voglio “reificare” la metafora, fermiamoci al bidone più nobile…

LDG

La mia pagella elettorale

Ecco la mia personale pagella sulle elezioni politiche (e dintorni) stilata a caldo dopo la maratona elettorale di ieri notte:

Grillo – 10. E’ il vero vincitore di queste elezioni. Sottostimato dai sondaggi, considerato come il capo di una specie di “setta” di invasati dalla maggior parte degli opinionisti su tutti i media, si è armato di camper e “forcone” e ha battuto 77 piazze italiane, facendo incetta di pubblico e di voti e finendo serenamente e sistematicamente in TV senza contraddittorio, né domande scomode. Tattica perfetta. C’era chi diceva che le persone in piazza andassero a vedere uno spettacolo gratis. Quelle persone l’hanno ripagato alle urne. Ora ne vedremo delle belle. A naso, il Movimento 5 Stelle continuerà a crescere, anche perchè non ha l’onere di governare, mentre “si divertirà” a fare le pulci ai parlamentari e a tutte le bizzarrie della “casta”. Si preannunciano tempi duri per la buvette, per le auto blu, per i barbieri, per gli stipendi degli stenografi delle Camere…

Berlusconi – 9. Il Pdl ha perso oltre 6 milioni di voti rispetto al 2008 e quasi 2 milioni rispetto alla sola Forza Italia nel 2006. Teoricamente un’ecatombe, in pratica un successo. Berlusconi ha ripreso per i capelli un partito finito e sfinito, si è rimesso a guerreggiare a tutte le ore e in tutte le trasmissioni televisive, ha dato tutto e ha recuperato il recuperabile. Non è un gran risultato guardando i numeri assoluti. Ma ragionando in relativo, pensando ai numeri di qualche mese fa e soprattutto alla performance di Bersani…

Viminale – 8. Finalmente un sito all’altezza delle aspettative. Rapido negli aggiornamenti – il che implica una migliore organizzazione dell’intera macchina – facile e intuitivo in termini di usabilità. Si può lavorare ancora su qualche dettaglio, ma merita un 8 pieno.

Twitter – 7. Doveva essere la prima campagna elettorale “social”. In realtà la TV ha contato ancora parecchio di più. Ma Twitter, anche ieri nelle dirette elettorali, è stato un mezzo utilissimo per seguire tutti i “fronti aperti”, per analizzare a caldo, per correggere gli strafalcioni che si sentivano in TV o che si leggevano su alcune testate on line. E’ il vero watch dog della politica e dei media, il Grande Fratello implacabile che osserva, valuta e bacchetta tutto e tutti…

Porcellum – 6. E’ un voto un po’ provocatorio lo so. Ma non amo la logica del capro espiatorio neanche quando ha a che fare con un sistema elettorale. Se Bersani ha la maggioranza assoluta alla Camera e  la maggioranza relativa al Senato lo deve al Porcellum. Con un sistema proporzionale puro e con quei numeri (sotto al 30% alla Camera) avrebbe preso decine e decine di seggi in meno. Certo, il Senato continua a essere un terno al lotto, ma non è colpa solo della legge elettorale come ho detto diverse volte: c’è di mezzo una norma costituzionale che andrebbe rivista. La vera sciagura del Porcellum resta quella delle liste bloccate. Ecco, ritrovarmi Razzi e Scilipoti in Parlamento non mi fa proprio piacere…In ogni caso dovrebbe avere vita breve, se mai si farà un governo…

Monti – 5. Quando è “salito” in politica sembrava dovesse spaccare il mondo. In realtà è riuscito a stento a limitare i danni (superare la soglia del 10% alla Camera). Tuttavia, dopo Grillo, è stato il più grande innovatore di queste elezioni: ha distrutto Fini e Fli e ha quasi annichilito L’Udc di Casini. Parte dal 10%, ma è un 10% praticamente tutto suo…

Sondaggisti -4. Li conosco di persona quasi tutti, non posso infierire 🙂 Scherzi a parte, questa era un’elezione diversa dalle precedenti, con fenomeni e protagonisti inediti, qualche attenuante c’è. Resta il fatto che sondaggi e istant poll hanno dato letteralmente i numeri. La cosa più sorprendente è che c’è una dinamica che si ripete ormai costantemente dal 2006: il centrodestra è sempre sottostimato e il centrosinistra sovrastimato. Non a caso il sottoscritto già 3 settimane fa ipotizzava un pareggio. Se 3 indizi fanno una prova…che lo si tenga presente per le prossime elezioni.

Opinionisti/giornalisti/inviati dal Viminale – 3. Ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori in questi due giorni. Abbiamo letto di un calo dell’affluenza terrificante, quando nel resto dell’Occidente è grasso che cola se si arriva al 60/65% di votanti per le elezioni del Parlamento. Abbiamo sentito commenti increduli per i “dati in controtendenza” sull’affluenza delle elezioni regionali, senza il minimo dubbio circa il fatto che nelle elezioni precedenti non c’era l’election day con le politiche. Abbiamo sentito, a dati quasi definitivi, che Fratelli d’Italia non avrebbe preso seggi (ne ha presi 9) e chi più ne ha più ne metta…Come elettori/spettatori/opinionisti del web meritiamo indubbiamente di meglio!

Bersani – 2. Lo smacchiatore di giaguari ha perso di 10 punti anche a Bettola, a casa sua. Il voto ovviamente va condiviso con tutta la classe dirigente del PD che, con una miopia che non teme paragoni, ha deciso di non comprendere le richieste di rinnovamento provenienti dal paese e di voler “ammazzare nella culla” Matteo Renzi per schierare di nuovo la “gioiosa macchina da guerra” che, come sempre, ha fatto un tonfo pazzesco. La sera della vittoria delle primarie, i primi a festeggiare ai microfoni delle varie TV furono D’Alema e Rosy Bindi, tanto per gradire. Ieri hanno mandato il “povero” Enrico Letta a fare freeclimbing sugli specchi per dire di nuovo che il PD non aveva perso, aveva “non vinto”…Sono dei kamikaze tafazziani senza rivali!

Grillini – 1. Mi piaceva chiudere la classifica così come l’ho aperta. Forse è eccessivo dare 1 ai grillini, ops pardon, agli “attivisti del Movimento 5 Stelle”. Tuttavia continuo a pensare che quel movimento abbia un potenziale enorme, perchè enorme è la voglia di cambiamento radicale degli italiani; ha anche una diarchia efficacissima al suo vertice (Grillo/Casaleggio). Ma non ha classe dirigente, non ha struttura, non ha persone formate per fare politica. In questi giorni ho sentito diverse interviste – ormai l’embargo era impossibile da operare, coi giornalisti presenti in ogni sede del movimento – e il livello medio è imbarazzante. Alla domanda: chi proponete come Presidente della Repubblica la risposta che ho sentito è stata: faremo riunioni come sempre, valuteremo insieme a tutto il movimento (comincia a essere grandicello…). Alla domanda: darete la fiducia ad un eventuale governo e come dovrebbe essere composto, la risposta è stata: voteremo di volta in volta le proposte, se coerenti con il nostro programma (come dire, domanda “a coppe”, risposta “a bastone”). Sabato a La Zanzara ho sentito un prossimo parlamentare “grillino” dire che si sarebbe messo a studiare il diritto, l’economia…Non so, alternano frasi naif a risposte standard ripetute a mo’ di automi, come quando il navigatore vuole farti fare per forza inversione a U…Mi fanno un po’ paura, lo confesso. Ho come l’impressione che siano stati catapultati da uno stargate in un’altra dimensione, da un momento all’altro. Mi si obietterà: meglio Razzi e Scilipoti? Ovviamente no. Però una sana via di mezzo…

LDG

E se fosse già pareggio?

Quasi tutti i sondaggi danno ormai la coalizione di centrodestra a circa 5 punti da quella di centrosinistra. Fanno eccezione Euromedia ed Ipsos, su fronti opposti, ma mediamente la distanza sembra essere quella. E ovviamente tali dati non prendono ancora in considerazione la “proposta shock” di ieri, ossia la restituzione dell’IMU sulla prima casa promessa da Berlusconi alla Fiera di Milano, davanti a standing ovation e bandiere in festa. Ho letto e sentito reazioni sdegnate e tendenti a ridicolizzare tale proposta sol perchè proveniente da Berlusconi. È un grave errore di logica e di comunicazione. Di logica, perché è una fallacia ad personam cioè l’errore di giudicare un’affermazione sulla base di chi la pronuncia. Di comunicazione, perché attaccare Berlusconi e non provare a smentire dati alla mano la sua promessa è una tattica che ha già dimostrato da anni che non fa altro che rafforzarlo. Ieri, non ho dubbi, Berlusconi ha recuperato ancora terreno e continuerà a farlo fino a che non si faranno controproposte credibili e con altrettanta visibilità mediatica, o fino a che non si smonteranno coi numeri le sue proposte. Ma non su Twitter, o su lavoce.info, dove ci sono community di addetti ai lavori. La reazione, se c’è, deve essere proporzionata all’azione, altrimenti è inesistente.
Ciò premesso, voglio sottolineare un altro aspetto che potrebbe rivelarsi decisivo da qui al 25 febbraio. Nel 2006, gli ultimi sondaggi pubblicati (il 10 aprile) davano il centrosinistra avanti di 5 punti. Ricordiamo bene come è finita: pareggio alla Camera e centrodestra avanti di oltre 100 mila voti al Senato. Nel 2008, il vantaggio medio del centrodestra agli ultimi sondaggi era di 6 punti e gli exit poll davano PD primo partito… Il risultato fu un +9% del centrodestra e un PD nettamente dietro al PDL. Avete capito dove voglio arrivare…se questo -5% fosse già un pareggio? Con la vicenda Monte dei Paschi ancora in ballo e una campagna dettata come sempre da Berlusconi che costringe gli altri ad inseguirlo, compreso Monti che un mese fa riteneva l’IMU sulla prima casa intoccabile e ora ha cambiato idea. Su queste premesse può davvero succedere di tutto nelle prossime settimane. Anche perché il PD, tra il silenzio imbarazzante e le minacce “sbrananti” su MPS e la volontà di tenere un profilo basso e sobrio anche in termini di esposizione mediatica, sta perdendo colpi quotidianamente. C’è una verità molto semplice che, a mio avviso, nel partito democratico non hanno ancora capito nonostante 20 anni di “lezioni” da parte di Berlusconi: sobrietà, competenza, responsabilità sono doti richieste a chi governa, ma non ci si vincono le campagne elettorali. Le campagne si vincono facendo sognare, ridando speranza, dettando l’agenda politica, occupando tutti i media, in primis le TV. Se volete, le campagne si vincono con il marketing e con la pubblicità, eventualmente anche mentendo e sparandole grosse. Poi, a contesa finita, si pensa a governare e quella è un’altra storia, con altre esigenze e altre doti da mostrare. Ma in questa fase, la fase del “campaigning”, conta la capacità di motivare, di arrivare alle viscere, di provocare emozioni. E in questo, non c’è niente da fare, Berlusconi è ancora anni luce avanti a tutti.

LDG

Videosondocrazia

Ieri, guardando i telegiornali della sera, ho riflettuto una volta di più sullo stato della nostra società. E per nostra non intendo solo italiana, sia chiaro, anche se forse noi ci mettiamo sempre quel quid in più che ci rende un tantino sui generis nel panorama internazionale. Ho visto servizi su Fabrizio Corona circondato da cameramen, fotografi e inviati, che è riuscito a spettacolarizzare anche il suo “consegnarsi alla giustizia” – senza versare una lacrima, per carità, il macho deve restare tale anche nei momenti di “apparente” difficoltà. E ho visto un servizio sul TG di La7 che, correttamente, simulando i risultati delle elezioni politiche, dava come privi di alcun seggio sia il Partito Radicale sia Fermare il Declino, capeggiato da Oscar Giannino. Il combinato disposto di questi servizi mi ha fatto riflettere a fondo, ultimamente lo faccio sempre più spesso, sullo “stato della nazione”. E sono sempre più convito che la comunicazione sia la patologia della politica, e più in generale della cultura nostrana. Detto da un direttore di un Dipartimento di comunicazione, direte voi, è paradossale… Invece direi che, detto da un addetto ai lavori, rafforza la tesi. La comunicazione, intesa soprattutto come marketing e pubblicità in senso lato, sta ammazzando la logica, il razionalismo critico, la capacità di analisi. Tutto è dettato dai tempi, dalle dinamiche e dalle logiche della comunicazione. Che oggi significa “tempo reale”, “eterno presente”, fotografie istantanee, tweet e oblio immediato. Il futuro non conta e soprattutto non conta che sia sostenibile e argomentabile. Il passato serve solo per etichettare gli avversari e per tirar fuori slogan e polemiche strumentali. Se qualche politico va in tv e non risponde con una frase a effetto a una domanda che magari meriterebbe mesi di studio e di ricerche, passa come bollito o incompetente. Meglio spararla grossa ma dimostrare di avere un’idea più o meno precisa… E allora ecco che i partiti meno esposti, con meno fondi per rendersi “visibili” e per “promuoversi”, con un atteggiamento orgogliosamente “fuori dal coro” resteranno fuori anche dalle arene decisionali. Le rare volte che Giannino è ospite di una trasmissione di approfondimento, sul web è un tripudio di commenti positivi. Poi però i sondaggi lo danno sempre tra l’1 e il 2%. Dei radicali neanche a parlarne, sono praticamente oscurati da tempo. Eppure fanno battaglie serie, non tutte condivisibili per quanto mi riguarda, ma hanno delle idee, delle tesi forti, delle campagne importanti, che resteranno fuori da ogni agenda, come sempre. Perchè se non appari, non esisti. Tanto meno se lo fai senza seguire i manuali di marketing e magari puntando sul buon senso o sulla ragionevolezza delle tue tesi. La ragione è sempre meno decisiva. Contano le emozioni, la pancia, le immagini, gli slogan, i sogni… E se poi domani dovessero diventare incubi, non sarà mai colpa nè dei sognatori, nè di chi ci detta l’agenda onirica. Perchè il passato è passato e ciò che è successo ieri è già stato cancellato definitivamente. Questa è la ragione per cui a dettare l’agenda politica ormai sono i sondaggi di opinione, sempre più frequenti peraltro perchè le persone potrebbero cambiare idea ogni giorno sulla base di questi assunti. Le liste si puliscono in base ai sondaggi, le proposte si fanno (e si sparano) in base ai sondaggi, le alleanze si fanno in base ai sondaggi, tutto ciò che si afferma sui media è tarato su ciò che il pubblico (non i cittadini, il pubblico) vuole sentirsi dire. Non vedo più differenza tra le analisi di mercato di un’azienda che lancia un prodotto e un partito politico che si mette sul mercato elettorale. Qualcuno l’aveva previsto, anche parecchio tempo fa: Weber, Simmel e tanti altri sociologi spaventati dalla “filosofia del denaro” e dalla massificazione della società. Credo tuttavia che siamo andati ben oltre le loro infauste previsioni. Da addetto ai lavori sulla comunicazione dovrei esserne felice. Ma prima di occuparmi di questo, ero un analista politico. Io, per fortuna, il mio passato non lo dimentico. E da analista politico sono letteralmente affranto…

LDG

11 anni fa scrivevo queste cose…

Tra il 2001 e il 2002, in pieno dottorato di ricerca, lavorai per diversi mesi al progetto “Hyperpolitics”, promosso da Mauro Calise (Università Federico II di Napoli) e Theodore Lowi (Cornell University) che è poi divenuto un dizionario interattivo sul web, oltre che un volume pubblicato dalla Chicago University Press.

Nella mia permanenza a Ithaca, N.Y. alla Cornell University sviluppai una matrice del concetto di “elezioni” basata sulle teorie del comportamento elettorale: alle “classiche” categorie del voto di appartenenza (o ideologico), del voto di opinione e del voto di scambio, aggiunsi la categoria del voto populistico/carismatico basato sui sondaggi come strumento di comunicazione e di propaganda.

Vi dice niente? 🙂

The Matrix of Election – Hyperpolitics, an interactive Dictionary of Political Science.

Sveglia! Grillo non è solo rumore di fondo…

Che la politica italiana sia da anni malata di autoreferenzialità è a tutti noto. Ma quello che sta accadendo in questa fase ha dell’incredibile. Primarie del centrosinistra escluse, tutto ruota intorno a nomi, sigle, alleanze e  interviste di personaggi che ormai contano, sondaggi alla mano, una manciata i voti, mentre in pochi si interrogano su cosa stia accadendo in quella che è accreditata come la seconda forza politica del paese: il Movimento 5 Stelle. E la cosa mi preoccupa non poco…

Il Movimento – termine per ovvie ragioni preferito a “partito” – ha da poco selezionato i suoi candidati per la Camera e per il Senato. Hanno votato on line in tutto 32 mila persone per selezionare probabilmente oltre 100 prossimi onorevoli e senatori. Per un partito che fa del web il suo strumento principale sono numeri ridicoli, soprattutto se paragonati ai diversi milioni di voti che vengono accreditati dai sondaggi al M5S. Pensate che un notissimo sondaggista mi ha rivelato che a lui da oltre un mese il M5S risulta tra il 24 e il 26% a livello nazionale…Poi lo abbassa di diversi punti perchè ritiene quel dato sovrastimato, ma il dato resta e si conferma di sondaggio in sondaggio.

C’è qualcosa che non va in quel movimento. E non è roba di poco conto. Intanto, a fronte di una ostentata trasparenza e partecipazione aperta, risulta di fatto essere il progetto politico più oscuro e “blindato” di tutti. Ha un programma alquanto fumoso pubblicato sul web e ha un solo “portavoce” autorizzato a parlare, ossia il non-candidato Beppe Grillo. Guai se qualcun altro va in tv o rilascia interviste, si autocandiderebbe ad essere “linciato” dagli altri senza alcuna difesa dal “vertice”, come è accaduto per la Salsi o prima per Favia.

Le parlamentarie, oltre ad essere state un flop in termini di partecipazione, si sono basate su un semplice invio di un videocurriculum “fai da te” di pochi minuti. Nessun controllo su quanto affermato dai candidati, nessun contraddittorio tra i candidati, nessuna possibilità di controllare le operazioni di voto e così via….

Quello che sta emergendo è, a mio avviso, un movimento chiuso e iperverticistico che sfrutta tatticamente l’autoreferenzialità e la miopia strategica degli altri partiti per fare incetta di voti di protesta e arrivare all’appuntamento con le elezioni politiche con un consenso enorme. Ma sarà, appunto, un consenso prevalentemente di voti “contro” non di voti “per”, il che è un pessimo segnale.

D’altro canto, questo segnale sembra essere solo un rumore di fondo nei partiti tradizionali. La voglia di rinnovamento e di cambiamento radicale a tutti evidente si infrange contro l’apparato del PD che ha orgogliosamente mandato davanti alle telecamere D’Alema e Rosy Bindi appena Bersani ha ufficialmente vinto le primarie, contro l’anacronistica e – per me – autolesionistica sesta discesa in campo del giovane outsider Silvio Berlusconi nel PDL che convincerà milioni di italiani che solo lui può cambiare questo paese, a differenza di chi l’ha governato negli ultimi anni (…quanto sarà corta la memoria degli elettori?) e contro quella nebulosissima galassia di centro che va dall’UDC al FLI, passando per Montezemolo, Giannino & Co. che non riesce a produrre la famosa Lista per l’Italia perchè gli manca il leader (Monti) e dunque nessun “gallo” si abbassa a fare da gregario agli altri “galli”.

In questa estenuante partita a scacchi, condita di innumerevoli incertezze su quando si vota, come si vota e quali saranno i candidati premier e le offerte politiche, tutto fa gioco a un Movimento che, ad oggi, va ben oltre la celebre “legge ferrea dell’oligarchia” di Roberto Michels. Un Movimento diarchico (Grillo-Casaleggio), verticistico e autoritario, fintamente trasparente e partecipato che lucra sui continui errori di una classe politica logora, lontana dal “paese reale” e autoconservatrice all’ennesima potenza (vicenda del porcellum docet).

Bello scenario, no? Specie considerando che siamo un paese sull’orlo del baratro…

LDG